Provincia di Biella

Pray (BI): Oratorio di Santa Maria Assunta

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Storia del sito:

Nei secoli immediatamente successivi al Mille, l’area dove oggi sorge l’abitato di Pray rimase disabitata, mentre gli insediamenti si concentrarono sulle alture collinari di entrambe le rive del torrente Sessera. In mezzo alla distesa di prati venne eretta, probabilmente attorno al 1200, la prima cappella della parte di Valsessera superiore a Crevacuore, con funzioni di parrocchiale per la comunità di Coggiola e dipendente dalla Pieve di Naula. Anche se nei documenti è citata solo all’inizio del XVII secolo, la sua antichità è testimoniata dai resti della base absidale semicircolare, formata all’esterno da grosse pietre del Sessera. Una relazione di una visita pastorale del 1606 la descrive pavimentata ma senza soffitto, con due finestrelle laterali, con un altare piccolo e umile sormontato da una statua lignea della Madonna, priva di suppellettili e ornamenti ma con la facciata arricchita da dipinti sacri. Completano il quadro descrittivo i verbali delle successive visite pastorali del 1661 e del 1665. Essi confermano la sua origine di Chiesa parrocchiale di Coggiola, l’esistenza di un piccolo cimitero all’esterno e la presenza di dipinti, oltre che sulla facciata, anche nell’abside. Fino al 1747 l’oratorio conservò l’antico aspetto, poi venne ristrutturata nelle forme attuali. Nel 1752 sono documentate le spese per pagare i mastri da muro “per l’innalzamento di detto oratorio” e per altri lavori e acquisto di arredi. Nel 1754, veniva così descritta: “L’oratorio di Maria Assunta è di struttura piccola, col pavimento in calcina, fatta a volta, stabilita e bianca, con un sol altare …, al di fuori con la facciata bianca e all’intonaco rustica”. Ulteriori lavori vennero eseguiti nel 1780, nel 1790 e nel 1846. L’anno successivo venne anche rifatto il piccolo campanile.


Descrizione del sito:

Sulla facciata esterna, a sinistra della porta d’ingresso, è stata di recente rinvenuta sotto lo strato di intonaco uno degli antichi affreschi di cui si parla nelle visite pastorali seicentesche, una Madonna che allatta il Bambino. L’affresco restaurato è opera di scuola piemontese della seconda metà del Quattrocento. L’iconografia della Madonna che allatta il Bambino o “Madonna del latte”, come viene comunemente chiamata, fu molto diffusa a partire dal XIV secolo fino alla seconda metà del XVI.

A fine 2018 durante lavori di restauro, sono emersi affreschi risalenti al al XV secolo, i lavori di recupero sono in corso.
Sotto lo scialbo che ancora li ricopre, si riescono a individuare sulla parete di sinistra due registri sovrapposti riquadrati con delle linee bianche e sfondi ad ampie campiture omogenee; nel registro inferiore si distinguono diverse figure sacre con l’aureola tra cui un giovane Santo con un saio grigio, la tonsura e il pastorale; una santa con un devoto inginocchiato; una Madonna con Bambino, un Santo con capelli grigi e barba e il frammento di un San Giovanni Battista, identificabile grazie al cartiglio che tiene in mano sul quale si legge “Ecce Agnus Dei”. Il registro superiore purtroppo non è altrettanto ben conservato a causa dell’apertura di una finestra che ha danneggiato gli affreschi e che in seguito è stata tamponata. Sulla parete destra una mano diversa ha affrescato una Madonna con Bambino: Gesù stende la mano in fuori nell’atto di ricevere un dono o di benedire qualche devoto. Anche su questa parete l’apertura successiva di una porta ha causato la distruzione di parte della scena. La differenza stilistica tra le due pareti è evidente e suggerisce di ipotizzare diverse fasi decorative.

La scoperta degli affreschi lungo le pareti laterali permette di avvalorare le ipotesi di Don Lebole che attribuiva l’ampiezza e la forma ad unica navata della chiesa alla fase medievale (XII e XIII secolo), caratterizzata dalla muratura absidale in grossi ciottoli del torrente Sessera. I saggi stratigrafici eseguiti in questi giorni e le ricerche condotte per delimitare le parti affrescate hanno chiarito che la modificazione della chiesa nelle forme attuali avvenuta nel 1780 previde la sopraelevazione delle murature d’ambito, la costruzione della volta a vela con sottarchi, l’apertura di due finestre, l’intonacatura interna e la riconfigurazione della facciata.

Informazioni:

In frazione Pray Alto.

Links:
www.prolocopray.it
www.newsbiella.it

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dai siti siti sopra indicati.

Data compilazione scheda:
13/12/2018

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Viverone (BI) : resti del castello e del ricetto

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Storia del sito:
La zona del lago di Viverone, un tempo chiamato di San Martino o di Anzasco o di Roppolo (le due comunità si separarono dal XIII secolo) fu abitata sin dalla preistoria (vedi scheda); fu importante in età medievale perché situata sulla via francigena e per la fonte economica derivata dalla pesca e dalla produzione di canapa. L’incastellamento della zona è antico: è attestato un castrum nel 1145. Viverone nel XIII e XIV secolo venne coinvolta nel conflitto tra Vercelli e Ivrea. La comunità di Viverone, all’inizio del XV secolo, fece atto di dedizione ai duchi di Savoia, cui venne consegnato il castello.
L’edificazione o riedificazione del ricetto con funzione agricola e residenziale risale al 1405, quando la popolazione ottenne da Amedeo VIII di Savoia il permesso di costruire la fortificazione nell’area retrostante il castello, utilizzando le sue strutture difensive. Oggi non sono distinguibili le strutture del castello da quelle del ricetto, posti sulla sommità di una collina, mentre il borgo nel tempo, si sviluppò più in basso.

All’interno del ricetto vi era l’ORATORIO DI S. GIOVANNI BATTISTA, che era la cappella gentilizia dei signori del luogo, citata in un documento del 1191. È una chiesa antichissima, che dipendeva dalla chiesa vercellese, poiché già nel 1287 il prete Anselmo, rettore di S. Giovanni del castello di Viverone, veniva nominato parroco di S. Giuliano in Vercelli. Divenne poi proprietà dell’abbazia dei canonici lateranensi di S. Sebastiano di Biella.
L’oratorio subì molti interventi di ricostruzione e le attuali forme risalgono ai secoli XV-XVI. Nel 1771 si doveva costruire una chiesa nuova, ma i lavori non vennero mai eseguiti e fu restaurata quella esistente

Descrizione del sito:
Il ricetto-castello aveva un impianto quadrato con lato di circa m. 60, con una via ad anello e due assi viari a croce; l’accesso era nello spigolo sud-ovest. Delle strutture del CASTELLO restano alcuni tratti della cortina muraria, composta da pietrame alternato a ciottoli posti a spina di pesce, spesso m. 0,90 e alto originariamente m. 6; di particolare interesse un muro con una piccola feritoia strombata coronata da un arco in mattoni a doppia fascia, di coltello e di punta.
Rimangono i resti della torre angolare di nord-est, unica sopravissuta delle tre originarie.
Internamente al RICETTO si sono conservate tracce delle primitive cellule sul lato di levante, mentre il resto del complesso ha subito più pesanti rifacimenti e riutilizzi.
ORATORIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA. Dopo i vari rifacimenti, l’edificio è oggi costituito da un solo locale con soffitto in legno; sulla facciata sono presenti due finestre ad arco ed in alto un rosone centrale; all’interno, la parete dietro l’altare è ornata da affreschi cinquecenteschi di scuola vercellese.

Informazioni:
In frazione Bertignano, a monte della frazione Rolle, sulla sommità della collina. Comune tel. 0161 987021

Link:
http://www.siti.intornoallago.it/portale/I-comuni-d/prova-vive/Cultura/LA-STORIA-/SITI-DI-IN/Oratorio/index.htm

Bibliografia:
RABAGLIO R., Castelli biellesi, Edialbra, Pollone BI, 2003
VIGLINO DAVICO M., I ricetti, difese collettive per gli uomini del contado nel Piemonte medioevale, Edialbra, Torino, 1978

Fonti:
Foto da Rabaglio R., 2003

Data compilazione scheda:
16/10/2006 – aggiornamento giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

Viverone (BI) : Il Lago

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Storia del sito:
Molti bacini lacustri del Canavese hanno restituito materiale archeologico, tra questi il Lago di Viverone rappresenta una delle realtà più interessanti sia per la presenza di più villaggi palafitticoli, sia per le approfondite ricerche svolte. Le indagini furono avviate da G. Giolitto, Ispettore Onorario per l’Archeologia Subacquea del Lago di Viverone nel 1965 e proseguirono fino al 1976, quando la Soprintendenza Archeologica del Piemonte avviò il primo cantiere archeologico ufficiale del Ministero. Nel 1996 fu individuato un primo campo di pali in località Cascina Nuova, negli anni successivi furono rinvenuti altri siti: S. Antonio, Emissario e Riva del Clerico. Questo grazie alle prospezioni subacquee che iniziarono sin dagli anni ’80 del secolo scorso e permisero di scoprire un nuovo sito in località Masseria e di fornire dati sempre più puntuali sull’organizzazione dei diversi villaggi. Le ricerche effettuate anche sulla terraferma e sulle zone umide circostanti (Roggia Violana e Moregna) hanno evidenziato una forte frequentazione nel passato.

Descrizione del sito:
Il Lago di Viverone è un piccolo bacino di origine intermorenica formatosi durante l’ultima glaciazione. Di forma quasi ellittica, è situato al confine delle province di Torino e Biella, nella parte NE dell’anfiteatro morenico di Ivrea. A partire dall’età del Bronzo furono frequentati i villaggi situati in località Cascina Nuova, S. Antonio e Emissario; i primi due sono composti da circa cento pali ciascuno, quindi 4-10 capanne mentre il terzo ha restituito alcune migliaia di pali e presumibilmente occupava un’area di 5000 metri quadrati. Si calcola avesse una popolazione di 1000 unità, era dunque una grande città per il II millennio a. C. I tre insediamenti si trovano nella parte occidentale del lago, sono a bassa profondità, e, a differenza di altri villaggi palafitticoli, sono collocati su promontori e non baie o isole. Le piante dei siti indicano un’organizzazione regolare nella costruzione degli abitati: una doppia fila di pali più o meno perpendicolare alla linea di costa indica la passerella che unisce la terraferma al villaggio; sia questa che l’abitato stesso sono protetti da una palizzata, doppia intorno alle capanne; di queste si possono distinguere il perimetro e la forma rettangolare in molti casi. Le analisi svolte in diversi campi hanno permesso di comprendere non solo la frequntazione umana ma il territorio occupato, la vegetazione presente, la sua distribuzione e lo sfruttamento delle risorse. Nell’ambito degli studi fatti si è evidenziata una scarsa presenza durante l’età dele Ferro, mentre è chiaramente distinguibile la successiva occupazione romana.

Descrizione dei ritrovamenti:
L’abbondanza e la varietà di materiale indica l’importanza che la civiltà di Viverone ebbe a partire della fine del IV millennio a. C. Le caratteristiche decorazioni a solcature e coppelle umblicate che si trovano sulla ceramica di impasto spesso fine, sono presenti in gran parte nella regione (Pinerolese, Valle di Susa, Vercellese) mostrano l’influenza e i contatti commerciali fiorenti di Viverone. Tra gli oggetti metallici, la cui raffinatezza conferma la bravura della popolazione, sono da notare una cuspide a base cava con parte del manico in legno, un rasoio quadrangolare, spilloni per acconciature, pugnali, asce, spade. Interessante una matrice di pietra per fusione di spilloni, pesi tensori per reti da pesca e fusaiole in terracotta di varie forme spesso decorate. Il recupero di molti reperti lignei ha permesso esami specifici (tra cui il metodo del Carbonio 14) che consentono di stabilire l’età dell’oggetto in esame e del sito di provenienza. Tra i materiali in legno, di difficile conservazione una volta estratti dall’acqua, è da segnalare il frammento di piroga recuperato in località Masseria nel 1980. A partire dal secolo scorso in diversi bacini lacustri del Canavese furono ritrovate molte piroghe di cui buona parte monossili ossia realizzate con un solo tronco d’albero. La lavorazione era eseguita utilizzando strumenti in pietra che lavoravano il legno, quasi sempre di quercia, inoltre le imbarcazioni potevano essere trattate con resine per aumentare l’impermeabilità.

Luogo di custodia dei materiali:
Museo di Antichità (Archeologia) di Torino e Museo del Territorio Biellese.

Informazioni

Links:
http://www.academia.edu/2563671/Viverone_Culture_-_Middle_and_Late_Bronze_Age_Piemont_Italy_

http://museoarcheologico.piemonte.beniculturali.it/index.php/approfondimenti-tematici/134-asce-in-bronzo-lago-di-viverone-torino

Bibliografia:
Archeologia in Piemonte, vol. I, La Preistoria, a c. di L. Mercando e M. Venturino Gambari, 1998

Fonti:
Fotografia da Wikipedia.

Data compilazione scheda:
16 aprile 2000 – aggiornamento giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Laura Cordera – Gruppo Archeologico Torinese

Viverone (BI) : Cella di San Michele e Chiesa di Santa Maria della Cura

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Storia e descrizione dei siti:
CELLA DI SAN MICHELE
La chiesa, nota dall’inizio del XVI secolo come “Cella di San Marco”, in origine era dedicata a San Michele. Dipendeva dal monastero di San Genuario, come appare dalla bolla di Papa Eugenio III nel 1151, in un documento del 1159 dell’imperatore Federico I Barbarossa e nella bolla di Papa Eugenio IV del 27 settembre 1438. Ai suoi monaci spettava il diritto di pesca nel lago. Divenuta nel secolo XIV commenda, fu poi lasciata dai benedettini.
Dell’originaria struttura romanica oggi restano l’esterno del lato nord, dell’abside semicircolare e il campanile. Quest’ultimo è costruito in pietra, a pianta quadrata con quattro piani alleggeriti da monofore e bifore sostenute da esili colonnine. L’interno della chiesa fu invece completamente rifatto con gusto barocco e la volta fu rialzata, all’inizio del XX secolo.

CHIESA DI SANTA MARIA DELLA CURA
La chiesa di Santa Maria, detta anche la «Cura vecchia», servì da parrocchia per i due paesi fino al 1789, anno in cui Roppolo Piano divenne parrocchia autonoma, così la chiesa, ora isolata nella campagna, rimase scomoda per i fedeli di Viverone che decisero di erigere la nuova parrocchiale di San Nicola.
La chiesa di Santa Maria è una costruzione in stile gotico risalente al XIV-XV secolo, è ad un’unica navata con ampie ogive, all’esterno era sorretta da potenti contrafforti; un monumento assai singolare per il Biellese. Nel corso dei secoli, in particolare nel XVIII, subì numerose aggiunte e manomissioni che deturparono la bellezza della sua linea: le finestre, che erano tonde, divennero quadre; la chiesa fu allungata di un’arcata e fu costruita la facciata barocca che si vede oggi. La volta è ancora a capriata come in antico.

Informazioni:
La chiesa di San Michele si trova in località Cella ed è di proprietà privata, inglobata negli edifici dell’azienda vitivinicola Cella (info tel. 0161 98245).

La chiesa di Santa Maria della Cura sorge presso il Cimitero, a metà strada tra Viverone e Roppolo Piano.  Comune tel. 0161 987021

Links:
http://www.cellagrande.it/storia.php?lingua=ita

http://web.tiscali.it/jovishome/schedine/viverone.htm

Bibliografia:
LEBOLE D., Storia della Chiesa biellese, Le pievi di Vittimulo e Puliaco, I, Biella 1979, p. 140
DE BERNARDI FERRERO D., L’architettura romanica nella diocesi di Biella, Torino 1959, pp. 142-146, figg. 73-7

Fonti:
Per la storia della Cella di San Michele vedi sito indicato sopra al n° 1.
Fotografia campanile Cella S. Michele da Wikimedia commons.

Data compilazione scheda:
18/10/2006 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

Verrone (BI) : Chiesa di San Lorenzo

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Storia del sito:
La parrocchiale di San Lorenzo risale ai secoli XIII-XV, ma la primitiva costruzione risulta essere ben più antica, infatti nacque come rettorìa della confinante Pieve di San Pellegrino di Puliaco (Salussola), tra il X e il XII secolo.
La chiesa primitiva, a una sola navata, aveva l’ampiezza che corre tra il secondo pilastro della navata centrale e l’inizio del presbiterio. La muratura “ad opus incertum”, formata da pietre irregolari disposte disordinatamente, può far risalire le sue origini al decimo secolo.
Nel secolo XIII-XIV fu allungata fino alla facciata attuale. Nei secoli XIV e XV si sfondarono i muri per aggiungere le due navate laterali con archi gotici a sesto acuto. In questa occasione si alzò la navata centrale dotandola di volta e si sistemò la facciata, ornandola di archetti pensili e di rosone centrale. Il portico risale al secolo XVII, come pure il coro attuale.

Descrizione del sito:
L’elegante facciata è decorata con un rosone centrale e archetti gotici in cotto.
All’interno presenta pregevoli opere pittoriche, come gli affreschi di Giosué Oldoni dei primi anni del 1500 che ornano la navata centrale (unici dipinti conosciuti di questo artista), quelli della Madonna con San Sebastiano e altro Santo, ancora ricoperto da muratura dell’altare laterale destro, e la Presentazione al Tempio, nell’ultima lunetta a sinistra della navata centrale. Ai lati dell’altare della Madonna nella navata sinistra vi sono San Lorenzo e San Domenico, opera di un pittore della scuola vercellese della stessa epoca. La chiesa conserva anche l’unica vetrata cinquecentesca biellese, raffigurante un Re Mago che adora e porge doni a Gesù, con in basso lo stemma Vialardi, di scuola Spanzottiana.

Informazioni:
Parrocchia, tel. 015 5821007

Bibliografia:
A. BORELLO, D. LEBOLE (aggiornato da), Un paese nel tempo: Verrone, Ed Comune di Verrone, BI, 1997

Fonti:
Foto in alto di Halzy dal sito http://rete.comuni-italiani.it/foto/2008/geo/096076

Data compilazione scheda:
30/4/2007 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Verrone (BI) : Castello e cappella

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Storia del sito:
Il toponimo segnalerebbe origini antiche: secondo alcuni studiosi andrebbe connesso al termine latino vetus cioè vecchio, secondo altri è più verosimile una derivazione celtica da uer (che sta sopra), per cui si tratterebbe di un luogo posto su qualcosa. Il ritrovamento di lucerne e cinerari romani nei pressi del castello indicherebbe insediamenti antichi. Il castello di Verrone è legato alla famiglia dei Vialardi, di origine germanica o longobarda (il capostipite sarebbe stato un Wied der Hard, Guido il coraggioso nel IX-X secolo) e documentati in quest’area dal XII secolo.
Nel XI-XII secolo vi erano già delle strutture fortificate, probabilmente un castello-recinto, poi ampliato con il dongione e le torri angolari risalenti al XIV secolo. Altri interventi vennero eseguiti nel XV e nel XVII-XVIII secolo, modificando radicalmente il complesso e avvicinandolo alla struttura attuale. Durante le lotte tra guelfi e ghibellini che segnarono in questo periodo la storia del comune di Vercelli, i Vialardi furono fra i principali capi del partito ghibellino e con i castelli di Isengarda, Verrone e Sandigliano formarono un cuneo militare proteso nel territorio dominato dai guelfi Avogadro. La compattezza del gruppo si incrinò nel 1373 quando Simone, figlio di Rolandino Vialardi, a nome proprio e come procuratore dei condomini di Verrone, si sottomise al conte Amedeo VI di Savoia e stipulò reciproci patti concernenti le giurisdizioni sul castello e feudo di Verrone.
L’impianto originario, ricollegabile a un periodo anteriore al XIII secolo, era costituito probabilmente da una corte organizzata intorno a uno spazio quasi quadrato, delimitata da una cerchia di mura alte circa 5 metri e rinforzata, nell’angolo a nord-ovest, da un bastione. L’accesso in origine era previsto nella zona ad est, in seguito fu rimarcato da un portale ad arco, con funzione di chiusura ma soprattutto di segnale gerarchico specifico.
Il dongione è un torrione quadrato che costituisce la parte più vetusta superstite nell’impianto odierno, attorno al quale i Vialardi, a varie riprese, svilupparono il castello nel suo complesso. L’ipotesi che questo dongione sia più antico delle altri parti del fortilizio parrebbe confermata dalle evidenti tracce di sopraelevazione di un corpo di fabbrica preesistente. La sopraelevazione dovette probabilmente avvenire nel XV secolo, dal momento che il torrione è munito superiormente di ampie caditoie tipicamente quattrocentesche. Tale intervento quasi certamente coincise con un ampio intervento di restauro e ampliamento del castello, effettuato durante il periodo di stabilità politica che seguì la fine delle lunghe guerre tra Visconti e lega anti-viscontea.
Si può far risalire a quel periodo anche la costruzione della “Rocchetta” sul lato ovest del complesso, edificata sia per aggiornare militarmente il Castello, sia per provvedere a una più degna e sicura dimora alla importante famiglia dei Vialardi.
Nel XVI e XVII secolo le invasioni francesi e spagnole portarono gravi devastazioni. Il castello, restaurato recentemente, conserva al suo interno la cappella gentilizia dedicata ai Santi Simone e Giuda, decorata con affreschi attribuiti al Maestro del Cristo della Domenica (XV secolo).

Descrizione dei siti:
CASTELLO. La parte più interessante è il dongione, localmente detto Bicocca: un massiccio torrione quadrato costruito a paramenti di mattoni con qualche corso binato di pietre a ceppi, completato da caditoie quattrocentesche. La sua parte apicale, unico esempio nel Biellese, è a forma di tronco di piramide esternamente, ma a cupola all’interno. Sul fianco sinistro della torre si apre l’ingresso un tempo dotato di ponte levatoio, poiché tutto il complesso era circondato da un fossato.
La parte ovest del castello, detta Rocchetta, risale al XV secolo; è munita di una fila di caditoie su beccatelli, organizzate su un triplice ordine di mensole in pietra, ed è appoggiata ad una torre a pianta circolare, realizzata in mattoni, sulla quale sono chiaramente leggibili tre fasi di intervento. La torre è infatti costituita da una parte più antica che giunge fino all’altezza delle caditoie e termina con merli alla guelfa, i quali appaiono murati per effetto della successiva sopraelevazione della torre, fino all’altezza del tetto della Rocchetta. Su questa seconda parte della torre fu aggiunto, in epoca relativamente tarda, un ulteriore coronamento a pianta ottagonale, con un’ampia apertura su ogni lato, ricoperta da un tetto. A differenza delle due precedenti, quest’ultima parte della torre è intonacata e reca la data del 1698, che dovrebbe riferirsi all’anno della sua costruzione.
Mentre gli affacci esterni conservano una complessa ma marcata connotazione architettonica, gli affacci interni del castello sulla corte hanno perso il loro significato originario, cedendo certamente sotto l’impatto dei numerosi e variegati interventi successivi.

LA CAPPELLA GENTILIZIA intitolata ai Santi Simone e Giuda è di origine romanica, documentata sin dal 1298, le parti più antiche, (abside e parte del muro nord) risalgono alla fine del XII secolo. Originariamente era a due navate, ridotte a una dopo il XVI secolo. Sotto l’intonaco affrescato barocco, nel corso di recenti restauri, sono affiorati affreschi quattrocenteschi con figure di santi: Quirino, Emiliano, beato Giovanni Avogadro, Nicola da Tolentino, altri santi Vescovi e una Messa di san Gregorio.

Informazioni:
Il castello è adibito in parte a sede comunale e in parte a residenza privata.
La Cappella dei Santi Simone e Giuda è di proprietà privata, info Comune tel. 015 5821032

Links:
http://vialardi.org/VdSF/pdf/Libro_Verrone_castello.pdf

http://www.vialardi.org/VdSF/verrone_ex_1.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Verrone

Bibliografia:
T. VIALARDI DI SANDIGLIANO, Verrone, l’immagine ricostruita, L’artistica ed., Savigliano CN, 2005 (reperibile in parte sul web al sito indicato al n° 1)
R. RABAGLIO, Castelli del Biellese, Ed. Leone Griffa, Pollone BI, 2003

Fonti:
Fotografie 1 e 2  di F. Ceragioli da Wikipedia; foto 3: particolari affreschi cappella da Rabaglio R., 2003.

Data compilazione scheda:
30/4/2007 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Valdengo (BI) : Castello e Ricetto

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Storia del sito:
Valdengo divenne feudo della famiglia Avogadro che lo ottenne dai Savoia all’inizio del XV secolo. Adagiato sul dorso della collina, già dal XII secolo vi sorgeva un castello a monte dell’abitato. Nel XV secolo, per aggregazioni successive si formò un “complesso castellato” o “castello consortile”, tipico degli insediamenti medievali delle famiglie Avogadro, che era un insieme di edifici tipo “casaforte” ad uso residenziale di proprietà di vari rami della famiglia. Il complesso, che a Valdengo comprende anche un ricetto ad uso popolare, era difeso da un’unica cerchia muraria.
Le mura delimitano la zona più esterna a nord; attraverso la torre porta, situata in un angolo del castello, si accede ad un complesso di edifici in cui è riconoscibile la struttura dell’antico ricetto; procedendo nella salita si arriva alla sommità del complesso, il castello vero e proprio, composto da vari edifici e da una cappella, separato dal ricetto da una duplice barriera difensiva.
Il castello ebbe una fase di declino nel XVII e XVIII secolo, saccheggi, distruzioni (in particolare da parte degli Spagnoli nel 1649) e abbandono; nel 1742 venne abbattuta una parte delle mura e di una torretta e successivamente venne sottoposto a restauri che eliminarono le parti difensive e lo trasformarono in una dimora signorile

Descrizione del sito:
Il complesso si articola in diverse costruzioni risalenti a periodi differenti, oggi adibite ad abitazioni private. La torre-porta a doppio accesso (pedonale e carraio con ponte levatoio) è aperta verso l’interno; costruita in laterizio con mensole e piano a sbalzo con caditoie, è coronata da merlature. Risale alle sistemazioni del XV secolo.
Dell’area del ricetto sono leggibili la perimetrazione e la muratura di difesa in parte inglobata nelle costruzioni. A sinistra della torre porta i ruderi di alcune cellule.
Della prima porta di guardia al castello rimane solo lo stipite sinistro in pietra: una bertesca del XV secolo si è molto ben conservata: ricca di fregi a dentelli, con caditoie poggianti su beccatelli in pietra; coronata da una finta merlatura a coda di rondine. La seconda chiusura era dotata di saracinesca ed immette nel cortile del castello a fianco della cappella gentilizia.
La parte più elevata del castello presenta il “palazzo del Barone” che chiude a levante la struttura e il cosiddetto “Palazzo del Vescovo”, due degli edifici più antichi discretamente conservati, sia pure con sovrapposizione di elementi rinascimentali e barocchi.
La piccola cappella gentilizia, dedicata ai Santi Caterina di Alessandria, Eusebio e Antonio Abate, che probabilmente risale all’epoca dell’infeudamento degli Avogadro, era tutta affrescata; subì varie manomissioni e un incendio ne distrusse la volta. Gli affreschi superstiti risalgono alla prima metà del Trecento e sono attribuiti al Maestro di Oropa; rappresentano una Annunciazione, san Giovanni Battista, altri santi e alcune scene della vita di santa Caterina d’Alessandria.

Informazioni:
Il Castello degli Avogadro si trova a monte dell’abitato, in posizione elevata e i suoi edifici sono di varie proprietà private.  Comune tel. 015 881852

Link:
http://www.biellaclub.it/_cultura/Castello-Valdengo/index.htm

Bibliografia:
VIGLINO DAVICO M., I ricetti, difese collettive per gli uomini del contado nel Piemonte medioevale, Edialbra, Torino, 1978
RABAGLIO R., Castelli del Biellese, Ed. Leone Griffa, Pollone BI, 2003

Fonti:
Foto in alto di F. Ceragioli  da Wikipedia.

Data compilazione scheda:
20/10/2006 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

Sandigliano (BI) : Castello della Rocchetta e resti del Ricetto

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Storia del sito:
Il ricetto aveva una forma ovale e risale probabilmente al XIV secolo; l’ingresso era situato sul lato ovest dell’attuale piazzetta della chiesa, era difeso da una torre-porta con rivellino e circondato da un fossato. Le strutture, ancora in uso, vennero descritte in una relazione del 1575. Il ricetto serviva come riparo in caso di necessità, non come abitazione stabile della popolazione.
Sandigliano ha avuto nel medioevo una doppia fortificazione conseguenza della duplice signoria su questo luogo: dei Sandigliano e dei Vialardi proprietari del castello del Torrione (vedi scheda).

All’interno del ricetto sorge il castello detto “LA ROCCHETTA” che era, nella seconda metà del XV secolo, l’abitazione dei signori Sandigliano di Sandigliano. Il castello, di forma irregolare e asimmetrica, pare essere frutto di trasformazioni che hanno inglobato costruzioni precedenti facendone un corpo unico e completandolo con strutture fortificate di difesa (oppure, secondo altre ipotesi, esisteva una primitiva struttura fortificata che fu ricostruita dai sopraggiunti signori di Sandigliano).

Descrizione del sito:
Del RICETTO è visibile quasi tutta la cerchia muraria, escluso il tratto ovest sul fronte della parrocchiale, dove rivSandigliano_ricetto-piantaellino e torre-porta sono stati distrutti; le murature in ciottoli sono in parte inglobate nei fabbricati che vi sono accostati.
Al centro del perimetro del ricetto si eleva una torre a grossi blocchi squadrati di pietra alta circa m. 10,50, a forma parallelepipeda, una torre di difesa, che fu sopraelevata nel 1698 in stile barocco ed utilizzata come torre campanaria. Le caratteristiche architettoniche la pongono al XII o XIII secolo, quindi è probabile che il ricetto sia stato costruito in seguito intorno ad essa. Delle costruzioni del ricetto rimangono solo due fabbricati composti da cellule in mattoni.
Il castello LA ROCCHETTA presenta caditoie e merlature ed una torre quadrata che oggi è conclusa da una altana munita di falso apparato a sporgere.


Informazioni:

Dietro all’attuale Parrocchia, in Piazza don Minzioni. Info Comune, tel. 015 691003
Il Castello è di proprietà privata; resti del ricetto sono visibili esternamente.

Link:
http://www.castellolarocchetta.it/gallery/index.php

Bibliografia:
VIGLINO DAVICO M., I ricetti, difese collettive per gli uomini del contado nel Piemonte medioevale, Edialbra, Torino, 1978
RABAGLIO R., Castelli del Biellese, Ed. Leone Griffa, Pollone BI, 2003

Fonti:
Foto in alto dal sito: http://www.mtbsentieribiellesi.it/

Data compilazione scheda:
19/10/2006 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Sandigliano (BI) : Castello Torrione Vialardi e Oratorio di S. Antonio Abate

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Storia dei siti:
Sandigliano ha avuto nel medioevo una doppia fortificazione, conseguenza della duplice signoria su questo luogo: il castello del Torrione, di proprietà dei Vialardi e il castello della Rocchetta legato alla famiglia dei Sandigliano (vedi scheda).
Il Torrione è il più antico dei due e il primo nucleo risale all’incirca all’XI secolo: era il torrione o dongione centrale che diede il nome all’intero complesso che venne potenziato tra il XIII e il XIV secolo con doppio fossato, torri con ponti levatoi, soprelevazione della cortina dei fabbricati preesistenti. A queste opere di nuova fortificazione risale l’agglomerato popolare della borgata Villa (toponimo ancora esistente) con la costruzione di un ricetto signorile che è quasi completamente scomparso.
Il castello del Torrione rimase di proprietà della stessa famiglia per secoli, fino ad oggi. Gli edifici nel tempo vennero fortemente modificati, in particolare con l’abbattimento della torre-porta a levante, il riempimento dei fossati, la demolizione di quasi tutta la cortina muraria; intorno al 1920 un intervento di restauro curato da Carlo Nigra riportò alla luce alcuni elementi architettonici antichi, ma introdusse anche alcune aggiunte, secondo la teoria allora vigente del restauro integrativo.

Descrizione dei siti:
Del castello dei Vialardi rimangono intatti l’antico dongione con le merlature rifatte alla guelfa (al contrario la famiglia nel Medioevo fu tenacemente ghibellina) ed una singolare bertesca cinquecentesca.
I pochi resti del ricetto furono inglobati nell’azienda agricola ad ovest del castello.

L’ORATORIO DI SANT’ANTONIO ABATE detto “al Torrione”, pur appartenendo alla famiglia Vialardi non fu mai cappella gentilizia. L’abside è tardo-romanica; all’interno conserva affreschi della seconda metà del XV secolo attribuiti ad un pittore di area novarese, che ha lasciato varie testimonianze anche nel biellese, detto il “Maestro del Cristo della Domenica” (o Maestro di Proh, frazione di Briona NO), che raffigurano, nel catino absidale, il Cristo in mandorla con i simboli dei quattro Evangelisti e, nel tamburo, i dodici Apostoli.
Un affresco del XVI secolo raffigura la Madonna col Bambino.

Informazioni:
Poco fuori dell’abitato, lungo la strada per Borriana, in località Villa. L’oratorio di Sant’Antonio Abate sorge a poca distanza dal castello, sempre in via Roma. Info Comune, tel. 015 691003. Il castello é di proprietà privata. Per l’ Oratorio rivolgersi alla Parrocchia di Sandigliano, tel. 015 691068

Links:
http://www.vialardi.org/VdSF/torrione_ex_1.html

http://vialardi.org/VdSF/pdf/Castello_del_Torrione.pdf

Bibliografia:
VIGLINO DAVICO M., I ricetti, difese collettive per gli uomini del contado nel Piemonte medioevale, Edialbra, Torino, 1978
VIALARDI DI SANDIGLIANO T., Il Castello di Sandigliano, in SPINA L., (a cura di), I Castelli Biellesi, Milano, 2001
RABAGLIO R., Castelli del Biellese, Ed. Leone Griffa, Pollone BI, 2003

Fonti:
Fotografia da http://www.borghi.biella.com/s-z-sandigliano.htm

Data compilazione scheda:
19/10/2006 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

Salussola (BI) : Resti della Pieve di San Pellegrino di Puliaco

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Storia del sito:
Nel territorio dell’odierno comune di Salussola, collocato su uno sperone della Serra, sorgeva l’antica Victimulae abitata dalle popolazioni indigene che sfruttavano le risorse auree della Bessa; fu poi centro romano di grande importanza che mantenne anche durante l’alto medioevo, confermato dalla presenza, in un territorio ristretto, di ben tre pievi: San Secondo nella frazione omonima, San Pellegrino di Puliaco in località San Pellegrino di cui resta il campanile romanico, San Pietro Levita, oggi incorporata nella cascina San Pietro all’ingresso del paese e completamente trasformata in periodo barocco.
La PIEVE DI SAN PELLEGRINO sorgeva nel villaggio romano di Puliaco, presso Salussola e precisamente nella piana dell’Elvo, tra Vigellio e la strada provinciale per Massazza. San Pellegrino fu la seconda pieve sorta sull’attuale territorio di Salussola e le sue origini vanno collocate nella seconda metà del secolo V d.C. Dovette essere una pieve molto importante se ancora nel XIII secolo estendeva la sua giurisdizione sulle molte chiesa nella zona tra Viverone e Cossato. Il più antico pievano citato negli archivi è Vilielmo, nel 1190. Nominata in tutti gli elenchi delle pievi vercellesi dei secoli XIII, XIV e XV, seguì anch’essa la sorte del villaggio.
Le lotte tra Guelfi e Ghibellini, intorno al 1312, devastarono fortemente l’abitato di Puliaco, tanto che a poco a poco fu abbandonato dai suoi abitanti, come avvenne anche per i villaggi di Private e d’Arro. Anche la chiesa dovette essere lasciata all’abbandono e fu proprio in conseguenza di questi fatti che, l’11 settembre 1413, il Vescovo di Vercelli, Matteo Gisalberti, aggregò la pieve di San Pellegrino, con le chiese vicine di San Lorenzo di Puliaco, di San Giovanni Battista di Private e di Santa Maria di Arro con tutti i loro beni e privilegi, alla chiesa di Santa Maria Assunta, nel borgo di Salussola, trasportando in questa chiesa anche l’esercizio di tutti i diritti plebani.
Da questa data in avanti però, l’antica pieve, officiata solo più nella festa del Santo, iniziò la sua decadenza e la sua rovina. Le bande di Facino Cane ne completarono la distruzione. Nel 1619 si pensò di utilizzare parte delle pietre del campanile per costruire quello di Santa Maria Assunta.

Descrizione del sito:
Della Pieve di San Pellegrino di Puliaco si sono conservati i resti del massiccio campanile e le fondamenta dei muri della chiesa, da cui risulta che doveva essere a tre navate. È ancora intatta la parte inferiore dell’abside della navata laterale a sud, la cui struttura muraria è costituita da ciottoli del torrente Elvo, disposti a spina di pesce, legati da spessi strati di malta, su cui si vedono le incisioni fatte con la punta della cazzuola. All’esterno quest’abside mostra tre strati di lesene, formate da mattoni, intercalati da pochi conci di pietra. Anche della facciata è rimasto un solo tratto di muro, costituito da conci di pietra disposti disordinatamente con al centro l’apertura che un tempo doveva contenere la porta principale della chiesa.
I resti più interessanti sono quelli del campanile, di pianta quadrata, addossato alla chiesa sul lato nord. Muri dello spessore di circa un metro e mezzo alla base, che vanno restringendosi a piani verso la sommità, eseguiti in ciottoli di torrente a spina di pesce, con agli spigoli resti di contrafforti in blocchi di pietra squadrata e mattoni. Una porta con arco romanico dava adito al campanile da una navata laterale della chiesa. Numerosi resti di tegoloni romani attestano quale doveva essere la copertura del campanile e della chiesa. Da questi resti possiamo datare il campanile al secolo XII e la chiesa a pochi decenni prima: si tratta quindi di una ricostruzione della chiesa plebana primitiva.
I resti dell’antico battistero probabilmente sono ancora interrati.

Informazioni:
I resti della pieve di san Pellegrino si vedono transitando sulla strada provinciale per Massazza, in direzione nord-est, oltre il sottovia ferroviario, in un bosco di fitte acacie. Comune, tel. 0161 998124

Link:
http://www.salussola.net/puliaco_-_la_pieve_di_san_pellegrino.html

Bibliografia:
D. LEBOLE, Storia della chiesa biellese, Le Pievi di Vittimulo e Puliaco, Tip.e Lib. Biellese, Biella, 1979

Fonti:
Notizie e fotografia tratte dal sito sopraccitato.

Data compilazione scheda:
8/2/2007 – aggiornamento giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese