Pinerolese

Volvera (TO) : Chiesa di San Giovanni

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Storia del sito:
La Chiesa di San Giovanni o “del cimitero”, costruita intorno all’anno 1000, per influenza del monastero di San Giusto di Susa, fu la prima chiesa parrocchiale. La costruzione in origine era probabilmente a navata unica; successivamente venne ampliata nella parte anteriore con l’aggiunta di due navate laterali, assumendo una struttura di base con pianta a croce latina.
Utilizzata come parrocchia fino al 1617, la chiesa subì nel tempo un lento, progressivo ed inesorabile degrado che portò alla demolizione delle navate laterali ed a discutibili interventi di restauro conservativo. L’edificio, già in stato di precaria conservazione, patì ulteriori danni sul finire del secolo XVII, allorché nell’ottobre del 1693, le operazioni di guerra condotte dal Maresciallo Catinat devastarono il paese e, sebbene avessero risparmiato in linea di massima gli edifici di culto, danneggiarono gravemente la torre campanaria, che venne poi ricostruita nel 1868. A questo periodo risalgono opere di restauro sulla chiesa con l’aggiunta di due altari laterali e la costruzione del muro che separa l’antico nucleo della chiesa con la parte restante dell’edificio.
La chiesa conserva pregevoli AFFRESCHI realizzati dal cosiddetto “maestro di Volvera” nel XV secolo (per volere del prevosto della cattedrale di Chieri, Antonio Piossasco de Rubeis) ed altri affreschi del XVI secolo e del XX secolo, eseguiti in occasione dei restauri prima ricordati. Recentemente la cappella è stata restaurata.

Descrizione del sito:
La costruzione è semplice, in tema con il carattere rurale del contesto ambientale; si presenta con un disegno architettonico dalle linee gotiche molto pacate in perfetta coerenza con il persistere della tipologia romanica. Tracce di archetti romanici binati sull’esterno della navata centrale.
Sulla facciata esterna sono affrescate immagini che richiamano la fragilità della vita umana. Sempre esternamente alla chiesa, sulle due pareti laterali della navata principale, sono dipinte le immagini di sant’Apollonia, san Giobbe, santa Lucia e san Michele.
All’interno della cappella, a navata unica, si possono osservare, sulle pareti del piccolo presbiterio poligonale, le figure dei dodici apostoli sopra i quali campeggiano, nel catino absidale, al centro l’immagine del Cristo Pantocratore inserita in una mandorla con ai lati la Madonna in preghiera, san Grato e san Giovanni Battista.
Il soffitto a crociera, scandito da costoloni in muratura di mattoni intonacati e affrescati con motivi floreali e geometrici, è diviso in quattro vele che conservano gli affreschi raffiguranti i quattro Evangelisti mentre, seduti su scranni, scrivono il loro Vangelo. Nella cappella laterale di destra è conservato un affresco isolato che raffigura i santi Cosma e Damiano, i due fratelli medici che praticavano questa scienza senza alcun compenso.
La pittura parietale, oltre gli archi che delimitano il transetto, rappresenta nelle lunette il Compianto sul Cristo morto sulla parete di destra e l’Assunta su quella di sinistra. Questi ultimi affreschi denunciano nella rappresentazione pittorica l’uso della prospettiva e quindi sono da ritenersi opere del tardo periodo rinascimentale. Infatti la composizione pittorica del paesaggio è molto dettagliata e vi compaiono città, castelli e gruppi di figure con abiti dal disegno cinquecentesco. Su un arco è rappresentato lo stemma dei Conti di Piossasco, feudatari di Volvera: uno scudo con nove merli sormontato da un cappello vescovile con cordoni e fiocchi. L’antico stemma del Comune, che è costituito da uno scudo raffigurante una pianta di lauro su campo azzurro, si staglia sull’arco di fronte.
Nella cappella di destra sono visibili alcune tracce dell’affresco ottocentesco che raffigura l’immagine dell’Immacolata; nella cappella di sinistra la parete principale sopra l’altare è interamente occupata da una crocifissione e da un insieme di altre figure che rappresentano come il sacrificio di Cristo purifichi e salvi le anime del purgatorio e nella parete laterale è affrescata la figura di san Filippo Neri. L’intero ciclo di questi ultimi affreschi è stato realizzato nel corso dei restauri del 1859.

Informazioni:
Ufficio Tecnico del Comune, tel. 011 9857200 ; email: info@comune.volvera.to.it ATTUALMENTE CHIUSA PER RESTAURI

Links:
http://www.battagliadellamarsaglia.it/visitavol.htm

http://www.comune.volvera.to.it/turismo-e-sport/cosa-visitare/la-chiesa-di-s-giovanni-o-del-cimitero/

www.prolocovolvera.it

www.centrostudisilviopellico.it

Bibliografia:
Gonella L., La chiesa di San Giovanni Battista in Volvera: problemi di architettura e di decorazione: tesi di laurea relatore: Giovanni Romano, s.n. Università Studi Torino, Facoltà di Magistero, a.a. 1987-88

Fonti:
Notizie e fotografie dai siti sopra indicati.

Data compilazione scheda:
21/01/2008 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Villafranca Piemonte (TO) : Chiesa parrocchiale di Santo Stefano e torre di Cantogno

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Storia del sito:
Il primo accenno storico ad una chiesa dedicata a Santo Stefano risale al 1037, quando Landolfo, Vescovo di Torino, fondando la vicina Abbazia di Santa Maria a Cavour, donava a questa, tra l’altro, la Chiesa e le tre Cappelle esistenti nel Borgo Soave. Nella seconda metà del XII secolo, gli abitanti di Borgo Soave vennero in gran numero a stabilirsi nell’attuale Villafranca e prima loro cura fu di far sorgere una nuova Chiesa, che vollero dedicata al Protomartire. Gli abitanti che invece rimasero nel Borgo Soave si ricostruirono in seguito anch’essi una chiesa, che dedicarono a San Giovanni, dalla quale deriva l’attuale nell’omonima frazione.
La nuova Chiesa di Santo Stefano di Villafranca venne affidata ai monaci di San Benedetto dell’Abbazia di Cavour col titolo di “Priorato” e fu da tali monaci officiata fino al 1315, quando il priore don Ruffino di Bagnolo, sentendosi ormai vecchio e privo di monaci officianti, chiedeva di rinunziare alla Chiesa che rimetteva nelle mani del Vescovo di Torino. In tale modo si chiudeva il periodo Benedettino della Chiesa e incominciava il secondo periodo, nel quale la Parrocchia regolare (cioè tenuta da monaci) diveniva secolare (cioè tenuta da preti), alla diretta dipendenza del Vescovo di Torino. A questo secondo periodo, che durerà dal 1315 al 1530, fa riferimento il grande restauro e notevole ingrandimento della Chiesa stessa. Successivamente la parrocchia fu retta dai Padri Agostiniani (chiamati per un’epidemia di pestilenza) dal 1529 al 1802. Dal 1801, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi decisa da Napoleone, la parrocchia di S. Stefano ritornò secolare.

Descrizione dei siti:
Della PARROCCHIALE DI SANTO STEFANO è rimasto originale il bel CAMPANILE in cotto risalente al XIV secolo, con quattro ordini di bifore, pinnacoli ed una slanciata cuspide. Sulla facciata gotica, rimaneggiata successivamente, è inserito un bassorilievo, presumibilmente del XI secolo, che rappresenta l’ Agnello con la Croce. La chiesa conserva all’interno frammenti di affreschi gotici.

TORRE DEL CASTELLO IN FRAZIONE CANTOGNO.
Del Castello, una delle costruzioni più antiche di Villafranca risalente all’XI secolo, restano soltanto rovine. Sono ancora visibili l’arco del vecchio ponte levatoio e alcuni affreschi interni risalenti ai primi decenni del 1200, in precario stato di conservazione: le tre figure rappresentano il Crocifisso, San Pietro e San Paolo.

Informazioni:
La chiesa parrocchiale si trova nel centro storico di Villafranca. La torre è nella frazione di Cantogno.  Comune, tel. 011 9807107

Link:
http://www.comune.villafrancapiemonte.to.it/viewobj.asp?id=1354

Bibliografia:
BORLA G., Memorie storiche di Chiesa e Convento di S. Stefano in Villafranca Piemonte, Ed. a cura di Pietro Sandrino, s.d.
GRANDE S., Gli 800 anni della storia di Villafranca Piemonte, Paravia, Torino, 1995 (ristampa anastatica della 1° ed. Moretta, 1953)
AA.VV., Pittura a Villafranca Piemonte attraverso i secoli, Gribaudo Editore, Cavallermaggiore CN, 1992

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
20/01/2008 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Villafranca Piemonte (TO) : Castello di Marcheriù o Marcerù

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Storia del sito:
Marchierù viene indifferentemente indicato come Castello o Casaforte probabilmente perché in origine era una fortezza militare; le prime notizie risalgono al 1220, quando l’Abbazia Benedettina di S.ta Maria di Cavour ricevette una donazione intestata a Marzerutum o Marzarutum. L’etimologia del nome Marchierù potrebbe avere varie origini: la prima dal francese “macheron” (mucchio), oppure dal provenzale – piemontese “macaroun”, riferito ad un mucchio di macerie derivante da una distruzione barbara; oppure da “marca di confine”, considerando che si trovava proprio sul confine tra i possedimenti del Marchesato di Saluzzo e quelli dei Savoia – Acaia; oppure, più probabilmente, è riferito alla “marcita”, cioè i luoghi, qui una volta numerosissimi, dove veniva messa a macerare la canapa.
I primi signori di Marchierù dovrebbero essere stati i Signori di Barge, divisi in diverse famiglie, la più importante delle quali era quella degli Aicardi i cui discendenti nel 1251 vendettero diversi terreni a Tommaso II di Savoia; fra questi terreni c’erano anche quelli di Marchierù, ceduti per 700 libbre e 500 buoni segusini. Nel 1384 Marchierù passò dai Savoia alla famiglia Petitti attraverso Francesco Petitti, figlio di Beatricina, figlia di Filippo d’Acaia e rimase a tale famiglia fino al 1482. Nel 1583 Marchierù ritornò agli Acaia – Savoia nella persona di Filiberto Signore di Racconigi ed a sua sorella Claudia sposata Besso – Ferrero, Marchese di Masserano. Nel 1640 passò ai Conti Solaro di Macello e, più tardi e per successione, per metà ai Cacherano di Osasco, sotto i quali venne costituito in Commenda dal Sovrano Militare dell’Ordine di Malta, e per metà ai Filippi di Baldissero. Così rimase fino al 1800 quando Vittorio Ignazio Filippi di Baldissero riscattò anche l’altra metà dal cugino Cacherano di Osasco e ne diventò l’unico proprietario. Carlo Alberto Filippi di Baldissero, membro della Regia Accademia di Agricoltura di Torino, scrisse anche alcuni manuali sul lavoro agricolo e dette inizio ai lavori per la rete di irrigazione delle campagne circostanti; il figlio Enrico fece eseguire notevoli migliorie sotto il profilo architettonico. Il castello passò poi ad una delle sue figlie, sposata al Conte Vittorio Prunas Tola, ai cui discendenti ancora appartiene.
Sono noti gli ultimi interventi che hanno portato l’immagine del castello da una probabile architettura trecentesca all’odierna villa di campagna. Le opere di consolidamento (i contrafforti sulle pareti est e ovest) e i numerosi tiranti ben visibili sulle facciate risalirebbero al 1808 quando, in seguito ad un forte terremoto che interessò il territorio villafranchese, s’intervenne, probabilmente, anche abbattendo un ulteriore piano delle torri poste sul lato Nord. Le arcate, presenti sulla parete est del sottotetto, risalgono al 1933 quando, il cambiamento delle destinazioni d’uso delle camere adiacenti, richiese la trasformazione della parete priva di finestre poiché il locale limitrofo era utilizzato come deposito. Un altro intervento eseguito nel 1972 fu l’installazione di un ascensore inserito in un ampliamento mimetico della torre situata sul lato Ovest. In questo modo, l’accesso all’ascensore, è stato garantito tramite il garage presente nel cascinale ovviando ai problemi di livello con un innesto che salvaguarda le facciate.
Per quanto riguarda il cascinale, non vi sono tracce sui documenti; le tipologie presenti assicurano una certa continuità del complesso architettonico del quale, nel 1958, venne prolungata la manica Ovest. Un’aggiunta più recente è il garage situato sul lato destro del fronte Nord.

Descrizione del sito:
L’edificio, in ottimo stato di conservazione, è in mattoni; la parte più bassa sulla facciata anteriore è un’aggiunta successiva al nucleo antico, il cui coronamento con merli a coda di rondine e archetti si nota sulle parete dell’ultimo piano, una soprelevazione più tarda. Alcune finestre, in parte tamponate, con apertura a tutto sesto e decorazione a fasce bicolori ornano le facciate.

Informazioni:
In frazione San Giovanni, a poca distanza dalla Cappella di Missione, di proprietà privata. Comune, tel. 011 9807107

Link:
http://www.comune.villafrancapiemonte.to.it/

Fonti:
Notizie e fotografie tratte nel 2008 dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
20/01/2008 – aggiorn. febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Villafranca Piemonte (TO) : Cappella di Missione

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Storia del sito:
La cappella di Missione è la chiesa più antica di Villafranca Piemonte, sorge sul luogo di una cappella già esistente nel 1037, quando venne donata dal vescovo di Torino Landolfo all’abbazia di Santa Maria di Cavour che la restituì nel 1315 e da allora rimase alla comunità. Il nome di Missione compare in documenti del XIII secolo come toponimo, forse preromano, ma di oscuro significato. Di essa si hanno infatti notizie già in un documento del 1037, ma alla fine del Trecento è stata ricostruita ex novo e arricchita di pregevoli AFFRESCHI, sia all’interno che all’esterno Gli affreschi interni, databili intorno al 1430, sono in gran parte attribuiti all’opera di Aimone Duce (Dux Aimo).
Nel 1702 la cappella è stata nuovamente modificata, senza rispettarne i caratteri originari, ed è stato aggiunto un campanile. Notevoli lavori di risanamento delle murature e poi di restauro degli affreschi sono stati eseguiti dal 1998 al 2001.

Descrizione del sito:
La costruzione ha una facciata triangolare piuttosto rustica. All’esterno la facciata è interamente intonacata. È possibile che in origine la superficie fosse a mattoni a vista come le pareti laterali e infatti l’intonaco si va a sovrapporre all’affresco. Si tratta di una scena raffigurante l’Annunciazione, che sovrasta la porta d’ingresso, e di due Santi (ormai scomparsi) di cui uno è probabilmente San Rocco collocati a sinistra e destra della porta. Per questo dipinto si è ipotizzata la data del 1530 e l’attribuzione a Jacobino (Giacobino) Long. Una gigantesca figura di San Cristoforo (ormai appena visibile) si trova sulla parete sud dell’edificio e frammenti di decorazione a motivi geometrici sono attorno alla finestra e sotto lo spiovente del tetto.
La chiesa all’interno è a navata unica, divisa in due campate: nella prima le pareti e la volta, in origine, non erano decorate ma rifinite con un intonaco bianco, nella seconda invece tutte le superfici sono state dipinte.
Il ciclo di affreschi di Aimone Duce occupa la parete di fondo ed è composto da due scene: una annunciazione sovrastante ed una deposizione, o meglio un compianto sul Cristo morto, nella scena inferiore.
La lunetta della parete di sinistra è occupata dalla raffinata rappresentazione della processione delle virtù e dei vizi impersonati da figure femminili che sono intente all’attività che le caratterizza e sono (i vizi) diretti alla bocca dell’inferno (rappresentato da un grande pesce nella bocca del quale si intravedono i dannati) cavalcando animali che sono essi stessi simboli del peccato descritto e sospinte e accompagnate da demoni mostruosi.
Tutta la fascia bassa dell’affresco è occupato da una serie di dodici santi che sono (da destra a sinistra): San Michele Arcangelo, Sant’Andrea Apostolo, San Bernardo, Sant’Antonio Abate, San Costanzo, La Beata Margherita di Lovanio (?), San Chiaffredo, San Claudio Vescovo di Besançon, il Martirio di San Sebastiano, Santa Caterina, San Valeriano, San Giovanni Battista.
La lunetta di destra è occupata dalla scena in cui il committente è presentato alla vergine (con il Bambino in braccio) da San Giulio Vescovo suo protettore. A destra della Vergine vi è una figura di Santo militare non identificabile.
La restante parte dell’opera, della quale non si conosce l’autore ma solo il committente che ha lasciato il suo nome nel cartiglio (Giulio de Giuli), occupa la volta con la raffigurazione dei VILLAFR MISSIONE PIANTINA

Descrizione dei ritrovamenti:
Durante i lavori di risanamento, nella seconda campata, ad una profondità di circa cm 70 sono venuti alla luce i resti di un’ abside semicircolare che potrebbe essere dell’edifico menzionato nel 1037; frammenti di materiali da costruzione di epoca romana e sepolture terragne medievali.

 

Informazioni:
In frazione San Giovanni, località Graneri, in aperta campagna, vicino a un corso d’acqua.  Comune di Villafranca Piemonte, telefono 011.9807107, e-mail: info@comune.villafrancapiemonte.to.it

Link:
http://www.comune.villafrancapiemonte.to.it/viewobj.asp?id=1366

http://it.wikipedia.org/wiki/Cappella_di_Missione

Fonti:
Le notizie sono state tratte dal sito del Comune sopra citato. Immagini dal sito del Comune e da wikimedia. Piantina da scheda reperita in loco.

Data compilazione scheda:
01/09/2006 – aggiornament 2008 e  febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Vigone (TO) : Chiesa di Santa Maria De Hortis

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Storia del sito:
La cappella risale all’anno Mille e poi verosimilmente fu ricostruita e affrescata nel XIV secolo grazie all’interessamento di molte famiglie legate al ramo dei Savoia-Acaia. Gli affreschi sono rimasti occultati almeno dall’Ottocento, ma quasi certamente prima vennero imbiancati e maldestramente ricoperti di calce, usata come disinfettante durante la peste del Seicento. Recentemente sono stati scoperti grazie all’intervento di un’associazione di volontari e accuratamente restaurati a cura della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici del Piemonte

Descrizione del sito:
L’edificio è una cappella a navata unica. Ogni affresco ha uno o più stemmi della famiglia che lo ha commissionato. Sono stati individuate due famiglie e due pittori. Sulla parete destra del presbiterio sono emersi due cicli di affreschi. Il primo dei quali si estende anche sulla volta e rappresenta la morte e la glorificazione della Vergine; a sinistra di questo dipinto è invece raffigurata una crocifissione, in cui figurano, da sinistra, un santo monaco, la Vergine, Gesù e san Giovanni Evangelista. Alla sinistra del presbiterio è raffigurato san Bartolomeo scuoiato, che porta la sua pelle su un bastone; sulla volta, infine, appaiono i quattro evangelisti rappresentati come nell’iconografia canonica, seduti sui troni e con i loro simboli: san Matteo con l’angelo, san Luca con il bue, san Marco con il leone e san Giovanni con l’aquila. Per la sua datazione, il gruppo che raffigura la morte e la glorificazione della Vergine è senz’altro il più interessante. Si vede l’angelo che porta in cielo l’anima della Madonna, raffigurata come una bambina ravvolta in un lenzuolo, poi Gesù che la benedice e l’angelo che le porge la corona. In basso a destra i due committenti protetti da una santa, che potrebbe essere santa Caterina d’Alessandria. A sinistra nella cornice troviamo lo stemma dello sposo (forse la famiglia Opezzi, tra i più importanti feudatari di Vigone). I caratteri stilistici, come il sorriso stereotipato delle figure, tipico del gotico d’Oltralpe, identificano l’artista come un pittore di cultura transalpina, mentre alcuni dettagli di moda, come il taglio delle vesti, fanno collocare l’affresco nell’ultimo quarto del Trecento. L’altro pittore individuato (autore del san Bartolomeo e della Crocefissione risalenti alla fine del XIV secolo) è di area lombarda, probabilmente un artista che lavorava alla corte viscontea. A lato del san Bartolomeo si individua lo stemma (due sbarre oblique su fondo oro) della nobile famiglia dei Della Riva. Gli affreschi sono di altissima qualità come attestano molti dettagli tecnici, quali la ricchezza cromatica e le aureole punzonate, nelle quali venivano incastonate delle foglie d’oro e d’argento, andate purtroppo perse.

Informazioni:
Raggiungibile da V. Santa Maria, 35  .  Comune di Vigone 011 9804269 ; Associazione “Amici della Biblioteca Luisia” tel. 011 9801243 – email: biblioteca.@comune.vigone.to.it

Link:
http://www.comune.vigone.to.it/viewobj.asp?id=2598

Bibliografia:
B.DOLZA, Tornano gli angeli nel cielo di Vigone, in Pagine del Piemonte n.12, dicembre 2000, pp.25-27
— Vigone – Affreschi in Santa Maria de Hortis, 2003

Fonti:
Immagini dal sito del Comune e dall’archivio GAT.

Data compilazione scheda:
17 luglio 2004 – aggiorn. febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – Gruppo Archeologico Torinese

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Torre Pellice (TO) : Museo storico Valdese

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Storia del Museo:
Il museo di Torre Pellice è il capofila dell’intero Sistema museale eco-storico delle Valli valdesi che comprende una decina di musei e alcuni luoghi simbolo della storia valdese. Nel 1889, in occasione delle celebrazioni del bicentenario del “Glorioso Rimpatrio” dei valdesi dall’esilio svizzero, fu inaugurato il Musée Vaudoise, destinato alla conservazione del patrimonio e della memoria culturale valdese, sistemato originariamente negli ampi locali al secondo piano della Casa Valdese che ospita l’aula sinodale e gli uffici della Tavola Valdese. Quattro anni più tardi la gestione del Museo fu affidata alla Société d’Histoire Vaudoise. Nel 1939 in occasione del 250° anniversario del Rimpatrio il Museo venne trasferito in uno stabile di proprietà della Tavola valdese. Seguono nel corso degli anni numerosi ampliamenti e ristrutturazioni, fino al 1989, quando, nel III centenario del “Rimpatrio” la Società di Studi Valdesi e la Tavola valdese diedero vita alla Fondazione Centro Culturale Valdese con lo scopo di conservare e gestire in modo unitario il patrimonio bibliotecario, archivistico e museale valdese.
Il Museo fu trasferito nell’attuale sede dell’ex convitto valdese costruito nel 1922 e che alla fine degli anni Settanta aveva cessato la sua attività.

Descrizione delle collezioni:
Il museo è suddiviso in una parte storica, che presenta la storia dei valdesi a partire dalle origini (1170 circa) ai giorni nostri, e una etnografica, in cui sono ricostruiti ambienti tipici della vita quotidiana della fine del 1800 nelle valli valdesi.
Il Museo conserva alcuni reperti archeologici ritrovati nella zona dalla fine dell’Ottocento: una lama in selce, tre asce neolitiche in pietra, un ciottolo-pendaglio, una collana, una piccola stele da Miandassa di Villar Perosa con una figura antropomorfa dalla testa semicircolare e il corpo romboidale, di probabile età neolitica.
Nel Museo è esposta la collezione, donata nel 1995 dal marchese Ippolito, di oltre 200 reperti archeologici provenienti dall’area mediterranea: ceramiche greche a figure rose e nere (VI-III sec a. C.); vasi dipinti di produzione romana e italica, bronzi e oreficerie, statuette e scarabei dell’antico Egitto e reperti del Vicino Oriente; un piccolo numero di reperti precolombiani e oggetti di epoca medievale.

Informazioni:
Tel. 0121 932179; e-mail: il.barba@fondazionevaldese.org

Links:
http://www.fondazionevaldese.org

Bibliografia:
MANDOLESI A, Paesaggi archeologici del Piemonte e della Valle d’Aosta, Antichità e arti Subalpine e Fondazione CRT, Torino, 2007

Fonti:
Notizie e fotografia tratte dal sito sopra indicato.

Data compilazione scheda:
27/06/2007 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A. Torinese

San Germano Chisone (TO) : “Peira Eicrita”

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Storia del sito:
Il nome significa “pietra scheggiata” e fu scoperta intorno al 1920.

Descrizione del sito:
La roccia è un gneiss con delle inclusioni di quarzite ed ha una superficie istoriata di circa 130 x 75 cm.
Le incisioni sono organizzate come una composizione. Al centro vi è un reticolo quadrato circondato da simboli solari (cerchio con un punto centrale) legati a segni oculiformi e, lateralmente, un antropomorfo con le braccia alzate. Un simbolo a svastica è perfettamente orientato secondo i punti cardinali e molte piccole coppelle completano l’opera.
Studi del 1998 hanno accertato un allineamento di alcuni segni con il sorgere del sole nel solstizio invernale; si è così ipotizzato che la pietra fosse un osservatorio astronomico, databile all’Età del Bronzo finale.

Informazioni:
Sul versante della Comba Farina. Superata la Scuola Elementare si imbocca sulla destra una strada comunale e si segue l’indicazione Sibourna. Oltrepassate le borgate Verdura e Sibourna si continua in direzione Campasso dove termina la carrozzabile e si prosegue per la mulattiera per altri 500 metri. Comune, tel. 0121 58601

Links:
http://www.cesmap.it/cesmap/scavi_pinerolesi/peira.htm

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dal sito sopra indicato.

Data compilazione scheda:
26/06/2007 – aggiorn. maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Roure (TO) : Riparo di Balm’ Chanto

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Storia del sito:
Nel territorio del comune di Roure, chiamato dal 1939 al 1975 Roreto Chisone, si trova il riparo di Balm’ Chanto che risulta frequentato in tre epoche ben distinte: nell’Epigravettiano finale, nell’Età del Rame finale ed in epoca Protostorica. Veniva evidentemente utilizzato nella bella stagione per attività di pastorizia e di caccia e doveva servire anche come punto d’appoggio per lo sfruttamento delle fasce montane superiori. L’agricoltura, che non doveva peraltro essere praticata in situ, è provata dal ritrovamento di chicchi carbonizzati di orzo e frumento; ma l’attività prevalentemente documentata è quella pastorale, attestata dai resti faunistici caprovini; i resti di fauna selvatica testimoniano l’importanza ancora notevole della caccia. Per quanto riguarda l’attività pastorale è probabile che si trattasse di una transumanza estiva su scala ridotta, fra valle versante e pascoli elevati.

Descrizione del sito:
Scoperto nel 1978 da Franco Bronzat, collaboratore del CeSMAP. Gli scavi iniziarono nel 1981 e proseguirono per i due anni successivi. Situato a quota 1.400 metri, il riparo sotto roccia di Balm’ Chanto ha fornito indizi di frequentazione umana sin dall’epoca glaciale (14.000 anni fa), ma il periodo di più intensa frequentazione preistorica è collocabile nell’Eneolitico (2100 a.C. secondo i dati della datazione al radiocarbonio C14).

Descrizione dei ritrovamenti:
Il complesso dei materiali venuti alla luce nel corso degli scavi comprende ceramica, utensili di selce scheggiata, pietra verde levigata, ossa e corno. Oltre ai più di 3.000 reperti in ceramica, una particolare importanza rivestono gli utensili litici, in selce e non.

Informazioni:
Dall’abitato di Villaretto si sale verso la borgata Seleiraut, superate le case di Champ dâ Fill si prosegue fino al secondo tornante, si lascia l’auto e si prosegue lungo una traccia di sentiero sulla sinistra che percorre una cengia rocciosa fino a raggiungere il sito, a quota 1400 m. Oppure appena sotto l’abitato di Seleiraut, dal vero e proprio terrazzo morfologico denominato Belregard si scende verso il riparo che costituisce il sito. La mappa indica la posizione del Comune.

Links:
http://www.cesmap.it/cesmap/scavi_pinerolesi/balm.htm

http://www.parchialpicozie.it/page/displayItem/50

Bibliografia:
NISBET R.; SEGLIE D., Balm Chanto, archeologia in Val Chisone, Centro studi d’arte preistorica, Pinerolo 1983
NISBET R.; BIAGI P., Balm’ Chanto: un riparo sottoroccia dell’età del rame nelle Alpi Cozie, New Press, 1987
MERCANDO L. (a cura di), Archeologia in Piemonte, Allemandi Editore, 1998

Fonti:
Fotografia dal sito del CesMap.

Data compilazione scheda:
25 settembre 2003 – aggiornamento maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Federico Vigo – Gruppo Archeologico Torinese

Roletto (TO) : Chiesa della Natività di Maria Vergine

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Storia del sito:
Il primo documento che cita Roletto, indicato come Rovereto, è del 1096 ed è un elenco di donazioni a favore di Santa Maria di Pinerolo. Risulta appartenere alla contea di Frossasco fino al 1721 e ha seguìto sempre da vicino le vicende storiche della città di Pinerolo. Il centro storico è caratterizzato dalla Chiesa Parrocchiale della Natività di Maria Vergine, opera di particolare interesse artistico poiché al suo interno si conservano un ciclo di AFFRESCHI degli inizi del XV secolo che raccontano le Storie di Maria. Non è noto per quale motivo la chiesa intitolata a Santa Maria Assunta in Cielo, venne poi dedicata alla Natività di Maria Vergine.
Non si hanno notizie certe sull’origine della chiesa (storici locali la farebbero risalire ad una cappella dell’880); sicuramente nel 1386 esisteva un tempio intitolato a Santa Maria di Roreto. La chiesa fu un antico patronato dei conti Montbel di Frossasco (lo stemma dei quali è riscontrabile in numerosi dipinti).
L’edificio fu sottoposto a massicci interventi realizzati tra i XIX ed il XX secolo e conclusi nel 1905; nel 1886 fu riparato e intonacato il campanile (presumibilmente anche innalzato, in quanto sulla parete della casa parrocchiale vi è una meridiana, la quale non riceve più la luce del sole perché coperta dal campanile); nel 1892 fu rifatto il pavimento del presbiterio in graniglia; nel 1896 fu ampliata la chiesa di mq 72 portando in avanti la facciata e costruendo la sacrestia nuova (quell’antica si trova in una piccola stanzetta in fronte al campanile). La Chiesa fu restaurata nel 2003.

Descrizione del sito:
La facciata ottocentesca presenta un coronamento ad archetti, un portale centrale, tre rosoni e una torre campanaria. L’interno è a tre navate con alle pareti tele settecentesche e dipinti del 1905.
L’abside, bassa e rettangolare, ha volta a crociera adorna di AFFRESCHI del XV secolo che raffigurano le Storie della Vergine e rappresentano la Natività, la Purificazione, l’Assunzione e l’Incoronazione di Maria. L’affresco della nascita di Maria Vergine è curioso: un medico o più probabilmente san Gioacchino, che dovrebbe stare dall’altra parte del letto, se ne esce invece ingenuamente ed impossibilmente dalla metà di questo per porgere dei dolci o una medicina a ant’Anna; mentre in primo piano la nutrice si prende cura della neonata. Gli affreschi sono bordati da una fascia a foglie verdi su fondo rosso. Il resto del coro presenta una decorazione tardo-ottocentesca, per la realizzazione della quale l’autore si ispirò probabilmente a motivi originari oggi non più visibili.
Gli affreschi sono una importante testimonianza del tardo-gotico piemontese, pur non essendo noto il nome dell’autore. Alcuni studiosi lo hanno identificato in Giovanni Franzini (un pittore pinerolese attivo nei primi anni del 1400), ma tale ipotesi non è mai stata confermata. Secondo Giovanna Galante-Garrone, “il linguaggio di questi affreschi è senza dubbio fortemente (e precocemente) jaqueriano” e il loro autore “appare strettamente collegato con quello degli affreschi del Castello della Manta”.

Un altro pregevole affresco di epoca tardo-gotica – forse dello stesso autore – raffigurante l’Annunciazione, si trova all’interno della CAPPELLA DI SAN GRATO (detta anche Cappella dei Danesi), situata sulla collina verso Costagrande.

Informazioni:
Parrocchia, tel. 0121 542418


Links:

http://www.comune.roletto.to.it/?p=15

Fonti:
Fotografia in alto dal sito  http://www.vecchiopiemonte.it/regione/provincia/torino/roletto/fotografia%20001.htm; foto in basso da http://www.stpauls.it/vita/1305vp/editoriale.htm

Data compilazione scheda:
08/07/2007 -aggiornamento maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Pramollo (TO) : Roccio Veglio (Roccho Vélho)

 

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Storia del sito:
Il monolito è alto oltre 5 m sul piano di campagna ed è noto con il toponimo di “Roccio Veglio” che significa “la vecchia roccia”. Il masso è costituito da gneiss con inclusioni di quarzite. La parte sommitale del roccione forma una piattaforma pianeggiante con buona visibilità fino alla pianura pinerolese che si apre allo sbocco della Val Chisone. Gli altri lati della rupe sono a strapiombo dalla sommità al terreno. Il lato Sud digrada verso la valle formando una sorta di piano inclinato roccioso su cui si trova una zona levigata: si tratta di uno “scivolo” usato ancora in tempi recenti dalla popolazione locale a scopo propiziatorio, terapeutico-profilattico e per vincere la sterilità. Il cerimoniale è ampiamente attestato.

Descrizione del sito:
Le incisioni di Roccio Veglio sono raggruppate sulla tavola sommitaria dei monumento, pianeggiante ed alquanto levigata, su una superficie lunga 170 cm e larga 90 cm. Esse occupano quindi un’area allungata e l’asse maggiore attorno al quale sono distribuite le istoriazioni è orientato Est-Ovest.
Sulla superficie rocciosa sono scolpiti 116 segni: oltre cento sono coppelle emisferiche mediamente profonde 1,5 cm e con un diametro di 3-4 cm, quindi un cerchio di cui è incisa la circonferenza e due diametri perpendicolari tra loro ed intersecanti otto coppelle (tipo “ruota solare a raggi interni”) un segno cruciforme isolato ed aderente ad una coppella, un segno cruciforme doppio (tipo “a salamandra”), alcuni segni indefiniti.
Si notano tre categorie di coppelle: con diametro medio di 3 cm, con diametro medio di 6 cm e coppelle gemellate, doppie. Il “simbolo solare”, 18 cm di diametro, è situato sull’estremità dell’asse longitudinale della composizione in direzione Est.
Sull’opposta direzione Ovest dell’asse maggiore dei monumento si trova una spirale, formazione di coppelle che si sviluppa con movimento antiorario partendo da una coppella centrale più grande. Tra questi due simboli sono collocate schiere di coppelle che con un movimento leggermente sinuoso seguono l’asse EM congiungendoli. Le coppelle appaiono variamente raggruppate con qualche intenzionalità, anche se difficile da stabilire. Si può rilevare una certa tendenza a disporsi su linee curve con la convessità rivolta ad Est, e la presenza di due formazioni intermedie ammassate in forma subcircolare. Il segno cruciforme e quello “a salamandra” si collocano in posizione marginale rispetto all’area di maggiore addensamento: la loro localizzazione è vicina alla zona di accesso alla tavola sommitaria attraverso lo “scivolo”.

ALTRE ROCCE che affiorano nei prati e nei boschi che si estendono nella zona di Roccio Veglio sono sovente segnate dalle incisioni; due sono le più significative. La prima roccia, piuttosto limitata, quanto a dimensioni (2×1 m), affiora di pochissimo dal terreno e presenta un gruppo di incisioni che ne interessano la parte prominente sviluppandosi in senso longitudinale: esse consistono in brevi canaletti, in coppelle e simboli cruciformi. L’elemento più interessante sono 4 simboli cruciformi legati tra di loro a formare quasi una catena; rappresentazione probabile di una cerimonia di carattere sacrale.

Più a valle trovasi la ROCCIA DI “SARET ‘DLE LOSE”, toponimo che sta ad indicare come la località fosse fino a poco tempo fa una cava di pietre (lose). Il tipo di incisione dominante è rappresentato dal simbolo cruciforme che in alcuni casi assume un carattere più spiccatamente antropomorfo o per l’aggiunta di qualche elemento estraneo all’impianto di base o per il movimento che anima la figura. Due di questi cruciformi recano sul “capo” una corona di 3 coppelline. Nella parte alta della piccola roccia vi sono 11 coppelline disposte con un allineamento ed un andamento orizzontale ben precisi.

Informazioni:
Il monolito si eleva isolato sulla destra orografica della Val Risagliardo, solco vallivo laterale della Val Chisone, ad una quota di 1500 m al centro di una grande prateria in declivio di fronte al Roccio Clapier (vedi scheda). Comune, tel. 0121 58619

Links:
http://www.cesmap.it/cesmap/scavi_pinerolesi/vegli.htm

http://www.cesmap.it/cesmap/scavi_pinerolesi/vegli2.htm

QuaderniSoprintendenza ArcheologicaPiemonte-29-2014
Bibliografia:
MANDOLESI A, Paesaggi archeologici del Piemonte e della Valle d’Aosta, Antichità e arti Subalpine e Fondazione CRT, Torino, 2007(e relativa bibliografia)

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dal sito www.cesmap.it.

Data compilazione scheda:
03/07/2007 – aggiornam. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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