Provincia Verbano Cusio Ossola

Vogogna (VB) : Resti della Rocca

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Storia del sito:
Non si hanno notizie certe sulla costruzione della Rocca: forse di origine altomedievale o databile tra il IX e il X secolo. Era una fortezza dotata di torri quadrate, con funzioni difensive e strategiche di avamposto dì segnalazione, in collegamento con le altre torri costruite lungo le catene montuose dell’Ossola.
Diventò una vera “Roccaforte” quando Giovanni Maria Visconti la fece restaurare nel 1348, durante la costruzione del Pretorio e del Castello Visconteo (vedi scheda). Venne circondato da mura tutto il picco su cui sorge la rocca. Si provvide a ispessire completamente la parte di mura del lato ovest in modo da poter resistere alle nuove armi da fuoco: in particolare il maschio venne dotato di uno sperone a punta, lo spigolo di sud-est venne rinforzato tramite la costruzione di una torre semicircolare, a est della rocca venne costruita una recinzione per poter esercitare una prima difesa e, infine, nella torre semicircolare di sud-ovest si installò una bocca di cannone.
Nel 1514, per mano dei nemici provenienti da Domodossola e appoggiati da alcune bande svizzere, venne parzialmente distrutta assumendo l’attuale aspetto.

Descrizione del sito:
Della costruzione rimangono i tre lati della torre rettangolare posta nel punto più alto. Nel XIV secolo vennero aperte sul lato ovest della torre grandi finestre, ancora visibili. Suggestivi sono i resti di parte delle spesse mura perimetrali, ancora merlate; sul lato nord il camminamento era sorretto da basse arcate, di cui però ne restano solo due. Più complessa era la disposizione interna del pianoro, oggi in gran parte interrato.

Informazioni:
I ruderi della Rocca si trovano nella vecchia frazione di Genestredo, dalle caratteristiche abitazioni rurali in pietra ricche di motivi medievali. La rocca è posta sulla rupe che domina l’Ossola e la bassa valle del Toce e che sovrasta Vogogna, da cui è raggiungibile in circa 1 h, seguendo un sentiero ben segnalato.  Comune, tel. 0324 87200

Links:
http://www.comune.vogogna.vb.it/ComSchedaTem.asp?Id=20957
http://www.in-valgrande.it/Vogogna/Alpeggi-di-Vogogna.html
http://archeo.piemonte.beniculturali.it

Fonti:
Fotografia dal sito al n° 2.

Data compilazione scheda:
21/09/2007 – aggiornamento febbraio 2014

 Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Vogogna (VB) : Castello Visconteo e Borgo

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Storia del sito:
Il nome di Vogogna compare per la prima volta in una pergamena legale del 970 d.C., ma dovranno passare ancora quasi quattrocento anni prima che esso assuma notevole importanza. Dopo il 1000, Vogogna diventa praticamente vassalla della vicina Vergonte, poi Pietrasanta. È solo dopo la distruzione di quest’ultima (1328) a causa di una disastrosa alluvione, che diviene il centro della vita politico-amministrativa della Bassa Ossola e quindi sede della Giurisidizione dell’Ossola Inferiore che comprendeva le Quattro Terre (Masera, Trontano, Beura e Cardezza), conservandola fino al 1818 quando il mandamento passerà a Ornavasso. Il Borgo, oltre ad essere sede della Giurisdizione Civile, riveste nell’antichità anche una rilevante importanza militare, essendo collocato sulla strada che congiunge la pianura con Domodossola e il Vallese svizzero. Fra il XIV e il XVI secolo il Borgo prospera sotto la guida dei Visconti e dei Borromeo, arricchendosi di costruzioni civili e militari. L’importanza strategica di Vogogna è confermata dall’essere sempre stato l’ultimo baluardo invitto contro le continue scorrerie degli svizzeri. La decadenza di Vogogna ha inizio sotto la dominazione spagnola prima e austriaca dopo; con l’avvento di casa Savoia diventa semplice comune.

La realizzazione del CASTELLO (probabilmente con la parziale ricostruzione di un precedente edificio) è attribuita a Giovanni Visconti (metà del XIV sec.). La costruzione, con funzioni difensive e militari, domina il vecchio borgo, con le sue stradine e le sue case. A ulteriore fortificazione del borgo fu costruita anche una cinta muraria che racchiudeva in sé tutta la parte centrale del paese.
Nel 1798, dopo oltre tre secoli di dominio dei Borromei, il Castello diventò proprietà del Comune che lo adibì a prigione per delinquenti comuni e detenuti politici. Soggetto ad un progressivo degrado, venne definitivamente chiuso al pubblico negli anni 70 del 1900. Dal 1990 si avviò una prima fase di restauro, ultimato con l’inaugurazione delle corti esterne e del giardino avvenute nel 1998. Il Castello, con la seconda fase di interventi di restauro terminati nel 2001 è diventato sede per mostre, con un salone conferenze e un centro multimediale.
IL PALAZZO PRETORIO si trova proprio nel centro del borgo, venne fatto edificare da Giovanni Maria Visconti nel 1348, fu la sede del governo dell’Ossola fino al 1819. Poi adibito a municipio, venne chiuso nel 1979 e restaurato. Riaperto nel 1998, ha ripreso la funzione di sede civica.

Descrizione del sito:
Il CASTELLO VISCONTEO si presenta come una solida costruzione, che si sviluppa tra la torre rivolta verso il borgo e l’altra, di forma quasi quadrata, appoggiata contro la montagna. La struttura architettonica è semplice, a pianta irregolare, come tutti i castelli alpini che dovevano uniformare la costruzione alle caratteristiche morfologiche del sito. Gli edifici che lo compongono sono stati realizzati in fasi diverse, a cominciare dal corpo di fabbrica più antico che sembra essere la torre quadrata. All’estremità opposta sorge la quattrocentesca torre semicircolare con base a scarpa, sormontata da un apparato a sporgere, sorretto da beccatelli di pietra su cui si aprono le caditoie. La merlatura guelfa serviva a difendere il cammino di ronda e a sostenere il tetto a spiovente. Questa torre venne raccordata alla cinta muraria del borgo e al preesistente recinto del castello, il cui ingresso principale fu in seguito chiuso verso l’esterno da un ulteriore muro di rinforzo che finì per trasformare lo spazio antistante nell’attuale cortile interno. L’accesso fu quindi spostato nella parte opposta, sul lato di un nuovo recinto posto in posizione più elevata.

Il BORGO conserva pregevoli dimore, abbellite da arcate, portici, numerosi affreschi e stemmi. La più antica è CASA MARCHESA, risalente alla metà del sec. XIV, probabilmente ricavata da un rafforzamento della cinta muraria del borgo. Proseguendo sulla destra di quest’edificio si incontra ciò che rimane delle antiche mura (via Sotto le Mura). Da qui si risale sul terrapieno dei contrafforti in via Sopra le Mura arrivando all’angolo inferiore del borgo, chiamato in dialetto “Cantun Suta”. Un buio passaggio arcuato porta al settecentesco Palazzo dell’Insinuazione, da dove si raggiunge la suggestiva piazzetta del Pozzo. Da qui si risale in via Roma per imboccare, sulla sinistra, il viottolo che conduce nell’altra parte del borgo, il “Cantun Sura”, le cui case addossate le une alle altre sembrano stringersi intorno al castello, raggiungibile attraverso una bella salita in parte a gradoni.

Il PALAZZO PRETORIO, ispirato al modello architettonico del “broletto” lombardo, è caratterizzato da una serie di archi acuti che poggiano su tozze colonne. Mentre il piano superiore era destinato ad accogliere gli uffici amministrativi e giuridici, al piano terra si ospitavano le assemblee pubbliche e il mercato. Sopra gli archi a sesto acuto furono murate iscrizioni con motti di carattere giuridico o etico. Ancora visibili sono i frammenti, tanto all’interno quanto all’esterno, dell’antica decorazione pittorica, tra cui spicca lo stemma visconteo in alto sulla facciata.

Informazioni:
Tel. 0324 87200. Email: anagrafe@comune.vogogna.vb.it


Link:
http://www.comune.vogogna.vb.it/ComSchedaTem.asp?Id=20956

Fonti:
Notizie e fotografie tratte nel 2007 dal sito del Comune di Vogogna.

Data compilazione scheda:
22/09/2007 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Vogogna (VB) : “Mascherone” di Dresio

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Storia del sito:
Il toponimo di Dresio sembra attestare l’adiacenza ad un tratto di strada antica, che potrebbe essere identificato con quello su cui sorgerà l’abitato medievale di Vogogna.
L’oratorio di san Pietro è di antica origine e sulla fontana a fianco della chiesa era collocato il cosiddetto MASCHERONE (detto talora Mascherone Celtico): una testa in pietra ollare della Valle Antrona che dal 1753 era stata riutilizzata come bocca da cui sgorgava l’acqua della fontana che era stata decorata superiormente con un affresco raffigurante il “Battesimo di Gesù ad opera di S.Giovanni Battista”.
Recentemente la testa, smurata e restaurata, ha potuto essere studiata e datata. L’originale, tra gli esempi d’arte del mondo celtico più importanti in Piemonte, è ora custodito all’interno del Pretorio di Vogogna. L’acqua della fontana, tradizionalmente considerata salutare e benedetta, continua a sgorgare dalla bocca di un calco che riproduce fedelmente la testa.
Secondo F.M. Gambari, “dall’esame della stratigrafia delle malte sovrapposte è stato possibile appurare che la testa, prima del 1753, aveva avuto altri riutilizzi…in una fontana già più di un secolo prima del restauro settecentesco e dell’esecuzione dell’affresco e prima ancora l’impiego come bocca di fontana già in età romana o tardoantica, con il fissaggio trasversale di un tubo forato fittile o plumbeo, annegato in una malta a cocciopesto che ne garantiva la tenuta stagna Prima di questo devastante intervento la testa faceva evidentemente parte di una statua di culto, inserita in un’area sacra all’aperto o in un bosco sacro.”

Descrizione del sito:
Le incisioni che danno forma al volto, quelle della fronte ed a lato degli occhi, i grandi baffi “ad àncora” attaccati al naso rettilineo, evidenziano con immediatezza un simultaneo valore simbolico: le rughe si riuniscono e vanno a formare un albero che parte dalle linee del naso e arriva alle sopracciglia arcuate.
Gambari ritiene che “la testa raffiguri una divinità celtica delle acque salutifere identificabile come Verkos/Belenos ed assimilabile ad Apollo. La testa richiama nello stile l’arte celtica dell’Europa orientale e sembra databile tra la fine del III ed il II sec. a. C., sostanzialmente contemporanea alla fase iniziale della vicina necropoli preromana di S. Bernardo di Ornavasso, rappresenta non solo una testimonianza emblematica e di eccezionale qualità della cultura figurativa dell’Ossola leponzia prima della romanizzazione ma anche, probabilmente, l’evidenza di un culto indigeno collegato all’acqua ed alla vegetazione, conservatosi lungo un asse stradale e trasformatosi fino alla reinterpretazione in senso cristiano, assumendo così uno straordinario rilievo per la storia del territorio e per la stessa comprensione dell’evoluzione storica dei culti preromani nell’area alpina. La testimonianza di un probabile bosco sacro dedicato a Verkos (di cui resta traccia nel toponimo Vergonte, riferito ad un’ampia area) sembra anche indiziare una zona di confine tra le popolazioni preromane e localizza ragionevolmente il tracciato di una via di percorrenza protostorica. D’altra parte la chiara continuità della tradizione di sacralità del sito può spiegare anche la scelta della collocazione a Vogogna dell’epigrafe romana del 196 d.C.,(vedi scheda) sancendone la solennità e l’importanza propagandistica.”

L’oratorio di Desio conserva al suo interno due pregevoli affreschi del XV secolo. Per una interessante figura di santo dell’Ordine dei Servi di Maria è stata recentemente proposta l’identificazione con Pellegrino Laziosi (1266 – 1345) il più importante tra i santi di tale ordine.

Informazioni:
Il “mascherone“ era collocato nella fontana a fianco dell’Oratorio di San Pietro nella frazione Dresio. La riproduzione è sempre visibile a Dresio; invece l’originale è custodito nel Palazzo Pretorio di Vogogna. Comune, tel. 0324 87200

Link:
http://www.ossola.com/bassa-ossola/vogogna.html
http://www.comune.vogogna.vb.it

Bibliografia:
GAMBARI F.M., Summo Plano. I Leponti e la Via del Sempione, SBAP e Comune Verbania, VB, 2003

Fonti:
Notizie tratte dai siti sopra indicati e dal sito (risultante chiuso nel 2014) http://www.ossolaweb.net/storia/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=8

Data compilazione scheda:
20/09/2007 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Vogogna (VB) : Iscrizione e strada romana

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Storia del sito:
Vogogna, nella Bassa Ossola, fu, fino alla recente apertura della SS 33, passaggio obbligato sulla strada per il Sempione, sin dall’epoca preromana, testimoniato dalla presenza del “mascherone” (vedi scheda) e poi importante via romana, come testimoniano l’epigrafe e i resti della strada.
Il nome di Vogogna compare per la prima volta in una pergamena legale del 970 d.C.

Descrizione del sito e dei ritrovamenti:
L’ EPIGRAFE, già nel XVII secolo era fortemente danneggiata nella parte centrale da un buco profondo oltre 20 cm., che rende illeggibile parte del testo. In base a quanto è ancora possibile leggere, si può affermare che l’epigrafe testimonia la costruzione o il restauro di un tratto di strada, avvenuto nel 196 d.C., durante il regno di Settimio Severo. La sua datazione si ricava grazie alla presenza, nella seconda linea, dei nomi dei consoli Caio Domizio Destro e Publio Fusco. Vi è anche riportata la somma occorsa, espressa in sesterzi. Sono citati anche i nomi dei “curatores viarum”, cioè i funzionari esecutivi di nomina imperiale che si occupavano dei lavori relativi alle strade. Lo stato di deterioramento delle linee consente diverse interpretazioni dell’incisione: le più accreditate sono quelle di Giovanni Labus, la cui trascrizione è incisa nella lapide marmorea collocata sotto il reperto nel 1853; di Theodor Mommsen e di Luca De Regibus.
Il testo si interpreta “Via fatta per (decreto di?)…con sesterzi 22600 sotto il secondo consolato di Caio Domizio Destro e Publio Fusco con curatori dell’opera Marco Valerio e Salvio; fornitore dei marmi… è stato ? per (ordine) di Venusto conduttore pubblico di …”

Resti della STRADA ROMANA sono osservabili dal ponte della Masone sul fiume Toce a nord del paese.
Il nome Masone deriva dall’ Ospizio dei Cavalieri Ospitalieri (di Malta) organizzato dal 1376. La strada mostra potenti opere di sostegno e venne restaurata varie volte nei secoli.
Permangono anche i resti dell’antico pontile d’attracco del traghetto in località Masone.

Informazioni:
L’epigrafe sorge all’uscita dell’abitato di Dresio, collocata fra la strada provinciale e la ferrovia; è inserita in un apposito monumento costituito dal cippo roccioso in cui è incisa, sormontato dalla lapide marmorea con la trascrizione.


Link:
http://www.comune.vogogna.vb.it

Bibliografia:
GAMBARI F.M., Summo Plano. I Leponti e la Via del Sempione, SBAP e Comune Verbania, VB, 2003

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
20/09/2007 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Vogogna iscrizione

Villadossola (VB) : Chiesa di San Bartolomeo

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Storia del sito:
La Chiesa di San Bartolomeo è l’antica parrocchiale ma non ebbe sempre questo titolo. In un documento del 12 Luglio 1289 risulta infatti dedicata ai Santi Fabiano e Sebastiano di Pallanza, che pare fossero invocati contro le pestilenze. Il nome di San Bartolomeo compare nel 1360, anche se non si conosce il motivo di questo cambiamento.
Benché non ci sia accordo tra gli studiosi, per certe caratteristiche costruttive la Chiesa potrebbe essere datata alla metà del sec. X. L’edificio era originariamente costituito da un’unica navata orientata est-ovest che terminava con un’abside, la stessa ancora oggi esistente.
Il campanile è stato costruito dopo il nucleo iniziale della chiesa, probabilmente nel sec. XI.
La Chiesa subì varie modifiche: nel secolo XIV venne aperta una cappella sulla fiancata destra: di quell’epoca e il grande pilastro che divide la nave centrale da quella destra, ridotta dalla presenza del campanile; nel sec. XV altre cappelle andarono ad affiancarsi alle fiancate della chiesa. All’inizio del 1500 (documenti del 1514 indicano la presenza di 4 altari) fu attuata una radicale ristrutturazione con la trasformazione in navata sinistra delle preesistenti cappelle e l’allungamento della navata centrale e di quella sinistra (la destra era bloccata da una sporgenza rocciosa) di circa m. 4,5. la facciata fu quindi spostata in avanti. Vennero aperte nuove finestre nell’abside, che fu affrescata. Venne anche costruita la rozza sacrestia tra abside e navata sinistra.
Per questi lavori di ricostruzione della facciata, fortunatamente, gli artigiani locali seguirono il canone costruttivo originario di suddivisione in campi per mezzo di lesene e in parte riutilizzarono il materiale antico (soprattutto mensolette e capitelli) e usarono nuovo materiale prelevandolo dalle cave locali e tagliandolo in pietre ben squadrate come era stato fatto in origine. Vennero quindi salvaguardate le caratteristiche romaniche dell’edificio, pur snaturando le proporzioni del primitivo disegno.
La data 1610 su una delle colonne interne indica l’epoca in cui ai pilastri vennero sostituite tali colonne, non l’epoca della ristrutturazione, assai precedente.
Nel secolo XVII si pose sul campanile un orologio, chiudendo alcune trifore.

Descrizione del sito:
La Chiesa di San Bartolomeo conserva alcune parti originali romaniche: il campanile, l’abside con frammenti di affreschi del 1400 e la navata centrale.
Il campanile è considerato il più bello della valle Ossola e tra i più significativi in tutto il nord Italia; è una torre quadrata di lato base m. 4,82, che va rastremandosi sensibilmente in altezza con i suoi sette piani, slanciato e con un raffinato e articolato gioco di pieni e vuoti. La prima specchiatura ha una feritoia ed è decorata da un motivo a dente di sega; la seconda con una monofora più ampia e una serie di sei archetti, le specchiature successive sono tutte coronate da archetti e da una serie di denti di sega. Dalla seconda appaiono due bifore, poi tre trifore con leggere colonnine sormontate da capitelli a gruccia.
Il campanile termina con una cuspide a base quadrata coperta da piode. E’ costruito in blocchi di pietra perfettamente squadrati, in corsi regolari. La struttura richiama altre costruzioni, in Francia e in Catalogna, datate intorno alla metà del sec. XI. Lo squilibrio di dimensioni tra chiesa e campanile è riscontrabile anche in altre costruzioni coeve.
Il paramento murario esterno è costituito da blocchi di dimensioni modeste in corsi non sempre paralleli e spesso interrotti, disposti “a piano e taglio” in modo da avere un buon legame ed anche un aspetto decorativo.
L’esterno della chiesa presenta, poco al di sotto del tetto, una parte originale: una fila di archetti pensili divisi in gruppi di due o tre da lesene. Le ghiere e le mensoline sono decorate a graffito leggero con un vasto repertorio di motivi del più antico romanico: fregi geometrici, testine piatte, croci di forme diverse, delicati motivi grafici, più semplici e quindi più antichi di quelli della chiesa di Trontano (VB), datata nel campanile “anno domini millesimo”.
In base a varie somiglianze nelle tecniche costruttive ed alla vicinanza geografica, si ipotizza che questa chiesa, insieme a quella di Trontano, siano state costruite alla fine del X secolo e quindi ad esse si sia interessato l’abate Guglielmo da Volpiano che, con le maestranze comacine, costruì l’abbazia di Fruttuaria e di S. Benigno a Digione.
L’abside semicircolare é divisa in tre campi coronati da cinque archetti pensili e mensole in ciascuna si apre una finestra. Nella specchiatura centrale si apre una finestra a croce.
Nel catino absidale resti di affreschi del XV secolo.
All’interno vi è un’ancona lignea scolpita e dorata del 1549.
Un Crocefisso cinquecentesco, che era nella chiesa di S. Bartolomeo, è stato trasportato nell’attuale chiesa parrocchiale del Cristo Redentore al centro del paese, assieme ad un affresco sulla Natività tratto dalla chiesa di S. Maria in Piaggio. (vedi scheda).

Informazioni:
Sulla strada per Domodossola, appena superato il torrente Ovesca. Via San Bartolomeo – Parco della Rimembranza.
Info Parrocchia di Villadossola, tel. 0324 51178

Link:
http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Bartolomeo_(Villadossola)

Bibliografia:
BERTAMINI T., Storia di Villadossola, Verbania, 1976
CHIERICI S., CITI D., Italia Romanica. Il Piemonte, la Val d’Aosta, la Liguria, Milano, 1979
Documentazione fornita dall’arch. Paolo Negri (Associazione “Villarte” di Villadossola)

Fonti:
Fotografie da wikipedia (pagina sopra indicata)

Data compilazione scheda:
27/06/2005 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A.Torinese

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Villadossola – Piaggio (VB) : Chiesa di Santa Maria Assunta

 

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Storia del sito:
La CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA IN PIAGGIO è costruita su uno sperone roccioso a strapiombo sul torrente Ovesca, che un tempo non scorreva nell’attuale letto ma, probabilmente, nei pressi della roccia girava bruscamente immettendosi nella valle principale, lambendo tutto intorno la base dello sperone roccioso. Il sito era strategicamente importante in quanto quasi inaccessibile e vicino all’unico punto di attraversamento del corso d’acqua. Sia la toponomastica antica, sia i documenti (del 1566 e del 1780) affermano che nel sito vi era un castello o una torre, quindi la chiesa nacque come “cappella ad castrum”.
Il nucleo più antico della chiesa, che risale ai sec. VII–IX, era costituito da un piccolo ambiente ad unica navata che appoggiava alla roccia ad ovest e ad est era concluso da una piccola abside.
Successivamente venne costruita una seconda navata, dotata di un’altra abside semicircolare, di dimensioni uguale alla preesistente.
Poi nel secolo XI, sia per necessità di spazio, sia, presumibilmente, per i frequenti fenomeni alluvionali che interrarono l’edificio, la Chiesa venne ricostruita. I muri perimetrali furono innalzati; vennero occupate le sporgenze rocciose ad ovest; vennero costruite strutture di rinforzo con pilastro centrale e volte a crociera nelle navate inferiori e una nuova unica navata venne appoggiata sulle due precedenti; due nuove absidi gemelle vennero costruite coincidenti con quelle inferiori. L’aula fu coperta da un tetto a due falde in piode, simile all’attuale. (vd. disegno)
Alla fine del sec. XVI nel muro a sud vennero aperti due archi per mettere in comunicazione la chiesa con un’altra piccola nave coperta con volte a crociera, alla quale fu poi aggiunta la sacrestia.

Descrizione del sito:
La parte absidale più antica, sotto il piano stradale attuale e resa visibile da un muro di contenimento concluso da una cancellata, appare costruita più rozzamente, con paramento murario costituito da ciottoli di fiume ed alcune pietre di cava, legate da un abbondante letto di malta. Le absidi sono coronate superiormente da archetti ciechi, hanno una finestra a croce tra due piccole aperture circolari, presentano cinque specchiature coronate da cinque archetti e separate da spesse lesene con un elemento decorativo in pietra a forma di croce.
Il CAMPANILE risale all’XI sec, cioè all’epoca di costruzione della nuova chiesa, ma è realizzato con tecniche diverse quindi da maestranze differenti.
Il nucleo più antico della chiesa (VIII – IX secolo) si trova nella CRIPTA ed è accessibile dalla porta sottostante l’odierna sacrestia: è una piccola aula rettangolare che appoggia sulla roccia a ovest ed è conclusa a est da una piccola abside semicircolare.
Le uniche parti decorate con affreschi sono le absidi.
Nell’abside settentrionale della chiesa superiore vi sono affreschi datati alla fine del XIII secolo, che stilisticamente si rifanno ai modelli ieratici propri della pittura romanica. Nel catino absidale vi è una raffigurazione della Trinità raffigurata come triplice immagine di Cristo, con le tre Persone identiche tra loro assise frontalmente a una mensa e recanti il calice eucaristico. Si tratta di una delle rappresentazioni iconografiche di questo tipo più antiche che si conoscano. Più in basso, sulla parete cilindrica dell’abside, vi sono sei figure di Apostoli, a gruppi di due, separati dalle monofore che illuminano l’aula. Un’altra serie di sei Apostoli doveva essere presente nell’abside meridionale, il cui altare è ornato da una Natività del cosiddetto pittore della Madonna di Re, attivo alla fine del XIV secolo.
Nelle absidi inferiori rimangono solo frammenti di affreschi.

Informazioni:
Località Piaggio. Telefono: 0324 51178

Link:
http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_della_Beata_Vergine_Assunta_(Villadossola)

Bibliografia:
Il Romanico in Ossola, “Oscellana”, Anno XXXVII, N. 2 Aprile – Giugno 2007 (reperibile sul web http://dignitatispersonae.myblog.it/media/00/01/577094866.pdf)

Fonti:
Fotografia in alto da Wikipedia. Documentazione e parte delle fotografie fornite nel 2005 dall’arch. Paolo Negri (Associazione “Villarte” di Villadossola)

Data compilazione scheda:
21/06/2005 – revisione giugno 2012 e febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A. Torinese

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piaggio cappella primitiva

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Vignone (VB) : Incisioni rupestri

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Storia del sito:
La zona attorno al Lago Maggiore cominciò ad essere stabilmente abitata nel Neolitico (circa 4000 a.C.). I ritrovamenti di Mergozzo permettono di stabilire che anche le zone più vicine alle montagne erano frequentate e, probabilmente, stabilmente abitate; quindi anche la zona di Vignone – Monte Cimolo.

Descrizione del sito:
FRAZIONE BUREGLIO, LOCALITÀ BELVEDERE. Poco oltre Bureglio, lungo una mulattiera che affianca la strada vecchia per Beè/Premeno, s’incontra una spianata erbosa denominata Pianezza. Una carrareccia costeggia questa spianata, sulla destra, e porta ad un precipizio sulla Valle Intragna, a picco sopra Ramello: questa località è denominata Belvedere. Dal Belvedere un sentiero s’inoltra, a mezza costa sotto il Cimolo, nella Valle Intragna. Dopo alcuni metri vi è un masso, a picco sulla valle, con incisioni. La roccia ha una superficie più o meno piana ma piuttosto accidentata da rilievi, fessure ed avvallamenti, per questo motivo il riconoscimento complessivo delle incisioni, presenti sulla superficie è difficile.

LOCALITÀ CÀ DI MÜI. La “Casa dei muli” era una stazione di posta dove i contadini che percorrevano la valle, lasciavano gli asini stanchi e riprendevano il loro cammino con altri riposati. Si tratta di un esteso ed articolato affioramento roccioso di scisto compatto, in posizione dominante sul fondo della Valle Intragna, ricco di coppelle. Alcune coppelle formano linee rette, forse orientate sulla posizione del sole.

LOCALITÀ MÖTT AD CRANA. Sull’affioramento roccioso di cresta sullo spartiacque sinistro della Valle Intragna si trovano le incisioni.

In VIGNONE, ARCHITRAVE, murata nella parte esterna di un’abitazione privata in via Reginetta Francioli, che reca incise tre figure antropomorfe, piuttosto inusuali nel territorio del Verbano-Cusio-Ossola. Questa pietra, di serizzo, collocata in posizione rovesciata rispetto all’originale, presenta evidenti analogie con incisioni preistoriche di varie località dell’arco alpino (soprattutto Val Camonica) e i suoi simboli, pertanto, vengono attribuiti al Bronzo Medio (1600-1250 a.C.) e ricondotti allo “schema dell’orante”.

Informazioni:
I massi incisi si trovano in frazione Bureglio e nelle località di “Cà di müi” e “Mött ad Crana” a sud-ovest del paese. I siti si trovano sulla linea di spartiacque tra valle Intragna e zona collinare di Beè (vedi scheda) e Vignone. Info Comune, tel. 0323 551070

Link:
http://www.comune.vignone.vb.it

Bibliografia:
BIGANZOLI A:, Il territorio segnato. Incisioni rupestri del Verbano, Ed. Museo del Paesaggio, Verbania VB, 1998
COPIATTI F.; DE GIULI A.; PRIULI A., Incisioni rupestri e megalitismo nel Verbano Cusio Ossola”, Ed. Grossi, Domodossola VB, 2003
PRIULI A., Incisioni rupestri in Valcamonica, Ivrea, Priuli e Verlucca Ed., Ivrea, TO, 1985

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dai siti sopra e sotto indicati.
Puoi scaricare il documento del sito, non più attivo nel 2014, http://vco.storiainrete.net/storiainrete/vco/mediateca.nsf/   Il territorio segnato in Mediateca VCO

Data compilazione scheda:
19/09/2007 -aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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VERBANIA – Pallanza (VB) : Chiesa di San Remigio

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Storia del sito:
Arroccata sul colle della Castagnola sorge la chiesa di San Remigio, forse cappella di un vicino castello del quale però non resta traccia se non nella persistenza del toponimo “castellazzo”. La “Curte Palanza” è nominata in un documento dell’855 e la chiesa di S. Remigio è citata per la prima volta nella bolla Innocenziana a Litefredo del 1132, dal quale risulta che la “capella” dipendeva dalla pieve di Baveno.
L’edificio, la cui origine si pone tra i secoli XI e XII, ebbe differenti fasi costruttive, modifiche e anomalie architettoniche di difficile interpretazione. La muratura della navata minore è più curata e il pietrame meglio squadrato: ciò fa ipotizzare una costruzione successiva a quella della navata maggiore.
La Chiesa conserva all’interno resti di pregevoli affreschi dei secoli XI e XIII.
La chiesa fu parrocchiale sino al 1341, poi venne abbandonata e nel XVI secolo un certo Gerolamo Appiani, volendo abitarvi quale eremita, realizzò alcune opere di restauro: chiuse le monofore delle absidi, aprì una nuova finestra, costruì la sacrestia, e fece costruire un ampio portico quadrato, addossato alla facciata, come ricorda una lapide che porta la data del 1591. In quell’occasione o nel secolo successivo si intonacò e imbiancò l’interno coprendo gli affreschi.
La chiesa venne dichiarata monumento nazionale nel 1908 e si progettarono i restauri che vennero eseguiti nel 1928-1929: la muratura venne consolidata, vennero riaperte le monofore delle absidi, venne demolita parte del portico cinquecentesco. Ulteriori restauri vennero effettuati dal 1975 con la scoperta degli affreschi absidali.

Descrizione del sito:
La chiesa oggi è formata da una navata maggiore di tre campate, più una di presbiterio, concluse da un’abside semicircolare, e da una navata minore, sul lato sud, formata da tre campate, un piccolo presbiterio e un’absidiola. In facciata rimane parte del portico; il portale è ad arco con lunetta e architrave, sopra di esso una stretta monofora ad arco. Sotto gli spioventi del tetto corre una serie di archetti in cotto, di forma irregolare, come quelli del fianco della navata maggiore.
Le pareti laterali dell’edificio presentano lesene e contrafforti in corrispondenza dei pilastri; la parete della navata maggiore presenta muratura poco regolare, alcune mensole, monofore aperte e altre chiuse, al di sopra corre una cornice di archetti irregolari in cotto. Cinque archetti in pietra compaiono a metà altezza della terza campata indicando un cambiamento di progetto per la costruzione della navata minore, poi costruita sull’altro lato.
L’abside maggiore è divisa in cinque campi ciascuno coronato da tre archetti che poggiano su lesene, un alto zoccolo di ciottoli e pietrame con un tratto a spina di pesce. Due monofore sono aperte e sotto di esse vi sono le tracce di altre due chiuse. L’abside minore è divisa in due campi da tre lesene di conci in pietra, non ha la cornice di archetti, forse perché la monofora è collocata molto alta. Il fianco della navata laterale presenta archetti più regolari, ricavati in un unico concio, che poggiano su mensole rampanti non lavorate.
Il CAMPANILE, di soli m. 2,22 x 1,65, è addossato alla seconda campata e appare precedente alla chiesa per la semplicità della costruzione in ciottoli e pietrame, senza suddivisione in piani; è concluso da quattro bifore. Tra il campanile e la facciata resti di fondazioni di un muro in ciottoli, forse di una navatella. Può risalire al secolo XI nella parte inferiore, perché quella superiore appare costruita con muratura più curata, regolare e con pietre di dimensioni minori.
L’interno della chiesa ha le quattro campate coperte a crociera con archi in pietra che poggiano su semicolonne addossate ai pilastri interni e alle pareti. I capitelli ricavati da pietra grigia e arenaria bionda sono differenti tra loro e in parte forse sono di reimpiego: alcuni lisci, altri con una decorazione a motivi vegetali, uno con un uccello stilizzato, un altro con un viso umano. Sulla parete nord corre un basso sedile sino al presbiterio.
Gli AFFRESCHI più antichi, con qualche caduta di intonaco, si trovano nell’abside minore e risalgono al secolo XI: raffigurano la Majestas Domini con il busto del Cristo benedicente in un alone semicircolare; ai lati due angeli a figura intera: l’angelo di sinistra regge un libro, quello di destra, probabilmente san Michele, trafigge con una lancia un drago mentre lo calpesta; a sinistra in basso vi è una piccola figura che rappresenta il committente, forse un membro della famiglia dei conti di Pombia. Vi sono somiglianze stilistiche tra questi dipinti e quelli del Battistero di Novara.
Gli affreschi dell’abside maggiore risalgono al XIII secolo e sono attribuiti alla bottega del cosiddetto “Maestro di Angera” (di questo pittore restano alcuni affreschi nella rocca viscontea di Angera in provincia di Varese, del 1314-16, in S. Eustorgio e in S. Lorenzo a Milano e in S. Lorenzo a Borgomanero). Nel catino absidale vi è il Cristo tra gli Apostoli, raffigurati nella stessa posa statica, vi sono lacune, ma il dipinto è leggibile. Nel cilindro absidale è rappresentato, con una maggiore vivacità, un “ciclo dei mesi”, secondo la tradizione del tempo, purtroppo lacunoso e frammentario.
La chiesa presenta altri affreschi di epoca posteriore: sulla parete sinistra della navata centrale una Madonna di Loreto con al di sotto una Pietà del XV secolo; nella terza campata una Madonna che allatta il Bambino datata 1528; nella parete destra del presbiterio la figura di san Remigio datata 1533; altri due affreschi del XVI secolo raffiguranti la Madonna col bambino con ai lati san Remigio e san Francesco, uno sulla parete destra del presbiterio, l’altro nella lunetta; infine san Carlo Borromeo del XVIII secolo.

Descrizione dei ritrovamenti:
EPIGRAFI ROMANE. Nel 1975, durante i lavori di restauro, è stata recuperata un’ara dedicata da Severiana Valeriana ai Nati. Essa era incorporata in posizione verticale nell’altare ove serviva da pietra sacra; infatti nella parte superiore piana è ricavata una nicchia rettangolare per contenere le reliquie, mentre l’iscrizione era volta verso la navata.

Luogo di custodia dei materiali:
Presso il Museo del Paesaggio sono conservate altre due epigrafi provenienti da San Remigio. Tra queste l’epigrafe funeraria fatta fare da Vecco figlio di Moccone, nella quale compaiono nomi gallici e latini.

Informazioni:
la chiesa è situata a Pallanza in Località Castagnola. Info Parrocchia di S. Leonardo, tel. 0323 502402

Links:
http://www.illagomaggiore.com/2374,Poi.html

http://www.distrettolaghi.it/luoghi/chiesa-di-san-remigio

Bibliografia:
CHIERICI S., CITI D., Italia romanica: il Piemonte, la Val d’Aosta, la Liguria, Jaca Book, Milano, 1979 (nuova ediz. Edit. Angolo Manzoni, Torino, 2000)
CARAMELLA P., DE GIULI A., Archeologia dell’Alto Novarese, Antiquarium di Mergozzo, 1993, pp. 224-227.
CARAMELLA P., DE GIULI A., I ritrovamenti archeologici del Verbano nord occidentale, in Museo del Paesaggio 1909-1979. Museo storico e artistico del Verbano, Verbania, 1979, pp. 160-169
MOMMSEN T., Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. V, 2, nn. 6642-6643-6644, Berolini 1877
ZOCCHI M.P., Affreschi medioevali: San Remigio di Pallanza, in “Quaderni del Museo del Paesaggio”, n° 5, Vangelista, Milano 1986

Fonti:
Fotografie dai siti sopra indicati.

Data compilazione scheda:
21/02/2006 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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VERBANIA : Museo del Paesaggio

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Storia del Museo:
I materiali provenienti dalle due necropoli di Ornavasso entrarono a far parte del museo in due momenti distinti. Per primi vi giunsero i corredi delle sette tombe rinvenute nel 1941 dal professor Carlo Carducci nei pressi dell’oratorio di San Bernardo. I reperti tuttavia, depositati nei magazzini, non furono mai esposti. La parte numericamente più consistente della raccolta e anche la più importante sotto l’aspetto storico e archeologico (quella cioè proveniente dagli scavi effettuati da Enrico Bianchetti nel 1890-92) fu invece acquisita nel 1961 per merito del professor Vittorio Tonolli che la acquistò dagli eredi dello scopritore per farne dono alla città di Verbania. Di questo secondo lotto, un’ampia scelta di materiali fu esposta al pubblico nel 1963 in due piccole sale del primo piano. Questo spazio, pur essendosi rivelato quasi subito insufficiente in rapporto alle dimensioni e all’importanza della raccolta, rimase invariato per quasi vent’anni.
Nel 1982 la Soprintendenza Archeologica del Piemonte decise la temporanea chiusura di questa sezione del museo, nell’attesa di reperire spazi più adeguati. I reperti archeologici, molti dei quali pesantemente danneggiati dall’usura del tempo o dalle conseguenze di precedenti restauri condotti con metodologie oggi non più accettabili, furono sottoposti ad un attento lavoro di restauro per salvarli da un irreparabile degrado e restituirli al loro aspetto originario.
Nel 2000 la sezione archeologica è stata riaperta al pubblico in una veste completamente rinnovata.

Descrizione del materiale esposto:
I materiali si distribuiscono all’interno di cinque sale.
Un importante nucleo di reperti è rappresentato dalle armi, provenienti da 60 tombe scavate a San Bernardo e In Persona (vedi scheda necropoli di Ornavasso). L’arte della guerra fu largamente praticata dai Leponti della fase più antica delle necropoli di Ornavasso: i corredi maschili sono caratterizzati dalla presenza della panoplia militare, il cui elemento fondamentale era costituito da una lunga spada sospesa al fianco destro. Al considerevole numero di spade in ferro a doppio fendente, sempre accompagnate da anelli con cui venivano sospese alle cinture in cuoio, si aggiunge un più esiguo numero di punte di lancia a forma molto affusolata e di giavellotto. Il progressivo inserimento nella realtà politica dell’impero romano, portò notevoli cambiamenti nella dotazione di armi dell’aristocrazia. Nelle tombe più antiche di In Persona iniziano a comparire spade sempre più simili al gladio romano: decisamente più corte rispetto alle spade celtiche e atte a colpire l’avversario di punta, dovevano essere custodite in foderi di legno, di cui sono giunte fino a noi solo le guarnizioni metalliche. Le spade scompaiono completamente dalle tombe di piena età romana, molto probabilmente poiché non esisteva più la necessità di presidiare i confini. Continuano invece ad essere attestate fino al I secolo d.C. numerose lance, impiegate per la caccia.
L’elemento ornamentale più diffuso nei corredi funerari è la fibula, fermaglio a molla usato per unire i lembi di tuniche e mantelli. Accanto alle grandi fibule, che per la ricorrenza in questo sito sono state definite tipo Ornavasso, le tombe hanno restituito numerosi altri ornamenti e oggetti da toeletta. Le notazioni degli autori classici, che sottolineano le smodatezze delle popolazioni celtiche, ben si adattano agli antichi Leponti che amavano adornarsi con molti monili, realizzati prevalentemente in argento: bracciali “a spirale”, “a viticci” e “a fiorami”, secondo le denominazioni date da Bianchetti, e diversi tipi di anelli, tra cui particolarmente raffinati erano quelli a castone, ornati da gemme intagliate. Di gusto prettamente celtico erano i bracciali e i vaghi di collana in pasta vitrea, spesso caratterizzati da vivaci decorazioni policrome. Gli oggetti da toeletta rivelano una grande attenzione per la cura del corpo. Non si tratta solo di oggetti femminili; non mancano nei corredi maschili rasoi in ferro, pinzette di bronzo e strigili per detergere il corpo dopo il bagno.
Il defunto era spesso accompagnato nel suo viaggio ultraterreno da oggetti d’uso quotidiano che garantivano la continuità con il mondo dei vivi. Per questo motivo nei corredi tombali compaiono spesso stoviglie e vasellame ceramico utilizzati per la cottura, la conservazione dei cibi e per imbandire riccamente la tavola. Oltre alla ceramica da cucina di tradizione celtica (in gran parte recipienti modellati semplicemente a mano e talvolta rifiniti al tornio lento), i corredi di San Bernardo hanno restituito anche abbondante ceramica fine da mensa a vernice nera. Pur non mancando reperti provenienti dai raffinati atelier etruschi, la maggior parte del vasellame verniciato è da attribuirsi ad una produzione più corrente, locale. L’apice del lusso è rappresentato dal vasellame in bronzo, presente nei corredi più ricchi, appartenuti a guerrieri o a donne di rango.
Una produzione caratteristica dell’artigianato locale erano i vasi a trottola, così chiamati per la particolare forma schiacciata del corpo. Erano destinati a contenere il vino che, verosimilmente, era anche prodotto localmente e non solo importato. I vasi a trottola di Ornavasso si distinguono da quelli affini rinvenuti nei territori confinanti per la fitta decorazione a motivi geometrici dipinti sul corpo. Sono inoltre le forme vascolari su cui ricorrono con maggior frequenza nomi graffiti in alfabeto leponzio, che ne indicavano l’appartenenza.
Molto diffusi nelle tombe di San Bernardo, dove ne sono stati rinvenuti 103 esemplari, sono invece completamente assenti nella necropoli di In Persona, sostituiti dalle olpi, recipienti che avevano la medesima funzione ma appartenevano alla tradizione italica e orientale.
Tra gli oggetti più noti della raccolta Bianchetti, figura il vaso a trottola detto “di Latumaros”, proveniente da una tomba femminile della necropoli di San Bernardo databile al I secolo a.C. Il vaso, di ridotte dimensioni, è decorato sulla spalla con due fasce concentriche bianche; tra le quali sono state graffite, dopo la cottura, cinque iscrizioni che ci permettono di risalire al suo uso. L’iscrizione più lunga, in alfabeto leponzio, ci informa infatti che il vaso conteneva il famoso e squisito vino di Naxos, offerto in dono a una coppia di novelli sposi, Latumaros e Sapsuta.
Copiosa e interessante è la raccolta di monete. L’abbondanza dei ritrovamenti, oltre ad indicare una particolare condizione di ricchezza delle popolazioni stanziate ad Ornavasso, è stata di notevole aiuto agli studiosi per determinare la cronologia dei sepolcreti. Le monete romane, infatti, recano spesso impresso il nome del monetiere, generalmente conosciuto dalle fonti storiche e quindi ben databile. Poiché le monete romane sono piuttosto rare nelle sepolture coeve della valle Padana e completamente assenti in quelle transalpine, i corredi funerari di Ornavasso sono stati per lungo tempo un insostituibile punto di riferimento per la datazione di altri oggetti di larga diffusione, come armi, ornamenti, utensili e vasellame.

In due sale nel piano seminterrato sono inoltre esposte una collezione magnogreca, riunita da don Secondo Falciola di Miazzina e costituita da un nucleo omogeneo di oggetti, databili tra l’VIII e il IV secolo a. C., attribuibile alla necropoli daunia di Ascoli Satriano (Foggia) e la collezione depositata dal C.A.I. di Intra, composta di due parti: un nucleo di oggetti di provenienza verbanese e riferibili all’età romana (I-IV secolo d. C.); una raccolta di vasellame proveniente dall’Italia centrale, le cui forme permettono di ricondurre il materiale a quello che era il territorio dei Falisci, ossia l’estremo lembo meridionale dell’Etruria.

Informazioni:
Palazzo Viani Dugnani, Via Ruga, 44 Verbania Pallanza.
Tel. 0323.556621 – Fax 0323.507954 – E-mail museodelpaesaggio@tin.it


Link:
http://www.museodelpaesaggio.it/

Bibliografia:
DE MARINIS R., 1988, Liguri e Celto-liguri, in “Italia Omnium Terrarum Alunma”, Milano, pp. 157-259;
RITTATORE E., 1975, La civiltà del ferro in Lombardia, Piemonte, Liguria, in “Popoli e Civiltà dell’Italia Antica”, IV, Roma, pp. 223-328;
TIZZONI M., 1981, La cultura tardo La Tene in Lombardia, in “Studi Archeologici”, I, Bergamo pp. 5-39;
SAPELLI RAGNI M. (a cura di), 2004, Tesori del Piemonte. Il Piemonte degli scavi – Siti e musei di antichità;
GAMBARI, SPAGNOLO, 1997, Il Civico museo archeologico di Arona, Regione Piemonte

Pubblicazioni di Enrico Bianchetti
· Bianchetti E., 1878, L’Ossola inferiore. Notizie storiche e documenti, 2 voll., Torino;
· Bianchetti E., 1892, Ornavasso (NO), Di una antica necropoli scoperta a poca distanza dall’abitato, in Not. Scavi, 1892, pp. 293- 295;
· Bianchetti E., 1895, I sepolcreti di Ornavasso, in Atti della Società di Archeologia e Belle Arti per la Provincia di Torino, vol. VI;
· Bianchetti E., 1994, Appunti sull’Ossola inferiore e altri scritti, Fond. monti, Anzola;

Sulle necropoli di Ornavasso
· AA.VV., 1998-1999, I sepolcreti di Ornavasso, cento anni di studi, (4 voll.), Università degli Studi di Roma “La Sapienza”;
· Caramella P., De Giuli A., 1993, Archeologia dell’Alto Novarese, Mergozzo;
· Carducci C., Ornavasso (NO), 1950, Tombe d’età repubblicana, in Not. Scavi, pp. 214- 220;
· Graue J., 1974, Die Graberfelder von Ornavasso, Amburgo;
· Lo Porto F. G., Ornavasso (NO), 1954, Nuovi scavi nel sepolcreto di S. Bernardo, in Not. Scavi, pp. 257- 265;
· Piana Agostinetti P., 1972, Documenti per la protostoria della Val d’Ossola, Cisalpino Goliardica, Milano.

Fonti:
Fotografia dal sito del museo, indicato sopra.

Data compilazione scheda:
11/09/2004 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Simona Vigo – G. A. Torinese

Varzo (VB) : siti archeologici del Parco Naturale Veglia Devero Cianciavero e Balm d’la Vardaiola

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Storia del sito:
Nell’Alpe Veglia si trovano siti d’alta quota databili dal Mesolitico (che sulle Alpi si sviluppa tra l’VIII e il VI millennio a.C.) sino all’età medievale. Durante il Mesolitico gli uomini vivevano cacciando, pescando e raccogliendo frutti e radici. Questo tipo di economia prevedeva lo stanziamento estivo in alta quota, mentre l’inverno veniva trascorso nei fondovalle. Per la costruzione dei manufatti taglienti (indispensabili per le operazioni di caccia e per altri svariati usi) veniva utilizzato il cristallo di quarzo ialino, discretamente abbondante nella zona.
Nel 1986 nella conca di Veglia (di fronte alla località CIANCIAVERO) a 1750 m s.l.m., l’archeologo Angelo Ghiretti rinvenne lungo una carrareccia alcuni manufatti in cristallo, chiaramente mesolitici. Questo ritrovamento fortuito condusse all’individuazione di un sito che ospitava un’officina specializzata nella scheggiatura del cristallo. Altre tracce di presenza dei cacciatori mesolitici all’alpe Veglia sono emerse a 2347 m sul Pian d’Erbioi, dove è stato rinvenuto un “trapezio” di cristallo (probabilmente una punta di freccia).
Nell’area del parco è stato identificato un altro sito archeologico importante, sebbene cronologicamente molto più recente: il BALM D’LA VARDAIOLA, che si trova a 1950 m di quota sopra i pascoli di Pian dul Scricc (il Piano dello Scritto, con riferimento a un trattato medievale tra gli Ossolani e le confinanti popolazioni svizzere) alle spalle di Veglia. Nel dialetto locale “Balm” significa riparo sotto roccia e “Vardaiola” significa “guardiola”, ovvero una postazione da cui si osserva. Trovandosi infatti in posizione strategica, per millenni questo sito è stato utilizzato dai cacciatori (fino alla costituzione del Parco) per nascondersi, ripararsi dalle intemperie e, contemporaneamente, controllare gli spostamenti delle prede.

Descrizione del sito:
L’insediamento mesolitico dell’Alpe Veglia-Cianciavero, situato all’aperto, è stato finora esplorato su una superficie complessiva di oltre 100 mq. I reperti sono stati rinvenuti direttamente sotto la superficie erbosa, all’interno di uno strato di sabbie grigie spesso circa 15 cm. Siccome il sito si trova all’interno di un Parco Naturale, alla fine di ogni campagna estiva di ricerca lo scavo viene richiuso e le zolle erbose, temporaneamente deposte da parte e continuamente bagnate per impedirne l’essiccamento, vengono riposte nella posizione originaria in modo da lasciare intatto il terreno e non modificare il paesaggio (la zona è anche adibita a pascolo).
Sulla parete del Balm d’la Vardaiola è stata inoltre individuata da F.M. Gambari una PITTURA RUPESTRE NEOLITICA. Essa sembra raffigurare un ungulato a corna ramificate, forse un cervo, ed è stata dipinta con ocra rossa probabilmente amalgamata con un legante di origine organica. La pittura viene fatta risalire alla metà del IV millennio a.C. (Neolitico finale). Essa poteva far parte di una scena dipinta più ampia, ma con il tempo si è quasi del tutto distaccata dalla parete la patina levigata generata dall’erosione del ghiacciaio preesistente e che consentiva la realizzazione di pitture analoghe. La mineralizzazione nel tempo della pittura su un raro residuo di quell’antica superficie ne ha permesso la conservazione.

Descrizione dei ritrovamenti:
Gli strumenti in pietra del Mesolitico (bulini per bucare oppure raschiatoi e grattatoi per lavorare legno e pelli) hanno una forma geometrica e piccole dimensioni. Vengono chiamati “armature”: venivano incollati con un mastice su un supporto in legno o osso. Gli strumenti più frequenti nel sito di alpe Veglia sono armature ottenute con la tecnica del ritocco. Il cristallo (a differenza della selce che deve essere “preparata” spaccando il ciottolo per ottenere una superficie piana da cui staccare le lame) è già pronto naturalmente per la scheggiatura: usando un percussore (di legno o di corno) vengono staccate a colpi alterni piccole schegge che vengono successivamente lavorate (scorporando da esse schegge più piccole) per ottenere la forma voluta. Questa tecnica è detta del “ritocco”.
In dieci anni di ricerche a CIANCIAVERO sono stati rinvenuti quasi 8 kg di scarti di lavorazione del quarzo, 719 strumenti o frammenti di essi, 39 nuclei e 95 microbulini; 23 strumenti di selce. Il confronto dei tipi di reperti rinvenuti con quelli di altri siti mesolitici permette di datare i quarzi lavorati di Veglia al Sauveterriano (VIII-VII millennio a.C.), una delle fasi più antiche del Mesolitico.

Nel BALM D’LA VARDAIOLA gli scavi archeologici, in successive campagne di scavo (1992-1997), hanno rivelato la presenza di più strati, ovvero momenti diversi di occupazione del luogo, riferibili a diverse epoche: al Basso Medioevo, all’Alto Medioevo, all’Età Romana, all’Età del Ferro. Sotto un tappeto di spinacio selvatico un primo strato, dello spessore di 25 cm, è riferibile al Basso Medioevo (un focolare di un metro di diametro, buche di palo di una struttura in legno che doveva ospitare più persone in piedi e frammenti ceramici di un vaso da fuoco risalenti al XV secolo). Un secondo strato riferibile all’Alto Medioevo viene interpretato come un giaciglio protetto per trascorrervi la notte e formato da grandi pietre disposte a semicerchio contro la parete del Balm.
Lo strato sottostante, relativo ad un’occupazione in età romana, ha dato reperti significativi: una fibula di bronzo (I secolo a.C.), un grosso cristallo usato come percussore da acciarino e un frammento di amo in bronzo. Il ritrovamento dell’amo potrebbe indicare la pesca di pesci di grosse dimensioni nel lago (residuo del ghiacciaio) che anticamente occupava la conca di Veglia.
Un quarto strato ha rivelato un grande focolare dell’Età del Ferro con resti di vasi di ceramica modellata senza l’uso del tornio e lavorati con argilla proveniente dai dintorni del Balm. L’analisi dei carboni con il metodo del C14 ha dato una datazione assoluta al 570 a.C. (con un margine di oscillazione di più o meno 70 anni). È stato anche individuato un muro di recinzione che sosteneva un’alzata in legno.
[La presenza della pittura neolitica, se la datazione verrà confermata da successivi studi, comporta che il sito abbia conosciuto una fase di frequentazione molto più antica di quelle finora rinvenute – n.d.r.]

Luogo di custodia dei materiali:
Una piccola selezione dei materiali mesolitici è visibile presso il Museo di Antichità (archeologico) di Torino nella sala dedicata al territorio piemontese.

Informazioni:
Il Parco è agibile solo durante la stagione estiva. Info: Ente Parco Naturale Veglia Devero tel. 0324 72572;  e-mail: info@areeprotetteossola.it

Links:
http://www.areeprotetteossola.it/it/parco-naturale-veglia-e-devero/presentazione/il-parco

http://www.parks.it/parco.alpe.veglia.devero

www.alpedevero.it

Bibliografia:
GUERRESCHI A., GHIRETTI A., GAMBARI F.M., Archeologia dell’Alpe Veglia, S.E.M.M., Omegna, 1992
GHIRETTI A., GAMBARI F.M., GUERRESCHI A., Armi di cristallo. Dieci anni di archeologia territoriale all’Alpe Veglia, Ed. Parco Naturale Veglia Devero e Comunità Montana Valle Ossola, 1997

Fonti:
Notizie tratte dai siti sopra indicati e dai testi in bibliografia.
Immagine n° 5 tratta dal testo di GHIRETTI A., GAMBARI F.M., GUERRESCHI A. citato in bibliografia. Le altre fotografie sono dell’archivio GAT.

Data compilazione scheda:
17/10/2006 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Fabrizio Diciotti – G. A. Torinese

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