Valle di Susa

Villar Dora (TO) : Torre del colle

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Storia del sito:
Vedi scheda sul “Castello” di Villar Dora.
La TORRE DEL COLLE è stata edificata alla fine del XIII secolo per proteggere il nuovo insediamento in località Molare del Ponte (Villardora), voluto dal conte di Savoia. La formazione di questo insediamento fu dovuto alla necessità di creare un attraversamento della Dora. Ai piedi della Torre sorgeva la chiesetta romanica di San Lorenzo, ormai scomparsa.

Descrizione del sito:
La suggestiva torre, una delle costruzioni valsusine meglio conservate, si erge isolata.
Ha pianta circolare, strette feritoie e una decorazione sommitale di quattro fasce degradanti. La torre termina con merli dritti.

Informazioni:
Comune, tel. 0119350231

Link:
http://it.wikipedia.org/wiki/Torre_del_Colle_(Villar_Dora)

Bibliografia:
AA.VV., I castelli della bassa valle di Susa tra IX e XV secolo: S. Mauro di Almese, Villardora, Avigliana, S. Ambrogio, Caprie [coordinamento del progetto e revisione dei testi Paolo Denicolai, Ugo Gherner, Piero Del Vecchio], Editrice Morra, Condove, TO, 1998
F. Antonielli d’Oulx, L. Chiariglione, M. Franchino, P. Scarzella, A. Viarengo (Gruppo Culturale Villardorese), Villar Dora. Contributi per una storia, Melli, Susa 1989

Fonti:
Foto da wikipedia

Data compilazione scheda:
2/10/2006 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

Villar Dora (TO) : Castello

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Storia del sito:
Di origini romane, Villar Dora è l’antica “Villar Almese” cresciuta ai piedi della Rocca Sella nel triangolo tra la Dora e il torrente Messa. Il paese, sormontato dalla cappella collinare di San Pancrazio con i suoi affreschi quattrocenteschi e dalla medievale Torre del Colle, cambiò il proprio nome in Villar Dora soltanto nel 1885, quindi nel 1928 fu declassato a semplice frazione di Almese per poi riacquistare la propria autonomia municipale nel 1956.
CASTELLO DI VILLAR DORA
I primi documenti in cui è citato il Castello risalgono al 1287 e lo descrivono come formato da tre edifici distinti, ognuno abitato da una diversa famiglia feudale, titolare di un terzo del feudo, i signori Mont Vernier, Thouvet e Aiguebelle. Nel XIV secolo i Savoia affidarono il complesso alla famiglia Provana, che lo ristrutturò trasformandolo da costruzione difensiva a dimora signorile in stile gotico. Nel XVII secolo il Castello fu nuovamente oggetto di modifiche, che gli diedero la sua forma attuale; in parte fu anche danneggiato da un incendio durante la campagna del maresciallo Catinat per la presa di Avigliana (1691).
Il castello è passato dai Provana agli attuali proprietari, i conti Antonielli d’Oulx, che hanno provveduto recentemente a un restauro che ha riportato l’edificio agli antichi splendori.

Descrizione del sito:
IL CASTELLO é costruito in mattoni, ha un’ala con merlature a coda di rondine, invece in un’altra ala le merlature sono state tamponate. Il castello ha finestre bifore ornate da una cornice in cotto.
Ai restauri quattrocenteschi della famiglia Provana è da attribuirsi anche la costruzione della torre tonda e merlata, con monofore, nella cui parte terminale erano situati 15 bacini ornamentali di ceramica (oggi ne rimangono solo più 8).

Informazioni:
Il castello è di proprietà privata.  Comune, tel. 011 9350231

Links:
http://www.comune.villardora.to.it

http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Villar_Dora

Bibliografia:
AA.VV., I castelli della bassa valle di Susa tra IX e XV secolo: S.Mauro di Almese, Villardora, Avigliana, S. Ambrogio, Caprie, [coordinamento del progetto e revisione dei testi Paolo Denicolai, Ugo Gherner, Piero Del Vecchio], Editrice Morra, Condove, TO, 1998
F. Antonielli d’Oulx, L. Chiariglione, M. Franchino, P. Scarzella, A. Viarengo (Gruppo Culturale Villardorese), Villar Dora. Contributi per una storia, Melli, Susa 1989.

Fonti:
Fotografia in alto da http://www.cmvss.it/c_villardora.asp
Foto in basso da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Villar_Dora-Castello.jpg

Data compilazione scheda:
2/10/2006 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Villar Dora (TO) : Cappella di San Pancrazio

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Storia del sito:
La cappella fu edificata su un basso colle, al limitare dei boschi di castagni, là dove comincia la brughiera e lo sperone del monte la Seia degrada verso la Dora. Il colle segna il confine tra i paesi di Villar Dora e Novaretto.
In origine vi era un pilone votivo a pianta quadrata, ingrandito successivamente con l’aggiunta di un secondo ambiente e affrescato nel XV secolo. La cappella, nella parte dell’abside, risale probabilmente al secolo XI; l’ampliamento è del XV-XVI.

Descrizione del sito:
L’aspetto esterno della cappella è molto semplice, intonacata, con tetto a capriata. In questa cappella il 12 maggio la comunità di Villar Dora festeggia san Pancrazio martire, il cui culto è molto antico in paese.
Gli affreschi che adornano l’interno dell’edificio, risalenti probabilmente alla prima metà del 1400, raffigurano nella parte absidale la Madonna seduta su uno scranno con un garofano in mano e il Bambino in braccio, circondata da due santi: Pancrazio con la palma del martirio e Giovanni Evangelista. Sui muri laterali sono dipinti altri santi: un vescovo (forse san Giovanni Vincenzo, l’eremita della vicina Celle di Caprie, già vescovo di Ravenna) e san Bernardino.

Informazioni:
Comune, tel. 0119350231

 

Links:
http://www.comune.villardora.to.it

http://www.parrocchiavillardora.org/old/storia/pancrazio.htm

Fonti:
Notizie dai siti sopracitati. Immagine in alto dal sito del Comune; in basso dal sito al n° 2.

Data compilazione scheda:
3/10/2006 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Villarbasse (TO) : Torrazzo o torrione

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Storia del sito:
La costruzione è gia citata in atti pubblici del 1277.
Fu costruita dai Pertusio di Avigliana che avevano ottenuto il feudo di Villarbasse dai conti di Savoia. Nel Trecento il feudo passa a Giacomo d’Acaja, signore del Piemonte, il quale ne scambia la proprietà con il fratello Tomaso, vescovo di Torino. Il Torrione (Torrazzo) e i terreni circostanti diventano così feudo dei Vescovi di Torino, rimanendo estranei alle successive vicende sabaude. Tra il 1390 ed il 1400, mentre risiede a Villarbasse il vescovo Giovanni di Rivalta, il Torrione viene ristrutturato e rialzato di un piano. Tra il 1420 ed il 1438 viene costruito accanto alla torre  un “palazzo nuovo”, più comodo e moderno, che è tuttora l’abitazione degli attuali proprietari; da allora il Torrione non fu più abitato stabilmente. Documenti d’archivio del 1439 registrano che Ludovico Romagnano (il vescovo di Torino ai tempi del miracolo del SS. Sacramento, del 6 giugno 1453) cede il Torrione ad Amedeo di Chignin. Nel 1542 l’arcivescovo Innocenzo Cibo investe Giovanni Avogadro del Bosco con il titolo signorile “del Torrione”. Nel 1572 il Torrione passa dagli Avogadro a Giovanni Angelo Porporato de’ conti di Luserna.
Nel corso dell’Ottocento il Torrione è oggetto di diversi passaggi di proprietà, fino a quando, nel 1871, viene acquistato da Giuseppe Durando, ai cui discendenti appartiene ancora oggi.

Descrizione del sito:
Il Torrazzo è una torre medievale magnificamente conservata. Ha pianta rettangolare e muri con spessore di due metri alla base: nato con evidenti funzioni difensive per i signori e possibile rifugio per la popolazione locale. È costruito in pietra grezza e ciottoli di fiume disposti in parte senza schema e in parte a spina di pesce. In origine era alto 12,5 m. e dotato di merli guelfi. Vi si accedeva tramite un ponte mobile in legno (quello attuale è in muratura, ma poggia su pilastri originali) che superava il fossato tuttora esistente. Nella ristrutturazione vescovile di inizio XV secolo il’edificio viene sopraelevato di un piano, riempiendo con pietrame la merlatura precedente (di cui sono visibili tracce) e costruendo il resto in laterizio, materiale che meglio si addice ad un edificio di rappresentanza. Vengono anche costruiti i belfredi e le cornici delle finestre. La nuova merlatura è “a penna” di tipo ghibellino. Il terrazzo era dotato di un camminamento di ronda articolato su tutto il perimetro della costruzione. A metà del XV secolo il Chignin provvede alla copertura con un tetto, che sarà rimosso solo nel 1974, ridando al Torrione l’aspetto originario.
La ristrutturazione di metà XVI secolo riguarda principalmente la ridisposizione degli ambienti interni e l’intonaco delle pareti che purtroppo copre decorazioni ed affreschi precedenti; la scala in legno viene rifatta in muratura, e risale probabilmente a quel periodo il soffitto del piano terreno, in legno a cassettone.
Tra gli elementi di interesse sulle facciate rimangono: un quadrante solare per la lettura delle ore mattutine situato sopra il portale di ingresso e una meridiana per la lettura delle ore pomeridiane, naturalmente orientata a mezzogiorno.

Sono stati eseguiti rilievi da parte della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino (autori Carlo Fenoglio, Claudio Gerenzani e Francesco Ghironi, nell’ambito del Laboratorio di Restauro Architettonico tenuto dalla Prof.ssa Carla Bartolozzi).

Informazioni:
Il Torrione o Torrazzo  è di proprietà privata e si può ammirare esternamente salendo dal vicolo Barbera, non lontano dalla piazza del Municipio;  email: f.pennaroli@torrione.net

Link:
http://www.torrione.net/ita/start.html

http://www.comune.villarbasse.to.it/Home/Guidaalpaese/tabid/23187/Default.aspx?IDDettaglio=9403

Bibliografia:
Virginia Gozzi Brayda-Luciano Tamburini, “Palazzi e Case di Villarbasse”, Pro-loco Villarbasse 1994

Fonti:
Notizie dai sitio, dai testi sopracitati e dall’Archivio di Stato.
Fotografie dal sito http://www.torrione.net

Data compilazione scheda:
15/11/2006 -aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Livio Lambarelli – G. A. Torinese

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Villar Focchiardo (TO) : Riparo preistorico

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Descrizione del sito:
Nella campagna di scavo del 1984, il dott. Aureliano Bertone, con la collaborazione del Gruppo Archeologico Torinese, effettuò uno scavo su un’area di dimensioni ridotte ma che produsse risultati importanti per quanto riguarda la ricostruzione degli insediamenti preistorici nella bassa Valle di Susa. Situato su una rupe che sporge per circa 50 metri sul conoide di deiezione sul quale si è sviluppato l’attuale Villar Focchiardo, il sito s’inserisce in una strategia di insediamento già riscontrata nell’area ligure durante l’età del bronzo medio tardo dove la posizione arroccata sembra essere stata dettata da esigenze economiche più che militari

Descrizione dei ritrovamenti:
Vennero alla luce oltre 6000 frammenti fittili sui quali è stata condotta un’analisi strutturale e morfologica.
Tra gli oggetti più interessanti si segnala una tazza carenata che presenta il bordo piatto estroflesso ed il fondo piatto ombelicato. La decorazione di questa tazza procede a partire dalla base del ventre con due file parallele di coppelline separate da due ampie scanalature, e prosegue con due fasci di segmenti incisi a zig-zag, uno sul ventre e uno sulla carena. Caratteristiche del periodo sono le decorazioni a coppelle con il centro rilevato, le decorazioni a puntini impressi e il motivo inciso a denti di lupo fra segmenti paralleli (tipo Scamozzina-Monza). Di notevole interesse una piccola macina in gneiss locale (la cui presenza caratterizza il sito come insediamento e non come area cimiteriale), una scheggia di quarzo ialino ed un cristallo di quarzo latteo.

Luogo di custodia dei materiali:
Alcuni reperti sono visibili al museo di Chiomonte

Informazioni:
Il sito, denominato “Cara du Ciat”, è situato nel comune di Villar Focchiardo.  L’area archeologica non è visitabile.

Bibliografia:
L’insediamento dell’età del bronzo di Villar Focchiardo (1984), in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, n. 5, Torino 1986 (reperibile sulweb)
Segusium, n. 25, Società di Ricerche e Studi Valsusini, Susa 1988

Fonti:
Disegno di Aureliano Bertone.

Data compilazione scheda:
28 novembre 2000 -aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Carlo Vigo – Gruppo Archeologico Torinese

Villarfocchiardo (TO) : Certosa di Banda e Certosa di Monte Benedetto

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Storia dei siti:
I monaci certosini giunsero in Valle di Susa alla Losa, nei pressi di Gravere, tra il 1189 e il 1191. Pochi anni dopo, nel 1197, chiesero al conte Tommaso I di Savoia di potersi trasferire a Monte Benedetto, sopra Villar Focchiardo, in quanto la prima sistemazione non soddisfaceva il loro desiderio di isolamento. La loro Regola infatti esaltava l’estraneità dal mondo della vita monacale, inducendo i certosini a collocare i propri monasteri in luoghi isolati. L’espansione fondiaria della certosa, promossa inizialmente dal conte Tommaso, continuò grazie alle numerose donazioni da parte di nobili valsusini e ad un’oculata politica di acquisti. I monaci certosini, che conducevano vita eremitica ciascuno nella propria cella, non svolgevano attività manuale; la gestione dei beni era affidata a conversi e salariati sotto la guida di un priore. Agli inizi del XV secolo le condizioni di vita della Certosa di Montebenedetto divennero precarie a causa dei frequenti straripamenti del rio della Sega e del rio delle Fontanelle che scorrevano ai lati della Certosa stessa. Dopo vari disastri susseguitisi negli anni, solo nel 1498 venne data l’autorizzazione del Capitolo Generale, ad abbandonare la Certosa per trasferirsi più a valle, a Banda (una grangia nata intorno al 1206). Il priore di Montebenedetto, non molto tempo prima del trasferimento, aveva infatti fatto costruire cinque celle e qualche edificio accessorio, ma già in precedenza, essendo Banda diventata molto importante ai fini produttivi e di servizio, si costruirono camere per i conversi, un chiostro (1435) e una piccola foresteria; senza dubbio la chiesa doveva essere adatta alle pratiche religiose dei conversi presenti, del priore e del procuratore quando vi si recavano. Con il trasferimento a Banda, altre costruzioni furono adattate agli usi certosini ma Banda non assunse mai l’aspetto di una Certosa ben definita, rimanendo molto simile alla configurazione di una Certosa primitiva e di una grangia. La particolare morfologia di questa grangia-Certosa la rende unica nel suo genere e ne rende importante la conservazione

Descrizione dei siti:
LA CERTOSA DI MONTE BENEDETTO I resti della certosa, limitati al nucleo principale e alla chiesa abbaziale, sono oggi di proprietà privata. La chiesa, un tempo ridotta a fienile, è stata recentemente fatta oggetto di un intervento di restauro da parte del Parco Orsiera-Rocciavrè, all’interno del cui territorio si trova oggi il complesso monastico. L’edificio è a una sola navata, ed è stato ampliato in fasi successive come rilevabile dalle tracce sulle pareti esterne. Nel complesso la chiesa è in stile romanico anche se non mancano alcuni particolari gotici. Il campanile è dell’inizio del XIII secolo. La certosa è oggi ridotta a rustico mentre delle celle non resta più traccia. Le linee architettoniche essenziali, concretizzano gli ideali di povertà e distacco dal mondo dello spirito certosino. Sopra quello che fu l’ingresso principale, oggi murato, è visibile un affresco quattrocentesco rappresentante la Vergine col Bambino venerata da alcuni monaci. Poco più a valle della certosa sono situati i ruderi della correria, i locali che erano riservati ai conversi e ai salariati.

LA CERTOSA DI BANDA Attualmente la Certosa di Banda, abitata da pochissimi privati, si presenta divisa in tre nuclei, disposti a semicerchio: la chiesa, i resti del chiostro e di alcune celle. Arrivando dalla mulattiera da Villarfocchiardo si incontra un cortile rurale attorniato da fabbricati. Di questi il più antico è quello disposto sul lato nord caratterizzato dalla presenza di una grande finestra con montanti e architrave in pietra, databile al XIII secolo e i cui spigoli murari sono rinforzati da grossi elementi orizzontali in pietra da taglio. Ad ovest e visibile un portico, sottostante ad un primo piano a cui si accede da una scala in pietra. Dal lato sud del portico, attraverso un arco a tutto sesto, si entra in un’ala di chiostro dissestata rispetto al porticato, con archi sorretti da pilastri poggianti su un muro continuo. Esisteva fino a qualche anno fa una finestrella della “ruota”, che probabilmente era quella della cella priorale. Quel che resta del porticato continua fino alla chiesa; verso ovest un’ala di chiostro cerca di compiere un quadrilatero, con pilastri che poggiano direttamente a terra, unici superstiti di quello che doveva essere un portico. L’ala del portico claustrale gira verso est dove diventa un corridoio chiuso e buio: poco più avanti la parete della chiesa che lo costeggia si apre con la porta del coro dei padri, preceduta da un tratto di corridoio a volta. La chiesa, in stile romanico, orientata, costruita tra il 1200 e il 1250 su un roccione strapiombante, è ad unica stanza ad abside piatta con la presenza di una bella finestra trilobata, coperta da una volta a crociera gotica, con costoloni poggianti su colonne addossate, i cui capitelli portano decorazioni antropomorfe fortemente espressionistiche, e ciò in violazione del divieto del Consiglio Generale di raffigurare “imagines curiosae”. La facciata della chiesa è aperta da una finestra molto rimaneggiata; non vi è portale d’ingresso. L’interno della navata è occupata da un coro ligneo semplicissimo con stalli chiusi da baldacchini profondi, appoggiato alle pareti, di cui è stata ipotizzata la provenienza da Montebenedetto. Si tratta di un’opera notevole di un intagliatore franco-piemontese della seconda metà del XV secolo. La chiesa era ricca di arredi trasferiti successivamente in altre sedi, come il trittico della Madonna con Bambino e i santi Ugo di Lincoln e di Grenoble, della fine del XV secolo, ora nella cattedrale di San Giusto a Susa. Alcune celle si trovano in fondo al corridoio, disposte sfruttando ogni possibilità di disposizione; privilegiano l’altezza più che la superficie in piano, munite come sono di un primo piano, come di norma; probabilmente altre celle dovevano trovarsi dietro l’abside della chiesa, volte verso valle. Nel 1642 il monastero fu infine soppresso e incorporato nel patrimonio della Certosa di Collegno.

Il paese di Villar Focchiardo, centro di antica origine, feudo dei visconti di Torino, conserva la casa-forte (sec. XI) di cui restano considerevoli resti, il castello dei Carroccio e i resti della casa-forte di Roland.

Informazioni:
Dal paese e si seguono le indicazioni per le Certose (è possibile raggiungerle in macchina o tramite un sentiero in mezzo al bosco). Ente di gestione aree protette Alpi Cozie, Uffici di Bussoleno Tel. 0122.47064 e-mail: parco.orsiera@ruparpiemonte.it

Links:
http://www.cartusia.it/home.html

http://www.rupestre.net/archiv/cult2.htm

Bibliografia:
AA.VV.(a cura della Regione Piemonte), Guida alla Certosa di Monte Benedetto e al parco dell’Orsiera-Rocciavré, CDA Centro documentazione alpina, Torino 1995

Fonti:
Il testo della presente scheda è tratto nel 2004 dalle pagine internet del Gruppo Cartusia (http://www.geocities.com/cartusia/S800/prima.html, sito risultante chiuso nel 2014) e del Gruppo Ricerche Cultura Montana (www.rupestre.net)
Immagini dai siti sopracitati.

Data compilazione scheda:
28 settembre 2003 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Gabriella Monzeglio – Gruppo Archeologico Torinese

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Venaus (TO) : Chiesa di San Biagio e Sant’Agata

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Storia del sito:
Venaus ha origini preromane; il nome è citato per la prima volta nel testamento di Abbone, fondatore dell’abbazia della Novalesa nel 726 e governatore franco della Moriana e di Susa. Da quel momento Venaus viene infeudato a Susa e ne segue le sorti. Venaus si trova sul tracciato della strada “Reale”, fatta costruire dai Savoia nel 1752.
La chiesa parrocchiale di Venaus, così come la si vede oggi, è del 1909, ed è stata realizzata in stile neoromanico-gotico, ma l’edificio era già stato ricostruito nel 1660 sulle rovine di una chiesa romanica.
Nella ricostruzione Novecentesca sono state inglobate parte degli edifici preesistenti, conservando affreschi e opere di varie epoche, dal XIV al XX secolo. Originale è rimasto il campanile.
A Venaus vi è anche anche l’Oratorio di San Rocco, che conserva sulla facciata un affresco tardogotico.

Descrizione del sito:
Il CAMPANILE della Parrocchiale, nello stile romanico del Delfinato tipico dell’Alta Valle di Susa, è formato da una solida torre quadrata sormontata da una cuspide e tre dei suoi lati sono solo parzialmente visibili perché coperti dalla chiesa novecentesca che vi è stata addossata.
Gli AFFRESCHI del XIV secolo, originariamente esterni all’edificio sulla parete della chiesa romanica, si trovano ora sulla parete che divide la navata centrale da quella di sinistra; illustrano le Storie della vita di Cristo.
All’interno della chiesa vi sono opere lignee di varie epoche: le più antiche sono il gruppo del Calvario che, per analogia con altri gruppi presenti sia al di qua sia al di là del Moncenisio, si pensa che dovesse dominare, dal trave dell’arco trionfale, il presbiterio dell’antica chiesa (probabilmente nel 726, anno di fondazione dell’Abbazia di Novalesa, Venaus aveva già una sua chiesa). Il Cristo è assai più antico delle due statue della Vergine e di S. Giovanni: risale infatti al Quattrocento, mentre le altre sono del XVII secolo.
La chiesa conserva inoltre una serie di dipinti della fine del Seicento e del Settecento. Con il restauro novecentesco è stata inglobata nella chiesa la seicentesca “Cappella del SS. Sacramento”, che anticamente le era attigua.

Informazioni:
Tel. 0122.50118

Link:
http://www.comune.venaus.to.it

Fonti:
Notizie e fotografie dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
01/06/2006 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Vaie (TO) : Museo laboratorio di archeologia sperimentale sulla Preistoria

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Storia del sito:
Il sito archeologico RIPARO RUMIANO, dal nome del suo scopritore alla fine del 1800, si trova su un asse di transito verso la Francia fin dal Neolitico finale. Reperti sporadici, rinvenuti presso la cava di gneiss dei Fratelli Pent, indussero il Taramelli, allora ispettore, ad effettuare due campagne di scavo, nel 1900 e 1901, in alcuni ripari che si aprivano nel fronte della cava. Le indagini riportarono in luce frammenti ceramici e manufatti in pietra verde di notevole qualità riferibili al periodo Eneolitico.

Il MUSEO LABORATORIO, situato in un edificio risalente al XVII secolo, già sede Municipale, fu concepito nell’anno 2000 per volontà dell’Amministrazione Comunale con precisi obiettivi: far conoscere e rendere accessibile al pubblico il sito archeologico e attivare un Laboratorio di Archeologia Sperimentale sulla Civiltà Neolitica, con una forte vocazione divulgativa per promuovere e ampliare una struttura didattica rivolta ad un pubblico sia adulto, sia in età scolare.

Descrizione del materiale esposto:
L’esposizione presenta la fedele riproduzione di alcuni reperti e di oggetti di uso quotidiano tra tardo neolitico ed età del bronzo, costruiti rispettando le tecniche ed i materiali in uso in quell’epoca: pietra, osso, argilla, scorza di betulla. Tavole a colori illustrano le attività del villaggio.
L’impianto divulgativo, oltre all’apporto di altre discipline, essendo sostanzialmente impostato sullo studio ed analisi delle tecnologie antiche, necessita dell’Archeologia Sperimentale. Per la gestione e lo sviluppo, il Museo si avvale della collaborazione ed assistenza del Centro di Archeologia Sperimentale Torino. Particolare riguardo è destinato all’utenza scolastica e alla possibilità di effettuare attività di laboratorio su: – L’argilla: partendo dalla materia prima si riproducono vasi neolitici secondo le tecniche studiate dall’archeologia sperimentale
– La tessitura: attraverso l’utilizzo di piccoli telai si comprendono le tecniche di tessitura del periodo preistorico e si realizzano campioni di tessuto in fibra naturale.
– Il lavoro dell’archeologo: attraverso simulazioni di scavo in laboratorio si comprendono i principi dell’archeologia stratigrafica applicati al periodo storico.
– È stato attrezzato, dotandolo anche di cartelli esplicativi, un percorso didattico che parte dall’area della Pradera, sull’antica strada di Francia, raggiunge il sito neolitico del Riparo Rumiano, prosegue attraverso sentieri nei boschi che permettono attività di riconoscimento di specie arboree, arriva all’area palustre e si conclude al Museo. I reperti, asce in pietra verde (materiale locale facilmente lavorabile e resistente all’uso) e frammenti di vasi in ceramica, sono presso il Museo Archeologico di Torino.

Informazioni:
Municipio Vecchio. Via S Pancrazio, 4  ; email: info@museopreistoriavaie.it
Comune tel. 011 9649020; email: info@comune.vaie.to.it ;  Associazione culturale “Basta poco”, 339 8274420 (ore 9-18). oppure http://museopreistoriavaie.it/contatti/

Link:
http://museopreistoriavaie.it/

http://www.comune.vaie.to.it/

Fonti:
Fotografie tratte nel 2006 dal sito del Comune

Data compilazione scheda:
14/05/2006 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Susa (TO) : Torre dei Rotari; torre del Parlamento; borghi medievali

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Storia e descrizione dei siti:
TORRE DEI ROTARI (Sec. XIV), sita in Piazza Bartolomei risale al sec. XIV; fu innalzata a scopo di difesa e di vedetta dalla famiglia Rotari oriunda di Asti. Questo edificio, che doveva essere molto imponente, è in muratura, a pianta quadrata e delle strutture medioevali conserva alcune monofore e archetti pensili sotto la merlatura molto deteriorata.

CASA DE’ BARTOLOMEI: nella via omonima. Qui nacque Arrigo De’ Bartolomei, uno dei più importanti giureconsulti medievali, citato da Dante nel XII canto del Paradiso. Presenta un loggiato in seguito tamponato; inoltre l’edificio non è in buone condizioni.

TORRE DEL PARLAMENTO: si trova nel cuore commerciale della vecchia Susa, in un angolo dell’attuale via Francesco Rolando. È una torre massiccia e robusta, ora un po’ degradata, ma si possono ancora notare due serie di archetti pensili, una monofora e, sulla sommità, dei merli.

Il BORGO DEI NOBILI (Sec. XIII) si trova fuori dalle antiche mura. Era in gran parte abitato dalla nobiltà giunta a Susa al seguito dei Savoia. Sulle facciate delle case sono ancora visibili elementi romanici e gotici.

Il BORGO TRADUERIVI (Sec. XIII) era situato fuori dalle mura urbane, a sud est della città, fra due rivi, Scaglione e Corrant. Conserva tutt’oggi un aspetto medioevale testimoniato dalla presenza di due castelli e di un ricetto risalenti al 1300, quando il borgo era feudo delle Famiglie Ancisa e De Bartolomei. Nella borgata Colombera si trovano ancora tracce di un palazzo con torre merlata, residenza delle famiglie citate.

Informazioni:
Gli edifici sono nel centro storico.  A.T.L. Montagne Doc, tel. 0122 622447

Links:
http://www.cittadisusa.it/ComSchedaTem.asp?Id=1703

http://www.cittadisusa.it/ComSchedaTem.asp?Id=1705

http://www.cittadisusa.it/ComSchedaTem.asp?Id=6634

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
18/01/2008 – aggiornam. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Susa (TO) : Terme Graziane (acquedotto romano)

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Storia e descrizione del sito:
Con il nome “Terme Graziane” si è soliti indicare non le terme vere e proprie ma ciò che resta dell’acquedotto che le riforniva, venuto alla luce solamente nel 1834. Il termine deriva da un’epigrafe, rinvenuta a Susa ed ora perduta, che cita le terme, costruite tra il 375 e il 378 dagli Imperatori Graziano, Valente e Valentiniano, e l’acquedotto che lo alimentava. L’interpretazione ora maggiormente accettata indica le due alte arcate come ciò che resta di un acquedotto databile al IV sec. d.C. grazie al confronto con analoghe strutture. In diversi punti della città sono state trovate opere di canalizzazione a cui l’acquedotto poteva collegarsi. In prossimità della struttura si è rinvenute una grande cisterna coperta con una volta a botte ed opere di canalizzazione rivestite in signino (cocciopesto). Durante un intervento di restauro è stata infine riscontrata, nella parte superiore del monumento, la presenza di un condotto per l’acqua realizzato in cocciopesto. Altre ipotesi fantasiose interpretavano le due arcate come resti di una struttura difensiva oppure come costruzioni sacre in quanto univano le mura della cittadella con il torrione sotto il quale si riteneva dovesse trovarsi la tomba del re Cozio. Solo con il Medioevo, durante le invasioni barbariche, la struttura fu trasformata in porta urbica (come è dimostrato dalla presenza di una soglia e dei segni che testimoniano che la pietra fu nuovamente lavorata per inserirvi una porta) e collegata, insieme all’arco di Augusto, attraverso opere murarie, alla cinta difensiva del Castello. Le aperture furono più tardi murate e solo negli ultimi venti anni dell’Ottocento furono eliminati i riempimenti di tamponatura. La muratura si divide in due parti: quella inferiore è formata da blocchi di pietra calcarea squadrati in modo irregolare e da conci di marmo reimpiegati; quella superiore, forse posteriore, è costituita da pietrame irregolare, con un paramento in ciottoli e piccole pietre squadrate, legati da malta. Attraverso l’arcata principale passava la via romana per il Monginevro (forse la Via delle Gallie): l’arcata fu realizzata con un taglio nella roccia tale da permettere il passaggio di una strada di dimensioni sufficienti; in questo punto sono stati inoltre rinvenuti dei basoli (lastre di pietra usate dai Romani per pavimentare le strade principali). Sotto l’arcata minore si trova un pozzo scavato nella roccia la cui datazione è incerta ( V – I sec. a.C.). Non è noto il punto d’inizio dell’acquedotto, ma si pensa che esso captasse l’acqua nei pressi di Gravere, per poi giungere fino a Susa con un percorso in parte sotterraneo e in parte sostenuto da arcate

Informazioni:
Acropoli Romana

Link:
http://www.cittadisusa.it/ComSchedaTem.asp?Id=20684

Bibliografia:
LANZA E., MONZEGLIO G., 2001, I Romani in Val di Susa, Ed. Susa Libri, pp. 55-59
MIGLIARDI G., 1979, Susa nella storia e nell’arte, Chieri, pp.39-40
CROSETTO A., DONZELLI C., WATAGHIN C., 1981, Per una carta archeologica della Valle di Susa, “Bollettino Storico Bibliografico Subalpino”, LXXIX, pp. 394-395, 406-407
BRECCIAROLI TABORELLI L., SCLAVA G., 1984, Susa. Terme Graziane, Notiziario, “Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte”, 3, pp.284-285
BRECCIAROLI TABORELLI L., 1985, Susa. Acquedotto romano e area del castrum, “Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte”, 4, pp.55-57
Corpus Inscriptionum Latinarum, V, 7250 = ILS II 5701

Data compilazione scheda:
27 ottobre 2003 – aggiornam. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Maurizio Belardini – Gruppo Archeologico Torinese