Provincia Verbano Cusio Ossola

Villadossola – Piaggio (VB) : Chiesa di Santa Maria Assunta

 

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Storia del sito:
La CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA IN PIAGGIO è costruita su uno sperone roccioso a strapiombo sul torrente Ovesca, che un tempo non scorreva nell’attuale letto ma, probabilmente, nei pressi della roccia girava bruscamente immettendosi nella valle principale, lambendo tutto intorno la base dello sperone roccioso. Il sito era strategicamente importante in quanto quasi inaccessibile e vicino all’unico punto di attraversamento del corso d’acqua. Sia la toponomastica antica, sia i documenti (del 1566 e del 1780) affermano che nel sito vi era un castello o una torre, quindi la chiesa nacque come “cappella ad castrum”.
Il nucleo più antico della chiesa, che risale ai sec. VII–IX, era costituito da un piccolo ambiente ad unica navata che appoggiava alla roccia ad ovest e ad est era concluso da una piccola abside.
Successivamente venne costruita una seconda navata, dotata di un’altra abside semicircolare, di dimensioni uguale alla preesistente.
Poi nel secolo XI, sia per necessità di spazio, sia, presumibilmente, per i frequenti fenomeni alluvionali che interrarono l’edificio, la Chiesa venne ricostruita. I muri perimetrali furono innalzati; vennero occupate le sporgenze rocciose ad ovest; vennero costruite strutture di rinforzo con pilastro centrale e volte a crociera nelle navate inferiori e una nuova unica navata venne appoggiata sulle due precedenti; due nuove absidi gemelle vennero costruite coincidenti con quelle inferiori. L’aula fu coperta da un tetto a due falde in piode, simile all’attuale. (vd. disegno)
Alla fine del sec. XVI nel muro a sud vennero aperti due archi per mettere in comunicazione la chiesa con un’altra piccola nave coperta con volte a crociera, alla quale fu poi aggiunta la sacrestia.

Descrizione del sito:
La parte absidale più antica, sotto il piano stradale attuale e resa visibile da un muro di contenimento concluso da una cancellata, appare costruita più rozzamente, con paramento murario costituito da ciottoli di fiume ed alcune pietre di cava, legate da un abbondante letto di malta. Le absidi sono coronate superiormente da archetti ciechi, hanno una finestra a croce tra due piccole aperture circolari, presentano cinque specchiature coronate da cinque archetti e separate da spesse lesene con un elemento decorativo in pietra a forma di croce.
Il CAMPANILE risale all’XI sec, cioè all’epoca di costruzione della nuova chiesa, ma è realizzato con tecniche diverse quindi da maestranze differenti.
Il nucleo più antico della chiesa (VIII – IX secolo) si trova nella CRIPTA ed è accessibile dalla porta sottostante l’odierna sacrestia: è una piccola aula rettangolare che appoggia sulla roccia a ovest ed è conclusa a est da una piccola abside semicircolare.
Le uniche parti decorate con affreschi sono le absidi.
Nell’abside settentrionale della chiesa superiore vi sono affreschi datati alla fine del XIII secolo, che stilisticamente si rifanno ai modelli ieratici propri della pittura romanica. Nel catino absidale vi è una raffigurazione della Trinità raffigurata come triplice immagine di Cristo, con le tre Persone identiche tra loro assise frontalmente a una mensa e recanti il calice eucaristico. Si tratta di una delle rappresentazioni iconografiche di questo tipo più antiche che si conoscano. Più in basso, sulla parete cilindrica dell’abside, vi sono sei figure di Apostoli, a gruppi di due, separati dalle monofore che illuminano l’aula. Un’altra serie di sei Apostoli doveva essere presente nell’abside meridionale, il cui altare è ornato da una Natività del cosiddetto pittore della Madonna di Re, attivo alla fine del XIV secolo.
Nelle absidi inferiori rimangono solo frammenti di affreschi.

Informazioni:
Località Piaggio. Telefono: 0324 51178

Link:
http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_della_Beata_Vergine_Assunta_(Villadossola)

Bibliografia:
Il Romanico in Ossola, “Oscellana”, Anno XXXVII, N. 2 Aprile – Giugno 2007 (reperibile sul web http://dignitatispersonae.myblog.it/media/00/01/577094866.pdf  e Oscellana37 -2-2007)

Fonti:
Fotografia in alto da Wikipedia. Documentazione e parte delle fotografie fornite nel 2005 dall’arch. Paolo Negri (Associazione “Villarte” di Villadossola)

Data compilazione scheda:
21/06/2005 – revisione giugno 2012 e febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A. Torinese

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Vignone (VB) : Incisioni rupestri

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Storia del sito:
La zona attorno al Lago Maggiore cominciò ad essere stabilmente abitata nel Neolitico (circa 4000 a.C.). I ritrovamenti di Mergozzo permettono di stabilire che anche le zone più vicine alle montagne erano frequentate e, probabilmente, stabilmente abitate; quindi anche la zona di Vignone – Monte Cimolo.

Descrizione del sito:
FRAZIONE BUREGLIO, LOCALITÀ BELVEDERE. Poco oltre Bureglio, lungo una mulattiera che affianca la strada vecchia per Beè/Premeno, s’incontra una spianata erbosa denominata Pianezza. Una carrareccia costeggia questa spianata, sulla destra, e porta ad un precipizio sulla Valle Intragna, a picco sopra Ramello: questa località è denominata Belvedere. Dal Belvedere un sentiero s’inoltra, a mezza costa sotto il Cimolo, nella Valle Intragna. Dopo alcuni metri vi è un masso, a picco sulla valle, con incisioni. La roccia ha una superficie più o meno piana ma piuttosto accidentata da rilievi, fessure ed avvallamenti, per questo motivo il riconoscimento complessivo delle incisioni, presenti sulla superficie è difficile.

LOCALITÀ CÀ DI MÜI. La “Casa dei muli” era una stazione di posta dove i contadini che percorrevano la valle, lasciavano gli asini stanchi e riprendevano il loro cammino con altri riposati. Si tratta di un esteso ed articolato affioramento roccioso di scisto compatto, in posizione dominante sul fondo della Valle Intragna, ricco di coppelle. Alcune coppelle formano linee rette, forse orientate sulla posizione del sole.

LOCALITÀ MÖTT AD CRANA. Sull’affioramento roccioso di cresta sullo spartiacque sinistro della Valle Intragna si trovano le incisioni.

In VIGNONE, ARCHITRAVE, murata nella parte esterna di un’abitazione privata in via Reginetta Francioli, che reca incise tre figure antropomorfe, piuttosto inusuali nel territorio del Verbano-Cusio-Ossola. Questa pietra, di serizzo, collocata in posizione rovesciata rispetto all’originale, presenta evidenti analogie con incisioni preistoriche di varie località dell’arco alpino (soprattutto Val Camonica) e i suoi simboli, pertanto, vengono attribuiti al Bronzo Medio (1600-1250 a.C.) e ricondotti allo “schema dell’orante”.

Informazioni:
I massi incisi si trovano in frazione Bureglio e nelle località di “Cà di müi” e “Mött ad Crana” a sud-ovest del paese. I siti si trovano sulla linea di spartiacque tra valle Intragna e zona collinare di Beè (vedi scheda) e Vignone. Info Comune, tel. 0323 551070

Link:
http://www.comune.vignone.vb.it

Bibliografia:
BIGANZOLI A:, Il territorio segnato. Incisioni rupestri del Verbano, Ed. Museo del Paesaggio, Verbania VB, 1998
COPIATTI F.; DE GIULI A.; PRIULI A., Incisioni rupestri e megalitismo nel Verbano Cusio Ossola”, Ed. Grossi, Domodossola VB, 2003
PRIULI A., Incisioni rupestri in Valcamonica, Ivrea, Priuli e Verlucca Ed., Ivrea, TO, 1985

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dai siti sopra e sotto indicati.
Puoi scaricare il documento del sito, non più attivo nel 2014, http://vco.storiainrete.net/storiainrete/vco/mediateca.nsf/   Il territorio segnato in Mediateca VCO

Data compilazione scheda:
19/09/2007 -aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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VERBANIA – Pallanza (VB) : Chiesa di San Remigio

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Storia del sito:
Arroccata sul colle della Castagnola sorge la chiesa di San Remigio, forse cappella di un vicino castello del quale però non resta traccia se non nella persistenza del toponimo “castellazzo”. La “Curte Palanza” è nominata in un documento dell’855 e la chiesa di S. Remigio è citata per la prima volta nella bolla Innocenziana a Litefredo del 1132, dal quale risulta che la “capella” dipendeva dalla pieve di Baveno.
L’edificio, la cui origine si pone tra i secoli XI e XII, ebbe differenti fasi costruttive, modifiche e anomalie architettoniche di difficile interpretazione. La muratura della navata minore è più curata e il pietrame meglio squadrato: ciò fa ipotizzare una costruzione successiva a quella della navata maggiore.
La Chiesa conserva all’interno resti di pregevoli affreschi dei secoli XI e XIII.
La chiesa fu parrocchiale sino al 1341, poi venne abbandonata e nel XVI secolo un certo Gerolamo Appiani, volendo abitarvi quale eremita, realizzò alcune opere di restauro: chiuse le monofore delle absidi, aprì una nuova finestra, costruì la sacrestia, e fece costruire un ampio portico quadrato, addossato alla facciata, come ricorda una lapide che porta la data del 1591. In quell’occasione o nel secolo successivo si intonacò e imbiancò l’interno coprendo gli affreschi.
La chiesa venne dichiarata monumento nazionale nel 1908 e si progettarono i restauri che vennero eseguiti nel 1928-1929: la muratura venne consolidata, vennero riaperte le monofore delle absidi, venne demolita parte del portico cinquecentesco. Ulteriori restauri vennero effettuati dal 1975 con la scoperta degli affreschi absidali.

Descrizione del sito:
La chiesa oggi è formata da una navata maggiore di tre campate, più una di presbiterio, concluse da un’abside semicircolare, e da una navata minore, sul lato sud, formata da tre campate, un piccolo presbiterio e un’absidiola. In facciata rimane parte del portico; il portale è ad arco con lunetta e architrave, sopra di esso una stretta monofora ad arco. Sotto gli spioventi del tetto corre una serie di archetti in cotto, di forma irregolare, come quelli del fianco della navata maggiore.
Le pareti laterali dell’edificio presentano lesene e contrafforti in corrispondenza dei pilastri; la parete della navata maggiore presenta muratura poco regolare, alcune mensole, monofore aperte e altre chiuse, al di sopra corre una cornice di archetti irregolari in cotto. Cinque archetti in pietra compaiono a metà altezza della terza campata indicando un cambiamento di progetto per la costruzione della navata minore, poi costruita sull’altro lato.
L’abside maggiore è divisa in cinque campi ciascuno coronato da tre archetti che poggiano su lesene, un alto zoccolo di ciottoli e pietrame con un tratto a spina di pesce. Due monofore sono aperte e sotto di esse vi sono le tracce di altre due chiuse. L’abside minore è divisa in due campi da tre lesene di conci in pietra, non ha la cornice di archetti, forse perché la monofora è collocata molto alta. Il fianco della navata laterale presenta archetti più regolari, ricavati in un unico concio, che poggiano su mensole rampanti non lavorate.
Il CAMPANILE, di soli m. 2,22 x 1,65, è addossato alla seconda campata e appare precedente alla chiesa per la semplicità della costruzione in ciottoli e pietrame, senza suddivisione in piani; è concluso da quattro bifore. Tra il campanile e la facciata resti di fondazioni di un muro in ciottoli, forse di una navatella. Può risalire al secolo XI nella parte inferiore, perché quella superiore appare costruita con muratura più curata, regolare e con pietre di dimensioni minori.
L’interno della chiesa ha le quattro campate coperte a crociera con archi in pietra che poggiano su semicolonne addossate ai pilastri interni e alle pareti. I capitelli ricavati da pietra grigia e arenaria bionda sono differenti tra loro e in parte forse sono di reimpiego: alcuni lisci, altri con una decorazione a motivi vegetali, uno con un uccello stilizzato, un altro con un viso umano. Sulla parete nord corre un basso sedile sino al presbiterio.
Gli AFFRESCHI più antichi, con qualche caduta di intonaco, si trovano nell’abside minore e risalgono al secolo XI: raffigurano la Majestas Domini con il busto del Cristo benedicente in un alone semicircolare; ai lati due angeli a figura intera: l’angelo di sinistra regge un libro, quello di destra, probabilmente san Michele, trafigge con una lancia un drago mentre lo calpesta; a sinistra in basso vi è una piccola figura che rappresenta il committente, forse un membro della famiglia dei conti di Pombia. Vi sono somiglianze stilistiche tra questi dipinti e quelli del Battistero di Novara.
Gli affreschi dell’abside maggiore risalgono al XIII secolo e sono attribuiti alla bottega del cosiddetto “Maestro di Angera” (di questo pittore restano alcuni affreschi nella rocca viscontea di Angera in provincia di Varese, del 1314-16, in S. Eustorgio e in S. Lorenzo a Milano e in S. Lorenzo a Borgomanero). Nel catino absidale vi è il Cristo tra gli Apostoli, raffigurati nella stessa posa statica, vi sono lacune, ma il dipinto è leggibile. Nel cilindro absidale è rappresentato, con una maggiore vivacità, un “ciclo dei mesi”, secondo la tradizione del tempo, purtroppo lacunoso e frammentario.
La chiesa presenta altri affreschi di epoca posteriore: sulla parete sinistra della navata centrale una Madonna di Loreto con al di sotto una Pietà del XV secolo; nella terza campata una Madonna che allatta il Bambino datata 1528; nella parete destra del presbiterio la figura di san Remigio datata 1533; altri due affreschi del XVI secolo raffiguranti la Madonna col bambino con ai lati san Remigio e san Francesco, uno sulla parete destra del presbiterio, l’altro nella lunetta; infine san Carlo Borromeo del XVIII secolo.

Descrizione dei ritrovamenti:
EPIGRAFI ROMANE. Nel 1975, durante i lavori di restauro, è stata recuperata un’ara dedicata da Severiana Valeriana ai Nati. Essa era incorporata in posizione verticale nell’altare ove serviva da pietra sacra; infatti nella parte superiore piana è ricavata una nicchia rettangolare per contenere le reliquie, mentre l’iscrizione era volta verso la navata.

Luogo di custodia dei materiali:
Presso il Museo del Paesaggio sono conservate altre due epigrafi provenienti da San Remigio. Tra queste l’epigrafe funeraria fatta fare da Vecco figlio di Moccone, nella quale compaiono nomi gallici e latini.

Informazioni:
la chiesa è situata a Pallanza in Località Castagnola. Info Parrocchia di S. Leonardo, tel. 0323 502402

Links:
http://www.illagomaggiore.com/2374,Poi.html

http://www.distrettolaghi.it/luoghi/chiesa-di-san-remigio

Bibliografia:
CHIERICI S., CITI D., Italia romanica: il Piemonte, la Val d’Aosta, la Liguria, Jaca Book, Milano, 1979 (nuova ediz. Edit. Angolo Manzoni, Torino, 2000)
CARAMELLA P., DE GIULI A., Archeologia dell’Alto Novarese, Antiquarium di Mergozzo, 1993, pp. 224-227.
CARAMELLA P., DE GIULI A., I ritrovamenti archeologici del Verbano nord occidentale, in Museo del Paesaggio 1909-1979. Museo storico e artistico del Verbano, Verbania, 1979, pp. 160-169
MOMMSEN T., Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. V, 2, nn. 6642-6643-6644, Berolini 1877
ZOCCHI M.P., Affreschi medioevali: San Remigio di Pallanza, in “Quaderni del Museo del Paesaggio”, n° 5, Vangelista, Milano 1986

Fonti:
Fotografie dai siti sopra indicati.

Data compilazione scheda:
21/02/2006 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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VERBANIA : Museo del Paesaggio

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Storia del Museo:
I materiali provenienti dalle due necropoli di Ornavasso entrarono a far parte del museo in due momenti distinti. Per primi vi giunsero i corredi delle sette tombe rinvenute nel 1941 dal professor Carlo Carducci nei pressi dell’oratorio di San Bernardo. I reperti tuttavia, depositati nei magazzini, non furono mai esposti. La parte numericamente più consistente della raccolta e anche la più importante sotto l’aspetto storico e archeologico (quella cioè proveniente dagli scavi effettuati da Enrico Bianchetti nel 1890-92) fu invece acquisita nel 1961 per merito del professor Vittorio Tonolli che la acquistò dagli eredi dello scopritore per farne dono alla città di Verbania. Di questo secondo lotto, un’ampia scelta di materiali fu esposta al pubblico nel 1963 in due piccole sale del primo piano. Questo spazio, pur essendosi rivelato quasi subito insufficiente in rapporto alle dimensioni e all’importanza della raccolta, rimase invariato per quasi vent’anni.
Nel 1982 la Soprintendenza Archeologica del Piemonte decise la temporanea chiusura di questa sezione del museo, nell’attesa di reperire spazi più adeguati. I reperti archeologici, molti dei quali pesantemente danneggiati dall’usura del tempo o dalle conseguenze di precedenti restauri condotti con metodologie oggi non più accettabili, furono sottoposti ad un attento lavoro di restauro per salvarli da un irreparabile degrado e restituirli al loro aspetto originario.
Nel 2000 la sezione archeologica è stata riaperta al pubblico in una veste completamente rinnovata.

Descrizione del materiale esposto:
I materiali si distribuiscono all’interno di cinque sale.
Un importante nucleo di reperti è rappresentato dalle armi, provenienti da 60 tombe scavate a San Bernardo e In Persona (vedi scheda necropoli di Ornavasso). L’arte della guerra fu largamente praticata dai Leponti della fase più antica delle necropoli di Ornavasso: i corredi maschili sono caratterizzati dalla presenza della panoplia militare, il cui elemento fondamentale era costituito da una lunga spada sospesa al fianco destro. Al considerevole numero di spade in ferro a doppio fendente, sempre accompagnate da anelli con cui venivano sospese alle cinture in cuoio, si aggiunge un più esiguo numero di punte di lancia a forma molto affusolata e di giavellotto. Il progressivo inserimento nella realtà politica dell’impero romano, portò notevoli cambiamenti nella dotazione di armi dell’aristocrazia. Nelle tombe più antiche di In Persona iniziano a comparire spade sempre più simili al gladio romano: decisamente più corte rispetto alle spade celtiche e atte a colpire l’avversario di punta, dovevano essere custodite in foderi di legno, di cui sono giunte fino a noi solo le guarnizioni metalliche. Le spade scompaiono completamente dalle tombe di piena età romana, molto probabilmente poiché non esisteva più la necessità di presidiare i confini. Continuano invece ad essere attestate fino al I secolo d.C. numerose lance, impiegate per la caccia.
L’elemento ornamentale più diffuso nei corredi funerari è la fibula, fermaglio a molla usato per unire i lembi di tuniche e mantelli. Accanto alle grandi fibule, che per la ricorrenza in questo sito sono state definite tipo Ornavasso, le tombe hanno restituito numerosi altri ornamenti e oggetti da toeletta. Le notazioni degli autori classici, che sottolineano le smodatezze delle popolazioni celtiche, ben si adattano agli antichi Leponti che amavano adornarsi con molti monili, realizzati prevalentemente in argento: bracciali “a spirale”, “a viticci” e “a fiorami”, secondo le denominazioni date da Bianchetti, e diversi tipi di anelli, tra cui particolarmente raffinati erano quelli a castone, ornati da gemme intagliate. Di gusto prettamente celtico erano i bracciali e i vaghi di collana in pasta vitrea, spesso caratterizzati da vivaci decorazioni policrome. Gli oggetti da toeletta rivelano una grande attenzione per la cura del corpo. Non si tratta solo di oggetti femminili; non mancano nei corredi maschili rasoi in ferro, pinzette di bronzo e strigili per detergere il corpo dopo il bagno.
Il defunto era spesso accompagnato nel suo viaggio ultraterreno da oggetti d’uso quotidiano che garantivano la continuità con il mondo dei vivi. Per questo motivo nei corredi tombali compaiono spesso stoviglie e vasellame ceramico utilizzati per la cottura, la conservazione dei cibi e per imbandire riccamente la tavola. Oltre alla ceramica da cucina di tradizione celtica (in gran parte recipienti modellati semplicemente a mano e talvolta rifiniti al tornio lento), i corredi di San Bernardo hanno restituito anche abbondante ceramica fine da mensa a vernice nera. Pur non mancando reperti provenienti dai raffinati atelier etruschi, la maggior parte del vasellame verniciato è da attribuirsi ad una produzione più corrente, locale. L’apice del lusso è rappresentato dal vasellame in bronzo, presente nei corredi più ricchi, appartenuti a guerrieri o a donne di rango.
Una produzione caratteristica dell’artigianato locale erano i vasi a trottola, così chiamati per la particolare forma schiacciata del corpo. Erano destinati a contenere il vino che, verosimilmente, era anche prodotto localmente e non solo importato. I vasi a trottola di Ornavasso si distinguono da quelli affini rinvenuti nei territori confinanti per la fitta decorazione a motivi geometrici dipinti sul corpo. Sono inoltre le forme vascolari su cui ricorrono con maggior frequenza nomi graffiti in alfabeto leponzio, che ne indicavano l’appartenenza.
Molto diffusi nelle tombe di San Bernardo, dove ne sono stati rinvenuti 103 esemplari, sono invece completamente assenti nella necropoli di In Persona, sostituiti dalle olpi, recipienti che avevano la medesima funzione ma appartenevano alla tradizione italica e orientale.
Tra gli oggetti più noti della raccolta Bianchetti, figura il vaso a trottola detto “di Latumaros”, proveniente da una tomba femminile della necropoli di San Bernardo databile al I secolo a.C. Il vaso, di ridotte dimensioni, è decorato sulla spalla con due fasce concentriche bianche; tra le quali sono state graffite, dopo la cottura, cinque iscrizioni che ci permettono di risalire al suo uso. L’iscrizione più lunga, in alfabeto leponzio, ci informa infatti che il vaso conteneva il famoso e squisito vino di Naxos, offerto in dono a una coppia di novelli sposi, Latumaros e Sapsuta.
Copiosa e interessante è la raccolta di monete. L’abbondanza dei ritrovamenti, oltre ad indicare una particolare condizione di ricchezza delle popolazioni stanziate ad Ornavasso, è stata di notevole aiuto agli studiosi per determinare la cronologia dei sepolcreti. Le monete romane, infatti, recano spesso impresso il nome del monetiere, generalmente conosciuto dalle fonti storiche e quindi ben databile. Poiché le monete romane sono piuttosto rare nelle sepolture coeve della valle Padana e completamente assenti in quelle transalpine, i corredi funerari di Ornavasso sono stati per lungo tempo un insostituibile punto di riferimento per la datazione di altri oggetti di larga diffusione, come armi, ornamenti, utensili e vasellame.

In due sale nel piano seminterrato sono inoltre esposte una collezione magnogreca, riunita da don Secondo Falciola di Miazzina e costituita da un nucleo omogeneo di oggetti, databili tra l’VIII e il IV secolo a. C., attribuibile alla necropoli daunia di Ascoli Satriano (Foggia) e la collezione depositata dal C.A.I. di Intra, composta di due parti: un nucleo di oggetti di provenienza verbanese e riferibili all’età romana (I-IV secolo d. C.); una raccolta di vasellame proveniente dall’Italia centrale, le cui forme permettono di ricondurre il materiale a quello che era il territorio dei Falisci, ossia l’estremo lembo meridionale dell’Etruria.

Informazioni:
Palazzo Viani Dugnani, Via Ruga, 44 Verbania Pallanza.
Tel. 0323.556621 – Fax 0323.507954 – E-mail museodelpaesaggio@tin.it


Link:
http://www.museodelpaesaggio.it/

Bibliografia:
DE MARINIS R., 1988, Liguri e Celto-liguri, in “Italia Omnium Terrarum Alunma”, Milano, pp. 157-259;
RITTATORE E., 1975, La civiltà del ferro in Lombardia, Piemonte, Liguria, in “Popoli e Civiltà dell’Italia Antica”, IV, Roma, pp. 223-328;
TIZZONI M., 1981, La cultura tardo La Tene in Lombardia, in “Studi Archeologici”, I, Bergamo pp. 5-39;
SAPELLI RAGNI M. (a cura di), 2004, Tesori del Piemonte. Il Piemonte degli scavi – Siti e musei di antichità;
GAMBARI, SPAGNOLO, 1997, Il Civico museo archeologico di Arona, Regione Piemonte

Pubblicazioni di Enrico Bianchetti
· Bianchetti E., 1878, L’Ossola inferiore. Notizie storiche e documenti, 2 voll., Torino;
· Bianchetti E., 1892, Ornavasso (NO), Di una antica necropoli scoperta a poca distanza dall’abitato, in Not. Scavi, 1892, pp. 293- 295;
· Bianchetti E., 1895, I sepolcreti di Ornavasso, in Atti della Società di Archeologia e Belle Arti per la Provincia di Torino, vol. VI;
· Bianchetti E., 1994, Appunti sull’Ossola inferiore e altri scritti, Fond. monti, Anzola;

Sulle necropoli di Ornavasso
· AA.VV., 1998-1999, I sepolcreti di Ornavasso, cento anni di studi, (4 voll.), Università degli Studi di Roma “La Sapienza”;
· Caramella P., De Giuli A., 1993, Archeologia dell’Alto Novarese, Mergozzo;
· Carducci C., Ornavasso (NO), 1950, Tombe d’età repubblicana, in Not. Scavi, pp. 214- 220;
· Graue J., 1974, Die Graberfelder von Ornavasso, Amburgo;
· Lo Porto F. G., Ornavasso (NO), 1954, Nuovi scavi nel sepolcreto di S. Bernardo, in Not. Scavi, pp. 257- 265;
· Piana Agostinetti P., 1972, Documenti per la protostoria della Val d’Ossola, Cisalpino Goliardica, Milano.

Fonti:
Fotografia dal sito del museo, indicato sopra.

Data compilazione scheda:
11/09/2004 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Simona Vigo – G. A. Torinese

Varzo (VB) : siti archeologici del Parco Naturale Veglia Devero Cianciavero e Balm d’la Vardaiola

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Storia del sito:
Nell’Alpe Veglia si trovano siti d’alta quota databili dal Mesolitico (che sulle Alpi si sviluppa tra l’VIII e il VI millennio a.C.) sino all’età medievale. Durante il Mesolitico gli uomini vivevano cacciando, pescando e raccogliendo frutti e radici. Questo tipo di economia prevedeva lo stanziamento estivo in alta quota, mentre l’inverno veniva trascorso nei fondovalle. Per la costruzione dei manufatti taglienti (indispensabili per le operazioni di caccia e per altri svariati usi) veniva utilizzato il cristallo di quarzo ialino, discretamente abbondante nella zona.
Nel 1986 nella conca di Veglia (di fronte alla località CIANCIAVERO) a 1750 m s.l.m., l’archeologo Angelo Ghiretti rinvenne lungo una carrareccia alcuni manufatti in cristallo, chiaramente mesolitici. Questo ritrovamento fortuito condusse all’individuazione di un sito che ospitava un’officina specializzata nella scheggiatura del cristallo. Altre tracce di presenza dei cacciatori mesolitici all’alpe Veglia sono emerse a 2347 m sul Pian d’Erbioi, dove è stato rinvenuto un “trapezio” di cristallo (probabilmente una punta di freccia).
Nell’area del parco è stato identificato un altro sito archeologico importante, sebbene cronologicamente molto più recente: il BALM D’LA VARDAIOLA, che si trova a 1950 m di quota sopra i pascoli di Pian dul Scricc (il Piano dello Scritto, con riferimento a un trattato medievale tra gli Ossolani e le confinanti popolazioni svizzere) alle spalle di Veglia. Nel dialetto locale “Balm” significa riparo sotto roccia e “Vardaiola” significa “guardiola”, ovvero una postazione da cui si osserva. Trovandosi infatti in posizione strategica, per millenni questo sito è stato utilizzato dai cacciatori (fino alla costituzione del Parco) per nascondersi, ripararsi dalle intemperie e, contemporaneamente, controllare gli spostamenti delle prede.

Descrizione del sito:
L’insediamento mesolitico dell’Alpe Veglia-Cianciavero, situato all’aperto, è stato finora esplorato su una superficie complessiva di oltre 100 mq. I reperti sono stati rinvenuti direttamente sotto la superficie erbosa, all’interno di uno strato di sabbie grigie spesso circa 15 cm. Siccome il sito si trova all’interno di un Parco Naturale, alla fine di ogni campagna estiva di ricerca lo scavo viene richiuso e le zolle erbose, temporaneamente deposte da parte e continuamente bagnate per impedirne l’essiccamento, vengono riposte nella posizione originaria in modo da lasciare intatto il terreno e non modificare il paesaggio (la zona è anche adibita a pascolo).
Sulla parete del Balm d’la Vardaiola è stata inoltre individuata da F.M. Gambari una PITTURA RUPESTRE NEOLITICA. Essa sembra raffigurare un ungulato a corna ramificate, forse un cervo, ed è stata dipinta con ocra rossa probabilmente amalgamata con un legante di origine organica. La pittura viene fatta risalire alla metà del IV millennio a.C. (Neolitico finale). Essa poteva far parte di una scena dipinta più ampia, ma con il tempo si è quasi del tutto distaccata dalla parete la patina levigata generata dall’erosione del ghiacciaio preesistente e che consentiva la realizzazione di pitture analoghe. La mineralizzazione nel tempo della pittura su un raro residuo di quell’antica superficie ne ha permesso la conservazione.

Descrizione dei ritrovamenti:
Gli strumenti in pietra del Mesolitico (bulini per bucare oppure raschiatoi e grattatoi per lavorare legno e pelli) hanno una forma geometrica e piccole dimensioni. Vengono chiamati “armature”: venivano incollati con un mastice su un supporto in legno o osso. Gli strumenti più frequenti nel sito di alpe Veglia sono armature ottenute con la tecnica del ritocco. Il cristallo (a differenza della selce che deve essere “preparata” spaccando il ciottolo per ottenere una superficie piana da cui staccare le lame) è già pronto naturalmente per la scheggiatura: usando un percussore (di legno o di corno) vengono staccate a colpi alterni piccole schegge che vengono successivamente lavorate (scorporando da esse schegge più piccole) per ottenere la forma voluta. Questa tecnica è detta del “ritocco”.
In dieci anni di ricerche a CIANCIAVERO sono stati rinvenuti quasi 8 kg di scarti di lavorazione del quarzo, 719 strumenti o frammenti di essi, 39 nuclei e 95 microbulini; 23 strumenti di selce. Il confronto dei tipi di reperti rinvenuti con quelli di altri siti mesolitici permette di datare i quarzi lavorati di Veglia al Sauveterriano (VIII-VII millennio a.C.), una delle fasi più antiche del Mesolitico.

Nel BALM D’LA VARDAIOLA gli scavi archeologici, in successive campagne di scavo (1992-1997), hanno rivelato la presenza di più strati, ovvero momenti diversi di occupazione del luogo, riferibili a diverse epoche: al Basso Medioevo, all’Alto Medioevo, all’Età Romana, all’Età del Ferro. Sotto un tappeto di spinacio selvatico un primo strato, dello spessore di 25 cm, è riferibile al Basso Medioevo (un focolare di un metro di diametro, buche di palo di una struttura in legno che doveva ospitare più persone in piedi e frammenti ceramici di un vaso da fuoco risalenti al XV secolo). Un secondo strato riferibile all’Alto Medioevo viene interpretato come un giaciglio protetto per trascorrervi la notte e formato da grandi pietre disposte a semicerchio contro la parete del Balm.
Lo strato sottostante, relativo ad un’occupazione in età romana, ha dato reperti significativi: una fibula di bronzo (I secolo a.C.), un grosso cristallo usato come percussore da acciarino e un frammento di amo in bronzo. Il ritrovamento dell’amo potrebbe indicare la pesca di pesci di grosse dimensioni nel lago (residuo del ghiacciaio) che anticamente occupava la conca di Veglia.
Un quarto strato ha rivelato un grande focolare dell’Età del Ferro con resti di vasi di ceramica modellata senza l’uso del tornio e lavorati con argilla proveniente dai dintorni del Balm. L’analisi dei carboni con il metodo del C14 ha dato una datazione assoluta al 570 a.C. (con un margine di oscillazione di più o meno 70 anni). È stato anche individuato un muro di recinzione che sosteneva un’alzata in legno.
[La presenza della pittura neolitica, se la datazione verrà confermata da successivi studi, comporta che il sito abbia conosciuto una fase di frequentazione molto più antica di quelle finora rinvenute – n.d.r.]

Luogo di custodia dei materiali:
Una piccola selezione dei materiali mesolitici è visibile presso il Museo di Antichità (archeologico) di Torino nella sala dedicata al territorio piemontese.

Informazioni:
Il Parco è agibile solo durante la stagione estiva. Info: Ente Parco Naturale Veglia Devero tel. 0324 72572;  e-mail: info@areeprotetteossola.it


 

Links:
http://www.areeprotetteossola.it/it/parco-naturale-veglia-e-devero/presentazione/il-parco

http://www.parks.it/parco.alpe.veglia.devero

www.alpedevero.it

Bibliografia:
GUERRESCHI A., GHIRETTI A., GAMBARI F.M., Archeologia dell’Alpe Veglia, S.E.M.M., Omegna, 1992
GHIRETTI A., GAMBARI F.M., GUERRESCHI A., Armi di cristallo. Dieci anni di archeologia territoriale all’Alpe Veglia, Ed. Parco Naturale Veglia Devero e Comunità Montana Valle Ossola, 1997

Fonti:
Notizie tratte dai siti sopra indicati e dai testi in bibliografia.
Immagine n° 5 tratta dal testo di GHIRETTI A., GAMBARI F.M., GUERRESCHI A. citato in bibliografia. Le altre fotografie sono dell’archivio GAT.

Data compilazione scheda:
17/10/2006 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Fabrizio Diciotti – G. A. Torinese

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Varzo (VB) : Chiesa di San Giorgio ed edifici medievali

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Storia del sito:
La chiesa attuale è frutto di ampliamenti in tempi successivi di una chiesa romanica di dimensioni più ridotte, della quale sono testimonianza i resti di affreschi del secolo XI. Venne allargata l’attuale navata centrale e coperta con volte a crociera in sostituzione del soffitto ligneo, presumibilmente nei primi decenni del Cinquecento; in seguito vennero aggiunte le navate laterali con il conseguente innalzamento della nave mediana. Alcune iscrizioni indicano probabilmente il periodo di tali interventi: la navata destra sarebbe stata completata nel 1540 mentre nell’altra si scorgono segni di maggiore antichità.
La facciata è a salienti, più volte rimaneggiata, con tre pinnacoli che evidenziano gli angoli del timpano e alleggerita al centro, nel 1682, da una triplice apertura a serliana, in luogo di un precedente rosone.
Il CAMPANILE robusto e ben squadrato, mostra la sequenza di riquadri coronati da archetti, ricorrenti nel romanico ossolano. Le ampie specchiature nei primi tre ordini si presentano doppiate da una lunga e sottile lesena squadrata (come nella chiesa di San Pietro di Crevola). Gli altri tre piani mostrano specchiature semplici con trifore; alla fine del XVIII secolo il secondo ordine di trifore fu murato per dare spazio al quadrante dell’orologio. Le restanti trifore furono demolite per innalzare il tetto togliendo quello precedente e costruendone uno a forma di cipolla rivestito di zinco. Nel 1898 il campanile subì l’ultima modifica con la costruzione di una cuspide piramidale, visibile ancora oggi.

Descrizione del sito:
La chiesa è ora un edificio a tre navate, separate, a destra, da una fila di tozze colonne corinzie che sorreggono arcate a tutto sesto e, dall’altra, da robusti pilastri che sostengono archi più bassi. Resti romanici rimangono solo nei sottotetti: alcuni frammenti della muratura che costituiva le pareti laterali esterne dell’edificio primitivo, ma priva delle tipiche decorazione ad archetti.
Molto interessanti sono alcuni frammenti di AFFRESCHI che sono datati agli inizi dell’XI secolo, che decoravano la navata centrale della chiesa primitiva: una testa, tre busti, un volto e un braccio, attualmente staccati e conservati nel locale adibito a sacrestia.
Va inoltre ricordato ciò che rimane dell’affresco rappresentante san Francesco, che si trova sulla facciata destra della chiesa, databile al XIII secolo, e che è la più antica immagine del Santo in Piemonte.
A causa di una terribile peste che imperversò nel XVII secolo, le mura della collegiata di San Giorgio furono interamente intonacate, cosicché per molti secoli si persero le tracce di tutte le decorazioni della chiesa. Solo nel 1913 furono riscoperti, tra gli altri, gli affreschi cinquecenteschi di scuola gaudenziana che sono, da un punto di vista artistico, le decorazioni più preziose della chiesa.
Questo ciclo – che aveva bisogno di lavori per far riaffiorare quelle parti  ancora nascoste dall’intonaco e  ridimensionare gli effetti dell’umidità, che aveva provocato delle macchie su alcune parti delle pitture visibili – è stato restaurato dal 206 al 2018.  Tali affreschi occupano le prime due campate, per chi entra, della navata destra. Nella prima campata troviamo, a destra la scena di san Martino e il povero, dietro ai quali si intravede un paesaggio e sulla destra una torre rinascimentale. La scena è inquadrata da una sorta di cornice pittorica che la separa dalla scena contigua della stessa campata. La parte centrale è occupata dalla figura di Cristo benedicente tra due immagini, quasi identiche, di san Giorgio. Tale scena è inquadrata in alto da una sorta di baldacchino a tre cornici concentriche. Nella scena di sinistra, la cui parte inferiore è praticamente illeggibile, è rappresentato san Giorgio a cavallo. Nella seconda campata vi sono due riquadri; nel primo campeggiano la Madonna in trono col Bambino e quattro Sante, sovrastate anche qui da un baldacchino dipinto; nel secondo riquadro vi è la rappresentazione della Trinità, data dalla ripetizione, per tre volte della figura di Cristo benedicente. Allo stato attuale risultano praticamente illeggibili le lunette con i profeti, con San Giorgio e San Battista, e quella con l’Annunciazione. Non rimane alcun documento d’archivio che possa far luce sull’artista che dipinse tale ciclo. Alcuni studiosi però (Brizio, Venturoli, Zani) ritengono di poter attribuire tali opere a Fermo Stella da Caravaggio.
Oltre a tali affreschi vanno ricordati l’affresco, sempre cinquecentesco, con il “miracolo dell’impiccato” riferito a san Giacomo di Compostela, che si trova nella lunetta che sovrasta l’entrata destra: si tratta, quasi sicuramente, di una pittura votiva commissionata in occasione di un pericolo scampato e degli affreschi, fatti nel 1563 da Giovanni Mauro da Vogogna, che si trovano rispettivamente nel sottarco di fronte al pulpito e nel sottarco davanti alla Cappella della Madonna del Rosario: nel primo sono rappresentati i busti di quattro profeti tra cui Geremia ed Ezechiele, nel secondo sono affrescati sei tondi con i volti delle Sibille. Dopo il 1916 le decorazioni della chiesa furono affidate a Pompeo Bottini.

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TORRE E’ una costruzione massiccia, in pietra di granito, situata a fianco del Municipio, nel cuore del Centro Storico. Esisteva già nel 1300 quando furono redatti gli Statuti della Valle. Fa corpo con essa, la costruzione che ospita la Trattoria Derna, già osteria per i cavallanti addetti al trasporto delle merci oltre il Sempione nel XIV secolo. La torre, che era luogo di vedetta e di segnalazione con altre torri sparse sul territorio ossolano, fu ristrutturata nel 1571. Anche la casa che si affaccia sulla scalinata della Chiesa dall’altro lato, era una torre, alta come la prima, ma successivamente venne abbassata e modificata in abitazione, ma sotto il recente intonaco conserva la struttura in pietre granitiche, una porta e una finestra con gli stipiti di marmo bianco di Crevola, con incisa un’iscrizione latina del 1582.

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Il cosiddetto “PONTE ROMANO” è una ricostruzione medievale di un ponte in pietra sulla antica strada romana del Sempione, in direzione di Crevoladossola.

Informazioni:
info comune tel. 0324 7001 o parrocchia 0324 7023


Links:
http://www.comune.varzo.vb.it/
http://ripensandolavita.blogspot.com/2008_09_01_archive.html

Bibliografia:
Il Romanico in Ossola, “Oscellana”, Anno XXXVII, N. 2 Aprile – Giugno 2007 (reperibile anche sul web)

Fonti:
Immagini 1 e 7 dal sito del Comune; immagini 2 e 3 dal sito sopra indicato al n°2; immagine 4 dal sito  http://prealp.msh-alpes.fr/fr/node/2722, non più esistente nel 2020.
Immagine 5 dal sito www.ossola24.it  .
Immagine 6 dal sito http://www.amossola.it/

Data compilazione scheda:
3 dicembre 2011 – agg. febbraio 2014 – maggio 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

VARZO stacchi XI sec

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Trontano (VB) : Incisioni rupestri dell’Alpe Sassoledo

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Storia del sito:
L’Alpe Sassoledo è situata alle pendici del Pizzo Marcio, lungo uno dei sentieri che da Verigo conducono in Val Grande attraverso la Colma di Basangrana. L’alpeggio è costituito da due nuclei di baite (ormai da tempo abbandonate) nei pressi dei quali sono state rinvenute numerose incisioni rupestri. I graffiti si trovano sulla parete alle spalle delle baite dell’alpe superiore (m 1600 circa), su un masso all’altezza dell’alpe inferiore (m 1568, ma posto sul costone dove sorge l’alpe superiore, e su un altro masso (scoperto solo nel luglio 2000) posto poco sotto l’alpe superiore (vedi piantina)
La parete alle spalle delle baite dell’alpe superiore appare come una grande lavagna su cui i pastori, da secoli, hanno lasciato un segno della loro presenza incidendo date, iniziali di nomi, croci e altri simboli. Le date vanno dal 1600 alla metà del 1900, ma alcuni graffiti potrebbero essere più antichi. Si tratta solo di un’ipotesi, avvalorata dal fatto che la roccia su cui sono incisi (il talcoscisto) è molto resistente all’azione degli agenti atmosferici e quindi permette la conservazione anche di segni poco profondi e molto antichi. La tecnica con cui sono state effettuate quasi tutte le incisioni presenti a Sassoledo è quella detta a “polissoire”, che consiste nello sfregare ripetutamente contro la roccia uno strumento appuntito. Per questo i graffiti appaiono filiformi e poco profondi.

Descrizione del sito:
Le incisioni più antiche sono quella sul masso sul costone dell’alpe superiore: presenta sulla superficie diverse coppelle, cruciformi, alberiformi e stelle.
Un alberiforme, opportunamente stilizzato, è stato usato come logo del parco della Val Grande.

Informazioni:
L’Alpe è raggiungibile a piedi in circa tre ore, partendo dalla frazione di Verigo, all’inizio della Val Vigezzo.

Trontano pianta Sassoledo

Link:
http://www.montagnavissuta.it/sassoledo.htm

Bibliografia:
COPIATTI F.; DE GIULI A., Incisioni di età storica all’alpe Sassoledo (Trontano), Oscellana, 1996
COPIATTI A.; DE GIULI A.; PRIULI A., Incisioni rupestri e megalitismo nel Verbano Cusio Ossola, Ed. Grossi, Domodossola VB, 2003

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dal sito sopra indicato, dove vi è una spiegazione del percorso  per raggiungere l’alpe.

Data compilazione scheda:
24/09/2007 -aggiorn. febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Trontano Sassoledo964

Trontano Sassolado incisioni01

 

Trontano (VB) : Chiesa della Natività di Maria

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Storia del sito:
Santa Maria (o Natività di Maria) di Trontano conserva l’originaria facciata considerata una delle più belle dell’arte romanica ossolana.
Trontano dipendeva dalla pieve di Domodossola, ma le frequenti piene del Toce e del Melezzo ne impedivano frequentemente l’accesso. Per questo motivo fu costruita in Trontano una chiesa che accogliesse i suoi abitanti. La chiesa e la parrocchia di Trontano si separarono dalla pieve di Domodossola intorno alla metà del 1100 e in quell’epoca la chiesa era più che secolare.
La primitiva chiesa di Trontano subì nei secoli aggiunte e modifiche fino ad assumere la forma attuale. L’abside originario venne perduto nel rifacimento e ampliamento del 1554. La pianta antica era un’aula rettangolare orientata da ovest verso est sulla cui testa vi era un’abside semicircolare. Le misure dell’originaria chiesa corrispondono a quelle dell’attuale navata centrale. Questa era coperta da una tetto a doppio spiovente formato da grosse travi su cui appoggiava la copertura in piode (nome locale delle lastre in pietra ollare). L’abside è stata ideata in base al disegno di San Bartolomeo di Villadossola (vedi scheda): presenta lo spazio diviso da cinque lesene coronate da archetti ciechi e aveva anche tre strette finestre.
Il CAMPANILE fu costruito qualche anno dopo la chiesa, sulla cima di uno sperone roccioso a qualche passo dalla chiesa stessa. Nella sua base c’è un’iscrizione che riporta la data di costruzione di questo edificio –la fine del XII secolo– e si trovano inoltre elementi decorativi forse predisposti per la chiesa, ma non utilizzati. La robusta torre aveva un coronamento con una doppia fila di archetti ciechi che sono tuttora evidenti. Questo campanile fu abbattuto per circa due terzi e poi ricostruito.

A Trontano vi è un’ampia casaforte, resto di un antico castello.

Descrizione del sito:
Il muro della facciata e quello della zona absidale si sollevano al di sopra degli spioventi del tetto in un sopralzo per dare maggiore leggerezza alla facciata e maggiore stabilità all’arco absidale. Le pareti sono costruite con materiale lapideo locale e i blocchi sono di dimensioni piuttosto ridotte, legati tra loro con la malta. Il paramento murario invece è composto da lastre di beola (gneiss locale) disposte in modo non parallelo tra loro e per questo ogni lesena rompe la continuità dei corsi. La porta presente nella facciata era rettangolare e sormontata da un arco di scarico in rilievo. Attorno a questo vi era un motivo a tortiglione e nella lunetta dello stesso vi era scolpita, su una pioda, una croce con codolo affiancata da un serpente e da una colomba, simboli di un detto evangelico.
Gli scomparti della facciata sono ottenuti da due larghe lesene che partono da un basamento e si rastremano nella parte superiore per collegarsi poi alla gronda del tetto. L’ordine medio e quello inferiore sono sfondati da una leggera risega a sua volta divisa da quattro semicolonne, con la parte centrale libera per la porta e per una bifora sovrastante l’entrata. Originariamente nel timpano, il quale aveva un parametro murario liscio, c’era un occhio circolare con una forte strombatura verso l’esterno.
Anche la facciata meridionale era modulata da una leggera risega coronata da una serie di ventiquattro archetti ciechi su cui poggiavano le piode del tetto. Questa facciata è divisa da sette strette lesene e simile a questa è anche quella settentrionale, dove però ci sono solo ventitre archetti e lo spazio è diviso in undici scomparti da dieci lesene.
Tre finestre, presenti in entrambe le facciate laterali, davano luce alla chiesa e non risultano simmetricamente disposte rispetto all’asse dell’edificio sacro. Le finestre a doppia strombatura erano piuttosto strette e lunghe e la strombatura verso l’esterno era ottenuta con brevi riseghe, mentre alcune all’interno avevano un intonaco che è stato poi dipinto. L’arco superiore alle finestre è ricavato da un blocco di beola ed è decorato esternamente.
All’interno, sulla parete meridionale, in vicinanza del presbiterio, si sono conservati i resti di una decorazione formata da una greca policroma e appena sotto si trovano le sinopie di alcune figure. Si è mantenuta completa la decorazione nello strombo di una finestra e vi sono tracce di decorazione anche in altre finestre.

Informazioni:
Su Piazza Chiesa, tel. 0324.45646

Link:
http://www.comune.trontano.vb.it/ComSchedaTem.asp?Id=5675

Bibliografia:
BERTAMINI T., S. Maria di Trontano, Ed. Spadaccini, Verbania VB, 1973, Estratto da “Oscellana” A. 3, n. 3, 1973

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dal sito sopraccitato.
Una fotografia delle decorazioni scultoree degli archetti si trova su www.escursionando.it

Data compilazione scheda:
23/09/2007 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Trasquera (VB) : Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio

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Storia e descrizione del sito:
La posizione indica il carattere strategico e difensivo delle sue origine, confermato anche dalla titolazione ai Santi Gervasio e Protasio, martiri del II secolo con connotazioni militaresche, come si vede nell’affresco che sormonta il portale che li raffigura a cavallo e con l’armatura. Un’antica e duratura tradizione riferisce di una cappella dedicata a Santa Maddalena dalla quale si è in seguito sviluppata la chiesa dei SS. Gervasio e Protasio. Con questa dedicazione, negli atti della Visita Pastorale del 1596, viene citato un altare appoggiato alla parete meridionale. Sempre da questa documentazione veniamo a sapere che era già stata costruita la sacrestia, nello stesso fianco, aderente al campanile. In epoca più recente si aggiunsero le due navate laterali e si modificò, deturpandola, la bella TORRE CAMPANARIA, alta 25 metri, di forme romaniche, con la chiusura delle finestre, l’aggiunta della cella campanaria e la messa in posa della strana e disarmonica cupoletta ottagonale con vistosi riquadri. In origine la struttura prevedeva in basso una feritoia, un ordine con una specchiatura cieca e due piani di bifore e una cuspide piramidale. Notevole la muratura formata da blocchi abbastanza regolari disposti in piano e taglio. La tipologia è simile a quella di altri campanili eretti nel territorio nel corso del XII secolo. Di poco precedente dovrebbe essere datata la chiesa romanica: gli statuti della Valle Divedro del 1321 la citano e riportano l’obbligo che riguardava gli abitanti della valle di omaggiare la chiesa di Trasquera con una candela di cera una volta l’anno nel giorno della festa di Santa Maddalena. L’attuale chiesa venne ampliata dopo il 1550, diverse date sulle muratura all’esterno, che vanno dal 1574 al 1620, ne comprovano le varie fasi di costruzione. Il corpo principale è formato dalla navata centrale con l’altare maggiore; sui lati troviamo altri cinque altari minori ed il battistero. Vi sono poi la sacrestia dei Sacerdoti e quella dei Confratelli, e sopra l’entrata il palco della cantoria con un pregevole organo.

Informazioni: La Chiesa Parrocchiale dedicata ai SS. Gervasio e Protasio si erge, a 1036 metri di quota, sull’estremità orientale della balconata rocciosa che caratterizza il paese stesso, circondata dal cimitero. Piazza del Pedro Onorina, sulla Via Alpi Lepontine tel. 0324 79129

Link:
http://www.comune.trasquera.vb.it/ComSchedaTem.asp?Id=19968

Bibliografia:
Il Romanico in Ossola, “Oscellana”, Anno XXXVII, N. 2 Aprile – Giugno 2007 (reperibile sul web)

Fonti:
Fotografie tratte nel 2011 dal sito www.comuneditrasquera.it/

Data compilazione scheda:
3 dicembre 2011 -agiornam. febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Stresa – Brisino (VB) : Chiesa di Sant’Albino e iscrizioni

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Storia e descrizione del sito:
Non ci sono documenti sulla costruzione della Chiesa dedicata a Sant’Albino, si sa che inizialmente fu costruita una cappellina sull’area occupata dall’attuale navata destra: una porta con architrave e spallette in sasso, ora murata, suffraga quest’ipotesi.
L’affresco portato alla luce nel 1963 conferma l’esistenza della cappellina, perché è collocato decentrato nei confronti della parete attuale: infatti, quando fu costruita la Chiesa, incorporandovi il primitivo edificio, si eliminò l’affresco troppo basso, coprendolo di intonaco, e la pala del nuovo altare fu collocata in testa alla navata centrale.
L’affresco, che rappresenta la Madonna in trono con in braccio il Bambino che tiene fra le dita un rosolaccio, fu giudicato dalla prof.ssa Noemi Gabrielli opera del primo Trecento e fu eseguito su masso erratico, previa lisciatura e preparazione accurata del fondo. Il masso era presumibilmente già stato adattato a edicola, in mezzo alla campagna. Quando la popolazione decise di costruire la prima cappellina, il masso fu incorporato e collocato nel posto preminente.
Si sa che alla metà del Trecento l’edificio era già catalogato tra le chiese della zona.
Oggi le murature esterne della chiesa e del campanile, non intonacate, sono formate da pietre talora rozzamente squadrate e la costruzione è in stile romanico. Il portico antistante l’ingresso è chiaramente di secoli successivo alla costruzione primitiva. La chiesa presenta tre navate e fu usata anche come lazzaretto: lo testimonia la cappella aggiunta a metà della navata destra e dedicata a san Carlo Borromeo, quindi dopo la terribile epidemia del 1576.
Un tempo la chiesa fu parrocchiale di Brisino e Magognino, comuni che nel XX secolo furono inglobati in quello di Stresa.
Fu dichiarata Monumento Nazionale del Comune di Stresa.

Descrizione dei ritrovamenti:
Le prime testimonianze di insediamenti a Brisino risalgono al I secolo a.C.: durante gli scavi per una costruzione in località “Le Piane”, a fianco della strada che porta al Cimitero, furono rinvenute quattro lastre di pietra con iscrizioni, che erano state usate nel Medioevo per formare una cassa rettangolare, che fu trovata vuota. Attualmente queste “Stele” sono conservate nell’Antiquarium di Mergozzo. Iscrizioni
I stele: Askonetio / Pinu
II stele : Kiketu /Retalos
III stele : Exobna /Diuconis
IV stele : Luto /Artonis

Informazioni:
La chiesa si trova nel Cimitero della frazione Brisino, in Via per Magognino. Telefono 0323 31189.

Links:
http://altarusch.blogspot.it/2011/03/7-brisino-ieri.html
http://www.stresaturismo.it/

Fonti:
Info dai siti sopra citati, nel primo vi è la storia di Brisino.
Foto in alto da http://www.pbase.com/lucasarah/churches&page=all

Bibliografia:
per le iscrizioni vedi
Giorcelli Bersani S., Segni e simboli dell’integrazione: documenti scritti del passaggio alla romanità nell’Italia nord-occidentale, in E. Migliario, L. Troiani, G. Zecchini (a cura di), Società indigene e cultura greco-romana, Atti del Convegno Internazionale, Trento 7-8 giugno 2007, Roma, 2010, pp. 163-184.

Data compilazione scheda:
30 dicembre 2012; aggiorn. maggio 2019

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

brisino-chiesa santalbino XV sec