Canavese

Mazzè (TO) : Strada e reperti romani

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Storia del sito:
L’etimologia del nome di Mazzè deriverebbe dal nome della dea celtica Mattiaca (Morgana), in quanto si presuppone che qui esistesse un centro di culto a lei dedicato. Nel 143 a.C. il console romano Appio Claudio Pulcro con il suo esercito invase i territori dei Salassi, popolazione creatasi dalla fusione tra gli autoctoni Liguri ed i Celti. I romani vennero sconfitti lo stesso anno presso Verolengo, ma successivamente ripresero l’offensiva ed a loro volta vinsero i Salassi tra Mazzè e Vische. Nel 22 a.C. il console Varrone sconfisse definitivamente i Salassi e tutto il Canavese, compresa quindi Mazzè, venne centuriato ed i poderi assegnati ai veterani. Probabilmente a quel tempo nel territorio di Mazzè esistevano due insediamenti romani: il primo in regione San Pietro ed il secondo in Regione San Lorenzo, così denominati in epoca medievale.
Nei dintorni di Mazzè vi sono due zone di particolare interesse archeologico nelle regioni Resia e Bose.
REGIONE RESIA. Nell’inverno del 1997, le ricerche, intraprese da un gruppo di volontari diretti dal prof. Giorgio Cavaglià, portarono al ritrovamento di alcuni tratti di selciato stradale romano; nei mesi successivi si scoprì un altro tratto rettilineo di tracciato stradale romano costruito su di un rilevato palesemente più antico. Vennero anche trovati resti del molo del guado sulla Dora e una struttura di epoca medievale detta “Castella”.
REGIONE BOSE All’inizio della strada dei Boschetti, che si dirama dalla strada provinciale Caluso-Cigliano, si possono osservare numerosissime tracce di scavi e di accumuli di pietrame, indubbi testimoni di antiche opere minerarie a cielo aperto. La morfologia dell’ambiente presenta molte somiglianze con la Bessa, il noto luogo del Biellese nel quale, in epoca romana, vennero effettuati notevoli lavori per l’estrazione dell’oro (vedi scheda). Vennero perciò eseguiti sopralluoghi e studi più approfonditi sulle due regioni che portarono a individuare le seguenti cinque fasi dell’antropizzazione della zona.
1) Periodo della coltivazione dei lavaggi auriferi da parte prima dei Salassi e poi dei Romani e forse episodicamente in precedenza, nel corso del Bronzo finale, dagli autoctoni Liguri ( IX-I sec. a.C.)
2) Periodo della navigabilità della Dora, con la costruzione di un attracco per le chiatte transitanti sul fiume (I-II sec. d.C.)
3) Periodo della costruzione della strada militare Quadrata (Verolengo)-Eporedia (Ivrea), avvenuta probabilmente inglobando tronchi di strade locali gia esistenti (IV sec. d.C.)
4) Interruzione della strada in epoca barbarica e fortificazione del sito con la costruzione di muri di sbarramento (Castella)
5) Accumulo di pietre e ciottoli sull’area interessata dalle ricerche, operazione forse portata a termine dai contadini proprietari dei campi circostanti, probabilmente alla ricerca dell’oro rimasto (epoca moderna)

Descrizione del sito:
REGIONE RESIA
Sono stati delimitati e dotati di cartelli esplicativi tratti della STRADA MILITARE ROMANA Eporedia-Quadrata. La carreggiata basolata è larga, da cordolo a cordolo, circa 12 piedi romani (3,60 metri), con banchine laterali. La strada e il ponte collegavano il tratto Ivrea-Mazzè a Vercelli e Milano. È visibile un tratto rettilineo ed un tratto in curva con notevole allontanamento del muro di sostegno per favorire il passaggio dei carri. Le caratteristiche indicano una strada di notevole importanza, costruita sotto l’impero di Flavio Valentiniano I (IV secolo d.C). Rimane aperto il problema del perché nel basso impero si fosse costruita un’opera di tale imponenza e le ipotesi su quale all’epoca dovesse essere l’importanza del territorio del Canavese.
Nei pressi del tratto in curva della strada romana si trova CASTELLA, una fortificazione probabilmente di origine longobarda di m 40 x 80, con resti di un muro perimetrale di m 1 di spessore.
Scendendo verso il fiume c’è il GUADO: dopo l’alluvione del 1977 sono venuti alla luce i resti di un molo sulla Dora, che confermerebbe il fatto che in antico il fiume fosse navigabile almeno sino ad Eporedia.
Nel Medioevo nei documenti si parla di un “pons”: nel 1156 il conte cede i diritti sul Pons Copacij (che dai piedi del Forte del Coasso – denominazione medievale del castello – attraversa la Dora Baltea) ad una congregazione religiosa pro anime sue remedi. Il ponte permetteva il transito sulla via “quae vadit ab Yporegia versus Romanum et Strambinum, usque in pontem Copacij”. Si riteneva si trattasse di un traghetto, ma i recenti ritrovamenti possono dar luogo all’ipotesi che vi fosse anche un ponte in pietra. In quegli anni Mazzè fu sede di un importante mercato, detto Curadia, che attirò le mire espansionistiche di Vercelli grazie anche al sopravvissuto collegamento viario costituito dalla strada militare romana e dal ponte gettato sulla Dora Baltea.

REGIONE BOSE
Particolarmente interessante è un rilevato visibile oltre il “Pilone della Resia”, lungo varie centinaia di metri e mediamente alto cinque, costituito quasi interamente da pietre ammassate le une sulle altre. Ponendo come termine di riferimento i resti dei canali di adduzione dell’acqua necessaria alle lavorazioni, la zona interessata dagli antichi lavaggi è estesa circa 200 ettari, nei versanti di Mazzè e Villareggia. Il nucleo meglio conservato, forse perché di proprietà comunale, un tempo area di pascolo all’estremo nord del giacimento aurifero, è adiacente all’area in cui sono stati ritrovati i tratti della strada romana.

Descrizione dei ritrovamenti:
Per quanto concerne la REGIONE SAN PIETRO, i reperti dell’insediamento e delle sepolture a incinerazione sono stati recentemente sistemati a cura del Comune di Mazzè e della Associazione culturale “F. Mondino” in una bacheca sita presso la sala consiliare.

In REGIONE SAN LORENZO, la CHIESETTA DI SAN LORENZO E GIOBBE è in gran parte edificata con laterizi di origine romana, ben visibili nelle murature esterne, ma è stata troppo snaturata nel corso del restauro, per fornire delle tracce utili sull’epoca di costruzione. È stata trovata, infissa nel pavimento della chiesa, una LAPIDE ROMANA in marmo del II secolo d.C., e sono stati evidenziati all’esterno muri di fondazione risalenti allo stesso periodo. La lapide è attualmente collocata nella chiesa parrocchiale.
La chiesa è citata in un documento del 1349: era sede di una parrocchia, poi accorpata con quella del martire Gervasio. Successivamente l’edificio fu probabilmente adibito a romitaggio e poi fu usato come lazzaretto, subendo un importante restauro alla fine del XVIII secolo, mentre in quello successivo fu edificata la recinzione in mattoni pieni che delimita il terreno di pertinenza.

Informazioni:
da Mazzè prendere la strada che scende sulla sponda destra della Dora Baltea; prima di arrivare al fiume, un cartello indica a destra la strada sterrata che porta al sito archeologico. Comune tel. 0119835901

Links:
http://www.mattiaca.it/sitarche/sitoresia.htm

http://www.mattiaca.it/monsitar.htm#sanl

Bibliografia:
BARENGO L., Riflessioni sul ritrovamento della strada militare romana Quadrata-Eporedia, Mazzè, 20 marzo 1999, dattiloscritto.

Fonti:
Notizie tratte nel 2006 dal sito www.mattiaca.it e da cartellonistica in loco.
Fotografie dal sito www.mattiaca.it e, in basso, da depliant del Comune.

Data compilazione scheda:
17/03/2006 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Mazzè (TO) : Stele megalitica

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Storia del sito:
L’origine di Mazzè è antichissima, probabilmente risale ai primi stanziamenti Liguri. Reperto notevole di questo periodo è la STELE MEGALITICA datata al VI sec. a.C.
Nel marzo del 1988 veniva effettuato lo svasamento del bacino artificiale del fiume Dora Baltea, a monte della diga di Mazzè, in Regione Benne. Sulla sponda del fiume vi era una sorta di sperone a scarpata, formato da grosse pietre sovrapposte a secco: nella struttura, realizzata allo scopo di limitare i danni derivati dall’erosione della corrente in una zona di ansa esterna, era inserito un grande blocco di forma allungata completamente sommerso dall’acqua. L’Associazione Culturale “Francesco Mondino”, informò la Soprintendenza Archeologica del Piemonte che giudicò autentico ed interessante il reperto. Il blocco venne recuperato, studiato e poi collocato nell’abitato di Mazzè.
Si ritiene che l’ubicazione originaria della pietra non potesse essere quella del rinvenimento e senza dubbio essa fu riutilizzata nei lavori di costruzione dell’invaso della diga di Mazzè nel 1921.
La più probabile ubicazione originaria del megalite, risulta essere sulla cosiddetta “Bicocca”, un’altura prospiciente la Dora. Si pensa che con il tempo la stele possa essere scivolata progressivamente fin sulla sponda del fiume; si può anche ipotizzare un abbattimento intenzionale del megalite, durante una fase storica di intensa cristianizzazione, in quanto simbolo evidente di antichi culti pagani.

Descrizione del ritrovamento:
Il monolite si presenta come una sorta di colonna, lunga m. 4,2 con sagoma lenticolare rastremata verso l’alto. La circonferenza alla base misura m. 2, mentre alla sommità risulta di circa m 1. Il peso stimato supera le due tonnellate e mezzo. La pietra è un blocco di gneiss, con presenza di mica, feldspati, quarzo; la composizione è caratteristica delle rocce di ambiente alpino nord-occidentale.
Il monolite di Mazzè reca evidentissime tracce di accurata e meticolosa lavorazione: il calco realizzato ha permesso di verificare le tracce evidenti di una bocciardatura generalizzata, cioè di una lavorazione sistematica determinata a realizzare compiutamente non solo una forma standard, ma anche una levigatura abbastanza accurata. Su tutta la superficie del monolite si colgono infatti larghe tracce a solco lunghe circa 15 cm e larghe circa 3 cm, realizzate probabilmente con un mazzuolo litico, di sufficiente durezza, grandezza e peso. Le creste tra le diverse tracce sono in molti casi abbattute, levigate o abrase. Importante è comunque sottolineare che il monolite non solo era rifinito, ma aveva anche una superficie principale, rimasta per fortuna contro terra all’interno della massicciata dell’invaso idroelettrico. Su questa si notano alcune piccole coppelle poco profonde e molto usurate. La presenza delle coppelle, realizzate con utensile litico, e la levigatura della superficie dimostrano che il monolite è da considerare più propriamente una stele monumentale, con una faccia principale incisa. Manca qualsiasi traccia di iscrizioni.
Alcune tracce ancora percettibili di una linea di incrostazioni a circa 40 cm dalla base permettono di definire l’originario interramento della stele: essa era dunque in piedi e doveva, nella sua collocazione originaria, avere un’importante struttura di ciottoli e massi di inzeppamento per garantirne la stabilità, certamente altrimenti precaria in nuda terra e con interramento così esiguo in rapporto all’altezza totale.
La semplice analisi tecnica non fornisce comunque indicazioni univoche sul significato della stele di Mazzè; si può ipotizzare sia una stele funeraria dell’Età del Ferro, per approssimazione e in base a confronti (vedi schede sul “lapis longus” di Chivasso e sul monolite di Lugnacco).

Informazioni.
Comune tel. 011 9835901

Links:
http://www.mattiaca.it/stele.htm

http://www.mattiaca.it/mondinonuovmimmo/stele%201a.htm

Bibliografia:
CAVAGLIA G. et al., La stele megalitica di Mazze, Associazione culturale “F. Mondino”, Mazze (TO), 1993
GAMBARI F.M., La preistoria e la protostoria nel bielllese: breve aggiornamento sulle ricerche nel territorio, Bollettino della Società piemontese di archeologia e belle arti, n. XLIV, 1990-1991

Fonti:
Le notizie riportate sono state elaborate da testi presenti nel sito www.mattiaca.it.
Fotografie dal sito www.mattiaca.it

Data compilazione scheda:
15/03/2006 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Mazzè (TO) : Castello

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Storia del sito:
L’origine di Mazzè è antichissima, probabilmente risale ai primi stanziamenti Liguri. Nel 141 a.C. il console romano Appio Claudio Pulcro, di stanza a Quadrata, sconfisse i Salassi (popolazione creatasi dalla fusione tra gli autoctoni Liguri ed i Celti) che erano acquartierati sulla rocca di Mazzé e vi edificò un castrum a difesa del sottostante ponte sulla Dora Baltea. In epoca romana nel territorio di Mazzè esistevano due insediamenti: in Regione San Pietro ed in Regione San Lorenzo.
Con le invasioni barbariche tutto il tessuto sociale venne sconvolto. La gente, per cercare riparo, abbandonò i siti romani per trasferirsi sul cucuzzolo della collina più alta, facilmente difendibile, dove venne costruita, utilizzando parte delle strutture romane, una struttura fortificata ed un ricetto per la popolazione. Nel 1100 l’imperatore Enrico IV investì del feudo di Mazzè un membro della famiglia Valperga; tale famiglia abiterà il castello fino all’estinzione del casato, per circa 740 anni. Nel sito vennero costruiti due edifici: il “castello piccolo” (poi detto anche manica est, collocato a destra rispetto all’ingresso), del 1313, era la struttura residenziale dei conti di Valperga; il “castello grande” (manica ovest), del 1430, era la tipica casaforte medievale, ricovero della servitù, magazzino delle riserve agricole, deposito di armi. Nel Medioevo i signori di Mazzè ed il suo popolo furono prima guelfi e poi ghibellini ma, in ogni caso, sempre contrari ai Savoia. Nei secoli seguenti, invece, Mazzè partecipò alle vicende del ducato di Savoia prima, del Regno di Sardegna poi.
Nel XVI–XVII secolo il castello grande venne abbellito, alcune sale rimaneggiate e trasformate in suntuosa dimora per gli ospiti dei conti (da Luigi XII di Francia, sino a Vittorio Emanuele II e allo zar Nicola II). Nel 1641 il castello fu sede del comando territoriale francese durante la guerra dei Trent’anni, nel 1859 sede del comando territoriale durante la seconda guerra d’indipendenza, nel 1945 i Tedeschi vi firmarono la resa agli Alleati.
Nel XVIII secolo, per venire incontro all’aumento della popolazione, la comunità di Mazzè decise di captare, a sue spese, una roggia dal canale di Caluso allo scopo di irrigare i territori della pianura Questo fatto provocò un parziale abbandono del ricetto esistente attorno al Castello a favore di uno sviluppo della zona sul piano e della frazione di Tonengo. Nel XIX secolo il ricetto fortificato viene quasi interamente distrutto per far posto ai Palazzi nobiliari attualmente ancora visibili.
Nel 1840, con la morte del conte Carlo Francesco, si estinse il casato dei Valperga di Mazzè. Il castello, dopo varie vicende, in stato di abbandono, venne poi acquistato dalla famiglia dei conti Brunetta d’Usseaux all’inizio del 1900. Il conte Eugenio Brunetta d’Usseaux (fondatore del Movimento Olimpico in Italia) procedette al riattamento e alla trasformazione del complesso in stile neogotico e affidò i lavori all’architetto Giuseppe Velati Bellini (1867-1926), che fu tra i promotori dell’Esposizione del 1902 e apparteneva alla cerchia del D’Andrade.
Il “castello piccolo” venne reso più funzionale come abitazione dei nuovi castellani; un terrazzo coperto chiuse le merlature, le finestre vennero ampliate per dare maggior luce agli ambienti, fu restaurata la torre quadrata con funzione di mastio che domina la costruzione.
Il “castello grande” subì maggiori modifiche e ne venne alterata la fisionomia: fu sopraelevata la cortina merlata e la torre quadrata; una nuova ala Est venne ricostruita sul porticato esistente per creare nuovi servizi ai piani superiori. Sul terrazzo degli alabardieri a Ovest venne elevata la foresteria, incorporando i merli. Le sale del castello vennero modificate, impreziosite e riarredate.
Dopo la morte del conte Eugenio, nel 1919, il castello iniziò un periodo di decadenza e dopo vari passaggi di proprietà, furti di arredi, danneggiamenti e degrado, passò alla famiglia Salino di Cavaglià, la quale provvide a ingenti opere di restauro. Nel 1981 il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali decretò l’intero complesso Monumento Nazionale. Nel 1986 il Castello venne aperto al pubblico, l’anno seguente il castello grande venne adibito a Centro Incontri per congressi, cerimonie e manifestazioni.
Nel 1999, in collaborazione con Amnesty International, venne realizzato nei sotterranei un “museo delle torture”.

Descrizione del sito:
Il “castello piccolo” è visibile solo esternamente perché abitazione dei proprietari. Un giardino, da cui si ha uno splendido panorama, separa i due castelli; su un angolo si alza una torretta in tipico stile gotico castellano, fatta costruire dal conte Eugenio.
Il “castello grande” ha due piani con 12 sale visitabili, di epoca diversa, dal XV al XIX secolo. La “Sala d’armi” è un grande ambiente con soffitto ligneo originale del XV secolo e arredata con armi e armature dell’epoca. Altri ambienti (sala del trono ecc.) hanno subito rifacimenti più o meno estesi. Al piano superiore si può accedere anche attraverso la scala situata nella torre quattrocentesca all’ingresso, unica parte che non è stata modificata.
MUSEO DELLE TORTURE e SOTTERRANEI. Sono visibili le prigioni e la ghiacciaia del XIV sec.; una zona di epoca romana con una cisterna d’assedio del II sec. a.C.; una cripta celtica del X sec. a.C.; una cappella funeraria del XV sec. L’esposizione si sviluppa su circa 500 mq e presenta numerosi strumenti provenienti dalla Spagna e da varie collezioni europee, utilizzate dai tribunali dell’Inquisizione.
Al castello è annesso un grande parco (Oasi del Bosco Parco, riconosciuto monumento ambientale paesaggistico) aperto con visite guidate.

Informazioni:
Nella parte più elevata dell’abitato, Via Castello 10; tel. 011 9830765 ; e-mail: info@castellodimazze.it

Links:
http://www.castellodimazze.it

Bibliografia:
VENESIA P., Il Medio Evo in Canavese, Vol. 1°, Ivrea 1985
BERTOTTI M., Documenti di Storia Canavesana, Ivrea, 1979

Fonti:
Fotografia in alto http://www.provincia.torino.gov.it/speciali/venerdi_dal_sindaco/incontri/2007/071012.htm; foto n° 2 da http://unmondoaccanto.blogfree.net/?t=3679787

Data compilazione scheda:
13/3/2006 – aggiorn. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Lugnacco (TO) : Antica pieve della purificazione di Maria

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Storia del sito:
Nel luogo ove oggi è la Pieve sorgeva probabilmente un santuario celtico. In zona fu ritrovato un monolite (vedi scheda).
Probabilmente sui resti del tempio fu costruita una chiesa paleocristiasna e poi, nel secolo XI, la Pieve attuale. Il Paviolo afferma “…l’esistenza, sotto l’attuale edifIcio dell’XI secolo, di un fabbricato risalente al V secolo, inoltre il rinvenimento di urne cinerarie, lucernette sepolcrali e pitture mitologiche confermerebbero in quello stesso luogo culti precristiani”. Il Bertolotti conferma tali ritrovamenti di epoca romana. Nel 1975, il pievano Don Riva segnalava che, durante i lavori di restauro nella chiesa, era stata rinvenuta una tomba costruita con laterizi romani. Ricordava inoltre che altre tombe erano state scoperte sul lato nord dell’edifico, nella parte esterna, in occasione di scavi di fondazione per la costruzione del marciapiede attiguo alla chiesa.
La Pieve, che è la più antica della valle di Chy, è dedicata alla Purificazione di Maria, solennità che il popolo ha sempre chiamato con il nome di “festa della Candelora”, siccome in tale ricorrenza si usavano benedire le candele.
Le prime notizie scritte, riguardanti tale edificio, risalgono ad un documento relativo all’istituto plebano della diocesi d’Ivrea: si tratta in particolare di una visita pastorale effettuata nel 1329 dal vescovo Palayno.
L’edificio ha poi subito diversi rimaneggiamenti nel corso dei secoli fino ad assumere l’aspetto attuale, interamente intonacato. Originale è rimasto il campanile romanico.

Descrizione del sito:
La facciata sud-ovest della chiesa, a gradienti, presenta una particolarità piuttosto rara dal punto di vista architettonico: la posizione atipica del campanile in facciata, con funzione di portico d’ingresso. Tale modello tipologico è di origine francese e viene detto “clocher porche”. Una piccola porzione di muro romanico si conserva su un lato dell’edificio ed è decorata da una serie di lesene raccordate da due archetti pensili. In corrispondenza della quinta lesena, a partire dalla facciata principale, è stata praticata una finestra.
Il CAMPANILE si eleva su una pianta rettangolare per cinque piani. Le prime tre specchiature sopra l’ingresso sono decorate con un motivo di archetti pensili, nella seconda è ricavata una feritoia e nella terza un’apertura con arco a pieno centro. Il ripiano della cella campanaria è aperto da una bifora con capitello a stampella poggiante su una lastra di pietra. Spessi strati di malta ricoprono la muratura del campanile che è costituita da pietre di forma irregolare disposte senza ricerca di orizzontalità nei corsi.
Intorno al 1980 le ricerche effettuate dalla Soprintendenza alle Belle Arti hanno portato alla luce tracce di affreschi sul campanile (precisamente in corrispondenza dell’apertura con arco a pieno centro del terzo piano e delle bifore della cella campanaria) e sulla parete in facciata, a sinistra del campanile.
L’impianto planimetrico della chiesa è di tipo basilicale, ma non presenta absidi. La navata centrale ha volta a botte sorretta da archi trasversali mentre quelle laterali sono voltate a crociera. Ai lati del presbiterio, di pianta quadrata, sono disposti simmetricamente due locali, uno adibito a cappella, l’altro a sacrestia.

Nei pressi della Pieve sorgono i resti del castello di ARONDELLO, rimaneggiato nel corso dei secoli, che probabilmente era sede feudale con giurisdizione sulla valle.

Informazioni:
La chiesa è sita lungo la strada per Vistrorio, su un poggio collinare. È la chiesa Parrocchiale, tel. 0125 789014

Links:
http://www.comune.lugnacco.to.it/ComSchedaTem.asp?Id=2221

http://www.uni3ivrea.it/SANTUARI%20E%20PIEVI%20IN%20CANAVESE/LEZ3/Dynamic/lez3.html

http://www.valchiusella.org/paesi/bassa-valle/lugnacco/

Bibliografia:
BERTOLOTTI A., Passeggiate nel Canavese, Tomo V, tipografia F. L. Curbis, 1871
PAVIOLO A., Canavesani tra gloria e oblio, Lions Club Alto canavese, S. Giorgio C.se, 1987

Fonti:
Notizie tratte nel 2006 dal sito www.prolocolugnacco.it, nel 2014 non più esistente.
Fotografia in alto da www.valchiusella.org, in basso dal sito www.uni3ivrea.it.

Data compilazione scheda:
25/05/2006 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Lugnacco (TO) : Stele megalitica o monolito

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Storia del sito:
Il monolito (una sola pietra) o stele megalitica (mega = grande; Lithos = pietra) o anche, meno correttamente, menhir, è simile a quelli trovati a Chivasso (vedi scheda) e Mazzè (vedi scheda).
Secondo la tradizione orale locale, al monolito in passato venivano incatenati i malfattori. Anche secondo Ramella il monolito, nel Medioevo, fungeva da berlina.
Il reperto fu rinvenuto nel 1975 dal Gruppo Archeologico Canavesano.

Descrizione del rotrovamento:
Il monolito è di forma affusolata; misura m 3,85 in altezza e 1,20 di circonferenza alla base e 1,10 nella parte superiore e pesa circa 1800 Kg.
All’altezza di m 1,55 da terra vi è il primo di otto incavi, dei quali sei di cm. 6×4 e gli altri due di dimensioni più ridotte.

Informazioni:
Strada provinciale 65, a lato del cimitero, attiguo all’edificio della Pieve della Purificazione di Maria. Comune di Lugnacco, tel. 0125 789014

Links:
http://www.comune.lugnacco.to.it/ComSchedaTem.asp?Id=33477

http://www.valchiusella.org/archeologia/il-menhir-di-lugnacco/

http://www.mattiaca.it/stele/stele.jpg

Bibliografia:
RAMELLA, Archeologia in Canavese, Pavone C.se, 1980
GAMBARI F.M., La preistoria e la protostoria nel bielllese: breve aggiornamento sulle ricerche nel territorio, Bollettino della Società piemontese di archeologia e belle arti, n. XLIV, 1990-1991

Fonti:
Fotografia in alto da Wikipedia; in basso da http://www.mattiaca.it/stele/stele.jpg

Data compilazione scheda:
25/05/2006 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Loranzè (TO) : Masso coppellato

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Storia e descrizione del sito:
Il masso è anche localmente denominato “Roc dij mascun” (pietra degli stregoni). Il masso coppellato ha una dimensione di circa quattro metri quadri di superficie (2 x 2,10 m circa di base) e 1,45 m di altezza.
Sul masso si osservano una serie di incavi incisi dall’uomo presumibilmente tra il Neolitico e l’Età del Ferro. Intorno ad una coppella centrale notevolmente più ampia delle altre, sono presenti una novantina di coppelle di varie dimensioni, talune collegate da canaletti, alcune circolari, altre ovoidali.

Informazioni:
Situato in regione “pian dl’Aral” alla sommita di uno sperone di roccia che domina la pianura sottostante. Info Comune tel. 0125 53646

Link:
http://www.comune.loranze.to.it

Bibliografia:
FASSIN; GALLO; VENTOSI, Tracce dell’uomo antico tra i massi coppellati del Canavese in “Sopra e sottoterra: rivista canavesana di archeologia e scienze del territorio”, Editore Bolognino, Ivrea TO, 2001

Fonti:
Fotografia dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
14/05/2007 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

Lombardore (TO) : Resti del ricetto

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Storia del sito:
Collocato all’estremo lembo della Vauda canavesana dove il torrente Fisca si getta nel Malone; l’antico “Fiscanum”, poi chiamato “Castrum Longobardorum” trae origine da un insediamento longobardo attorno al X secolo. La parte più antica del paese è il cuneo sopraelevato dove attualmente sorge la chiesa parrocchiale, dove i primi abitatori avevano eretto un fortilizio dominante l’intera pianura sottostante. Vi fu costruito successivamente un ricetto per il deposito di viveri e granaglie e come rifugio per gli abitanti del borgo durante gli assedi. Il nucleo abitato sorse a ridosso del castello, lungo un crinale ancora oggi attraversato dall’unica via principale che sfocia nella vasta piana morenica delle Vaude. Luogo militarmente strategico, nel corso dei secoli, Lombardore fu sovente terra di confine; per questo il borgo era cinto da mura con porte di accesso ai quattro lati; delle quali ne sono rimaste due, benché rmaneggiate più volte nel tempo.
Ai longobardi succedettero i Marchesi di Ivrea, che lo cedettero all’Abbazia di Fruttuaria. Con Feletto, Montanaro e S. Benigno, per oltre 700 anni Lombardore sottostò ai monaci benedettini dell’Abbazia, per passare, a metà Settecento, sotto giurisdizione di casa Savoia.
Lombardore planimetriaVenuta meno la ragione della cinta muraria, nei secoli XVIII e XIX il villaggio prese ad espandersi nella piana ai piedi del promontorio nella regione denominata Beltrama. Un altro insediamento abitativo prese forma ad occidente, di nome Campo o Campeggio, che i Savoia adibirono a poligono di tiro. Lombardore è patria di Antonino Bertolotti (1834-1893), storiografo, autore di Passeggiate nel Canavese, opera in otto volumi in cui vengono descritte le diverse contrade del territorio canavesano.

Descrizione del sito:
Delle porte medievali dell’antico ricetto ne è rimasta una all’inizio del paese e l’altra in via Ripa Fisca, la suggestiva torre-porta.
Il castello, ora Municipio, presenta visibili resti delle mura nella facciata verso cortile.

Informazioni:
Nel centro storico.

Link:
http://www.ilmonferrato.info/to/lmbard/lmbard1.htm

http://web.tiscali.it/comunelombardore/info.htm

Bibliografia:
VIGLINO DAVICO M., I ricetti, difese collettive per gli uomini del contado nel Piemonte medioevale, Edialbra, Torino, 1978

Fonti:
Fotografia da http://web.tiscali.it/comunelombardore/info.htm

Data compilazione scheda:
8 luglio 2010 – aggiorn. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Ivrea (TO) : Torre campanaria di Santo Stefano e campanile di Sant’Ulderico

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Storia del sito:
La torre di Santo Stefano è il campanile romanico, unica parte sopravvissuta, del distrutto COMPLESSO ABBAZIALE DI SANTO STEFANO fondato dai monaci benedettini provenienti da Fruttuaria nel 1041 per volere del vescovo Enrico II. L’abbazia, fondata probabilmente per la necessità di bonificare la paludosa riva sinistra della Dora, assicurava la vigilanza in questo punto della città e costituiva con la sua solida muratura, un ostacolo assai difficile da aggirare. I religiosi costruirono gli edifici dell’abbazia presso un’antica cappella dedicata a Santo Stefano, forse risalente al V secolo, usando laterizi e alcuni materiali di recupero di probabile origine romana.
1Ivrea abbazia S Stefano piantinaL’abbazia fu fiorente sino al 1451, quando papa Niccolò V concesse al duca Ludovico di Savoia di nominare soggetti di sua fiducia titolari dei benefici al momento non assegnati, così il monastero di S. Stefano cadde nelle mani dei Ferreri biellesi che “appaltarono” per un secolo circa il titolo vescovile e il priorato di S. Stefano, provocando la rovina materiale dell’abbazia. Nel 1544 la città, sotto il dominio spagnolo, cadde nelle mani del viceré francese Carlo Cossè di Brissac che, per potenziare le difese della città dalla parte del fiume, fece demolire la chiesa e altri edifici.
Nel 1561 i monaci adattarono una cappella di fortuna vicino al campanile. L’abate Augusto Filiberto Scaglia di Verrua (1671-1697) costruì una nuova chiesa di Santo Stefano, ma ormai il monastero era fortemente decaduto sotto il profilo spirituale, mentre rimaneva come produttore di redditi agricoli. Tra il 1747 e il 1757 l’abate vendette gli edifici superstiti del complesso monastico, eccetto il campanile e il granaio, al conte Carlo Francesco Baldassarre Perrone di San Martino, che li demolì per ingrandire il proprio giardino. L’abate trasformò in chiesa il granaio addossato al campanile.
Nel 1885 la chiesa viene destinata dal Comune a Lazzaretto in caso di epidemia. Nel frattempo alla chiesa si era addossato a est un altro fabbricato ospitante al piano terra un’officina elettrica (1892) e poi un’osteria. Nel 1898 l’ultima chiesa di Santo Stefano, in occasione di un abbellimento dei giardini pubblici viene demolita, lasciando il campanile isolato. Nell’area circostante, si affaccia il palazzo dei conti Perrone, del XVI secolo, oggi noto come Palazzo Giusiana e sede del Tribunale.

Descrizione del sito:
La TORRE CAMPANARIA DI SANTO STEFANO presenta il primo piano, parzialmente interrato, bucato da feritoie sui lati est e nord. Poi si succedono tre piani della dimensione di circa quattro metri, il primo ancora forato da due feritoie sui lati est, nord e ovest, il secondo da monofore e il terzo da bifore su tutti i lati. Il quinto piano presenta una brusca riduzione di altezza, passando da quattro metri a m. 3,30, cessa la lesena centrale, compare una trifora più bassa delle bifore sottostanti e gli archetti pensili si abbassano di molto sulle luci. Questa caduta di stile si fa ancora più evidente nel sesto ed ultimo piano che si riduce a m. 2,70 e nel quale compare una trifora. L’ornamentazione architettonica è costituita da lesene angolari spesse e da lesene intermedie più sottili; dal fregio marcapiano a denti di sega in laterizio a vista, girante su tutto il perimetro della torre; da archetti pensili, più affilati inferiormente, più tozzi nei piani alti.
Queste differenze architettoniche sono probabilmente dovute ad una sopraelevazione; infatti nella sua forma originaria doveva mantenere l’altezza costante dei piani e aumentare progressivamente la misura delle luci, ma nel 1117 fu devastato dal violento terremoto che colpì la diocesi di Ivrea.
Altri danni furono arrecati al campanile dall’artiglieria francese durante l’assedio del 1704. Fu posto rimedio con la ricostruzione in laterizio delle murature dei fregi ad archetti ma le luci non furono rifatte e ci si limitò a tamponarle. Dai documenti di archivio si rileva che le cure riservate al campanile furono scarse, soprattutto tra il XVIII e il XIX secolo. Nel 1827 il piano terra della torre venne adibito a scuderia. Nel 1854 venne sostituita la cuspide andata distrutta con una volta di mattoni, poi ricoperta d’asfalto. Nel 1880 il comune utilizzò il campanile come torre di distribuzione dell’acquedotto.
Alla fine dello scorso secolo il campanile fu restaurato.

Un altro sito medievale, ormai molto frammentario, è il CAMPANILE DI SANT’ULDERICO.
Secondo la leggenda, Ulderico vescovo di Magonza (Germania), si fermò a Ivrea in un’osteria in cui i proprietari stavano piangendo la morte del proprio figlioletto, ma il vescovo fece un miracolo resuscitando il fanciullo. Nello stesso luogo in cui sorgeva l’osteria, il ragazzo, diventato adulto, fece costruire una chiesa dedicata al vescovo, ormai conosciuto come S. Ulderico. La chiesa fu rifatta nel XVIII secolo e la facciata ricostruita nel 1952. Oggi rimane solo il lato esterno del campanile, in stile romanico, costruito in laterizi, ormai completamente incorporato nella facciata della chiesa. Si notano alle diverse altezze, coppie di archetti pensili e lesene che delimitano i riquadri in cui si aprono le finestre, due monofore e una bifora.

Informazioni:
Torre campanaria di Santo Stefano

Campanile di Sant’Ulderico.

Links:
http://digilander.libero.it/mediaivrea/medioita/monument/abazstef.htm

https://www.comune.ivrea.to.it/index.php/scopri-ivrea/cosa-vedere/chiese-e-monumenti/item/campanile-di-santo-stefano.html

http://digilander.libero.it/mediaivrea/medioita/monument/sulderic.htm

https://www.comune.ivrea.to.it/index.php/scopri-ivrea/cosa-vedere/chiese-e-monumenti/item/sant-ulderico.html

Bibliografia:
BOFFA-PETITTI, Santo Stefano di Ivrea, Ed. S.A.S.A.C. Ivrea, 1995

Fonti:
Foto in alto (campanile S. Stefano) tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Ivrea#mediaviewer/File:Ivrea_Torre_Santo_Stefano.jpg.
Le notizie e le fotografie  sono state ricavate nel 2005 dal sito sopra indicato e da https://www.comune.ivrea.to.it/.

Data compilazione scheda:
06/12/2005 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A. Torinese

IVREA s Ulderico

Ivrea (TO) : Palazzi medievali

Ivrea casa Stria1

Storia dei siti:
Fondata dai Romani e denominata Eporedia, da epo (cavallo) e da reda (carro), poiché i suoi abitanti erano abili domatori di cavalli, la città di Ivrea si sviluppò secondo i canoni dell’urbanistica romana basata sui cardi e decumani immersa tra le colline ed il fiume Dora Baltea. Nel medioevo la città era cinta da mura e divisa in terzieri; quello della città comprendeva la parte alta dove si trovavano il Palazzo del Vescovo, la Cattedrale, il Chiostro, il Palazzo del Comune e il Castello; a sua volta anche la Città alta era attorniata da mura. La zona occidentale, ossia il terziere di San Maurizio, comprendeva la zona ove si trovava il castello dei Marchesi di Monferrato, conosciuto come Castellazzo. La parte bassa verso est faceva parte del terziere di Borgo, mentre oltre il ponte Vecchio, fuori dalle mura si trovava il Borghetto di ponte. Degli edifici medievali sono rimasti alcuni palazzi, più o meno rimaneggiati in epoche successive.

Descrizione dei siti:
PALAZZO DELLA CREDENZA
Si trova nel lato sud della piazza principale ed è una modesta costruzione in stile gotico, in mattoni: al pianterreno c’è un porticato con archi ogivali e con piccole finestre a sesto acuto, presenti anche al primo e secondo piano. Una semplice decorazione di coronamento sottolinea l’ultimo piano e il sottotetto. Fu eretta, probabilmente, intorno al 1313 insieme alla piazza attigua del mercato, per dare una sede al Consiglio del Comune, che nel Medioevo era detto Credenza. Si ritiene che fin dal XVI secolo questo palazzo non sia più stato usato come sede dei Credenzieri, ma per altri scopi, di cui non si hanno notizie.
Sul lato destro del palazzo della Credenza, affacciati sulla piazza, vennero costruiti portici bui e scuri che venivano affittati nei giorni di mercato. Con soffitti formati da grossi travi in legno, vennero demoliti nel 1700 a causa del degrado e dell’abbandono. L’unica testimonianza di essi sono i resti della “PORTA TOUPE” cioè un antro piuttosto basso e buio, allo sbocco di via Marsala (nel Medioevo “rua delle ova”).

CASA DEGLI STRIA (foto 1)
L’edificio si trova in via Siccardi, poco distante dal Palazzo di Giustizia ed attualmente ospita una scuola secondaria superiore. In questa casa nel 1391, Amedeo VII, il Conte Rosso, firmò, insieme ai nobili Canavesani e ai rappresentanti dei Turchini, un accordo che pose fine al Tuchinaggio, il movimento popolare che aveva più volte combattuto contro i feudatari del Canavese. La casa era dell’importante famiglia eporediese degli Stria e presenta una interessante cornice decorativa in cotto che riproduce ornamenti tipici del periodo: archi trilobati, fogliame e fune intrecciata. Questi fregi, testimonianza di una casa signorile del medioevo, vennero riprodotti nel 1884 dal D’Andrade nel borgo medioevale del Valentino a Torino.

PALAZZO E TORRE DEI TALLIANTI (foto 2)
Il palazzo si trova in Via Bertinatti. Fu costruito tra il XII e il XIII secolo dalla famiglia Tallianti, antico casato eporediese estintosi nel 1740. Nel cortile interno è possibile vedere la possente torre a pianta quadrata che è stata denominata “Turris Alba” (torre bianca) da A. D’Andrade. Non si sa però con esattezza da dove provenga il nome; si pensa derivi dall’intonacatura di calce che un tempo la ricopriva e di cui sono state ritrovate tracce in alcuni punti. La torre si innalza di due piani rispetto al tetto dell’edificio; su ogni lato si aprono delle finestrelle ad arco ogivale. I materiali usati per la costruzione sono pietra e laterizi a vista. Una ricca fascia composta da tre file di archetti pensili abbellisce la torre e una decorazione simile è presente in alcuni punti della facciata esterna.

TORRIONE E PALAZZO VESCOVILE
Il palazzo si trova in piazza Duomo, nei pressi della Cattedrale, è un complesso di edifici di diverse altezze e dimensioni formatosi nel corso del tempo con molte aggiunte e rifacimenti. Caratteristiche architettoniche medievali originarie restano nella torre, detta il “Torrione del Vescovo”, risalente al XV secolo, che si innalza alcuni metri oltre il tetto e che conserva il coronamento con decorazioni in cotto, i merli a coda di rondine e alcune aperture basse e strette, che, insieme allo spessore dei muri, testimoniano l’origine di casaforte. All’interno del vescovado vi è un cortile dove sono conservate lapidi con iscrizioni romane e cristiane ritrovate in canavese e un giardino, l’antico “pomarium”, formato da alcuni terrazzamenti.

Informazioni:
nel centro storico.

Links:
http://digilander.libero.it/mediaivrea/medioita/monument/homemonu.htm

https://www.comune.ivrea.to.it/

Bibliografia:
BENVENUTI G., Storia di Ivrea, Ed. Enrico, Ivrrea, 1976

Fonti:
Le notizie e le fotografie sono state tratte nel 2005 dal sito sopra indicato e dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
05/12/2005 – aggiornamento giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A. Torinese

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Ivrea (TO) : Museo Civico “Pier Alessandro Garda”

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Storia del Museo:
Dopo 28 anni di chiusura e importanti lavori di restauro è stato riaperto nel 2014 il Museo Civico “P.A. Garda”.

Descrizione delle collezioni:
Il nuovo allestimento è articolato in tre diverse sezioni:
La COLLEZIONE ARCHEOLOGICA, il cui progetto scientifico è stato curato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e MAE, raccoglie le testimonianze della città e del suo territorio dall’età neolitica fino al periodo basso medievale. Ampio spazio è dedicato in particolare al periodo romano della colonia di Eporedia, documentato da importanti reperti come la “stele del gromatico”, con la raffigurazione dello strumento utilizzato dai Romani per segnare la centuriazione del territorio.
La collezione d’arte orientale è il frutto della raccolta personale di Pier Alessandro Garda (oltre 500 opere provenienti dal Giappone) e della raccolta di Palazzo Giusiana che comprende diversi oggetti cinesi e di altri paesi asiatici.
La collezione Croff si compone di quadri di Giovanni del Biondo, Neri di Bicci, Bergognone, Carracci, Palizzi, Simi, Annigoni, Xavier e Antonio Bueno, De Chirico, pervenuti alla città grazie alle volontà testamentarie della signora Lucia Guelpa.

Informazioni:
Info Assessorato Cultura tel. 0125-4101 oppure 0125 634155; email: musei@comune.ivrea.to.it ; info@museogardaivrea.it

Links:
http://www.museogardaivrea.it/

Fonti:
Fotografia da http://blog.turismotorino.org/scopri-torino-provincia/un-tesoro-ritrovato-il-museo-civico-pier-alessandro-garda-di-ivrea, pagina non più esistente nel 2020.

Data compilazione scheda:
16 luglio 2004 – aggiornamento giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Gruppo Archeologico Torinese