Provincia di Alessandria

Casale Monferrato (AL) : Museo Civico

Storia del museo:
L’istituzione del Museo risale al 1854, quando la collezione etnografica formata da Carlo Vidua fu donata alla città da Clara Leardi.
Il Museo ha sede nell’antico convento agostiniano di Santa Croce, affrescato all’inizio del Seicento da Guglielmo Caccia detto il Moncalvo.
Nelle ventiquattro sale sono ordinate oltre quattrocento opere suddivise nei settori Pinacoteca e Gipsoteca Bistolfi. Di recente è stata aperta la Sala Archeologica, allestita con i reperti risalenti all’età del Bronzo Finale (X secolo a.C.) rinvenuti a Morano Po (loc. Pobbieto). (vedi scheda su Archeocarta).

Esposizioni temporanee:
Sino al 2007 fu allestita la mostra: “In riva al fiume Eridano”. Nel periodo 2007-2014 il Museo Civico ha poi ospitato la mostra archeologica “Longobardi in Monferrato”, che è stata disallestita nell’estate 2014 per decorrenza dei termini del deposito.

Informazioni:
tel 0142 444309 oppure 0142 444249 email: cultura@comune.casale-monferrato.al.it

Link:
http://www.comune.casale-monferrato.al.it/Museo Civico

Bibliografia:
VENTURINO GAMBARI M. (a cura di), “In riva al fiume Eridano”, catalogo della mostra allestita sino al 2007 al Museo Civico di Casale Monferrato

Data compilazione scheda:
10 settembre 2004 – aggiornamento giugno 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Carlo Vigo – Gruppo Archeologico Torinese

Casale Monferrato (AL) : Duomo di Sant’ Evasio

Casale Monferrato - Duomo San Evasio (facciata)

Storia del sito:
Il duomo di Casale è stato oggetto nei secoli di pesanti ristrutturazioni che ne hanno alterato la struttura romanica ma, all’interno, sono custoditi capolavori assoluti dell’arte romanica piemontese come il nartece, i mosaici e una statua lignea raffigurante il Cristo realizzata nella seconda metà del XII secolo. 

Al momento della sua consacrazione nelle forme romaniche, ad opera di papa Pasquale II, il 4 gennaio 1107, la chiesa di S. Evasio aveva già alle spalle una lunga storia, che ne faceva uno dei luoghi più rappresentativi della regione; il mo­tivo stava forse nella figura stessa del santo cui era dedicata, un santo locale del quale si conservavano già allora le reliquie, una personalità il cui culto era radicato da secoli nella tradizione del popolo della regione. 
La particolare importanza e vivacità del culto di sant’Evasio e della comunità cristiana locale è confermata anche dalla presenza di documenti che riguardano la chiesa ben prima del 1000: una donazione di Igone, vescovo di Vercelli, del maggio 974, parla di una chiesa nella quale è sepolto il corpo veneratissimo dello stesso Evasio confessore; un’ulteriore donazione del 988 testimonia che la chiesa è già capopieve e ci informa che il luogo ove sorge è detto Casalis S. Evasii. Un dato che sembra contrastare con quanto sopra emerge dalla bolla di Innocenzo III del 1212, che elenca i diversi papi che prima di lui confermarono i beni del capitolo di S. Evasio: il primo di questa lista è Pasquale II, papa dal 1099 al 1118, lo stesso che consacrò nel 1107 la chiesa ricostruita in forme romaniche. Resta però attestato che già prima del 1000 la chiesa era officiata da un clero stabilmente residente; con tutta probabilità la ricostruzione romanica portò a una semplice riforma del capitolo stesso. 
Alla fine del XII secolo è testimoniata la costruzione del chiostro, voluta dall’imperatore Federico I. 
La chiesa fu poi gravemente danneggiata agli inizi del se­colo seguente, allorché una coalizione di vercellesi, astigiani e alessandrini distrusse Casale; in quest’occasione furono trafugate ad opera degli alessandrini le reliquie di sant’Evasio. La chiesa fu immediatamente ricostruita aumentandone l’altezza e allargandone il transetto. Nel 1403 vi furono solennemente traslate le reliquie dei santi Evasio, Natale e Proietto, riprese agli alessandrini, e nel 1474 Casale fu elevata a sede vescovile. 
Al secolo seguente risale probabilmente il crollo parziale del campanile, colpito da un fulmine.
Agli inizi del Settecento la chiesa subì un ammodernamento in stile barocco, che comportò il rivestimento di molte parti in stucco e l’intonacatura di quasi tutto l’interno, con la sola eccezione del nartece. Verso la metà del secolo seguente l’edi­ficio cominciò a mostrare segni di cedimento, e comparvero larghe crepe; fu nominata una commissione e fu consultato il più famoso architetto dell’epoca, l’Antonelli, il quale propose di abbattere la chiesa e di costruirne una nuova! 
Fu l’intervento del Rosmini, il grande filosofo, che evitò lo scempio, dissuadendo il vescovo; fu allora interpellato il Canina, altro noto ar­chitetto dell’epoca, che propose di riportare alla luce l’antica muratura. Alla sua morte, giunta dopo breve tempo, l’incarico di condurre in porto il restauro fu affi­dato al conte Edoardo Mella. Il suo restauro, grandemente criticato, non si di­staccava molto dalle linee della scuola ottocentesca, e comportava la ricostruzione dell’edificio nelle sue supposte linee originali, con alcuni interventi di “aggiusta­mento” che oggi appaiono inaccettabili ma che allora rappresentavano la norma. Così furono modificati i sostegni (colonne e pilastri) che in origine erano di tipi diversi e a volte asimmetrici, riducendoli a perfetta uguaglianza e simmetria; su di essi fu poi steso un intonaco grigio. Il Mella fece anche ricostruire le volte e le decorò con affreschi, smussandone poi i costoloni perché davano ombra alla decorazione; ricostruì infine la cupola e aprì alcune finestre sul lato settentrionale. Il danno forse maggiore fu la sostituzione dei capitelli scolpiti in pietra con esem­plari nuovi in stucco. La facciata asimmetrica — il versante destro è più stretto — è divisa in cinque parti, trasferendo così all’ester­no la suddivisione interna in cinque navate. È fiancheggiata da due alti campanili, anch’essi completati in fase di restauro; entrambi facevano parte della primitiva chiesa dell’XI secolo; abbattuti nell’assedio del 1218, furono ricostruiti subito do­po, e presentano ancora parti originali: quello di sinistra, detto di S. Evasio, fino all’altezza della galleria, quello di destra, detto del SS. Sacramento, fino all’altezza del loggiato. La cuspide di quest’ultimo fu aggiunta dal Mella, che li tinteggiò entrambi nell’attuale tinta bruno-rossastra.Il fianco settentrionale è interamente rifatto, almeno per le parti più visibili, mentre la parete laterale dell’atrio, in pietra tufacea, è ancora quella originale. 
A destra dell’abside si innalza una terza torre campanaria, che rivela anch’essa diverse epoche costruttive: i due ordini inferiori presentano la caratteristica spar­tizione romanica ottenuta tramite una lesena centrale che separa due riquadri en­tro i quali si apre una stretta feritoia; ciascun piano termina con il tipico motivo ad archetti ricchi. Gli ordini intermedi sono gotici, gli ultimi due ottocenteschi. La muratura della parte bassa, di fattura più grezza rispetto a quella della chiesa, testimonia l’anteriorità dell’epoca di costruzione del campanile. In origine la torre, che non è in asse con l’edificio, era da questo separata, e tale rimase fino alla ricostruzione del 1218, allorché la parte orientale della chiesa fu ampliata.
Un’altra torre si ergeva in origine sopra l’incrocio delle navate con il transetto; crollò parzialmente nel 1544 e fu sostituita un secolo più tardi dall’attuale cupola, impostata, come detto, sull’originale tamburo. Infine accanto alla chiesa, sul lato sinistro, sorgeva il già citato chiostro fatto costruire dal Barbarossa, che venne distrutto nel secolo scorso per consentire l’apertura della via Liutprando. 
Accanto alle parti più direttamente visibili risalenti ancora all’edificio consa­crato nel 1107 c’è tutta una serie di elementi accessibili solo agli stu­diosi, nascosti nei sottotetti dell’edificio. 
L’originaria chiesa di S. Evasio viene così ad evidenziarsi come una costruzione per molti aspetti diversa dall’attuale, sia nella pianta, che era a croce latina e priva di cappelle laterali, che nell’alzato, che soprattutto nella parte superiore presentava un aspetto lontano dall’attuale: il tetto esterno non era a due versanti continui come l’attuale, ma a salienti interrotti, la copertura interna era in legno a vista e non a volte, e la navata centrale riceveva luce da una serie di finestre — clerestory —poste in alto, sotto l’imposta del tetto. Con l’incendio questa parte alta della chiesa andò distrutta e fu ricostruita elevando le volte costolonate. All’esterno, la facciata principale è totalmente ri­fatta. 
Fortunatamente più rispettoso dell’antico si dimostrò il restauro del nartece, la cui struttura è ancor oggi pressoché integra.

Descrizione del sito:
Vasto ambiente rettangolare, coperto da una volta originalissima, percorsa da enormi archi a tutto sesto — due trasversali e due longitudinali — che si incrociano determinando una sorta di scacchiera di nove riquadri rettango­lari, coperti con volte a crociera con o senza costoloni, o a botte. Una simile rea­lizzazione non ha paragone nell’architettura romanica italiana; la sua origine è schiettamente orientale e richiama alcuni edifici armeni e, in ambiente più vicino, le moschee di Cordoba e di Tolosa (La Mezquita de Bib-Al-Mardum) datate al X secolo. Le sue pareti sono percorse, su tre lati, da una galleria con ampi finestroni che si affaccia sull’atrio stesso, con eleganti bifore e trifore; la parete che separa l’atrio dalla vera e propria chiesa è percorsa da un doppio ordine di aperture, cinque grandi arcate nell’ordine inferio­re e cinque in quello superiore, di altezza decrescente secondo il profilo della pa­rete. Fra queste ultime, solo la bifora all’estrema sinistra è originale, le altre sono tutte rifatte.

La muratura dell’atrio è in grossi conci di tufo ben squadrati e uniti con poca malta.
La critica è divisa riguardo alla datazione di questa parte dell’edificio; il Porter sosteneva che esso fosse posteriore alla primitiva chiesa, attribuendolo alla metà del XII secolo sulla base della presenza, sotto il tetto della chiesa stessa, di parti scolpite appartenenti alla originale facciata, sulle quali si nota l’interruzione causata dall’imposta degli archi dell’atrio. La Gabrielli al contrario sostiene che esso sia contemporaneo alla chiesa, perché nei travi del sottotetto sono ancora visibili tracce delle bruciature presumibilmente dovute al già datato incendio, e perché la decorazione scultorea presente nell’atrio è dello stesso tipo di quella che doveva comparire all’interno della chiesa, secondo i resti che ne rimangono visibili sempre nel sottotetto. 

Il duomo presentava in origine un vasto corpus di sculture, purtroppo in gran parte oggi scomparse o quasi illeggibili, localizzate tanto all’interno della chiesa quanto nell’atrio. La perdita più grave riguarda senza dubbio i capitelli dei pila­stri che separano le navate; appesantiti da aggiunte settecentesche, furono integral­mente sostituiti dal Mella. Tracce dell’originaria scultura sono rimaste nelle fine­stre del transetto primitivo, visibili nel sottotetto. Il motivo decorativo degli archi di tali finestre, a ovuli e festoni su colonnette sottili, con capitelli a fogliami — solo uno presenta un volto d’uomo — si ritrova tal quale nelle sculture dell’atrio. È proprio quest’ultima la zona ove è visibile in maggior quantità la decorazione originaria, nelle ghiere degli archi e nei capitelli delle colonnine che li reggono. Impressionante è la varietà dei temi decorativi impiegati, di­versi per ciascuno degli archi: girali, festoni, fogliami, figure umane ed animali. Particolarmente interessante la figurazione sugli archi della galleria del lato sini­stro dell’atrio, ove si trovano scene di lotta fra animali — un cavallo che ne calpe­sta un altro, un cervo che lotta contro un cane — e raffigurazioni simboliche — un girasole fra due pavoni e due colombi.
Nei capitelli dell’atrio è frequente l’impiego della tecnica a traforo nelle figurazioni umane ed animali: guerrieri, sirene, teste di gatto e cane, ecc. I lapicidi che realizzarono queste sculture, molto probabilmente, si trasferirono a Casale quando volsero al termine i lavori nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Vercelli. Non va dimenticato che all’epoca la chiesa dedicata a sant’Evasio, retta da un capitolo di canonici che seguiva la regola di sant’Agostino, dipendeva dalla diocesi di Vercelli e che “la comunità casalese con­quistò una definitiva consapevolezza della propria identità politica nella seconda metà del XII secolo, lottando per l’erosione di spazi di autonomia all’interno della do­minazione vercellese”. L’accresciuta potenza del borgo di Casale, la volontà di au­tonomia, i privilegi accordati alla chiesa dall’imperatore e dai marchesi del Monferrato sono stati più volte portati a sostegno di una datazione nella seconda metà del XII secolo per la costruzione di un corpo architettonico di eccezionale complessità come l’atrio di sant’Evasio. 
Le sculture del portale di Santa Maria Maggiore fanno pensare che proprio la città di Vercelli possa essere stata il centro propulsore ideale di repertori all’antica, poiché in tale sito non fu difficile agli scultori reperire esempi da imitare ancora visibili nei ru­deri degli edifici romani, oltre che nella stessa Basilica di Santa Maria Maggiore risa­lente al IV secolo, i cui materiali di spoglio servirono senza dubbio da modello per il nuovo edificio romanico. 
Il Crocefisso: stupenda statua lignea rivestita di lamine d’argento, è visibile sopra l’arcone est del presbiterio di sant’Evasio, benché questa non fosse la destinazione originaria. Sappiamo infatti che la croce fu sottratta dai casalesi alla Cattedrale di Alessandria, durante l’assedio del 1404. Dopo circa due secoli era vendicato il furto delle reliquie dei santi patroni di Casale, compiuto dagli alessandrini nel 1215. De Francovich, pur non essendo a conoscenza di quest’avvenimento, aveva proposto una datazione alla seconda metà del XII secolo che, tenuto conto della provenienza dell’opera, è possibile precisare intorno al 1170, anno in cui ha inizio la costruzione della Cattedrale di Alessandria, divenuta sede di diocesi a partire dal 1175. Di dimensioni leggermente inferiori rispetto alla croce di Vercelli, ne ricorda l’immagine per la monumentalità. 
I mosaici della Cattedrale di Casale Monferrato, scoperti sotto il presbiterio durante i lavori di restauro condotti tra il 1858 e il 1860, sono ora murati nelle pareti del deambu­latorio prossimo al presbiterio. A Casale il tessuto musivo si arricchisce di tessere colorate (rosse, gialle, azzurre, grigie e marroni) che macchiano vivacemente l’insieme della composizione; il mosaicista, per la prima volta, tenta di restituire il modellato delle figure servendosi delle diverse gamme della policromia. I contorni delle immagini sono segnati da una sottile linea di confine nera e poi ammorbiditi con una striscia di colore che si differenzia secondo i soggetti: azzurro o grigio per gli abiti, rosato per i volti e gli in­carnati, marrone per i cavalli. Lo spazio è riempito dai protagonisti, linee eleganti suggeriscono il movimento e l’agilità delle figure; i motivi ornamentali di matrice classica, che fanno da cornice alle scene, sono eseguiti con grande cura. I soggetti rap­presentati sono in parte relativi a storie bibliche (Giona ingoiato dalla balena, la lotta di Abramo contro i re cananei, Nicanore sconfitto da Giuda Maccabeo), in parte si rifanno alle interpretazioni dei testi di Plinio, fondamentali nel Medioevo, per le nozioni relative agli abitanti, reali e di fantasia, delle zone più remote della terra (il pigmeo e la gru, l’acefalus, l’antipodes); numerose sono anche le figure e le scene simboliche (la sfinge, il mostro dalle sette teste). Episodio isolato sembra quello del duello, facilmente acco­stabile al frammento, analogo per soggetto, presente a Vercelli. Sulla base di tale con­fronto Kingsiey Porter afferma che il mosaico di Casale, meno avanzato dal punto di vista stilistico rispetto a quello di Vercelli, può essere datato intorno al 1140.

Informazioni:
Tel. 0142 452219

Link:
http://www.comune.casale-monferrato.al.it – Cattedrale di Sant’Evasio

http://it.wikipedia.org/wiki/Duomo_di_Casale_Monferrato

http://it.wikipedia.org/wiki/Mosaici_del_duomo_di_Casale_Monferrato

http://www.medioevo.org/artemedievale/Pages/Piemonte/Casale.html

Bibliografia:
CHIERICI S., Piemonte, la Val d’Aosta, la Liguria, Jaca Book, 1979 AA.VV., Piemonte romanico, Banca CRT, 1994.

Fonti:
Foto tratte dalla pagina Wikipedia: Duomo di Casale Monferrato

Data compilazione scheda:
15 settembre 2004 – aggiornamento giugno 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Casale Monferrato - Duomo San Evasio (interno)

 

 

 

 

Brignano-Frascata (AL) : Polo museale

Brignano Frascata (AL) - Polo museale

Storia del museo:
Il museo sorse per esporre una selezione dei numerosi reperti, databili tra l’epoca neolitica e l’Età del Bronzo, venuti alla luce nell’area della comunità montana delle Valli Curone, Grua e Ossona, dove sorgevano alcuni dei più antichi insediamenti neolitici conosciuti della pianura padana.

Il polo museale sorse per iniziativa della Comunità Montana, della Regione Piemonte, della Provincia di Alessandria e del GAL Giarolo, che finanziarono la ristrutturazione dell’edificio del Comune di Brignano Frascata, che lo mise a disposizione per realizzare mostre temporanee e permanenti e attività di indirizzo didattico e divulgativo.
Attualmente il museo risulta chiuso e vuoto.

Descrizione dei ritrovamenti:
Nel comune di Momperone sono stati trovati resti di un villaggio abitato nell’Età del Bronzo, in varie località sono stati rinvenuti reperti dall’età del ferro all’età romana.

In frazione Frascata sono stati trovati i resti di un edificio rurale della prima età imperiale romana (I-II sec. d.C.). Nelle vicinanze si trovava una fornace per la produzione di anfore. Dal IV secolo il complesso venne sostituito da un abitato con strutture in materiale vario e abbandonato nel corso del VI secolo.
In frazione San Giorgio vi era un altro insediamento rurale della prima età imperiale, che ebbe un notevole sviluppo tra il IV ed il V secolo con strutture abitative con base in pietra ed elevato in argilla su scheletro ligneo.

Descrizione delle collezioni:
Nel museo erano conservati anelloni, asce, accette e scalpelli in pietra verde collegati alla presenza di centri di lavorazione attivi in loco tra il VI e d il V millennio a. C. 
L’Età del Rame era meno documentata, con alcuni reperti della cultura del “Vaso campaniforme”. Sul versante destro della Val Curone si trovano i resti del villaggio del Neolitico antico di Brignano Frascata, che ha restituito anche reperti del Neolitico più avanzato e dell’Eneolitico.
Nel vicino comune di Casalnoceto è stata rinvenuta una struttura risalente al Neolitico antico-medio, con un pozzetto in cui sono stati accumulati strati con ceramiche e strumenti in selce e quarzo.

Informazioni:
Il museo è chiuso. 
Piazza IV Novembre – Email: mgmilani@tor.it, tel.  0131 784 003

Link:
http://archeo.piemonte.beniculturali.it -Archeologia nella Valle del Curone
archeologia media valle del Curone.pdf

Bibliografia:
Mandolesi A., Paesaggi archeologici del Piemonte e della Valle di Aosta, Editurist, Torino, 2007.
Pantò G. (a cura di), Archeologia nella valle del Curone; Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1993.
Venturino Gambari M. (a cura di), Archeologia in provincia di Alessandria, Ed. De Ferrari, Genova, 2006.

Fonti:
Fotografia d’archivio

Data compilazione scheda:
27 ottobre 2008 – aggiornamento giugno 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Bosco Marengo (AL) : Tesoro di Marengo

Bosco Marengo (AL) - Tesoro di Marengo - Lucio Vero

Descrizione del sito e dei ritrovamenti:
Si tratta di un composito ed eccezionale complesso costituito da numerosi oggetti, di varia natura e riccamente decorati, in lamina d’argento decorata a sbalzo e a cesello e talora con notevoli resti di doratura. 

In epoca tardo-romana venne probabilmente occultato in un “ripostiglio”, per essere poi scoperto nel 1928 fortuitamente, durante lavori agricoli lungo l’odierna strada Alessandria-Tortona nei pressi di Marengo (località Cascina Perbona) e non lontano dal Bormida. 
Tutti i pezzi, salvo un vaso a foglie di acanto, presentavano schiacciamenti e deformazioni, tagli intenzionali e, in qualche caso, resti di bruciature; sottoposto a due restauri, nel 1936 e nel 1989, è oggi conservato nel Museo Archeologico di Torino. 
L’oggetto più noto è rappresentato dal busto a grandezza naturale in cui, sin dai primi studi sul tesoro, si è riconosciuto l’imperatore Lucio Vero (161-169 d.C.), raffigurato nelle sue sembianze giovanili e in atteggiamento eroico, secondo schemi ritrattistici propri dell’epoca. 
Gli elementi del volto, che presenta notevole vivacità espressiva, sono trattati a martellina; capelli e barba sono resi con incisioni a bulino e a cesello, “in modo da ottenere un raffinato effetto coloristico” (Sena Chiesa). Ulteriore prerogativa del personaggio è l’abbigliamento militare, evidenziato da una corazza ornata da una testa di Medusa stilizzata tra un ampio intrico di squame a foglie. Tale prerogativa potrebbe rappresentare la specifica caratteristica di un tipo particolare di ritratto imperiale destinatario di atti di omaggio o di devozione resi all’imperatore nell’ambito del mondo militare. 
Pertanto il busto potrebbe essere considerata una di quelle immagini di imperatori in metallo prezioso, oro o argento, che venivano esposte in cerimonie ufficiali o luoghi pubblici. Spesso si trattava di oggetti che potevano essere montati su anime o piedistalli di legno o fissati su supporti (nel busto di Marengo sono visibili fori per chiodi) e facilmente trasportati grazie alla leggerezza della lamina metallica. 
Un altro busto maschile è inserito, a rilievo, in un medaglione: si tratta di un’opera di grande qualità, di forte influenza ellenistica e dall’accentuato realismo; anche qui il personaggio potrebbe rappresentare un sovrano raffigurato in atteggiamento eroico, identificato, seppure con riserva, con Alessandro Magno. 
Anche una testa femminile in origine forse faceva parte di una statuetta o di un busto, come suggerito dalla lamina strappata alla base del collo, dove hanno inizio le pieghe della tunica; potrebbe trattarsi di una Vittoria, alla quale verrebbe ad appartenere un frammento di braccio che regge una corona. 
Vi sono, inoltre, vari esempi di decorazione vegetale derivati dal naturalismo plastico di età ellenistica, ma trasformati da un’interpretazione essenzialmente disegnativa (Carducci): un elegante vaso a forma di capitello corinzio, decorato da foglie di acanto e di loto e, di fattura più modesta, un frammento di oggetto anch’esso decorato con acanto e loto, un probabile frammento di coppa con foglie di quercia e di ghiande, una ghirlanda di spighe ornata di nastri. 
Un’altra particolarità del tesoro è l’abbondanza degli elementi di rivestimento, con o senza decorazione, di cui parecchi appartenenti a mobili, mentre alcuni altri forse ornavano zoccoli o supporti, sebbene lo stato frammentario non consenta di ricostruirne l’aspetto originario. Alcuni sono decorati con rilievi eseguiti a sbalzo, come la striscia ornata di spighe o come il frammento con trofei d’armi su cui compaiono elmi, scudi, lance, una clava ed una corazza. Di particolare interesse la lunga fascia argentea ornata da una serie di tredici figure, che, almeno in parte, sono identificabili con divinità grazie a specifici attributi ed atteggiamenti: oltre a Giove con lo scettro, si riconoscono Minerva, Giunone, Nettuno, Anfitrite (con un drago marino), Marte, Mercurio, Venere, i Dioscuri ed un gruppo forse costituito da Proserpina, Cerere e la Fortuna accanto ad una colonna ionica. L’atteggiamento monumentale delle figure presuppone l’utilizzo di modelli tratti dalla grande scultura seppure reinterpretati con una certa pesantezza visibile nei dettagli, nei volti, nelle mani e nelle vesti dalle pieghe spesse, meccaniche e rigide cui si aggiungono alcune sproporzioni tra i personaggi e incongruità o distorsioni nelle posizioni (Baratte). 
Altre due probabili raffigurazioni di divinità compaiono in un’applique, dove due giovani di sembianze identiche, posti di fronte, si tengono per le spalle, uno appoggiato ad una clava, il secondo ad una lira, classici attributi di Ercole e Apollo. 
Di rilievo anche il fulcrum, elemento di mobilio pertinente ad un letto, attribuito alla metà del I sec. a.C., decorato da eleganti motivi floreali, tra i quali è inserita una donna sdraiata, una Menade o forse Arianna, presentata di dorso nell’atto di bere da una coppa; probabile la derivazione di questa figura femminile da una delle tante scene di banchetto riprodotte sul coperchio di sarcofagi. 
Una serie di elementi di aspetto disparato, tra cui due protomi caprine, la parte anteriore di una testa d’aquila, un pesce, sono stati ipoteticamente accostati ai frammenti di un grande disco raggiato presente nel tesoro, facendo supporre un’originaria composizione con motivi zodiacali, simile, ad esempio, a quella dell’altare di Gabi al Louvre. 
Quanto alla datazione del complesso, la cronologia relativa è specificamente suggerita da una tabula ansata (tabella) recante l’iscrizione dedicatoria alla Fortuna Melior da parte di Marco Vindio Veriano, che per motivi storici ed epigrafici si colloca agli inizi del III sec. d.C., e dal busto di Lucio Vero, attribuibile per motivi iconografici ai primi anni di regno dell’imperatore. 
Più in generale, a fronte del prevalere di oggetti situabili nel II sec., si riscontra una datazione non omogenea che induce a ritenere il complesso una raccolta di pezzi collezionati nel tempo, mentre sulle circostanze che hanno portato al seppellimento del tesoro sono state elaborate varie ipotesi. 
L’occultamento in un momento difficile da parte di un legittimo proprietario, in attesa di poter recuperare gli oggetti in tempi più favorevoli, sembra poco attendibile per lo stato in cui sono stati rinvenuti. Più verosimilmente si tratta di refurtiva, raccolta alla rinfusa e quindi abbandonata in seguito ad azioni di guerra o saccheggio e, comunque, per un pericolo incombente: il danneggiamento intenzionale presuppone l’esigenza di un più agevole trasporto di un carico che interessava probabilmente più per il valore intrinseco del metallo, in vista di una rifusione, che per quello artistico dei pezzi. 
Del resto la datazione del complesso sembra rimandare ad un periodo di instabilità politica ed economica, in cui si collocano le prime incursioni barbariche che avrebbero causato il seppellimento anche di altri tesori monetali e di argenterie emersi sia in Gallia che in Italia settentrionale. 
Ipotesi piuttosto controversa è quella che vede nel tesoro parte dell’arredo di un santuario o di un sacello, oppure della sede di un collegio addetto al culto imperiale, per la presenza della dedica alla Fortuna Melior e per la possibile identificazione dei vari pezzi con doni votivi; tuttavia in proposito lo studioso Baratte sostiene che nessun oggetto possiede un carattere votivo palese. 
È stato anche ipotizzato che la sede del sacello depredato fosse la città di Pavia (l’antica Ticinum), non lontana dal luogo di ritrovamento del tesoro, nella quale è attestata la presenza della gens Vindia, cui poteva appartenere il Marco Vindio Veriano ricordato nella tabula ansata. 
Di certo rimane l’eterogeneità cronologica, di qualità, di stile e di funzione dei diversi manufatti, attribuiti all’opera di fabri argentarii operanti in officine dell’Italia settentrionale.

Informazioni:
I reperti sono custoditi nel Museo di Antichità (Archeologico) di Torino (vedi scheda). Un nuovo allestimento fu fatto nel 2013.

Link:
https://www.archeomedia.net/torino-nuovo-allestimento-del-tesoro-di-marengo-al-museo-di-antichita/

Bibliografia:
MERCANDO L., Museo di Antichità, Le Collezioni, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, pp. 17-21 .

in “Archeologia in Piemonte” – Torino, 1998 – vol. II – “L’età romana” :
SENA CHIESA G., Un pezzo eccezionale del tesoro di Marengo: il ritratto di Lucio Vero – pp. 359-368.
BARATTE F., Il Tesoro di Marengo, pp. 369-379.
CARDUCCI C., 1968, Arte Romana in Piemonte, Torino, p. 72.

Fonti:
Foto tratte dalla pagina internet sopra indicata.

Data compilazione scheda:
10 novembre 2004 – aggiornamento agosto 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Marina Luongo – G. A. Torinese

Bosco Marengo (AL) - Tesoro di Marengo - Capitello

Bergamasco (AL) : Ritrovamenti e Chiesa di San Pietro

Bergamasco (AL) - Ritrovamenti e Chiesa San Pietro

Storia e descrizione del sito:
La chiesa dedicata a San Pietro, il più antico edificio di culto del territorio, è situata all’esterno del perimetro della cinta muraria del nucleo fortificato medievale, su una collinetta oggi quasi del tutto scomparsa; è stata chiesa cimiteriale sino alla prima metà del XIX secolo. La presenza di un santuario dedicato a san Pietro è attestata da una carta topografica del 1596, nei secoli successivi e ancora nel XIX secolo la chiesa fu un luogo di culto di particolare rilievo per la comunità dei fedeli, che vi si recavano per impetrare l’aiuto della Madonna delle Grazie, in occasione di carestie, epidemie, o guerre. Non casualmente, con il passare degli anni le pareti interne dell’edificio furono interamente occupate dagli ex voto dei postulanti. 

L’attuale edificio, fortemente danneggiato dal trascorrere del tempo e dall’instabilità causata dal terreno friabile su cui si erge e reso inagibile dal sisma che ha colpito il paese nel 2000 (attualmente è in fase di restauro), presenta una facciata intonacata, con un affresco in cui predominano i toni dell’azzurro e che raffigura san Pietro sulla barca. La facciata termina con un timpano, al cui centro è dipinta una seconda immagine dell’apostolo. Due finestrelle quadrate e una porta rettangolare in legno completano la modesta struttura. L’interno è a una sola navata, con volta a botte decorata in stucco e presbiterio sopraelevato, con pluteo ora distrutto dalle scosse telluriche.

Descrizione dei ritrovamenti:
Gli scavi archeologici attuati nella chiesa nel 2003 dalla Soprintendenza per i Beni archeologici del Piemonte hanno mostrato che l’attuale costruzione sorge sul sito di una chiesa romanica preesistente, presumibilmente databile intorno all’XI secolo, che presentava una struttura a navata unica, completata da un’abside semicircolare ed era costruita in blocchi di pietra arenaria squadrata. A ridosso delle pareti settentrionale e meridionale di tale chiesa sono state rinvenute numerose inumazioni, che testimoniano dell’importanza che essa ebbe in età medievale. Vedi allegato per approfondire. Il sarcofago romano di “CALVENTIUS”, vedi allegato-sarcofago, dal 2003 si trova collocato nell’atrio del palazzo municipale.

Informazioni:
Comune tel. 0131 777101

Link:
http://www.comune.bergamasco.al.it/Home/Guida-al-paese?IDCat=3627

Bibliografia:
VEGGI, La storia di Bergamasco, Edizioni SO.G.ED., Alessandria 1981(2° ediz. Comune di Bergamasco 2003).

VEGGI, Bergamasco e le sue Chiese, Lit. Suore Domenicane, Alba 1987.

Fonti:
Foto tratta dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
10 novembre 2011 – aggiornamento agosto 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Bassignana (AL) : Resti del castello e pieve di San Giovanni Battista

Bassignana (AL) - Resti del castello e pieve di San Giovanni Battista

Storia e descrizione del sito:
Rimangono i resti resti di un “Castello Sforzesco“, che fu forse preceduto da più antichi impianti di fortificazione, forse relativi ad un castrum di epoca longobarda. Una lapide marmorea rappresentante il “biscione” del ducato di Milano fu qui ritrovata e conservata in un cortile del Municipio. Il castello era completato da una serie di fortificazioni, che circondavano il paese e che furono inizialmente smantellate nel 1691 e poi completamente demolite nel 1745. Restano parte di un torrione e alcuni brandelli di mura in mattoni cotti a vista.


La pieve (plebs) dedicata a San Giovanni Battista risale al X secolo, ma presenta alcuni resti databili all’epoca romana. L’impianto, tipicamente romanico, è in mattoni rossi a vista e all’interno sono visibili le fasi costruttive successive fino al XVIII secolo. Una lapide dedicatoria in cotto all’interno dell’edificio riporta la data del 1286, presumibilmente l’anno in cui la costruzione fu definita nei suoi elementi fondamentali. 
Nell’abside, recentemente restaurata, sono visibili eleganti AFFRESCHI, nello stile della pittura lombarda in provincia di Alessandria dell’ultimo quarto del XIII secolo. Lo stato di conservazione dell’opera è piuttosto limitato e frammentario, a tal punto che nella calotta non sono più visibili gli affreschi originari, mentre sulla parte cel cilindro absidale è possibile osservare alcuni dei dodici apostoli. Gli ultimi tre, sulla destra, mostrano una scelta raffinata di colori dalle tonalità delicate, estrema attenzione nella raffigurazione dei drappeggi degli abiti e nella rappresentazione dei gesti, di gusto classicheggiante. Gli ultimi due personaggi sulla sinistra, invece, sono un san Giovanni e una santa non identificabile, presumibilmente dipinti in età posteriore rispetto al resto degli affreschi e databili con buona probabilità intorno al XIV secolo.
Al di sotto delle figure corre un fregio rosso e azzurro, con alcuni elementi bianchi, costituito da una fascia a fisarmonica di stile arcaico, con interessanti effetti prospettici. Lo zoccolo conserva frammenti che inducono a ritenere vi fosse un velario.

Informazioni:
Viale della Rimembranza, nel Cimitero.
Comune tel. 0131 92611

Link:
https://www.chieseromaniche.it/Schede/44-Bassignana-San-Giovanni-Battista.htm

antica_ pieve_ s.Giovanni Battista-Bassignana.pdf

Fonti:
Fotografie tratte dalla pagina Wikipedia: Bassignana

Bibliografia:
M. Antico Gallina and Alessandro Rovetta,  La pieve di S. Giovanni Battista a Bassignana: Storia, documenti, architettura,  in: Arte Lombarda Nuova serie, No. 92/93 (1-2) (1990), pp. 131-147

Data compilazione scheda:
10 novembre 2011 – aggiornamento giugno 2014, dicembre 2025

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Bassignana (AL) - Il castello
Bassignana – resti del castello

ALESSANDRIA – Villa del Foro : Sito preistorico e città romana di “Forum Fulvii”

villa foro strada

Storia del sito:
Il sito fu abitato senza soluzione di continuità sin dall’epoca preistorica (reperti paleo e neolitici ospitati nell’Antiquarium; vedi scheda); era sede di un fiorente emporio fluviale durante l’Età del Ferro. L’attività commerciale nel secoli tra VI e V a :C. è testimoniata dal ritrovamento di ceramica d’importazione greco-ionica, etrusco-corinzia e bucchero padano. Un frammento di iscrizione onomastica indica la presenza di personaggi etruschi, probabilmente commercianti. Il sito si trovava sui percorsi che collegavano gli abitati liguri con quelli golasecchiani della valle del Ticino.
Nell’abitato preromano, sito ad ovest del terrazzo fluviale, sono stai trovati i resti di laboratori per la produzione di ceramica. La produzione locale cessò nel corso del V secolo a. C., probabilmente per l’arrivo dei primi gruppi di Galli e la crisi del mercato etrusco.
L’abitato romano di Forum Fulvii presumibilmente sorse in seguito alla colonizzazione da parte del console M. Fulvio Flacco, assegnato alla Tribus Pollia , poi divenne municipium. La città era in stretto rapporto con la Via Fulvia che univa (Torino) con Dertona (Tortona).

Descrizione del sito:
L’area archeologica è stata aperta al pubblico con percorso guidato strutturato con pannelli informativi, ma da anni è chiusa e in stato di degrado.

Descrizione dei ritrovamenti:
Un tratto suburbano della Via Fulvia è stato scavato ad ovest della città, in località San Damiano. Il tracciato messo in luce, largo una dozzina di metri e lungo oltre 200 metri, è composto da ciottoli di fiume frammisti a piccoli laterizi e scorie in ferro (via glareata); la strada venne utilizzata tra il 125 a.C. ed il II secolo d.C. e sono stati individuati numerosi rifacimenti di certo resi necessari da alluvioni e straripamenti del vicino fiume Tanaro. Ai lati della strada si svilupparono attività artigianali documentate dal ritrovamento di ambienti adibiti alla lavorazione di metalli (un forno) e ceramica ed aree funerarie della prima età imperiale. Le necropoli si trovavano in prossimità dell’abitato nelle zone nord e sud-ovest , vicino al Tanaro.
Sono emersi resti di grandi domus con ambienti riscaldati e pavimenti musivi ed un collettore fognario.
A circa un chilometro fuori dal paese in direzione Oviglio, nel Luglio 2007, è stata rinvenuto, in seguito ai lavori per la posa in opera del metanodotto, un breve tratto di canalizzazione per l’acqua risalente con molta probabilità all’epoca preromana. La tubatura sotterranea che molto probabilmente portava acqua al centro di Villa del Foro, occupa un’area di circa 40 – 50 cm di profondità per 15 m di larghezza.

Informazioni:
L’area del sito, che non può essere circoscritta con precisione, si trova presso la confluenza tra il torrente Belbo e il fiume Tanaro. Comune di Alessandria, tel. 0131 40035 ; email:  sistemamusei@comune.alessandria.it .  NON VISITABILE

Link:
http://www.comune.alessandria.it

Bibliografia:
Finocchi S., Forum Fulvii: primo contributo della ricerca archeologica alla conoscenza figurativa e storica della citta romana, Estr. da: Antichita e arte nell’Alessandrino: atti del convegno, Alessandria 1988, in: Bollettino della Società piemontese di archeologia e belle arti, 1989
Zanda E.; Peacco C.; Soma M., Nuclei di necropoli di Forum Fulvii ed Hasta /Estratto da Quaderni della Soprintendenza archeologica del Piemonte 12, Torino, 1995
AAVV,, Villa del foro e agro alessandrino: archeologia del territorio; Biblioteca civica di Alessandria, 1999
Venturino Gambari M. ( a cura di ), Archeologia in provincia di Alessandria, Ed. De Ferrari, Genova, 2006
Mandolesi A., Paesaggi archeologici del Piemonte e della Valle di Aosta, Editurist, Torino, 2007

Fonti:
Immagine da Mandolesi A., sopracitato, p. 99.

Data compilazione scheda:
30/10/2008 – aggiornamento febbraio 2014 – settembre 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

ALESSANDRIA – Villa del Foro : Antiquarium

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Storia del Museo:
L’ Antiquarium raccoglie parte dei reperti dell’importante sito archeologico romano di Forum Fulvii. I primi scavi dell’inizio anni ’80, avvennero sulla base dei materiali trovati a seguito di lavori agricoli. Il museo è ospitato nei locali dell’ex scuola elementare.
Si è inaugurato, il 28 ottobre 2008, il nuovo allestimento multimediale dell’Antiquarium, mentre veniva presentato il progetto “Dagli Etruschi a Baudolino. Villa del Foro e le origini di Alessandria”.
La zona archeologica di Villa del Foro (vedi scheda) sarà aperta al pubblico con percorso guidato strutturato con pannelli informatici. Nel 2009  è stato ampliato lo spazio dell’esposizione museale con sale dedicate al più antico popolamento del territorio, che risale al VI millennio a.C.

Descrizione delle collezioni:
Il percorso si propone di illustrare con reperti e pannelli i principali aspetti del popolamento nell’area di Villa del Foro, dalla preistoria all’età romana e altomedievale evidenziando il ruolo svolto dal fiume Tanaro nel favorire lo sviluppo degli abitati e i contatti commerciali. Nella sala dedicata all’emporio ligure della media età del ferro (VI-V secolo a.C.) collocato in prossimità della confluenza del Belbo con il Tanaro, vengono illustrate in particolare le attività artigianali connesse alla lavorazione dell’argilla per la produzione di vasi in ceramica da impasto, spesso ad imitazione delle analoghe forme in bucchero etrusco.
La città romana (fine II sec a.C. – III secolo d.C.) era collocata lungo un importante arteria (via Fulvia), e l’Antiquarium presenta testimonianze della presenza di officine per la lavorazione della ceramica, dei metalli e per la produzione di oggetti in vetro. Il corredo di una tomba del I sec. d. C., tra le più ricche della necropoli di Forum Fulvii, fornisce lo spunto per un approfondimento sugli usi funerari romani nell’età imperiale (I-II sec. d.C).

Informazioni:
Il museo si trova nella frazione Villa del foro, via Oviglio, 10.   Ufficio Cultura del Comune di Alessandria, tel.  0131 40035 /0131 234794.  Email: sistemamusei@comune.alessandria.it.   CHIUSO E IN SITUAZIONE DI DEGRADO

Bibliografia:
AAVV, Villa del foro e agro alessandrino: archeologia del territorio; Biblioteca civica di Alessandria, 1999
Venturino Gambari M. ( a cura di ), Archeologia in provincia di Alessandria, Ed. De Ferrari, Genova, 2006
Mandolesi A., Paesaggi archeologici del Piemonte e della Valle di Aosta, Editurist, Torino, 2007
M. Venturino Gambari, S. Gatti, M. Giaretti, 2010, Alessandria, frazione Villa del Foro. Indagini archeologiche nell’area del sito della media età del Ferro, in “Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte”, 25: 130-133.

Fonti:
Fotografia  in alto da http://www.alexala.it/
foto in basso di  Claudio Pasero: la situazione odierna.

Data compilazione scheda:
28/10/2008 -aggiornamento febbraio 2014 –  settembre 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta -G.A.Torinese

ALESSANDRIA : Museo civico di Palazzo Cuttica

Alessandria - Museo civico

Storia del museo:
Palazzo Cuttica di Cassine
, edificio settecentesco sito nel cuore della città che conserva intatto il suo aspetto di dimora nobiliare, è la sede delle raccolte del Museo Civico, creato nel 1885, dove è stato recentemente allestito il nuovo percorso museale.

Descrizione delle collezioni:
Le raccolte comprendono arazzi, paramenti sacri e corali miniate del Papa Pio V Ghisleri, unico papa piemontese; cimeli e documenti relativi a Napoleone Bonaparte e alla celebre battaglia di Marengo; stampe, carte geografiche e opere di pittura sacra piemontese, tra cui il polittico dell‘Incoronazione della Vergine, opera di Gandolfino da Roreto. 

LE COLLEZIONI ARCHEOLOGICHE comprendono splendidi oggetti di età pre-romana e romana frutto di un’intensa attività di collezionismo ottocentesca (Cesare Di Negro Carpani), e reperti provenienti da scavi nell’alessandrino. I reperti di età romana provengono da Villa del Foro, Libarna e Tortona. Molti i manufatti di epoca preistorica e protostorica: da Castelceriolo provengono rinvenimenti paleolitici; dalla località Il Cristo asce e scalpello in pietra verde di epoca neolitica. 
Le caratteristiche storico-archeologiche delle collezioni, il loro significato nelle attuali conoscenze sulla preistoria e storia antica dell’area alessandrino-tortonese, la qualità e la provenienza interamente locale, ne fanno un insieme di rilevante interesse e di particolare importanza.

Informazioni:
Via Parma, 1 – Assessorato Cultura tel. 0131 40035 Email: sistemamusei@comune.alessandria

Link:
http://www.cultural.it/musei/civico.asp – I percorsi del Museo Civico

Bibliografia:
Venturino Gambari M. (a cura di), Archeologia in provincia di Alessandria, Ed. De Ferrari, Genova, 2006.

Fonti:
Fotografia GAT

Data compilazione scheda:
25 ottobre 2008 – aggiornamento giugno 2014 e ottobre 2025

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

ALESSANDRIA : Musei Civici, Sale d’Arte – “Le stanze di Artù”

Alessandria - Musei civici sale d'arte - Stanze di Artù

Storia del museo:
Le Sale d’Arte comunali sono oggi aperte al pubblico nei nuovi locali ristrutturati dell’edificio che ha ospitato fin dalla seconda metà dell’Ottocento, il Museo, la Pinacoteca civica e la Biblioteca di Alessandria.
Il percorso museale rinnovato negli arredi e nelle strutture espositive, intende proporre al pubblico alcune delle più importanti opere e oggetti d’arte appartenenti alle collezioni del Museo e della Pinacoteca civica. La nuova sede suddivisa in quattro sezioni espositive oltre a proporre una riflessione sull’identità civica della città che vede le sue radici nel Medioevo e nella civiltà comunale, accoglie lo splendido ciclo di affreschi ispirati alle storie di Artù. L’Ottocento rivisitato attraverso il fascino della pittura di Giovanni Migliara e il Novecento rappresentato attraverso l’opera dell’alessandrino Alberto Caffassi, anticipano l’esposizione di opere d’arte contemporanea confluite nelle collezioni a partire dagli anni ‘20. Quest’ultima sala viene inoltre utilizzata per le mostre temporanee.

Descrizione del materiale esposto:
Si tratta di un ciclo di affreschi, commissionati alla fine del XIV secolo da Andreino Trotti, condottiero e membro di un’importante famiglia alessandrina, per festeggiare la vittoria ottenuta nel 1391, al fianco di Gian Galeazzo Visconti, contro le truppe francesi. Gli affreschi si situano successivamente a questa data e prima del 1402, anno di morte di Galeazzo Visconti e del Trotti medesimo. Il ciclo è uno degli esempi più antichi di “camera Lanzaloti” (così in epoca medievale venivano chiamate le sale decorate con tali soggetti) che si sia conservato ai nostri giorni e testimonia il notevole successo riscosso dall’iconografia arturiana in quel periodo. La fonte letteraria degli affreschi è il romanzo “Lancelot du Lac“, il più famoso dei testi della saga cavalleresca di Re Artù, tratto dalla “Vulgate Arthurienne” di Chretien De Troyes. 
In origine le quindici scene del ciclo decoravano le pareti della grande sala di rappresentanza della Torre Pio V di Frugarolo (AL) che fu prima curtis carolingia, poi castrum e mansio fornita di hospitium dei cavalieri gerosolimitani e in seguito divenne residenza signorile di Andreino Trotti. Dopo l’esito favorevole dell’impresa militare, il Trotti poté ampliare le sue proprietà e apportò importanti modifiche alla torre di Frugarolo, innalzandola di un piano. Per altre notizie sulla torre vedi la scheda: Frugarolo (AL): Torre medievale
Della sala decorata si erano praticamente perse le tracce documentali, quando fu ritrovata, nel 1971, nella torre ridotta a rudere e colombaia, fra infiltrazioni d’acqua, in condizioni disastrose. Ma la bellezza degli affreschi fece scattare una mobilitazione che consentì di staccarli e, al termine di un lungo e delicato processo di restauro, di presentarli al pubblico in una mostra nel 1999-2000, che poi venne resa permanente. Alle scene del ciclo si aggiunge un sedicesimo frammento raffigurante una “Madonna in trono con bambino”.
La ricostruzione ideale dello sviluppo del ciclo affrescato nello spazio della torre svela come gli episodi più importanti, raffigurati sul lato orientale, avessero come coprotagonisti il cavaliere Lancillotto e l’amico “le prince Galehot”, in cui vanno ravvisate le figure del Trotti stesso e di Galeazzo. Per la committenza di quest’ultimo era presente nel castello di Pavia proprio nel 1393 Giovannino de Grassi, e il frescante di Frugarolo è da identificare fra gli artisti attivi in quel circuito, in un pittore di cui non conosciamo il nome, aperto all’influenza del maestro milanese e ben informato per linguaggio sui codici della biblioteca pavese. Anche per precise affinità degli elementi di moda dei personaggi degli affreschi con le figure miniate nell’Offiziolo Visconti, la realizzazione del ciclo si colloca con un certo margine entro la fine del secolo XIV.
Lancillotto è riconoscibile dalla sigla “L” dipinta vicino a lui; Galehot ha sempre lo stesso cappello e una corta barbetta bionda come dettava la moda del tempo; Ginevra ha una lunga treccia bionda che le scende lungo la schiena, mentre la Dame de Malohaut porta i capelli sul capo intrecciati con un nastro.


Informazioni:
Indirizzo: Via Niccolò Machiavelli, 13 – 15121 Alessandria (AL)
Telefono: 0131.23.42.66 (lun-ven)

Link:
http://www.asmcostruireinsieme.it/sale-darte/

http://www.rialfri.eu/rialfriPHP/public/testo/testo/codice/frugarolo.html

https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0100408631-0

https://www.italiamedievale.org/portale/gli-affreschi-arturiani-di-frugarolo/

Bibliografia:
CASTELNUOVO, E. Le stanze di Artù: gli affreschi di Frugarolo e l’immaginario cavalleresco nell’autunno del Medioevo, Catalogo della Mostra tenuta a Alessandria nel 1999-2000, Electa, Milano 1999, rist. 2009

Fonti:
Fotografia in alto tratta da: https://medioevoinalessandria.wordpress.com/la-torre-di-frugarolo-e-gli-affreschi-arturiani/.
Immagini in basso da http://leradicideglialberi.blogspot.com/2020/02/

Data compilazione scheda:
3 dicembre 2011 – aggiornamento giugno 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese