musei p. Verbano Cusio Ossola

VERBANIA : Museo del Paesaggio

Sala-archeologia-1

Storia del Museo:
I materiali provenienti dalle due necropoli di Ornavasso entrarono a far parte del museo in due momenti distinti. Per primi vi giunsero i corredi delle sette tombe rinvenute nel 1941 dal professor Carlo Carducci nei pressi dell’oratorio di San Bernardo. I reperti tuttavia, depositati nei magazzini, non furono mai esposti. La parte numericamente più consistente della raccolta e anche la più importante sotto l’aspetto storico e archeologico (quella cioè proveniente dagli scavi effettuati da Enrico Bianchetti nel 1890-92) fu invece acquisita nel 1961 per merito del professor Vittorio Tonolli che la acquistò dagli eredi dello scopritore per farne dono alla città di Verbania. Di questo secondo lotto, un’ampia scelta di materiali fu esposta al pubblico nel 1963 in due piccole sale del primo piano. Questo spazio, pur essendosi rivelato quasi subito insufficiente in rapporto alle dimensioni e all’importanza della raccolta, rimase invariato per quasi vent’anni.
Nel 1982 la Soprintendenza Archeologica del Piemonte decise la temporanea chiusura di questa sezione del museo, nell’attesa di reperire spazi più adeguati. I reperti archeologici, molti dei quali pesantemente danneggiati dall’usura del tempo o dalle conseguenze di precedenti restauri condotti con metodologie oggi non più accettabili, furono sottoposti ad un attento lavoro di restauro per salvarli da un irreparabile degrado e restituirli al loro aspetto originario.
Nel 2000 la sezione archeologica è stata riaperta al pubblico in una veste completamente rinnovata.

Descrizione del materiale esposto:
I materiali si distribuiscono all’interno di cinque sale.
Un importante nucleo di reperti è rappresentato dalle armi, provenienti da 60 tombe scavate a San Bernardo e In Persona (vedi scheda necropoli di Ornavasso). L’arte della guerra fu largamente praticata dai Leponti della fase più antica delle necropoli di Ornavasso: i corredi maschili sono caratterizzati dalla presenza della panoplia militare, il cui elemento fondamentale era costituito da una lunga spada sospesa al fianco destro. Al considerevole numero di spade in ferro a doppio fendente, sempre accompagnate da anelli con cui venivano sospese alle cinture in cuoio, si aggiunge un più esiguo numero di punte di lancia a forma molto affusolata e di giavellotto. Il progressivo inserimento nella realtà politica dell’impero romano, portò notevoli cambiamenti nella dotazione di armi dell’aristocrazia. Nelle tombe più antiche di In Persona iniziano a comparire spade sempre più simili al gladio romano: decisamente più corte rispetto alle spade celtiche e atte a colpire l’avversario di punta, dovevano essere custodite in foderi di legno, di cui sono giunte fino a noi solo le guarnizioni metalliche. Le spade scompaiono completamente dalle tombe di piena età romana, molto probabilmente poiché non esisteva più la necessità di presidiare i confini. Continuano invece ad essere attestate fino al I secolo d.C. numerose lance, impiegate per la caccia.
L’elemento ornamentale più diffuso nei corredi funerari è la fibula, fermaglio a molla usato per unire i lembi di tuniche e mantelli. Accanto alle grandi fibule, che per la ricorrenza in questo sito sono state definite tipo Ornavasso, le tombe hanno restituito numerosi altri ornamenti e oggetti da toeletta. Le notazioni degli autori classici, che sottolineano le smodatezze delle popolazioni celtiche, ben si adattano agli antichi Leponti che amavano adornarsi con molti monili, realizzati prevalentemente in argento: bracciali “a spirale”, “a viticci” e “a fiorami”, secondo le denominazioni date da Bianchetti, e diversi tipi di anelli, tra cui particolarmente raffinati erano quelli a castone, ornati da gemme intagliate. Di gusto prettamente celtico erano i bracciali e i vaghi di collana in pasta vitrea, spesso caratterizzati da vivaci decorazioni policrome. Gli oggetti da toeletta rivelano una grande attenzione per la cura del corpo. Non si tratta solo di oggetti femminili; non mancano nei corredi maschili rasoi in ferro, pinzette di bronzo e strigili per detergere il corpo dopo il bagno.
Il defunto era spesso accompagnato nel suo viaggio ultraterreno da oggetti d’uso quotidiano che garantivano la continuità con il mondo dei vivi. Per questo motivo nei corredi tombali compaiono spesso stoviglie e vasellame ceramico utilizzati per la cottura, la conservazione dei cibi e per imbandire riccamente la tavola. Oltre alla ceramica da cucina di tradizione celtica (in gran parte recipienti modellati semplicemente a mano e talvolta rifiniti al tornio lento), i corredi di San Bernardo hanno restituito anche abbondante ceramica fine da mensa a vernice nera. Pur non mancando reperti provenienti dai raffinati atelier etruschi, la maggior parte del vasellame verniciato è da attribuirsi ad una produzione più corrente, locale. L’apice del lusso è rappresentato dal vasellame in bronzo, presente nei corredi più ricchi, appartenuti a guerrieri o a donne di rango.
Una produzione caratteristica dell’artigianato locale erano i vasi a trottola, così chiamati per la particolare forma schiacciata del corpo. Erano destinati a contenere il vino che, verosimilmente, era anche prodotto localmente e non solo importato. I vasi a trottola di Ornavasso si distinguono da quelli affini rinvenuti nei territori confinanti per la fitta decorazione a motivi geometrici dipinti sul corpo. Sono inoltre le forme vascolari su cui ricorrono con maggior frequenza nomi graffiti in alfabeto leponzio, che ne indicavano l’appartenenza.
Molto diffusi nelle tombe di San Bernardo, dove ne sono stati rinvenuti 103 esemplari, sono invece completamente assenti nella necropoli di In Persona, sostituiti dalle olpi, recipienti che avevano la medesima funzione ma appartenevano alla tradizione italica e orientale.
Tra gli oggetti più noti della raccolta Bianchetti, figura il vaso a trottola detto “di Latumaros”, proveniente da una tomba femminile della necropoli di San Bernardo databile al I secolo a.C. Il vaso, di ridotte dimensioni, è decorato sulla spalla con due fasce concentriche bianche; tra le quali sono state graffite, dopo la cottura, cinque iscrizioni che ci permettono di risalire al suo uso. L’iscrizione più lunga, in alfabeto leponzio, ci informa infatti che il vaso conteneva il famoso e squisito vino di Naxos, offerto in dono a una coppia di novelli sposi, Latumaros e Sapsuta.
Copiosa e interessante è la raccolta di monete. L’abbondanza dei ritrovamenti, oltre ad indicare una particolare condizione di ricchezza delle popolazioni stanziate ad Ornavasso, è stata di notevole aiuto agli studiosi per determinare la cronologia dei sepolcreti. Le monete romane, infatti, recano spesso impresso il nome del monetiere, generalmente conosciuto dalle fonti storiche e quindi ben databile. Poiché le monete romane sono piuttosto rare nelle sepolture coeve della valle Padana e completamente assenti in quelle transalpine, i corredi funerari di Ornavasso sono stati per lungo tempo un insostituibile punto di riferimento per la datazione di altri oggetti di larga diffusione, come armi, ornamenti, utensili e vasellame.

In due sale nel piano seminterrato sono inoltre esposte una collezione magnogreca, riunita da don Secondo Falciola di Miazzina e costituita da un nucleo omogeneo di oggetti, databili tra l’VIII e il IV secolo a. C., attribuibile alla necropoli daunia di Ascoli Satriano (Foggia) e la collezione depositata dal C.A.I. di Intra, composta di due parti: un nucleo di oggetti di provenienza verbanese e riferibili all’età romana (I-IV secolo d. C.); una raccolta di vasellame proveniente dall’Italia centrale, le cui forme permettono di ricondurre il materiale a quello che era il territorio dei Falisci, ossia l’estremo lembo meridionale dell’Etruria.

Informazioni:
Palazzo Viani Dugnani, Via Ruga, 44 Verbania Pallanza.
Tel. 0323.556621 – Fax 0323.507954 – E-mail museodelpaesaggio@tin.it


Link:
http://www.museodelpaesaggio.it/

Bibliografia:
DE MARINIS R., 1988, Liguri e Celto-liguri, in “Italia Omnium Terrarum Alunma”, Milano, pp. 157-259;
RITTATORE E., 1975, La civiltà del ferro in Lombardia, Piemonte, Liguria, in “Popoli e Civiltà dell’Italia Antica”, IV, Roma, pp. 223-328;
TIZZONI M., 1981, La cultura tardo La Tene in Lombardia, in “Studi Archeologici”, I, Bergamo pp. 5-39;
SAPELLI RAGNI M. (a cura di), 2004, Tesori del Piemonte. Il Piemonte degli scavi – Siti e musei di antichità;
GAMBARI, SPAGNOLO, 1997, Il Civico museo archeologico di Arona, Regione Piemonte

Pubblicazioni di Enrico Bianchetti
· Bianchetti E., 1878, L’Ossola inferiore. Notizie storiche e documenti, 2 voll., Torino;
· Bianchetti E., 1892, Ornavasso (NO), Di una antica necropoli scoperta a poca distanza dall’abitato, in Not. Scavi, 1892, pp. 293- 295;
· Bianchetti E., 1895, I sepolcreti di Ornavasso, in Atti della Società di Archeologia e Belle Arti per la Provincia di Torino, vol. VI;
· Bianchetti E., 1994, Appunti sull’Ossola inferiore e altri scritti, Fond. monti, Anzola;

Sulle necropoli di Ornavasso
· AA.VV., 1998-1999, I sepolcreti di Ornavasso, cento anni di studi, (4 voll.), Università degli Studi di Roma “La Sapienza”;
· Caramella P., De Giuli A., 1993, Archeologia dell’Alto Novarese, Mergozzo;
· Carducci C., Ornavasso (NO), 1950, Tombe d’età repubblicana, in Not. Scavi, pp. 214- 220;
· Graue J., 1974, Die Graberfelder von Ornavasso, Amburgo;
· Lo Porto F. G., Ornavasso (NO), 1954, Nuovi scavi nel sepolcreto di S. Bernardo, in Not. Scavi, pp. 257- 265;
· Piana Agostinetti P., 1972, Documenti per la protostoria della Val d’Ossola, Cisalpino Goliardica, Milano.

Fonti:
Fotografia dal sito del museo, indicato sopra.

Data compilazione scheda:
11/09/2004 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Simona Vigo – G. A. Torinese

Mergozzo (VB) : Civico Museo Archeologico (Antiquarium)

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Storia del Museo:
Una piccola mostra di materiale archeologico del territorio di Mergozzo, allestita nell’estate del 1969, fu motivo di incontro per un gruppo di appassionati delle più antiche testimonianze storiche del paese.
Si costituì così, sotto forma di comitato, il Gruppo Archeologico di Mergozzo (G.A.M.) che, nell’antica Casa del Predicatore concessa dalla Parrocchia, cominciò a raccogliere in custodia conservativa il materiale archeologico che fu possibile reperire presso vari privati che ne erano in possesso o emerso dagli scavi condotti negli anni a Mergozzo ed in altre località provinciali. Divenuta inadeguata la sede originaria, grazie all’intervento del Comune di Mergozzo e della Regione Piemonte, con il coordinamento della Soprintendenza ai Beni Archeologici del Piemonte, a partire dal 2003 i materiali sono stati trasferiti in una nuova e più moderna sede, rispondente agli attuali criteri di sicurezza ed accessibilità, inaugurata nel settembre 2004.

Descrizione del materiale esposto:
Il museo è articolato in due sezioni, una dedicata alla tradizione della lavorazione della pietra, una a carattere archeologico. Al primo piano la sezione “della pietra” ospita strumenti ed attrezzi del lavoro tradizionale dei cavatori e degli scalpellini che coltivarono le cave di granito di Montorfano e di marmo di Candoglia; accanto agli attrezzi sono esposti alcuni manufatti in pietra da contesti archeologici: epigrafi preromane e romane, opere medievali dal sito di Montorfano.
Tra le testimonianze “di pietra” si segnalano quattro grandi steli funeriarie in pietra da Brisino (Stresa) che conservano i nomi dei defunti trascritti nel locale alfabeto leponzio (I secolo a.C.).
Al secondo piano il percorso si articola in due sale, proponendo reperti archeologici ordinati secondo criteri cronologici. I reperti più antichi risalgono alla fine dell’età della pietra ed all’età del bronzo: si tratta per lo più di industria litica proveniente da Mergozzo, accanto al famoso pugnale in bronzo dell’Arbola e a materiali da altre località (Baceno, Cireggio, Grassona di Cesara).
I reperti archeologici individuati sui terrazzamenti sovrastanti Mergozzo ed il lago dimostrano come l’uomo si sia insediato in queste zone almeno 5000 anni or sono. I ritrovamenti costituiti per la maggior parte da attrezzi in selce e frammenti ceramici risalenti ad un periodo comprendente il III ed il II millennio a. C. fanno pensare a capanne di legno e paglia, per un esiguo numero di abitatori dediti alla caccia, alla pesca e successivamente ad un’arcaica forma di agricoltura.
Tra questi materiali si segnalano per l’interesse documentario le asce da combattimento in pietra da Baceno e da Mergozzo risalenti al terzo millennio avanti Cristo.
La tarda età del ferro è invece rappresentata dai corredi della necropoli di Carcegna (I secolo a.C.) e da una spada celtica con fodero da Mozzio di Crodo, testimonianze della locale popolazione leponzia, dedita alla pastorizia, alla caccia, alla guerra ed aperta ai contatti commerciali con il mondo romano e transalpino.
Grazie alla sua posizione quale luogo di transito Mergozzo assunse decisiva importanza in epoca romana.
Una seconda sala illustra questo periodo, attraverso i materiali dai numerosi scavi effettuati in questa località, che consentono di cogliere sia i costumi funerari (due necropoli sono state riportate alla luce in località Cappella e Praviaccio, con nuclei tombali attribuibili dal I al III secolo d. C.), che alcuni aspetti della vita quotidiana e delle tecniche produttive antiche, (i resti di una fornace per laterizi databile ai primi secoli dell’Impero e le fondazioni di un edificio sono state rinvenute in località Robianco). Inoltre le vestigia di un grande edificio, un sacello, un’ara dedicata a Giove e varie tombe sono state scoperte in frazione Candoglia.
Accanto ai più comuni oggetti di vita quotidiana, vasellame in ceramica e vetro, ornamenti personali, attrezzi da lavoro, si segnalano alcuni reperti più rari o curiosi, quali le pedine colorate in vetro per il gioco di strategia dei latrunculi, o, ancora, uno stilo scrittorio in ferro.
In particolare provenienti dalla necropoli alla “Cappella”, scoperta da Egisto Calloni nel 1898, sono esposti i corredi completi di sei tombe, rinvenute nel 1970, comprendenti due olpi, una lucerna, varie monete e altri oggetti che concorrono a datare la necropoli al I e II secolo d.C.
Della necropoli in località “Praviaccio” sono esposti i corredi completi di sette tombe. Il materiale comprende ceramica di imitazione campana, coppette in terra cinerognola a pareti sottili, olpi di forme e dimensioni differenti, lucerne, fusaiole, balsamari in vetro, fibule in bronzo e in ferro, punte di lancia, un’ascia, anelli e numerose monete di bronzo (I – III sec. d.C.)
Chiudono il percorso i reperti delle tombe tardo antiche (IV-V secolo d.C.) di Carcegna e quelli altomedievali di san Giovanni in Montorfano, aprendo uno sguardo sulla fine del mondo antico e la Cristianizzazione del territorio. Nei costumi funerari si osserva il ritorno del rito inumatorio con la deposizione nelle sepolture di corredi comprendenti gruzzoli di diverse decine di monete. I reperti dall’area di San Giovanni in Montorfano rivelano invece l’impianto di una delle prime chiese cristiane con annesso battistero (VI secolo d.C.).

Informazioni:
Telefono: 0323 670731   email: museomergozzo@tiscali.it


Links:
ttp://www.comune.torino.it/museiscuola/propostemusei/pie/vb/civico-museo-archeologico-mergozzo.shtml
http://www.comune.mergozzo.vb.it/ComSchedaTem.asp?Id=6885

Catalogo e materiale illustrativo
Gruppo Archeologico Mergozzo . La preistoria dell’arte, 1977
Gruppo Archeologico Mergozzo . Ossola di pietra nei secoli, 1978
Maulini Colomo F.; Ferro Bianco B.,Questi sono gli statuti del Comune e degli uomini di Mergozzo anno 1378, 1978
Gruppo Archeologico Mergozzo. Li molini e edificij d’acque d’Ossola e terre vicine , 1982
Gruppo Archeologico Mergozzo . Quando arriva la ghisa , 1985
Galloni E. Le colonne di granito di Montorfano della Basilica di San Paolo fuori le mura , 1988
Gruppo Archeologico Mergozzo. I di d’la festa, osservanza e trasgressione nel rituale festivo , 1990
De Giuli Alberto . Plebs Margotij , 1992
Caramella P. De Giuli A. Archeologia dell’alto novarese , 1993
Gruppo Archeologico Mergozzo Domina et Madonna. La figura femminile tra Ossola e lago Maggiore dall’antichità all’ottocento, 1997
Gruppo Archeologico Mergozzo Storia di Mergozzo , 2003
GRUPPO ARCHEOLOGICO MERGOZZO, 1985, Quando arriva la ghisa GALLONI E., 1988, Le colonne di granito di Montorfano della Basilica di San Paolo fuori le mura GRUPPO ARCHEOLOGICO MERGOZZO, 1990, I di d’la festa, osservanza e trasgressione nel rituale festivo DE GIULI A., 1992, Plebs Margotij
CARAMELLA P., DE GIULI A., 1993, Archeologia dell’alto novarese
GRUPPO ARCHEOLOGICO MERGOZZO, 1997, Domina et Madonna. La figura femminile tra Ossola e lago Maggiore dall’antichità all’Ottocento
GRUPPO ARCHEOLOGICO MERGOZZO, 2003, Storia di Mergozzo

Produzione editoriale:
L’editore “Antiquarium Mergozzo” fa capo al Gruppo Archeologico Mergozzo (G.A.M.), associazione per la ricerca e conservazione dei reperti archeologici e valori artistici, storici e bibliografici di Mergozzo. Il G.A.M. opera senza compenso alcuno, con impegno e costanza, in un discorso culturale che ha trasformato un’iniziativa volontaristica in un’attività responsabilizzata e riconosciuta, volta alla ricerca storica e archeologica e allo studio, valorizzazione e tutela di tutto quanto può costituire il patrimonio artistico e storico di Mergozzo, in particolare e piu in generale del Verbano-Cusio e Ossola. Negli anni della propria attività il G.A.M. ha effettuato scavi archeologici, ha allestito mostre documentarie ed ha pubblicato raccolte di studi su temi specifici, fornendo occasione per nuove attività di ricerca e per una attenta cura del patrimonio culturale locale.

Fonti:
Testo e foto tratti nel 2004 dal sito internet www.mergozzo.it, ora chiuso, e da “Il Piemonte degli scavi – siti e musei di antichità”.
Altre info negli allegati reperibili nelle pagine dei siti sopra indicati.

Data compilazione scheda:
22 maggio 2004 –  aggiornamento 2010 e febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – Gruppo Archeologico Torinese

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Malesco (VB) : Museo Archeologico della pietra ollare

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Storia del Museo:
La pietra ollare (serpentinite) è uno dei materiali refrattari che più sono serviti agli antichi abitanti delle Alpi, per poter sopravvivere nella natura selvaggia. L’ Ecomuseo “Ed leuzerie e di scherpelit” (della pietra ollare e degli scalpellini) del Parco Nazionale della Val Grande, inaugurato ad Aprile 2007, é allestito nel Palazzo Pretorio, storico edificio risalente al XV secolo ora perfettamente ristrutturato. Il Museo traccia la storia dello sfruttamento della pietra ollare, coniugando archeologia e etnografia.

Descrizione del materiale esposto:
Le varie sale, realizzate sui tre piani dell’edificio, introducono all’argomento delineando, tramite cartografia e reperti, i luoghi e le tecniche d’estrazione della pietra ollare, i metodi di lavorazione e i manufatti tradizionali. Le testimonianze fornite dai numerosi reperti partono dalla preistoria, età del bronzo e del ferro e si fanno particolarmente ricche in epoca romana dando la misura del progressivo dominio dell’uomo sulla natura e sulla risorsa della valle, di cui lo sfruttamento di giacimenti di pietra ollare costituì un elemento cardine di una floridezza economica mantenuta fino alla piena età romana.
Tra il I e il IV secolo i corredi si caratterizzano oltre che per i manufatti in pietra, anche per quelli in ceramica e in vetro. Un notevole numero di oggetti d’ importazione, tra i quali casseruole in argento di produzione campana e splendidi vetri, testimoniano il ruolo che la Valle ebbe negli scambi commerciali. Interessanti sono poi i reperti in ferro: picconi e pale di duemila anni fa, antichi ed efficaci strumenti per estrarre e lavorare la pietra ollare.
A ottobre 2013 è stata inaugurata la nuova sezione geologica.
Ogni visitatore del Museo verrà dotato di un I-pod con cuffie per poter ascoltare la visita guidata alle varie sale del museo. In una sala un televisore al plasma trasmette una serie di documentari sulla pietra ollare, sulla sua estrazione e lavorazione.

Informazioni:
Palazzo Pretorio, P.zza Romagnoli.  Info Ecomuseo Regionale 0324/92444; email: info@leuzerie.it ; info@ecomuseomalesco.it


 

 

 

 

 

 


Link:

http://www.amossola.it/musei_ossola/it/museo/museo-archeologico-della-pietra-ollare

https://ecomuseomalesco.it/la-pietra-ollare/

http://www.parcovalgrande.it/centrivisita_dettaglio.php?id=217

Bibliografia:
SPAGNOLO GARZOLI G., Museo archeologico della pietra ollare del Parco nazionale Val Grande. Guida breve, Ed. Ente Parco naz. Val grande – Comune Malesco – SBAP, Torino,2006
SPAGNOLO GARZOLI G.,Viridis lapis. la necropoli di Craveggia e la pietra ollare in Valle Vigezzo,Ed. Ente Parco naz. Val grande – Comune Malesco – SBAP, Torino,2013

Fonti:
Immagini dal pieghevole del Museo.

Data compilazione scheda:
09/05/2007 aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta -Gruppo Archeologico Torinese

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Gravellona Toce (VB): necropoli e Antiquarium

Storia  e descrizione della necropoli:
L’area sepolcrale di Gravellona Toce, che ha restituito circa 126 sepolture, venne utilizzata per circa mille anni dal V secolo a.C. fino al IV secolo d.C. Fu scoperta tra il 1954 e il 1959 da Felice Pattaroni.

Le tombe più antiche risalgono alla fine della prima età del Ferro, e la cremazione dei corpi, accompagnati da armi di foggia celtica e da vasellame d’importazione etrusca, testimonia la floridezza commerciale delle popolazioni indigene golasecchiane. La compresenza nelle più recenti fasi di utilizzo d’inumazioni, tipiche dei popoli alpini (Leponti), in fosse rettangolari, le cui pareti sono rivestite o semplicemente coperte di ciottoli, e di sepolture a cremazione indiretta in fosse di minori dimensioni con ceneri raccolte in urna (rito insubre) sembra testimoniare l’incontro nell’Ossola dei due popoli all’incirca nel II secolo a.C. Tuttavia la sobrietà e i modesti corredi non sono paragonabili alle più ricche inumazioni della vicina necropoli di Ornavasso.
I Leponti furono i più antichi abitatori dell’Ossola di cui si abbiano testimonianze scritte. I dati archeologici permettono oggi di affermare che facevano parte di quel vasto raggruppamento culturale denominato civiltà di Golasecca, (vedi scheda) formato da popolazioni che, grazie alla loro posizione geografica privilegiata di vicinanza ai valichi alpini e alle facili vie di comunicazione fluviali e lacuali, furono importanti intermediari commerciali fra Etruschi e Celti transalpini fino al V secolo a.C. Le successive invasioni galliche furono causa di graduali ma profondi processi di trasformazione, a cui fecero seguito il contatto e l’influsso della civiltà romana che, dall’età tardo-repubblicana, permeò molteplici aspetti della cultura leponzia, senza tuttavia privarla dei suoi tratti più peculiari.
Con l’età augustea, rappresentata da un nucleo di circa 40 sepolture, si assiste ad una sempre più accentuata romanizzazione della comunità locale, evidente soprattutto nei materiali che compongono i corredi funerari.
Le sepolture di questo periodo presentano ornamenti in argento, vasellame di manifattura aretina e padana. Con la prima età imperale viene introdotta nella necropoli la cremazione diretta come rito tipicamente romano. Accanto alle più semplici strutture tombali si segnala la cosiddetta tomba Gentilizia la cui struttura era stata ricavata entro un recinto funerario. La sepoltura era di una donna assai ricca, dotata di un cospicuo corredo costituito di molteplici contenitori per profumi, di un servizio da tavola in terra sigillata e alcuni pezzi unici tra cui un pregevolissimo bacile bronzeo. Le ultime sepolture, prima dell’abbandono della necropoli e databili intorno al IV secolo d.C., sono ascrivibili a tombe “a cappuccina”.

Luogo di custodia dei materiali:
I più importanti materiali relativi alla Necropoli di Gravellona Toce sono esposti all’Antiquarium, in parte sono al Museo di Antichità (archeologico) di Torino.

Storia e descrizione del Museo:
L’allestimento attuale dell’Antiquarium presenta la mostra “Memorie del passato” che nacque come parte integrante di un progetto più complesso, cofinanziato da Compagnia di S. Paolo. L’idea è nata nel 2015 per volontà del Comune di Gravellona con lo scopo di valorizzare in maniera innovativa l’importante patrimonio culturale del territorio, attraverso una serie di attività capaci di coinvolgere attivamente la cittadinanza, la popolazione della zona e il grande bacino turistico che annualmente visita la provincia. Il punto di partenza è coinciso con la sistemazione dell’Antiquarium di Gravellona Toce (già luogo espositivo dei reperti pedemontani negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso) e la sua trasformazione in polo per esposizioni temporanee.
La mostra, per fornire un quadro approfondito, seppur forzatamente non completo, del contesto antico (sia dell’abitato, sia della necropoli)  è articolata in cinque sezioni tematiche (la sfera personale, le attività produttive e artigianali, i commerci, la cucina e la tavola, la necropoli), ospitate in tre sale.

brochureGRAVELLONA.pdf

Informazioni:
L’area archeologica non è visitabile.

Antiquarium, Corso Milano 63, tel.0323.848386, email: info@antiquariumgravellonatoce.it

Links:
http://www.comune.gravellonatoce.vb.it/StoriaEconomia?Necropoli

https://www.comune.gravellonatoce.vb.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/museo-antiquarium

https://www.antiquariumgravellonatoce.it/it/home e le pagine successive

Bibliografia:
DE MARINIS R., 1988, Liguri e Celto-liguri, in “Italia Omnium Terrarum Alunma”, Milano pp. 157-259
RITTATORE E., 1975, La civiltà del ferro in Lombardia, Piemonte, Liguria, in “Popoli e Civiltà dell’Italia Antica”, IV, Roma, pp. 223-328
TIZZONI M., 1981, La cultura tardo La Tene in Lombardia, in “Studi Archeologici”, I, Bergamo pp. 5-39
SAPELLI RAGNI M. (a cura di), 2004, Tesori del Piemonte. Il Piemonte degli scavi. Siti e musei di antichità
GAMBARI-SPAGNOLO, 1997, Il Civico museo archeologico di Arona, Regione Piemonte
PATTARONI  F., 1986, La necropoli gallo romana di Gravellona Toce, Gravellona Toce, 1986
— Catalogo del “Museo Archeologico Felice Pattaroni”

Pubblicazioni del Museo:
MEMORIE DAL PASSATO. L’abitato e la necropoli di Pedemonte a Gravellona Toce, Raccolta di studi introduttivi alla mostra a cura di Francesca Garanzini

Fonti:
Foto in alto dal sito del Comune

Data compilazione scheda:
11/11/2004 – aggiornamento febbraio 2014 – maggio 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Simona Vigo – G. A. Torinese

Domodossola (VB) : Museo di Palazzo Silva

Storia del Museo:
Il Palazzo Silva è situato nel centro del borgo medioevale della città ed è stato dichiarato monumento nazionale già nel 1901.
La famiglia Silva, la cui sede era il castello di Crevoladossola, già nel 1348 aveva costruito una casa-torre con due stanze per ciascuno dei tre piani (compreso il piano terreno), con soffitti a volta e una bella scala a chiocciola, ancora esistente.
Tra il 1476 e il 1519-20 venne aggiunto un altro corpo di fabbrica e nel 1620-1640 venne ampliato e arricchito di porte e finestre finemente scolpite.
Nel 1882 Palazzo Silva, insieme al Palazzo San Francesco, vennero acquistati dalla Fondazione Galletti per adibirli a sede delle proprie collezioni. In Palazzo Silva fu eseguito un attento restauro per riportarlo all’assetto seicentesco.
Nel 1983, a causa delle difficoltà economiche della fondazione, iniziò un progressivo degrado, sino all’acquisizione dell’edificio da parte del Comune nel 1986 e, dal 1996, alle opere di restauro che hanno portato ad una riapertura parziale nel 2003.

Descrizione delle collezioni:
Il Comune di Domodossola operò una suddivisione razionale dei moltissimi ed eterogenei reperti di ogni epoca presenti nelle varie collezioni: mobili, armi, dipinti, reperti archeologici, uccelli impagliati, oggetti tipici dell’Ossola, minerali e materiale tecnico proveniente dal traforo del Sempione, libri ecc. Una parte è stata restaurata, altra imballata o depositata in altre sedi.
Le sale di Palazzo Silva vennero opportunamente arredate e adibite a esposizione di una parte delle collezioni.

Descrizione del materiale esposto:
Nel cortile si trovano da lapidi e targhe dal XII al XVI secolo.
Al piano terreno nella “Sala d’Armi” e nella “Saletta di guardia” vi sono numerose panoplie con armi e armature. La “Cucina” é arredata come nel 1600, con mobili originali, oggetti, strumenti e una collezione di misure ossolane.
Al primo piano i molti mobili e oggetti del XVII e XVIII sec., dipinti di varia epoca ecc. sono sistemati in un “salone d’onore”, in una “saletta delle udienze”, in una “camera da letto”, nella “Cappella” e nella “sacrestia”.
Il secondo piano di Palazzo Silva non è aperto al pubblico, ma è visitabile su specifica richiesta. In esso sono collocate le collezioni archeologiche: una sezione con reperti locali, altre sezioni con reperti egizi, etruschi e romani ed una collezione di etnografia sudamericana che provengono da donazioni ottocentesche.
In questo piano vi sono anche una collezione di costumi ossolani, una pinacoteca e sculture lignee.

Informazioni:
 Piazza Chiossi 1 ;  tel. 0324 492313 ; email: cultura@comune.domodossola.vb.it

Link:
http://www.comune.domodossola.vb.it/Hpm01.asp?CgiAction=Display&IdCanale=35&IdNotizia=101

Bibliografia:
Gioielli del Piemonte. Sette secoli di palazzi e dimore, a cura di Europiemonte Alpi Editrice, Torino, 2003, Vol. I

Data compilazione scheda:
27/06/2005 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A.Torinese