Provincia di Torino

Casalborgone (TO): Chiese di San Siro e di Santa Maria di Trebea

Storia del sito:
CHIESA DI SAN SIRO  Il colle ove, in epoca imprecisata, sorse la chiesa della parrocchia S. Siro era un’area strategica di transito; presumibilmente qui si incontravano i confini dei municipi romani di Industria e di Chieri, e si intersecavano i confini delle diocesi di Ivrea, di Torino e di Asti. Il colle era già collegato in epoca romana da un percorso stradale con Industria, Vercelli e Casale da un lato e dall’altro con Chieri e Torino e una diramazione da Cinzano e Moncucco immetteva nella via Fulvia, come confermano rinvenimenti di tratti di strada lastricata non lontano dalla chiesa. Il documento più antico ad oggi noto, che cita la chiesa di San Siro, è il testamento dell’anno 1320 di Isabella de Maloxellis, moglie di Enrico di Cocconato, figlio di Alemanno, signore di Casalborgone. Ella, chiedendo di essere sepolta accanto al marito già tumulato a Vezzolano, dispose un lascito ad alcune chiese fra cui quelle di Casalborgone: S.Maria Trebea e San Siro. Per secoli furono i vescovi, e poi gli arcivescovi, di Torino ad assegnare la tutela della parrocchia di San Siro, su proposta dei signori del luogo, che ne rivendicavano il patronato. Alterne fortune segnarono l’esistenza della chiesa, ove i sacerdoti non erano propensi ad accettare l’incarico, lasciando la parrocchia spesso vacante, per l’estrema povertà del beneficio che non ne consentiva il mantenimento. Nel 1630, morti di peste i membri della famiglia Cocconato, e molti parrocchiani, le sorti della chiesa, rimasta abbandonata, e dei suoi parroci furono temporaneamente risollevate dal nuovo signore del luogo, conte Pietro Luigi Broglia.
L’antica parrocchia di San Siro fu sottoposta alla diocesi di Torino sino al 1673, quando, nel tentativo di sanare le controversie fra i parroci, fu ceduta alla diocesi di Ivrea, dalla quale dipendeva l’altra parrocchia di Casalborgone intitolata a S. Maria Trebea che diverrà l’unica parrocchia di Casalborgone nel 1737.
Dopo la soppressione della parrocchia di San Siro nel 1737, la chiesa campestre, ove il tetto e un muro perimetrale erano crollati e mancava il pavimento, corse il rischio di venir demolita; così, nel 1771, un gruppo di famiglie l’acquistò per ricostruirla, prendersene cura e poter continuare a seppellirvi i defunti. Nel secolo scorso, venuti a mancare gli antichi protettori, la chiesa cadde nuovamente nell’abbandono.
Nel 2011 è stata restaurata, rifatto il tetto crollato nel 1985, e riaperta al culto grazie all’interessamento dell’Associazione Trebea, con il contributo della CRT, della popolazione e con l’assiduo lavoro di numerosi volontari di Casalborgone.

Descrizione del sito:
L’attuale chiesa di San Siro, a navata unica, è frutto della ricostruzione settecentesca di una precedente chiesa a tre navate descritta in una visita pastorale dell’anno 1669, a sua volta rifacimento della chiesa romanica.
Al fondo della chiesa resta l’abside semicircolare, unico residuo romanico, ma anch’essa è la probabile ricostruzione poco dopo l’anno Mille di una cappella precedente. Come scrisse Angelo Marzi, è composta da ciottoli, da scampoli di pietra alla rinfusa, derivanti dallo spietramento dei campi e da frammenti di mattoni e tegole di spoglio provenienti da qualche edificio o tomba romana che erano posti nei pressi. L’abside, per i suoi caratteri costruttivi, deve essere attribuita al secolo XI. È fra le più antiche murature romaniche fino ad oggi descritte nel Chierese e nell’Astigiano.
Al centro della navata, i recenti lavori di restauro hanno messo in luce un antico muro perimetrale della fossa murata, che è ora visibile al di sotto di una lastra di vetro.
Nella relazione della visita pastorale del 1584 viene detto che, sopra l’altar maggiore, vi era la volta affrescata; oggi restano solo tracce della sinopia dove si vede debolmente la mitra sul capo di san Siro.
Nel 1977, con l’intervento della Soprintendenza, l’affresco absidale è stato staccato e trasferito su un apposito supporto in fondo alla navata sinistra della chiesa parrocchiale S. Carlo. Sul catino, i simboli degli Evangelisti ed il Cristo in maestà, al centro la Vergine con il Bambino, attorniata dai santi Siro, Giovanni Battista e Bernardo. Sul lato sinistro del cilindro absidale, una pittura più antica raffigura san Bartolomeo e san Bernardo da Mentone (o d’Aosta, XI secolo), individuabile dalla scritta parzialmente leggibile, “S BERN […]” e dal demonio che, secondo la tradizione, tiene legato alla catena. Sulla parete destra, molto rovinata, sono visibili mura merlate di una città


Storia e descrizione del sito
:
CHIESA DI SANTA MARIA DI TREBEA
L’antica chiesa cimiteriale di Casalborgone dedicata alla Vergine Maria, che fu parrocchia dai tempi più remoti e sino all’assegnazione del titolo parrocchiale alla chiesa di S. Carlo Borromeo nell’anno 1986, ha il toponimo – Trebea – tramandato nei soli documenti ecclesiastici secoli dopo che la località era scomparsa; era l’antica Trebledum, citata in un diploma dell’imperatore Ottone III alla fine del X secolo, e che sorgeva nelle vicinanze della chiesa. Ritrovamenti di epoca romana fanno supporre che già nel I secolo d.C. vi fosse un piccolo centro abitato sulle rive del Leona alla confluenza di strade che conducevano ad Industria. La chiesa stessa lo rivela nelle sue fondamenta ove furono utilizzati mattoni di epoca romana, probabile spoglio di preesistenti edifici.
L’abside conserva alcune caratteristiche romaniche, labili tracce della costruzione originaria. Nella seconda metà del ‘600 l’edificio venne prolungato di sedici passi ed allargato di altrettanti, prendendo l’aspetto che conserva tuttora.


Luogo di custodia dei materiali:

Gli affreschi staccati dalla chiesa di San Siro sono conservati nella chiesa parrocchiale di San Carlo, piazza Carlo Bruna, 5

Informazioni:
Chiesa di San Siro, Strada Mongallo, isolata su un poggio a sud ovest dell’abitato. Per accedere alla chiesa, ritirare le chiavi presso la casa canonica adiacente alla parrocchiale di San Carlo, piazza Carlo Bruna 5 a Casalborgone, dove è anche possibile ammirare gli affreschi staccati dalla chiesa di S. Siro, tel. Parrocchia 011 9174308

Chiesa di Santa Maria di Trebea, nel cimitero.

Links:
https://trebea.wordpress.com/home/
http://www.cittametropolitana.torino.it/cms/risorse/territorio/dwd/urbanistica/schede_comunali/1060.pdf

Bibliografia:
MAISTRELLO MORGAGNI M.G, San Siro di Casalborgone. Storia di un’antica parrocchia e della sua chiesa, Unitre di Chivasso, Quaderni, Dicembre 2008
Depliant Chiesa San Siro, Casalborgone.pdf
Scheda comune Casalborgone

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dai siti e documenti sopra indicati.

Data compilazione scheda:
14 ottobre 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Casalborgone SAN SIRO abside

Nichelino (TO): Castelvecchio di Stupinigi

Storia e descrizione del sito
Il castello detto “Castelvecchio” si trova in località Stupinigi, a lato della Palazzina di caccia juvarriana. E’ un grande edificio di fondazione basso medievale, pesantemente rimaneggiato nel Settecento a pianta vagamente quadrata, con al centro un ampio cortile, affiancato da una tettoia per il ricovero di attrezzi agricoli e animali, costruito in mattoni rossi e sormontato da tre torri dello stesso materiale. La muratura è decorata a rilievo con mensole scalari in laterizio.

Il primo nucleo del castello è già documentato nel 1288. Passò in diverse mani: la famiglia Sili, i cistercensi dell’Abbazia di Staffarda. Nel 1396 il castello e il territorio di pertinenza vennero venduti a Pietro de Caburreto. In seguito la proprietà fu acquisita dalla principessa Bona di Savoia e alla sua morte nel 1431, con gli altri beni degli Acaia, tornò al primo duca Amedeo VIII. Poi per più di un secolo resterà in feudo ai marchesi Pallavicino, subendo diverse modifiche e rifacimenti e assumendo le fattezze di fortezza quattrocentesca. Nel 1556 vi si insediò il governatore francese del Piemonte Carlo di Cossè, signore di Brissac. Dopo la vittoria di San Quintino il castello tornò brevemente ai Savoia, finché Emanuele Filiberto nel 1573 lo cedette all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro da lui appena fondato. Nel Settecento con la costruzione della Palazzina di Caccia il paesaggio di Stupinigi cambiò radicalmente: alcune case e la chiesa del borgo furono abbattute e il castello, decisamente ridimensionato, assunse il suffisso di “vecchio”. Di fatto per tutto l’Ottocento divenne un popolato condominio che ospitava decine di affittuari, personale, militari e guardiacaccia di servizio a Stupinigi. Mantenne però gli elementi del castello quattrocentesco: le torri quadrate, i cortili interni, gli spettacolari soffitti a botte e le tracce dell’impianto medievale.

Dal 2005 è in stato di completo abbandono.

Informazioni
L’immobile fa parte dei beni inalienabili della Fondazione Ordine Mauriziano, è sito nella frazione Stupinigi di Nichelino.

Links:
http://www.parchireali.gov.it/parco.stupinigi/punti-interesse-dettaglio.php?id_pun=1466
https://www.nichelino.com/news/index.php/come-eravamo/22-c-era-una-volta/2531-castelvecchio-degrado-irreversibile

Bibliografia:

Atlante castellano, Viglino Davico M., Bruno A., Lusso E., Massara G., Novelli F. a cura di, Torino, 2007.
TORINOstoria“, Anno 4 n. 37 marzo 2019: Castelvecchio, Patrito P., a cura di.

Fonti:

Notizie e fotografie dai testi e dai siti web sopra indicati.

Data compilazione scheda:
1 ottobre 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – G.A.Torinese

Rivalta (TO) : Cappella dei SS. Vittore e Corona

Storia del sito:
La cappella dei SS. Vittore e Corona è menzionata per la prima volta nel 1047, quando l’imperatore Enrico III la donò ai canonici di San Solutore di Torino. Nel corso del XII secolo, periodo al quale risale probabilmente l’attuale edificio, appartenne a San Giusto di Susa. Dal XIII secolo fece parte dei possedimenti del Monastero di Rivalta, al quale fu sottoposta sino alla sua soppressione, alla fine del XVIII secolo.
Pesanti rimaneggiamenti hanno alterato l’impianto medievale dell’edificio: intorno al 1681 furono aggiunti il portico di ingresso, le due cappelle laterali simmetriche, il campanile e un imponente altare barocco, che limita l’accesso all’abside. Nel 1833 fu destinata a lazzaretto in seguito ad una epidemia di colera e le pareti interne ricoperte da uno spesso intonaco di color rosa. A tali interventi si deve la perdita di una parte dei preziosi affreschi quattrocenteschi che decoravano la navata, riportati alla luce da un restauro nel 1998. I restauri degli affreschi dell’abside erano già stati eseguiti nel 1996-1997.

Descrizione del sito:
Rivelano l’originaria struttura romanica, a navata unica, la decorazione ad archetti pensili in facciata e l’abside semicircolare, spartita da lesene. Sulla parete esterna, sotto il portico, un affresco del 1709 con san Vittore a cavallo.
La decorazione dell’abside,che risale al XV secolo, segue il modello romanico con la rappresentazione, nel catino, di Dio Padre con la barba bianca, con la mano destra nel gesto della benedizione, racchiuso da una “mandorla” e dei simboli degli Evangelisti. Ai lati, nella parte inferiore, le figure di san Vittore con la spada, a sinistra, e di santa Corona con la palma del martirio, a destra.
Nel cilindro absidale, come di consueto, vi sono le figure degli Apostoli, contornate da una fascia decorativa a tessere alternate bianche e nere sullo sfondo bordeaux, della quale si trovano esempi analoghi in opere di Jaquerio e della sua scuola a Sant’Antonio di Ranverso, a Fénis, nel presbiterio di Pianezza e nel chiostro dell’Abbazia di Abondance (Donato G. in: Canavesio, 2000, pag.79-80). Gli Apostoli sono solo nove, i tre mancanti non furono mai dipinti.
L’inserimento del grande altare barocco distrusse l’affresco della “Messa di San Gregorio” di cui rimane solo un frammento.
Gli affreschi nella navata narrano le vicende e il martirio dei santi Vittore e Corona, culto nel Medioevo assai diffuso nel Monferrato e attestato a Rivalta anche dagli Statuti del 1247. Il ciclo è disposto sulla parete sud, su due registri, divisi in riquadri di diversa larghezza che si inseriscono, per la loro forza drammatica in un contesto pittorico di scuola jaqueriana. Notevole la crudezza della raffigurazione di alcune scene, come quella di alcune delle molte torture cui è sottoposto Vittore e dello smembramento di Corona. Per l’iconografia rimandiamo ai testi di Coden e di Gallo.
Sono raffigurati, sulla parete nord, mutili per l’apertura di una cappella, san Sebastiano, di cui si è conservato solo il bel volto, san Martino a cavallo, san Bernardino, san Grato e san Giovanni Battista.
Entrando nell’abside, a destra, sul piedritto dell’arco trionfale si trova una “Madonna del latte” di iconografia rara perché sta spruzzando il latte in bocca al Bambino che si agita e pare rifiutarlo, secondo Albrile, per probabile influsso gnostico; sullo sfondo è dipinta una struttura architettonica, con due alte bifore gotiche. Anche queste figure sono state attribuite da Augusta Lange ad un abile maestro ispirato ai modelli jaqueriani.
Nello sguancio sinistro della finestrella che si apre tra la figura di san Paolo e il gruppo di apostoli di destra, si trova una natura morta di carattere liturgico: due piccole ampolle per l’Eucarestia, un rotolo di pergamena, un aspersorio, il libro dei Vangeli ed una scatoletta per le ostie. Dietro le ampolle ci sono delle piccole candele e un cero votivo, riposto diagonalmente e dipinto ancora fumante con tutte le gocce della colatura della cera. Lungo l’asta del cero si vedono delle monete conficcate, poste in sequenza verticale. Osservandole con un forte ingrandimento risulta riconoscibile anche il loro conio […] Queste monete sono del tempo di Ludovico di Savoia (1434-1465)(Malafronte). Lo stesso motivo, leggermente variato, si ritrova nella cappella del castello di Fénis in Valle d’Aosta, che conserva opere di scuola jaqueriana (Gallo, 2003, pp. 68-69).

Sull’altare barocco è custodita in una nicchia, dietro la piccola pala, la statua del san Vittore che ogni anno viene portata in solenne processione alla chiesa parrocchiale.

Informazioni:
La chiesa dei Santi Vittore e Corona sorge fuori dal centro storico, a nord-est, su un’altura raggiungibile dalla strada che collega Rivalta e Rivoli.
Per le visite contattare l’Associazione Partita di San Vittore, tel. 011 9091186.

Links:
http://www.comune.rivalta.to.it/il-comune/territorio/beni-storici/cappella-dei-santi-vittore-e-corona

http://www.jaquerio.afom.it/rivalta-di-torino-to-chiesa-ss-vittore-e-corona/

https://www.academia.edu/229880/Agiografia_e_iconografia_dei_santi_Vittore_e_Corona

https://www.facebook.com/watch/?v=527292971508185

Bibliografia:
ALBRILE E., Maternità incestuose e Madri visionarie. Due rappresentazioni anomale di religiosità femminile, in: «Mediaeval Sophia». Studi e ricerche sui saperi medievali, E-Review semestrale dell’Officina di Studi Medievali n° 15-16, gennaio-dicembre 2014, pp. 1-21
CANAVESIO W. et alii (a cura di), Jaquerio e le arti del suo tempo, Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, Torino 2000
CODEN F. (a cura di), Il santuario dei Ss. Vittore e Corona a Feltre. Studi agiografici, storici e storico-artistici in memoria di mons. Vincenzo Savio, Belluno, Diocesi di Belluno-Feltre, Santuario dei Santi Vittore e Corona, 2004. (Gli affreschi di Rivalta sono trattati nelle pp. 229-49)
GALLO L., La chiesa dei Santi Vittore e Corona, in: Tesori del Piemonte – Rivalta di Torino. Guida-ritratto della città, Editris, Torino 2002, p. 89 ss.
GALLO L., Gli affreschi quattrocenteschi della Chiesa dei Santi Vittore e Corona di Rivalta di Torino, in «Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti» N.S. 54-55, 2003-2004, p. 69
GALLO L., I Santi Vittore e Corona. Un’antica tradizione cultuale a Rivalta di Torino, in : R. Comba-L. Patria (cur.), L’Abbazia di Rivalta di Torino nella storia monastica europea, Torino 2007, pp. 571-596.
LANGE A., Gli affreschi di San Vittore a Rivalta Torinese [S.l. : s.n., 1983?!. – 7 p. (Estr. da: Bollettino della Società piemontese di belle arti, n.s., 35-37, 1981-1983
MALAFRONTE P., Gli affreschi di San Vittore a Rivalta di Torino, Tesi di laurea rel. G. Romano, Università degli studi di Torino – Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 2007-2008, pp. 83-84-85
PEDRANI  G., La cappella dei santi Vittore e Corona. Rivalta di Torino, Alzani, Pinerolo TO 2012

Fonti:
Notizie e foto dai siti sopra citati.

Data compilazione scheda:
4 luglio 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Val della Torre – Brione (TO): Chiesa di Santa Maria della Spina

Storia del sito:
Le prime notizie della presenza umana sul territorio comunale risalgono all’epoca romana, come testimonia una lapide funeraria rinvenuta nei dintorni di Brione e conservata nella chiesa di Santa Maria della Spina sino alla fine del XIX secolo. La lapide, alta 1,78 m, ricorda un certo Valerio Vinissio, figlio di Anfione (VALIIRIVS / VINISSIVS / AMPHIONIS / F), ed è  conservata nei depositi del Museo di Antichità di Torino (2020).
Lo stesso idronimo del torrente che solca la valle, il Casternone, potrebbe avere un’origine romana, forse riconducibile a castrum nonum.

La storia di Val della Torre è profondamente legata ai monasteri di San Martiniano, citato in un documento del 904, che andò in rovina attorno all’anno 1000 e, soprattutto, a quello femminile cistercense di Brione (attuale Chiesa di Santa Maria della Spina), che raggiunse il massimo dello splendore nei secoli XIII e XIV.

La costruzione della chiesa è ascrivibile agli inizi del XII secolo, citata per la prima volta in un documento datato 1118, nell’elenco dei beni posseduti dall’Abbazia di San Solutore di Torino.
In un documento datato 26 novembre 1200 si legge che Remota è la “priorissa ecclesiae Sancte Marie de Briono”. Le monache cistercensi precedentemente occupavano, come si evince da un documento datato 30 giugno 1197, il monastero di San Martiniano. Consacrata il 30 dicembre 1283 dal Vescovo di Torino Goffredo di Montanaro, è da ascrivere allo stile romanico-lombardo e realizzata a cavallo del 1200. Nel secolo XIII il Priorato femminile Cistercense di Brione era l’ente più forte che comandava in Val della Torre, estendeva la sua influenza anche fuori della valle e persino in Torino; imprestava anche denari e faceva operazioni bancarie di depositi e prestiti.
Verso il Trecento comincia la decadenza del monastero, che si accentua nel secolo seguente. Nella relazione della visita pastorale di Mons. Peruzzi (vescovo di Sarsina) del 1584, si legge che la chiesa è “ampia ma fieramente desolata e con parecchi altari indecentissimi”. In seguito alla visita pastorale viene aggiunta la specifica “della Spina”. Quando il Concilio di Trento vietò ai monasteri femminili di stare fuori dell’abitato, il monastero di Santa Maria, in cui era già sostituita la regola di Santa Chiara a quella Cistercense, passò a Moncalieri. Il 1° dicembre 1601, con decreto dell’Arcivescovo di Torino, Monsignor Broglia, viene definitivamente chiuso e le monache trasferite presso le Clarisse di Torino; la chiesa di Brione venne poi costituita in parrocchia.
Classificata monumento nazionale il 15 luglio 1903.

Descrizione del sito:
la Chiesa, in stile romanico-lombardo nel suo più completo sviluppo, è sita lungo la strada provinciale che collega Alpignano a Givoletto, in corrispondenza della frazione di Brione. L’edificio presenta tutti i fronti liberi, ad esclusione di quello a nord, ove si collocano i locali ad uso parrocchiale, e con facciata rivolta ad ovest.

Pianta: la Chiesa ha pianta a T, costituita da tre navate, di cui le laterali molto strette: quella a sinistra è larga circa 1,50 metri, quella a destra 1,30 metri concluse da transetto (che sporge esternamente di circa 2 metri) e absidi; la lunghezza complessiva interna della chiesa è di circa 25 metri. La navata centrale e quella destra sono concluse da absidi semicircolari. L’abside che concludeva la navata sinistra è stata sostituita con l’attuale sacrestia. Il presbiterio è collocato nella crociera del transetto.

Struttura: l’edificio ha struttura portante mista in pietrame e mattoni, completamente intonacata internamente, parzialmente all’esterno; il tetto è a falde, con struttura lignea e manto di copertura in coppi. Le campate della navata centrale sono coperte da volte a botte unghiate, mentre la quinta campata e le navate laterali sono coperte da volta a botte; le absidi sono coperte da semicupole; i bracci del transetto sono coperti da volta a botte a destra e volta a padiglione a sinistra. Il tetto è a falde, con struttura lignea e manto di copertura in coppi.

Facciata: la facciata, volta a occidente, è con fronte a capanna e salienti, tutta di mattoni in vista e ci presenta nella cornice un’elegante e ben fatta archeggiatura a tutto sesto in cotto.
Le pendenze del frontone formano al vertice un angolo di 135°. La parte centrale è conclusa con una cornice in cotto ad archetti, mentre le pendenze delle navatelle laterali sono fregiate da cornici in cotto dentellate. Il portale d’ingresso, in legno a due battenti, con arco a tutto sesto, è inserito in una struttura muraria in aggetto rispetto il filo di fabbrica. Al di sopra del portale si apre un rosone con fregi in cotto, a sua volta sovrastato da una apertura a forma di croce. Sulle navatelle laterali, nella parte alta, si aprono una finestrella quadrilobata a sinistra, e ad oblò a destra.
Da un documento datato 10 febbraio 1247 si desume che sul fronte della chiesa era presente un portico, di cui oggi non rimane traccia: “actum est subter porticum in Sancta Maria da Briono”.

Prospetti laterali: sul prospetto est si trovano le due absidi affiancate dal volume della sacrestia. L’abside centrale è ornato da archetti di ronda su fondo di calce bianca e presenta dimensioni e altezza maggiore di quella laterale; sopra gli archetti corre una cornice in mattoni disposti a dente di sega; su ambo le absidi si apre una monofora romanica tipo feritoia a forte sguincio interno ed esterno, limitata superiormente da arco a tutto sesto poggiante su colonnette a capitello cubico.
I fronti esterni presentano tessitura muraria in parte a vista, in parte ricoperta da uno strato di intonaco grezzo di cui alcune zone tinteggiate. I prospetti evidenziano la consistenza volumetrica dell’interno, con la navata centrale più alta di quelle laterali. Sui fianchi sono visibili tracce di un’antica cornice in cotto, a testimonianza della sopraelevazione in occasione della realizzazione delle volte interne. Il prospetto sud, in corrispondenza della navata laterale, presenta il muro scandito da lesene; in corrispondenza delle campate centrali si aprono tre finestrelle arcate a tutto sesto, strette come feritoie, con accentuata strombatura interna ed esterna. Sullo stesso prospetto sono presenti tracce di due antiche aperture, ora tamponate, una posta tra la torre campanaria e la seconda campata, l’altra in corrispondenza della quarta campata, quest’ultima racchiusa entro una ghiera in mattoni. In corrispondenza del cleristorio si aprono tre finestre quadrangolari. Sul transetto sud sono visibili tracce di archetti a tutto sesto, mentre nel sottogronda è presente una cornice in cotto; centralmente si apre una finestra rettangolare.

Campanile: realizzato nel 1601 in probabile sostituzione di un campaniletto preesistente. Collocato sul lato destro dell’edificio e inglobato nella parte iniziale della navata destra, si eleva su base a pianta rettangolare, con cella campanaria aperta su tutti i lati e sottostanti quadranti dell’orologio. Sul lato sud, a metà altezza, è dipinta una meridiana.

Interni: le campate della navata centrale sono scandite da arconi impostati su alta trabeazione e lesene. In corrispondenza della prima campata, al di sopra della bussola d’ingresso, è posta una tribuna con soletta in muratura, protetta da ringhiera in ferro; il rosone, che si apre in facciata, è corredato di vetrata artistica, raffigurante Santa Maria della Spina. Le navatelle laterali si aprono sulla centrale mediante arcate a tutto sesto. Nella seconda campata della navata di sinistra è collocata una statua del Sacro Cuore di Gesù, mentre nella terza campata è collocata una tela raffigurante la Crocefissione. Nella seconda campata della navata destra si trova l’altare in marmo dedicato alla Madonna della Spina, mentre nella quarta campata si trova una nicchia con la statua di San Giuseppe. Nel transetto sul lato sinistro si trovano due teche contenenti le statue di San Rocco e Sant’Antonio Abate, oltre ad una tela raffigurante la Madonna, Sant’Antonio da Padova e Santa Chiara. Nell’abside della navata destra è collocata una mensa lignea e la statua della Madonna. La chiesa presenta pavimentazione omogenea in pietra di Barge. L’antico apparato pittorico è stato interamente ricoperto da intonaco a base cementizia. I fronti delle arcate, in corrispondenza del transetto, e le strombature delle finestrelle arcate, sono stati riportati a finitura originaria in cotto a vista. La copertura della chiesa era in origine il tetto in vista oppure, in seguito, un soffitto di legno sostenuto dalle catene delle capriate; pare che di tale soffitto si riscontrino le traccie nel solaio sopra le volte; anche le volte delle navatelle laterali sono posteriori. Nel XIX secolo vengono realizzate volte a botte a copertura delle navate, nonché applicate lesene contro i pilastri antichi. Il pavimento viene rialzato di 1,25 metri per combattere l’umidità del suolo, talvolta invaso delle piene del torrente Casternone.
Nel 2015 è stato effettuato un restauro di consolidamento e adeguamento dell’impianto di riscaldamento con la realizzazione di intercapedine areata a pavimento, la posa del pavimento scaldante, il rimontaggio del pavimento in pietra di Barge. Viene anche sostituita la pavimentazione in marmo nel presbiterio e in cementine nella cappella laterale con pietra di Barge.

Descrizione dei ritrovamenti:la Chiesa di Santa Maria della Spina ha conservato sino alla fine del XIX secolo la lapide funeraria, rinvenuta nella frazione Brione, risalente all’antico Impero Romano (II secolo d.C.).
La lapide tombale misura cm. 178 di altezza ed è larga circa cm. 60, ed è attualmente conservata presso i depositi del Museo di Antichità di Torino.

Informazioni:
La Chiesa è sita nella frazione Brione di Val della Torre, in Piazza Santa Maria della Spina. Telefono: 011 968 8225

Links:
https://www.comune.valdellatorre.to.it/it-it/

http://www.chieseitaliane.chiesacattolica.it/

Bibliografia:
Olivero E., L’antica parrocchia di Brione (Val della Torre), in ID., Architettura religiosa preromanica e romanica nell’archidiocesi di Torino, Torino 1941, pp. 326-336
Cartario del Monastero di S. Maria di Brione fino all’anno 1300, a cura di G. SELLA, Pinerolo 1913 (Biblioteca della Società storica subalpina)
Teofilo Rossi di Montelera, Per una futura storia di Torino, G. Brignolo, Pinerolo 1913
Prato Pietro, Alcune notizie storiche riguardanti Val della Torre raccolte e ordinate dal Teologo Cav. P. Prato, Prevosto di S. Donato, Tipografia e Legatoria Conte, Savigliano (CN) 1913
Ferrua Luciana, Il Monastero Femminile di S. Maria di Brione, Comune di Val della Torre. Fusta Editore, Saluzzo (CN) 2010
Chiarle Giancarlo, Fondazioni monastiche e organizzazione del territorio. Il caso di Brione. Parte prima: (secoli X-XIII), in: Bollettino storico-bibliografico subalpino 108 (2), 2010, pp. 325-416

Fonti:
Fotografie di Nicolò Vogogna
Foto degli interni di Antinea Scala.

Data compilazione scheda:
10 maggio 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Nicolò Vogogna – G.A.N.V. (Gruppo Archeologico Naturalistico Valtorrese)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Villar Focchiardo (TO): Cascina Roland

Storia del sito:
È un’antica casaforte della Val Susa, testimone di grandi leggende. La Cascina deve il suo nome ad un grande masso erratico situato accanto alle sue mura. E’ spaccato di netto in due parti; la leggenda narra che sia stato tagliato dalla magica spada Durlindana del paladino Orlando, furioso per la perdita della donna amata.
Nel secolo XI il territorio di Vllar Focchiardo apparteneva alla chiesa di San Giusto di Susa e, per un periodo non molto lungo, anche l’antica certosa di Montebenedetto (vedi scheda) vi ebbe giurisdizione. Tra il XII ed il XIII secolo governarono i visconti di Baratonia, fedeli sudditi sabaudi, e dopo di loro furono i potenti nobili Bertrandi a dominare in valle: a loro si devono con probabilità le opere di rinforzo di una struttura già esistente in precedenza, come denunciano le sopraelevazioni del coronamento merlato.
In epoca napoleonica la Cascina Rolando era diventata azienda agricola e tale rimase, con frazionamenti progressivi di proprietà fino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso quando fu acquistata dalla Provincia di Torino.
Nel 2012 è stata riaperta e adibita a ristorante.

Descrizione del sito:
La planimetria del complesso è assimilabile ad un recinto pressocchè quadrato mancante di una porzione nello spigolo sud-est; le mura presentano l´antica tessitura muraria in pietra e il coronamento di merli ancora per lunghi tratti; all´interno si distinguono quattro nuclei fabbricati.
L´accesso principale avviene al centro del fronte nord, prospiciente la statale 24, in corrispondenza di un tratto di cinta ancora merlato che presenta chiari segni di sopraelevazione e che separa due fabbricati. Quello a sinistra, preceduto dal leggendario “masso di Rolando” ha caratteri di edificio residenziale ed è qualificato da due finestre archiacute con corniciature decorative in cotto che orientano verso una datazione tra il XIV ed il XV secolo. Sulla superficie intonacata si leggono ancora pochi lacerti di figurazioni affrescate di cui non è possibile identificare il soggetto. Una porta, recentemente riaperta, permette l´accesso diretto al fabbricato, probabile sede di soste temporanee del signore o degli ospiti più illustri.
Gli altri fabbricati denunciano la destinazione rurale cui erano stati adibiti con successivi adattamenti.

Informazioni:
Via Antica di Francia, 11; mail: info@cascinaroland.com
tel.3335377434 – 3335235659

Links:
http://www.cittametropolitana.torino.it/cms/sit-cartografico/beni-culturali/beni/vsusamed/vsusamed-vfocchiardo1

https://www.cascinaroland.com/

Fonti:
Notizie e fotografie dal sito www.cittametropolitana.torino.it

Data compilazione scheda:
13 maggio 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Baldissero Canavese (TO): Cappella di Santa Maria di Vespiolla

Storia del sito:
La Cappella, o Pieve, di Vespiolla, dedicata a Santa Maria, è sita nel comune di Baldissero Canavese lungo l’asse stradale che collega Castellamonte con i piccoli borghi di Campo e Muriaglio. Essa giace solitaria in mezzo ai prati e ai campi e isolata rispetto al centro abitato. Il suo nome, di chiara etimologia latina, unito alla notizia di ritrovamenti, purtroppo scarsamente documentati, di epigrafi e manufatti di età romana, rivela una continuità d’uso millenaria e potrebbe ricondursi ad un toponimo prediale, così come altri, diffusi nelle campagne circostanti.
Annoverata tra le pievanie della diocesi di Ivrea, Vespiolla ricopriva quindi il ruolo di chiesa matrice per il territorio circostante, che si espandeva fino alla riva sinistra del fiume Orco comprendendo le parrocchie di Castellamonte, Cintano, Borgiallo, Salto e Priacco, oltre ovviamente a Baldissero, così come risulta dai registri della raccolta delle decime del 1368. Tuttavia, un plebanus dal nome Bon Giovanni è citato in un atto datato al 1122 firmato presso la cappella del castello di Baldissero, spingendo così la fondazione della pieve alla fine del IX secolo all’interno del processo più ampio e complesso che riguarda la formazione della diocesi di Ivrea nel territorio eporediese.
Nel corso dei secoli l’antica cappella finì per perdere entrambi i ruoli di chiesa matrice per i fedeli dei paesi limitrofi e di chiesa parrocchiale per gli stessi baldisseresi. Infatti a partire dal 1396, il pievano prese a dire messa in una cappella più vicina al centro abitato che abbandonò a sua volta, nel corso del XV sec., quando fu eretta la nuova chiesa parrocchiale. Tuttavia la cappella non fu abbandonata del tutto, e rimase sede di culto ed era prescelta per la festività più importanti, specie quelle dedicate alla Vergine e alla Madonna delle Grazie. Ancora oggi, si celebra messa in occasione della celebrazione dell’Ascensione.
Dell’antica costruzione romanica rimangono oggi solo l’abside rettangolare, segno delle sue origini altomedievali, e l’arco santo. Le restanti parti della chiesa sono state rimaneggiate verso la metà del XVIII secolo.
Gli affreschi del XV secolo furono scoperti negli anni ’70 del secolo scorso, ma solo nel 2000 vennero iniziati i lavori di restauro, conclusi nel 2004.

Descrizione del sito:
La cappella è sita all’interno di una piccola corte. Un portico sostenuto da tre colonne di recente edificazione precede l’ingresso nella piccola navata che termina con un vistoso altare in graniglia, risalente agli anni ‘30 del secolo scorso. Esso, mediante un’edicola in marmorino che racchiude al suo interno la statua della Madonna, sostiene la volta dell’abside.
L’antica abside è decorata da un ciclo di affreschi dedicato ai dodici Apostoli. Nella volta, inoltre, sono dipinti i simboli dei quattro Evangelisti, con al centro, delimitato dalla tradizionale mandorla, il Cristo. Grazie ai restauri sono venuti alla luce antichi affreschi, che erano stati ricoperti da intonaco nel corso dei secoli. Così, sulla superficie dell’arco santo si possono ammirare al centro la scena dell’Annunciazione con la Madonna e l’Angelo, sul lato sinistro la rappresentazione della Madonna che allatta e sul lato destro la figura di un giovane soldato con libro, armi, stemma e con il capo avvolto da raggi luminosi. Lo storico dell’arte Claudio Bertolotto, della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici del Piemonte, identificò nel ritratto di questo giovane il beato Bernardo di Baden, nobiluomo tedesco morto di peste a Moncalieri nel 1458 in odore di santità, dopo essersi speso in delicate missioni diplomatiche presso le corti d’Europa per conto dell’Imperatore Federico III d’Asburgo.
Il rinvenimento e la conseguente identificazione del ritratto, favorita dalla presenza di raggi luminosi intorno al capo del beato e non dell’aureola, hanno permesso di fissare cronologicamente le pitture di Vespiolla al XV secolo, in parallelo con la diffusione del culto del giovane tedesco, che ebbe inizio con la sua morte. I raggi luminosi si adattano ad un personaggio la cui beatitudine non è ancora stata ufficialmente riconosciuta dalle autorità religiose. Infatti la canonizzazione ufficiale di Bernardo di Baden avvenne nel 1769.
Al contrario, risulta difficile stabilire l’identità dell’artefice degli affreschi che decorano l’arco santo e l’abside. Tuttavia, la critica è concorde nell’accostare le soluzioni pittoriche adottate a Baldissero alla bottega di Giacomino di Ivrea, pittore molto attivo tra il 1426 ed il 1469 nell’area canavesana, valdostana e della Savoia. Nella teoria dei dodici Apostoli, i volti e le pose appaiono abbastanza semplici e ripetitive, ad eccezione dei ritratti di san Pietro e di san Giacomo Maggiore. Il primo è animato da uno sguardo bonario con un sorriso dove spiccano due piccoli denti, il secondo si presenta con il viso irsuto e un’ammiccante posa della mano sinistra atta a sollevare il tipico cappello del pellegrino a mo’ di saluto. Pregevole e più elaborata è invece la fattura degli affreschi dell’arco santo. In questo caso, una mano più attenta ai dettagli, consapevole di soluzioni artistiche di derivazione fiamminga, sembra aver realizzato sia l’Annunciazione sia il ritratto del beato Bernardo di Baden.
Per approfondire: Vespiolla-articolo

Informazioni:
Strada provinciale di Campo.
Info: Comitato Antica Cappella di Vespiolla, tel. 3496060188, 3482689782. Tel. Comune 0124 512401; email: responsabileanagrafe.baldissero.canavese@ruparpiemonte.it

Links:
https://it-it.facebook.com/Vespiolla/
https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Pieve_di_Santa_Maria_di_Vespiolla
http://www.percorsiartestoriafede.it/it/vespiolla
https://www.comune.baldisserocanavese.to.it/

Bibliografia
Bertolotto C., Pievi in Valchiusella: Cappella di Santa Maria di Vespiolla, in FAI. Guida ai beni aperti in Piemonte, 2009, pp. 42-45
Cappa A., Sacri affreschi medievali in Canavese. Aspetti iconografici e iconologici, Tricase, 2015, pp. 11-31
Forneris G., Romanico in terre di Arduino, Ivrea 1995, pp. 65-66.
Mascheroni G., La pieve romanica di Vespiolla in Baldissero Canavese, in: Quaderni di Terramia, Castellamonte 2004, pp. 4-14.
Moretto A., Indagine aperta sugli affreschi del Canavese, Stabilimento tipo-litografico G. Richard, Saluzzo, 1973, p. 110-114.
Moretto A., La pieve di Santa Maria di Vespiola a Baldissero, ne: Il risveglio popolare, Ivrea, edizione del 22 febbraio 2008, p. 7
Moretto A., Arte medievale e subalpina, Ivrea 2013, pp. 81-82.
Naretto G., Parrocchia di Baldissero Canavese. Notizie Storiche, Ivrea 1912.
Ravera G. , Vignono I., Il “Liber decimarum” della diocesi di Ivrea (1368-1370), Roma 1970
Scalva G., Bertolotto C., Segreti affreschi ad Oglianico, Torino 2005.
Settia A., L’alto medioevo, in Storia della Chiesa di Ivrea dalle origini al XV secolo, a cura di G. Cracco, Roma 1998, pp. 99-109.
Venesia P., Il Medio Evo in Canavese. Parrocchie, parroci e parrocchiani, Ivrea 1989, pp. 261-264
Vignono I., Visite pastorali in diocesi di Ivrea negli anni 1329 e 1346, Roma 1980

Fonti:
Immagini di Placido Currò.

Data compilazione scheda:
5 maggio 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Placido Currò – Comitato Antica Cappella di Vespiolla

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giaveno (TO): cappella di San Sebastiano


Storia del sito:
Si hanno poche notizie sulla storia della cappella. La sua posizione ai confini del borgo, addossata al muro perimetrale del cimitero, potrebbe far ipotizzare un suo utilizzo come riparo per i pellegrini diretti verso la via Francigena oppure come lazzaretto.
Solo nel 1689 si ha la prima testimonianza documentaria sulla cappella, il recente ritrovamento degli affreschi quattro-cinquecenteschi posti nell’area presbiteriale rende San Sebastiano l’edificio religioso esistente più antico di Giaveno e permette di datare la costruzione della cappella tra il XV e il XVI secolo.
L’occasione della scoperta del ciclo si deve alla volontà della comunità locale di far restaurare la pala d’altare settecentesca. Rimossa la tela è fortunosamente emersa la Madonna col Bambino, risparmiata alle imbiancature seicentesche. Successivi interventi di restauro nel 2007 hanno recuperato gli affreschi sulla parete di fondo. Nel 2010 è stata eseguita una manutenzione ordinaria delle pareti esterne.

Descrizione del sito:
La cappella, a pianta rettangolare ad aula unica, è suddivisa in tre campate voltate a vela; sul lato destro della seconda campata vi è la sacrestia. L’edificio presenta struttura in muratura portante mista, in pietrame e mattoni; il tetto è a falde con copertura in tegole portoghesi. La facciata è riquadrata da lesene e cornice, conclusa con timpano triangolare; al centro si apre la porta d’ingresso, affiancata da due finestre rettangolari, e sormontata da rosone ovale.
Il campanile si eleva sul lato destro dell’edificio, in corrispondenza dell’angolo creato tra la sacrestia e la terza campata e ha base a pianta quadrata; è suddiviso in cinque registri da cornici in mattoni: il basamento è intonacato, il secondo e terzo registro presentano muratura mista di pietra e mattoni a vista, il quarto e la cella campanaria hanno struttura in mattoni, anch’essa a vista. Il quarto registro presenta, su tutti i lati, sfondati ad intonaco grezzo, le sedi dei vecchi quadranti dell’orologio, non più presente. La cella campanaria è aperta su tutti i lati con monofore ad arco. Il campanile si conclude con copertura a quattro falde in coppi.
All’interno, sul lato sinistro della seconda campata è collocata l’ex pala d’altare, raffigurante la Madonna col Bambino, san Sebastiano, san Grato, san Filippo Neri e san Biagio.
Le volte della prima e seconda campata sono dipinte a tinta unita, nella tonalità rosata, con riquadrature di tonalità grigia; la volta della terza campata è decorata a finto cielo, con raffigurati i quattro Evangelisti negli angoli.
La parete di fondo presenta gli affreschi quattro-cinquecenteschi recuperati: al centro, sotto il rosone, è raffigurata una Madonna col Bambino; la restante parete è affrescata, in alto, con scene del Martirio di Marco e Marcellino e la decollazione di Tiburzio; san Sebastiano tradotto davanti all’imperatore Diocleziano; in basso, san Sebastiano ucciso a colpi di bastone e, a destra della Madonna, san Sebastiano appare alla nobile romana Lucina.

Informazioni:
via San Sebastiano angolo via Ruata Fasella.
La storica e corretta intitolazione è “San Sebastiano”. 
Visitabile installando l’app: https://play.google.com/store/apps/details?id=it.cittaecattedrali.chieseaporteaperte&hl=it

Links:
http://www.bonvivre.ch/2018/02/cultura/cappella-di-san-sebastiano-a-giaveno.html
http://www.doneuxesoci.it/

Fonti:
Informazioni e fotografie dai siti sopra citati.

Data compilazione scheda:
11 giugno 2019

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

 

Mombello di Torino (TO): chiesa di San Lorenzo

Storia e descrizione del sito:
La chiesa di San Lorenzo rappresenta l’unica testimonianza materiale dell’antico insediamento di Ognanum, ancora esistente nel secolo XII ma probabilmente quasi del tutto scomparso nel ‘400.
La parte certamente originale della prima edificazione è l’abside, la cui muratura è composta da blocchi di arenaria e da mattoni, ascrivibile per confronto al secolo XII.
Il basamento dell’abside è stato oggetto di rifacimento e rinforzo, così come anche sarebbero da riferire ad un successivo intervento le ultime due campate, verso la facciata settentrionale, dove si ritrova una tessitura assai particolare, che non trova corrispondenze stilistiche con altre chiese romaniche del territorio.
All’interno, in corrispondenza dell’abside, vi è un lacerto di muratura con un accenno di curvatura, forse superstite della struttura originaria. Sulla superficie si è conservato un affresco, datato 1661, che rappresenta la Vergine e sant’Antonio Abate: è stato recentemente scoperto che proprio nel corso del Seicento il luogo era abitato da alcuni eremiti, probabilmente devoti al Santo.
La struttura interna è stata pesantemente modificata e potrebbe ricondursi al XVIII secolo. I rifacimenti hanno riguardato la creazione di una volta a botte e di un semicatino sull’abside, oltre alla formazione di alcune paraste segnate in sommità da una cornice.
Proprio lo sviluppo della volta absidale ed il venire a mancare la necessità funzionale dei contrafforti laterali tra il presbiterio e l’aula, potrebbero aver dato origine all’anomala conformazione della copertura, tamponata tra il tetto e la muratura romanica dell’abside, che ricorda la prua di una nave.
Dei contrafforti laterali ne rimane una parte sul lato nord, mentre risulta assente sul lato meridionale, dove è ritrovabile un intervento di raccordo e rabbercio tra la facciata e l’abside.
Nel corso degli anni Ottanta è stata consolidata la volta ed è stato ripassato il tetto, ripristinando come manto di copertura i coppi. Un consistente intervento di riqualificazione, che ha sostanzialmente rinnovato la chiesa, è stato infine operato negli anni 2014/2015, con la sistemazione della copertura, il restauro delle facciate esterne, il ripristino degli intonaci e delle tinteggiature interne, la revisione dei serramenti e la pulizia del pavimento in cotto.

Informazioni:
La cappella romanica sorge nei pressi del confine tra Mombello di Torino e Barbaso, frazione di Moncucco T.se. Info Comune tel. 0119925117 ; email: segreteria@comune.mombelloditorino.to; Parrocchia tel. 011 9925113

Links:
http://www.studiomaccagno.it/

Fonti:
Testo e foto in alto e in basso, affresco, tratti dal sito dello Studio Maccagno che ha eseguito gli ultimi restauri.
Ultima fotografia in basso di M. Actis Grosso 2018 dal sito
www.chieseromaniche.it.

Data compilazione scheda:
6 maggio 2019 – aggiorn. maggio 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

 

 

 

 

 

 

Vigone (TO): chiesa di Santa Caterina

Storia e descrizione del sito:
La chiesa, talora definita oratorio, fu fatta costruire intorno agli anni 1460 in stile gotico lombardo da G. Fasoli utilizzando anche materiali provenienti dalla chiesa di Santa Maria de Hortis, di cui era pievano, ormai diroccata a causa del trasferimento degli abitanti dal primitivo borgo di Santa Maria a quello attuale di Santa Caterina.
Circa 50 anni dopo la costruzione la chiesa era ormai cadente: grazie all’abate Scaglia, in visita pastorale, fu ordinato il restauro.
Agli inizi dell’800 ebbero luogo ristrutturazioni e modifiche: i fratelli Gautiero di Saluzzo eseguirono gli affreschi, mentre nel 1836 furono preparati dall’architetto Luigi Formento i progetti per il restauro della facciata e per il campanile.

La facciata presenta belle decorazioni in cotto, ma non tutte originali. L’interno ha tre navate rette da pilastri cruciformi. L’abside è rettangolare con volta a raggiera, interessante soluzione architettonica.
La chiesa contiene una raccolta di dipinti del XVII e XVIII secolo.

Informazioni:
Via Fiocchetto. Sempre visibile esternamente.

Links:
https://www.comune.vigone.to.it/ita/pagine.asp?id=144&idindice=5&title=Chiese

Fonti:
Notizie e foto in alto in libero dominio da Wikipedia.
Fotografa in basso di M.Actis Grosso dal sito www.chieseromaniche.it

Data compilazione scheda:
3 maggio 2019

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Rivalta (TO) : Castello degli Orsini

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Storia del sito:
vedi Comune di Rivalta

Descrizione del sito:
L’interno della corte mostra un’affascinante commistione tra gli elementi medievali autentici e quelle aggiunte, settecentesche prima e neogotiche poi, che hanno contribuito nel tempo a conferire all’insieme l’aspetto della villa di campagna: piccoli loggiati, finestre ad arco e la torre con bertesche aggettanti testimoniano della moda del tempo del Brayda e del D’Andrade.
A sud, il torrione rettangolare, rappresenta sicuramente la parte più antica del castello, precedente alla stessa cinta muraria. La sua struttura rispecchia le caratteristiche tipiche del “mastio” o “dongione”, posto normalmente in posizione dominante rispetto agli altri edifici del castello. Nonostante la prima menzione del Castello sia del 1062, gli elementi costruttivi del torrione orienterebbero verso una datazione leggermente più tarda: la tessitura muraria presenta infatti piani di posa regolari, realizzati prevalentemente in ciottoli di fiume posati a “spina di pesce”, con fasce marcapiano e decorazioni in cotto, secondo una tecnica costruttiva che si afferma meglio intorno al XII secolo.
Il castello, nato  con funzioni prevalentemente difensive, con asse maggiore est-ovest, in osservazione della strada verso Piossasco e verso la val Sangone, presenta ora caratteri più marcatamente residenziali, prevalsi probabilmente nel momento in cui gli furono addossate le mura e nella parte inferiore ricavata una elegante cappella.

La cappella del torrione, a pianta rettangolare,  ha due volte ogivali costolonate e chiavi di volta scolpite in pietra, divisa da un arco a tutto sesto che separa la zona presbiteriale dalla più ampia aula centrale. Le pareti conservano affreschi restaurati tra 2018 e inizio 2019, tra cui una Crocifissione sovrastante l’altare (parete est): a sinistra della croce Maria e a destra san Giovanni, in alto Sole e Luna e due angeli. Nella parete sud, la nascita della Vergine, rappresentata in fasce in una culla a fianco dei genitori sant’Anna e san Gioacchino, e l’annunciazione. Le caratteristiche delle aureole, realizzate in stucco a rilievo, orienterebbero verso una datazione intorno al XIII secolo, che troverebbe ulteriore conferma nella decorazione a stelle dorate su fondo blu delle lunette  della volta a crociera della zona presbiteriale, nota in ambito piemontese nello stesso periodo. Il committente potrebbe essere stato Guglielmo da Rivalta intorno alla metà del 1200. L’insieme rivela (come scrive E. Brezzi Rossetti ne La cappella di Guglielmo da Rivalta) “interessanti tratti stilistici, riferibili a modelli che in Val Padana andavano proponendo formule ancora mutuate dal repertorio bizantino, rinfrescati tuttavia da una maniera che già si stava elaborando in area transalpina”.
Nella seconda campata, figure di difficile interpretazione: un uomo con l’aureola disteso nudo sopra un carro trainato da un altro uomo, su cui aleggia un angelo ed una figura con aureola; una figura con corona affiancata da due uomini stanti; due figure ai lati dell’accesso occidentale, l’una con copricapo a due punte e l’altra velata, probabilmente una donna.

L’insieme degli ambienti della zona residenziale del castello conserva in alcuni casi volte a cassettoni, tappezzerie e decori di ispirazione neogotica, e testimonia l’evoluzione dell’edificio che oggi conta tre piani fuori terra e un piano sotterraneo con ghiacciaia, avvenuta per aggregazione intorno al corpo della torre settentrionale. Il complesso si dispone intorno ad un cortiletto interno che, nonostante le tracce di innumerevoli rifacimenti e l’aggiunta di una scala esterna, conserva un fascino tipicamente medievale, rafforzato dalla presenza di un pozzo centrale con vera decorata da una scritta in caratteri gotici.  Sulla parete occidentale si notano le tracce di una porta, ora tamponata, sormontata da un arco con decorazione in cotto a losanghe, tipica dell’architettura piemontese di XIII-XIV secolo.
Oltre a due dipinti in stile neogotico, raffiguranti san Giorgio e san Michele Arcangelo e ispirati a pitture presenti nel castello di Fénis (AO), il cortile conserva una lapide dedicata a Honoré De Balzac che ricorda il passaggio dello scrittore francese, che qui soggiornò nel 1836, ospite del conte Cesare Benevello, interessante figura di intellettuale e mecenate che acquistò il Castello dall’ultimo dei conti Orsini nel 1823 e ospitò anche Massimo d’Azeglio, che ricorderà Rivalta nelle lettere alla moglie, in alcuni quadri e nel suo libro I miei ricordi.
Uscendo nuovamente nel parco attraverso un corridoio con un’elegante pavimentazione in mosaico veneziano, si costeggia la manica occidentale, realizzata in una più recente fase di aggregazione costruttiva e addossata all’interno della cinta muraria medievale. La manica è conclusa sulla sua estremità meridionale dalla cappella settecentesca.  Sul retro della manica occidentale, si costeggia l’alto muro di contenimento che delimita la parte inferiore del parco e vicino all’accesso al cortiletto delle scuderie si nota l’attacco delle mura del ricetto, ancora oggi perfettamente leggibile nel tessuto urbano, costruito a protezione del borgo tra XIII e XIV secolo, quando ormai il castello rappresentava il fulcro della vita del paese e il suo riferimento politico e amministrativo era ormai consolidato, nonostante la concessione degli Statuti, avvenuta nel 1297.
Nel 2006 fu acquistato dal Comune di Rivalta; dopo un intervento di restauro degli edifici principali, dal dicembre 2017 ospita la biblioteca comunale.

Informazioni:
via Orsini, 7 – Tel. 0119045557/85/86

Link:
Comune di Rivalta
facebook -castello di Rivalta  (fotografie degli affreschi restaurati)

Bibliografia:
Gallo, L. e Martino, E., La «vie de château». Il castello di Rivalta tra Ottocento e Novecento, Comune di Rivalta di Torino, 2012
Brezzi Rossetti E., La cappella di Gugliemo di Rivalta, in:  Per Giovanni Romano scritti di amici a cura di Giovanni Agosti, L’Artistica, Savigliano CN 2009

Fonti:
Foto in alto da www.parcopotorinese.it,  foto in basso dal sito del Comune di Rivalta, seconda e terza foto in basso da  www.rivaltainforma.it.
Testo tratto dai siti sopra indicati.

Data compilazione scheda:
17 marzo 2016 – aggiornam. aprile 2019

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A. Torinese

castello Rivalta- cortile
castello Rivalta- cortile