Provincia di Alessandria
Strevi (AL) : Resti medievali
Storia del sito:
É probabile che il primo agglomerato urbano di Strevi risalga all’epoca romana e tragga il nome da “Septem¬viri” (un importante collegio sacerdotale romano); era situato nella zona pianeggiante della Levata e, successivamente, nel “Borgo Inferiore”, che sorge in prossimità della via “Emilia Scauri”, la strada che nel I secolo a.C. congiungeva Vado Ligure a Tortona.
La prima citazione ufficiale di Strevi come “Septevro” si trova sulla Charta di fondazione dell’Abbazia di S. Quintino di Spigno Monferrato e risale al 991. Nel periodo delle lotte tra le Diocesi di Alessandria e di Acqui, Strevi godette di una certa autonomia, reggendosi con governo consolare, si trasformò in vero e proprio Comune intorno al 1259, epoca in cui venne anche edificata una struttura fortificata denominata “castrum”.
Nel 1334 passò sotto la dominazione dei Paleologhi, marchesi di Monferrato, che poi cedettero il feudo ai Della Rocchetta. Nel 1446 passò ai Valperga; nel 1594 ai Serra di Genova e poi ai Savoia.
Nel 1799, Strevi fu uno dei principali centri della resistenza agli invasori d’Oltralpe: gli strevesi conquistarono temporaneamente Acqui e presero in ostaggio il Vescovo, procedendo alla volta di Alessandria per cacciarne i Francesi; la ribellione fu però soffocata nel sangue. In quel periodo andò bruciata gran parte del materiale dell’ archivio storico.
Descrizione dei siti:
Le fortificazioni oggi visibili risalgono al XV secolo; all’epoca la comunità strevese viveva prevalentemente all’interno delle mura ed era governata dal Castellano e da tre Consiglieri.
Il CASTELLO, molto rimaneggiato nel corso dei secoli e ora sede municipale, mostra tracce dell’epoca medioevale soprattutto nelle cantine, recentemente restaurate ed adibite a museo-enoteca, e nella base di una torre quadrangolare risalente al Seicento. Nell’elegante Sala del Consiglio è conservato un monumentale camino in pietra fatto installare dai Conti Valperga e recante il loro stemma. In origine il Castello aveva quattro torri angolari di cui rimangono i resti sul lato nord.
LE MURA del Borgo Superiore. Della cinta muraria del XV secolo si conservano due torri, l’ingresso con archivolto è del XVII secolo. Anticamente sul lato nord del borgo si apriva, tra il muraglione del castello e la chiesa parrocchiale, la porta che immetteva al Borgo Inferiore.
In ottimo stato di conservazione è il PONTE tardomedievale che attraversava il fossato difensivo a sud.
La CHIESA PARROCCHIALE DI SAN MICHELE ARCANGELO fu riedificata nei secoli XVII e XVIII sull’antica chiesa del XV secolo, di cui rimane traccia nella base del campanile e nel frontespizio di un tabernacolo posto in sacrestia. L’abside ha le fondamenta su un torrione difensivo preesistente, che in origine era collegato ad una altro similare posto a sud-est. La facciata della chiesa è in stile rococò-neoclassico e l’interno è decorato da affreschi di metà Ottocento.
Informazioni:
Gli edifici si trovano nel Borgo Superiore”. Chiesa Parrocchiale e Castello sono in Piazza Matteotti. Comune, tel.0144 363124
Link:
https://www.comune.strevi.al.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere
Fonti:
Foto in alto da http://www.mondimedievali.net/castelli/piemonte/alessandria/strev01.jpg
Foto del ponte tratta nel 2014 dal sito http://www.2cvclubitalia.com/
Data compilazione scheda:
29/12/2008 – aggiornamento febbraio 2014
Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese
Spigno Monferrato (AL) : Abbazia di San Quintino e altri edifici medievali
Storia del sito:
ABBAZIA DI SAN QUINTINO
Il monastero di San Quintino di Spigno viene fondato il 4 maggio 991 da Anselmo, figlio del marchese Aleramo, e dalla moglie, la contessa Gisla, con un atto stipulato presso il castello di Visone. La distruzione dell’abbazia del Salvatore a Giusvalla (SV) da parte dei Saraceni, spinse gli aleramici a riedificarla nella più favorevole posizione di Spigno Monferrato, sotto il titolo di San Quintino, con lo scopo preciso di contrastare le scorrerie e di offrire un rifugio ai pellegrini sulla via Savona-Acqui. E infatti la nuova fondazione fu dotata di tutti i beni già appartenuti a San Salvatore, più numerosi altri nelle diocesi di Savona, Alba, Acqui, Alessandria e Torino. Protetta per lungo tempo dalla famiglia Del Carretto, allora favorevolmente accreditata presso l’impero germanico (Enrico I del Carretto fu plenipotenziario dell’imperatore Federico Barbarossa e firmò per lui la pace di Costanza nel 1183), l’abbazia di San Quintino ebbe piena autonomia negli affari temporali relativi alla amministrazione del patrimonio, pur se con una certa discontinuità, per oltre cinque secoli, aumentando i domini terrieri ed il potere esercitato sull’intera Valle Bormida orientale. Nel 1500 una bolla del papa Alessandro VI la destinò definitivamente alla mensa vescovile di Savona, allora retta dal cardinale Giuliano della Rovere, in seguito all’abbandono da parte dei monaci benedettini avvenuto qualche anno prima. Essa restò di proprietà episcopale ininterrottamente sino alle campagne napoleoniche in Italia del 1796, durante le quali venne in gran parte distrutta, i beni incamerati e dispersi attraverso vendite e la chiesa ridotta agli usi liturgici solo per un minimo spazio. Con il Congresso di Vienna (1815) i resti del cenobio vennero formalmente restituiti al legittimo proprietario pre-napoleonico finché, a metà del XIX secolo, il Parlamento Subalpino ne decretò l’acquisizione al demanio e la vendita all’asta: la modesta struttura restante passò quindi a privati che convertirono definitivamente l’edificio della chiesa che ora risulta inglobata nelle strutture di una casa colonica.
Descrizione del sito:
ABBAZIA DI SAN QUINTINO Del vasto complesso abbaziale resta solamente l’impianto esterno della chiesa, internamente divisa in due piani ed adattata ad abitazione, ma esternamente caratterizzata da una impronta romanico-borgognona. La facciata a capanna con due spioventi e piccola vela campanaria al colmo del timpano, con il portale murato, conserva due monofore e un campaniletto a vela sulla sommità; risulta scandita da una rigida ripartizione della superficie che conferisce continuità con i fianchi e richiama l’austerità di certe strutture bizantine o preromaniche. La distribuzione delle lesene denuncia una chiara corrispondenza strutturale con l’organizzazione interna dello spazio ed è quindi possibile supporre un interno originariamente a tre navate con volte a crociera. Nel sottotetto, in corrispondenza della parete d’ingresso, si trovano tracce, in pessime condizioni, di un affresco ottoniano rappresentante il Giudizio universale, mentre sul lato interno della parete destra sono visibili due figure frammentarie, pitture databili al secolo XI, opera di un artista di grande qualità, forse milanese. Nell’edificio vi è ancora la cripta e lapidi romane e rinascimentali.
Il PONTE DI SAN ROCCO (sec. XII -XV) Praticamente intatto nelle forme originali sino all’alluvione del 22 settembre 2025 che ha divelto parte dei parapetti in pietra causando gravi danni anche ad altri elementi strutturali, tra cui spalle e arcate, il ponte a schiena d’asino che scavalca il Bormida e collegava l’abbazia all’antica “Via Æmilia Scauri” è interamente in pietra arenaria, sormontato al colmo da due piccoli edifici utilizzati in origine per la riscossione dei pedaggi, in seguito trasformate in cappelline, una dedicata a San Rocco.
Il CASTELLO, che fu dei Del Carretto, fu distrutto dagli spagnoli nel XVII secolo e ne rimangono solo le rovine.
CHIESA DELLA MADONNA DEL CASATO
Situata lungo la strada per Merana, conserva all’interno importanti affreschi tardogotici del Maestro di Roccaverano (1480 – fine secolo). Si tratta di uno dei più completi esempi di pittura gotico-provenzale dell’alessandrino.
Informazioni:
Ciò che resta dell’abbazia, a nord dell’abitato, è di proprietà privata, non visitabile. Comune, tel. 0144 91155
Links:
https://www.comune.spignomonferrato.al.it/it
https://www.comune.spignomonferrato.al.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere
SanQuintino -Comune Spigno M..pdf
https://www.piemontego.it/monumenti/spigno-monferrato-al-chiesa-della-madonna-del-casato
Bibliografia:
ROMANO G. (a cura di), Piemonte romanico, CRT, Torino 1994
NANO F., Spigno Monferrato: vicende storiche, Grifl, Cairo M. 2005
Fonti:
Notizie e fotografie tratte dai siti sopra indicati.
Data compilazione scheda:
27 novembre 2011 – aggiornamento febbraio 2014 e marzo 2026
Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese


Sezzadio (AL) : Abbazia di Santa Giustina
Storia del sito:
Una leggenda riporta la narrazione della fondazione della primitiva chiesa di Santa Giustina in epoca longobarda e più precisamente la attribuisce al re Liutprando nel 722. Nei primi decenni dell’XI secolo il marchese aleramico Oberto ricostruì quasi completamente l’edificio sacro e diede vita ad una fondazione monastica affidata ai benedettini. La testimonianza di questo intervento edilizio ricostruttivo è contenuta non in un documento, ma nel pavimento a mosaico all’interno della cripta. “Otbertus marchio huius domus domini reparator et ornator” è scritto sul pavimento in tessere nere su fondo bianco. Affermazione riduttiva in quanto il marchese ricostruì sostanzialmente l’edificio dalle fondamenta.
Otberto morì nel 1047 e venne sepolto nella chiesa, che quindi venne eretta sicuramente prima di quella data. Dotata di molti beni dagli aleramici raggiunse il suo massimo splendore tra il XII e il XIII secolo. Nel XIV iniziò un lento declino. Nel 1434 l’abate Antonio Lanzavecchia chiedeva ed otteneva dalla S. Sede di affidare l’abbazia alla congregazione benedettina di S. Girolamo della Corvara.
Esperienza di breve durata, terminò infatti nel 1460, ma che fu causa di deturpanti interventi che alterarono gli originari caratteri altomedievali ottoniani dell’abbazia. L’ultimo abate regolare morì nel 1478 e da quell’anno fu affidata in commenda. Un secolo più tardi morì l’ultimo abate commendatario e passò agli abati di Sant’Ambrogio di Milano, che vi installarono una comunità di oblati.
Nel 1810 un decreto napoleonico pose fine alla fondazione monastica che, con le sue terre, venne ceduta gratuitamente ai veterani napoleonici.
In meno di cinque anni, fino alla restaurazione dei Savoia, che abolirono il provvedimento, gli edifici dell’abbazia subirono colpi durissimi. La chiesa fu tramezzata a metà della sua altezza e trasformata in stalla e granaio.
Nel 1863 fu acquistata dal senatore Angelo Frascara in un’asta dell’Economato Regio e i suoi discendenti si impegnarono in una vasta opera di restauro, con l’abbattimento di tutte le divisioni e le tramezzature interne.
Descrizione del sito:
Dell’originario complesso è rimasta la chiesa severa e semplice che conserva le linee romaniche del secolo XI, con il massiccio paramento in cotto dalle poche interruzioni in conci di pietra; pochissime le aperture sui lati, che sono tuttavia alleggerite come la facciata da una serie continua di archi binati, posti a coronamento delle pareti, i quali poggiano su lunghe lesene sottili che scendono fino a terra. Il marcato verticalismo riesce così a mitigare la notevole massa dell’edificio.
La facciata tripartita, originariamente a salienti, presenta nella zona centrale una torre, aggiunta nel primo trentennio del XV secolo, che occupa lo spazio corrispondente alla prima campata interna della navata centrale. Semplicissimo il portale, senza alcun ornamento in pietre e marmi. La pianta della chiesa è a croce commissa, cioè nella forma di una “T”. Il transetto infatti sporge parecchio e direttamente sul suo lato orientale si innestano le tre absidi, che appaiono quasi come torri che emergono, cilindriche, dalla superficie piana della parete di fondo.
Anche la superficie delle absidi è caratterizzata dagli archetti ciechi e binati su lunghe lesene. L’abside centrale, sopra la serie degli archetti, è terminata da un doppio fregio in mattoni a dente di sega, mentre un fregio più semplice corre lungo gli absidi minori.
Nel XV secolo l’originaria copertura a capriate fu sostituita in parte da volte gotiche, provocando il rifacimento del coronamento della parete settentrionale che, in luogo di una cornice di mattoni a frangia, presenta tre grossi contrafforti quadrati, coronati da pinnacoli gotici in corrispondenza degli archi trasversali interni.
L’interno porta i segni della travagliata storia dell’abbazia. Sono infatti visibili le tracce delle tramezzature e più in generale la volumetria interna appare molto diversa da quella che doveva essere in origine.
La chiesa è divisa in tre navate, le prime due campate conservano la copertura a capriate, le tre successive presentano volte a crociera con grossi costoloni gotici, impostati su semicolonne che si aggiungono ai preesistenti pilastri rettangolari. La differenza si spiega con il fatto che quando si eressero le volte si accorciò la chiesa, divenuta troppo grande per le esigenze di una comunità in declino numerico, isolando le prime due campate con un muro che attraversava tutta la lunghezza dell’edificio.
Il presbiterio dell’abside centrale risulta notevolmente rialzato e ad esso si accede mediante una scalinata dalla navata maggiore. Sulla volta dell’abside centrale affreschi del primo Quattrocento frammentari (Passione, Giudizio Universale, Cristo in mandorla).
Sui bracci del transetto nel corso di restauri furono demolite volte ottocentesche e ciò consentì il ritrovamento nel braccio settentrionale di una cornice di affreschi molto deteriorati subito sotto l’imposta delle capriate; è quanto rimane di una decorazione che si presume molto più vasta.
Compresa fra due fasce di greca prospettica, si snoda una serie di medaglioni contenenti alternativamente busti di santi e corone, separati da una serie di archi che poggiano su mensole, secondo un motivo iconografico paleocristiano. La decorazione è eseguita con molta cura e con una non comune ricerca di pastosità e rilievo nella stesura dei colori bianchi, rossi e bruni.
Sotto al presbiterio si stende la cripta, alla quale si accede mediante una scala che dà sul braccio meridionale del transetto. Si tratta di un ambiente quadrangolare di sette metri di lato, absidato, coperto da una serie di voltine a crociera che poggiano su sei colonnine – una poligonale, le altre cilindriche – senza base e con capitelli smussati semplicissimi e su semicolonne addossate alle pareti. Queste sono di particolare interesse perché si presentano scandite da una serie di archi ciechi su lesene che non giungono fino a terra, ma si impostano su un alto zoccolo. Il motivo ripete quello visto in uno degli ambienti della cripta della Sacra di san Michele.
Due monofore strombate si aprono nella curva absidale, mentre altre due si aprono sul lato opposto e danno sulla navata centrale ai lati della scala che sale al presbiterio. Il tipo di muratura della cripta, caratterizzato dall’impiego del cotto disposto a spinapesce, alternato a pietrame irregolare, sottolinea l’arcaicità di questa parte rispetto al corpo della chiesa, forse una parte della chiesa anteriore al Mille ricostruita da Otberto.
Il pavimento della cripta ospita un vasto mosaico, che si stende su quasi tutta l’area del locale, fatta eccezione per la zona absidale; al mosaico appartiene la scritta che indica in Otberto il “reparator et ornator” dell’antico edificio. Non vi sono raffigurazioni di figure antropomorfe o zoomorfe, ma solo disegni geometrici a tessere bianche e nere (primi decenni del XII secolo).
Informazioni:
Di proprietà privata. Complesso di Villa Badia, tel. 0131 70.36.59 ; email: gtvillabadiasrl@libero.it ; oppure Comune tel. 0131 703 759
Links:
https://www.comune.sezzadio.al.it/Luoghi?ID=905
https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Giustina_(Sezzadio)
https://www.chieseromaniche.it/Schede/216-Sezzadio-Santa-Giustina.htm
Bibliografia:
SCOLARI C.A., La chiesa abbaziale di S. Giustina di Sezzadio, Alessandria, 1983; AA.VV., Italia Romanica. La Val d’Aosta, la Liguria, il Piemonte, Milano, 1978
ROMANO G. (a cura di), Piemonte romanico, Torino, 1994
Fonti:
Immagini dai siti sopra indicati e dall’archivio GAT.
Data compilazione scheda:
30/11/2004 – aggiornamento febbraio 2014 e marzo 2026
Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – G. A. Torinese
Serravalle Scrivia (AL) : area archeologica e museale di “Libarna”
Descrizione del sito e dei ritrovamenti:
I resti della città romana di Libarna, già ricordata da Plinio, furono scoperti tra il 1820 ed il 1825, durante i lavori per la costruzione della “strada regia”, che da Genova portava a Novi Ligure, e da allora gli scavi ne hanno portato alla luce ampie parti.
Il sito vede intensi transiti fin dall’età del Ferro ed acquista importanza in età romana con il tracciato della via Postumia (148 a.C.) che, partendo da Genova, valica l’Appennino e procede verso Aquileia. Già in un periodo compreso tra la fine del III sec. e l’inizio del II sec. a.C. nell’area di Serravalle, sulla collina del Castello, è documentata la presenza di un nucleo di popolazione ligure, confermata anche da resti murari di possibile età repubblicana. La città sorge agli inizi del I sec. a.C.; tra l’89 a.C. (data della concessione del diritto latino alle popolazioni della Cisalpina) ed il 49 a.C. (data della concessione del diritto romano) si costituisce in municipium ed in età augustea viene compresa nella IX Regio ed ascritta alla tribù Maecia.
Il suo territorio confinava a sud con quello di Genova, a nord con Tortona, ad est con Veleia e ad ovest con Acqui Terme. Era organizzata secondo una rete urbanistica regolare, divisa in insulae (isolati) ed era centrata sul foro, posto all’incrocio delle due vie principali lastricate: il cardine massimo, costituito dal tratto urbano della via Postumia, ed il decumano massimo, che collegava il foro all’anfiteatro. Altre vie ad esse parallele suddividevano gli isolati di abitazione. Delle circa 40 insulae, 8 erano occupate da edifici pubblici.
L’area attualmente visitabile (solo un decimo dell’antica Libarna, la cui superficie era di ca. 23 ettari) occupa l’angolo nord-orientale: qui sono oggi visibili i resti di due isolati residenziali, l’anfiteatro ed il teatro.
Quest’ultimo, costruito tra la fine del I sec. e l’inizio del II sec. d.C., si trova attualmente in posizione infelice, tra due tratte ferroviarie, cosa che non permette di apprezzarne appieno la monumentalità e l’inserimento urbanistico di notevole impatto. L’ingresso principale era quello centrale, cui si affiancavano altri sei ingressi secondari ed era chiuso da un ambulacro colonnato. Il monumentale spazio quadrangolare ad esso collegato, verosimilmente tenuto a giardino e circondato da un ampio porticato, svolgeva la funzione di foyer, come si riscontra in altri esempi piemontesi (Torino, Benevagienna…). Della ricca decorazione architettonica restano solo poche notizie e alcuni frammenti, essendo stata quasi completamente asportata nel periodo in cui il teatro fu usato come cava di materiali edilizi.
L’anfiteatro, collocato in posizione scenografica, fu costruito nella seconda metà del I sec. d.C., all’estremità del decumano. Contrariamente alle consuetudini, non si trovava all’esterno del perimetro cittadino ma era inserito nell’impianto urbano, dove occupava lo spazio di due interi isolati, delimitato da portici. All’ingresso principale, al centro di uno dei due lati brevi in corrispondenza del decumano massimo, si affiancavano 12 corridoi secondari che consentivano un agevole accesso degli spettatori. Si può ipotizzare che, come per il teatro, l’elevato comprendesse due ordini, di cui il primo ospitava le gradinate per i posti a sedere, il secondo il loggiato per i posti in piedi. Per quanto concerne le abitazioni private, si ritiene che Libarna offra l’esempio più interessante e completo della regione.
I due isolati adiacenti l’anfiteatro sono probabilmente databili alla fine del I sec. a.C. e ristrutturati dopo la costruzione dell’anfiteatro stesso. Ciascuno è diviso in diverse domus che presentano il tipico schema della casa romana, con ambienti articolati intorno ad uno o più cortili, talvolta porticati e dotati di pozzi e fontane.
L’approvvigionamento idrico era assicurato da un acquedotto che partiva dalla valle del rio Borlasca. La prosperità dell’insediamento è comprovata dai notevoli mosaici che decoravano gli ambienti, tra i quali uno ancora visibile in situ, con la raffigurazione del mito di Licurgo e Ambrosia. Tra gli oggetti rinvenuti si segnalano piccole sculture in ambra (un giovinetto, un personaggio con cesto, un anello con testa dionisiaca), forse in parte provenienti da Aquileia, ed alcuni oggetti in bronzo (una statuina di Vittoria, collegabile alla produzione di Veleia, una di Minerva, un modellino di faro). Questi manufatti, così come altri frammentari in ceramica e vetro, sembrano suggerire un’ampia circolazione delle maestranze nel periodo di massima fioritura della città, tra il I e il II sec. d.C. ma, già a partire dal III sec. d.C., la prevalenza di altri percorsi viari determina la rapida crisi, quindi l’abbandono, dell’abitato.
Luogo di custodia dei materiali:
Un’ AREA MUSEALE è ospitata nel Palazzo Comunale di Serravalle Scrivia (Via Berthoud, 49), visitabile negli orari di apertura degli Uffici Comunali; info, tel. 0143 633627 ; ingresso gratuito.
L’Area accoglie una selezione di reperti dell’apparato decorativo di edifici della città romana di Libarna , provenienti da una collezione privata ottocentesca. Vi sono frammenti di capitelli, cornici, fregi, l’epigrafe dello scrivano Caius Catius Martialis (II sec. d. C.), parte di una lastra marmorea con le teste a rilievo di Pan e di Gorgone. Reperti di più recente acquisizione sono una fontana, due erme, vasellame da mensa, lucerne fittili ed un emblema in opus sectile che era la decorazione centrale di un pavimento del II secolo d. C.
Altri reperti sono conservati al Museo di Antichità di Torino e ai Musei Civici di Genova.
Informazioni:
Rivolgersi alla Biblioteca Comunale di Serravalle Scrivia, Piazza Carducci 4, Tel. 0143.633627, 0143.634166, Fax. 0143.686472
Bibliografia:
Elisa PANERO, La città romana in Piemonte, Cavallermaggiore 2000, pp. 115-131
Emanuela ZANDA, Libarna, Torino 2004
Brochure_Libarna edita dal Comune di Serravalle S.
Fonti:
Informazioni tratte dal depliant illustrativo realizzato a cura del Museo di Antichità di Torino e del Comune di Serravalle Scrivia e da “Il Piemonte degli Scavi”, supplemento a La Stampa, Torino, 2004, pp. 109-114. Fotografia dal sito del Comune di Serravalle S.
Data compilazione scheda:
08/11/2007 – aggiornamento febbraio 2014
Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Marina Luongo – G.A. Torinese
Serralunga di Crea (AL) : Santuario Madonna di Crea
Storia del sito:
Probabilmente a Sant’Eusebio si deve l’origine della località: secondo la tradizione fu Arduino re d’Italia che volle che il luogo, agli inizi dell’XI secolo, avesse una chiesa, che probabilmente fu realizzata di dimensioni piuttosto ridotte, completata da un convento in cui si stabilirono i canonici agostiniani di Vezzolano (Asti). A loro successero, nel 1483, dopo una breve parentesi dei Serviti, i Monaci Lateranensi. È alla presenza di questi uomini di grande cultura e sensibilità artistica, oltreché di solida formazione religiosa, che si deve lo sviluppo di Crea, favorito anche dai Signori del Monferrato, i Paleologi. Scomparsa la dinastia dei Paleologi, il Monferrato passò nel 1536 ai Gonzaga e si arrivò alla ristrutturazione più massiccia che dette al complesso monumentale la definitiva impronta architettonica barocca. Il “Sacro Monte”, voluto da Costantino Massimo nel 1589, fu costruito nei pressi del santuario. In origine doveva avere quarantatre cappelle e diciassette romitori: il tutto fu ridotto a ventitre cappelle e cinque romitori, decorate con affreschi ed opere di artisti dell’epoca, tra cui il Moncalvo. La cappella dedicata alla Incoronazione di Maria Vergine, o del Paradiso, ha forma circolare e sorge sulla vetta del monte, sul luogo di un castello trecentesco chiamato “Castrum Cretae” da cui il nome di Crea.
Dopo aver subito saccheggi durante le scorrerie militari, nel 1801 il santuario fu devastato, nel 1809 chiesa e convento furono venduti all’incanto. Nel 1820 il santuario venne affidato ai Frati Minori Francescani che lo custodirono per 170 anni riportandolo, gradatamente, al suo primitivo splendore. Dal 1992 è affidato ai sacerdoti della diocesi di Casale Monferrato.
La CHIESA fu eretta in tre periodi diversi: la struttura eusebiana (IV secolo) era situata nella zona in cui ora c’è l’altare della Madonna di Crea, solo parzialmente rifatto nell’XI secolo; quella rinascimentale, realizzata su committenza di Guglielmo VIII Paleologo, mantiene il maggior numero di testimonianze, tra le quali spicca la CAPPELLA DI SANTA MARGHERITA, con affreschi narranti la storia della santa e rifiniti dai ritratti dei committenti, databili tra il 1474 e il 1484, anno della morte del marchese Guglielmo (gli affreschi furono restaurati nel 1968); infine l’ampliamento barocco, dal 1608 al 1612 con l’aggiunta dell’ultima campata e la costruzione della grandiosa facciata.
Un interessante affresco del 1470 circa è rimasto celato per oltre tre secoli dietro una grande tela seicentesca posta al di sopra dell’altare maggiore e rappresenta l’Ascensione della Vergine con ai lati Apostoli e i Donatori. È la più antica rappresentazione del marchese Guglielmo VIII, rappresentato inginocchiato e di profilo con il fratello cardinale Teodoro.
Il Campanile della chiesa fu rimaneggiato e soprelevato nel 1929.
Il CONVENTO con il suo chiostro risale al secolo XIII. Dopo aver subito molte trasformazioni edilizie è stato soppresso tre volte: nel 1798 ad istanza del re Carlo Emanuele IV, poi nel 1801 dal governo francese al tempo di Napoleone e infine nel 1866 dal governo italiano. Nel corso di queste vicende fu in parte demolito e andarono disperse opere d’arte, suppellettili, arredi, biblioteca e archivio. Riacquistato e restaurato più volte da laici e vescovi di Casale, ritornò definitivamente in possesso della diocesi. Il convento sorge a est della Chiesa, in prosecuzione del suo asse longitudinale. Il complesso è stato restaurato nel 1995.
Descrizione del sito:
La CHIESA ha una grandiosa facciata a portico dall’aspetto barocco, con un mosaico che rappresenta l’Assunta del 1953. L’interno, a tre navate con archi ogivali e volte a crociera cordonate, conserva reperti romanici venuti alla luce recentemente e posizionati nei primi pilastri della navata.
La CAPPELLA DI SANTA MARGHERITA, a destra dell’altare maggiore, monumento nazionale per gli splendidi AFFRESCHI del ‘400, ha una volta con gli affreschi dei quattro dottori della chiesa; sopra l’altare un trittico con la Madonna col Bambino in grembo, angeli musicanti e i santi Margherita, Pietro, Paolo e Agostino. A sinistra i ritratti di Guglielmo VIII e di tre suoi consiglieri; a destra i ritratti della sua terza consorte, Bernarda di Brosse e delle figlie Giovanna e Bianca. Nelle pareti laterali della cappella le scene affrescate rappresentano la vita e il martirio di santa Margherita d’Alessandria. Dopo varie incertezze attributive, il cosiddetto “Maestro di Crea” è probabilmente identificabile con un pittore della cerchia del periodo iniziale di Giovanni Martino Spanzotti, il padre Pietro o il fratello Francesco.
Nella suggestiva e antichissima cappella della Madonna, a sinistra dell’altare maggiore, costruita secondo la tradizione sul luogo di preghiera di sant’Eusebio, all’interno della nicchia centrale, è collocata una piccola statua in legno di cedro che il tempo ha inscurito, da cui il nome di Madonna Bruna di Crea. La Vergine é seduta e tiene il Bambino, seduto sulle sue ginocchia. Un ricco manto ricopre il gruppo scultoreo. Probabilmente risale al XIV secolo ed è stata restaurata nel 1981.
A Macrino D’Alba è attribuita con certezza la pittura su TAVOLA raffigurante la Madonna in Trono col bambino in grembo e i santi Giovanni Battista, Giacomo apostolo, Agostino e Gerolamo, datata 1503.
Il CHIOSTRO dell’antico convento mostra eleganza ritmica nelle arcate sostenute da colonne con capitelli rinascimentali e per altri lati da pilastri. La recente chiusura degli archi con vetrate ha trasformato il chiostro in uno spazio funzionale.
Descrizione del materiale non esposto:
Nel Tesoro del santuario sono conservate, le piccole tavole (cm 15 x 19) eseguite da Macrino d’Alba raffiguranti Guglielmo IX Paleologo e il bellissimo ritratto della moglie Anna d’Alençon, recentemente restaurati, non esposte a causa della loro fragilità.
Informazioni:
Santuario tel. 0142 940109 / 0142 940202
Links:
http://www.santuari.it/crea/crea.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Maestro_della_Cappella_di_Santa_Margherita_a_Crea
Bibliografia:
A. CASTELLI, D. ROGGERO, Un santuario mariano, il Sacro Monte di Crea, Edizione Sant’Evasio, Casale Monferrato AL, 2000
Fonti:
Immagini dai siti citati e dall’archivio GAT.
Data compilazione scheda:
17/2/2007 – aggiornamento febbraio 2014
Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese
Rosignano Monferrato (AL) : ex Chiesa di Sant’Antonio abate
Storia del sito:
Attestata già nel 1295 col titolo di san Giovanni Battista, poi san Giovanni Evangelista, assunse l’attuale intestazione soltanto all’inizio del XIX secolo. È la chiesa più antica di Rosignano, dopo che la pieve di san Vittore, risalente all’XI, secolo cadde in rovina anche a causa delle guerre del XVI secolo.
Citata in vari documenti, fu parrocchiale dal 1555 al 1653. Dal XIII secolo chiesa fu cimiteriale e sede della confraternita dei disciplinanti di Sant’Antonio abate.
Descrizione del sito:
La chiesa presenta la particolarità di avere una doppia facciata. Esternamente vi è la facciata più recente (forse anteriore al 1660), più povera e semplice, con quattro lesene poco aggettanti che scandiscono il piano e sostengono un alto e imponente frontone. All’interno, a circa 4 m dall’ingresso, ci si trova di fronte a un’altra facciata, un piccolo gioiello in stile romanico, in cotto e arenaria.
Nelle pareti laterali gli estremi est e ovest sono più recenti. Sul fianco sinistro vi sono avanzi della costruzione romanica, datata al 1140: una monofora tamponata, con stipiti e archivolto monolitici di arenaria e una mensola che probabilmente reggeva archetti pensili. La parete presenta muratura policroma, che evidenzia varie fasi di edificazione: zoccolo in mattoni, parte mediana in conci di pietra da cantoni di buon taglio, parte superiore in pietra da cantoni e mattoni disposti irregolarmente.
Nello spazio compreso tra le due facciate, sulla destra, si trovava l’ossario, limitato da una parete traforata a mattoni ricurvi, ora tamponata.
L’ingresso nell’aula avviene attraverso la base dell’antico campanile emergente al centro della prima facciata, databile tra il XII e il XIII secolo.
L’interno è a navata unica con pianta longitudinale irregolare. La copertura è tarda, costituita da volte a spigoli eccetto la campata est, più recente, a costoloni. E’ stato rinvenuto un unico elemento scultoreo: un grosso blocco di pietra da cantoni, al centro del quale sporgono due volti umani grotteschi e rozzi. Il pavimento è in cotto, con botole di accesso ai sepolcri sotterranei.
Sulla parete destra vi sono frammenti di AFFRESCHI, probabilmente del XII e XVI secolo: i santi Pietro e Giacomo identificati da scritte; un santo vescovo e un santo togato di epoca più tarda; nell’intradosso di un arco un santo incoronato; all’esterno dell’arco, su un pilastro, un Cristo di Passione. All’esterno di un arco appartenente alla vecchia facciata, vi è un tondo con testa di Cristo molto consunta. Sulla parete c’è un altro dipinto murale più recente, raffigurante un giovane santo (Giovanni?) entro un arco classico con sfondo vegetale e scene di caccia.
Informazioni:
La chiesa è in Piazza Sant’Antonio vicino alla Parrocchiale.
Attualmente la chiesa è sconsacrata e chiusa al pubblico perché sono in corso interventi di restauro.
Comune tel. 0142 489009 ; email: info@comune.rosignanomonferrato.al.it
Links:
http://www.comune.rosignanomonferrato.al.it/ComSchedaTem.asp?Id=6085
https://www.chieseromaniche.it/Schede/1280-Rosignano-Monferrato-Sant-Antonio.htm
https://www.artestoria.net/book_0_1.php?loc=71
Bibliografia:
Cappellaro C., Rosignano Monferrato. Delle cose sulla storia, Ediz. dell’Orso, 1984
Fonti:
Notizie in parte ricavate dai siti sopra citati. Immagine da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Rosignano_Monferrato-chiesa_sant%27antonio.jpg
Data compilazione scheda:
12 luglio 2012 – aggiornamenti febbraio 2014 – maggio 2020 – marzo 2026
Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese
Tortona – Rivalta Scrivia (AL) : Abbazia
Storia del sito:
Esisteva già in quella località una chiesa dedicata a S. Giovanni, con una piccola comunità monastica documentata fin dal 1151. In quell’anno il vescovo di Tortona Guglielmo faceva dono a Guido, priore della chiesa di Rivalta, del luogo di Goide dove l’anno precedente si era insediata una piccola comunità di tre frates guidati da un sacerdote chiamato Bartolomeo, su un terreno donato da Guglielmo de Sala e dalla moglie Zusiana, per costruirvi un oratorio.
Fu il dominus Ascherio, un laico datosi alla vita comunitaria, a far crescere la piccola comunità monastica composta in questa fase iniziale sia da laici sia da religiosi. Nel 1153 compare nei documenti come agente della chiesa di San Giovanni, mentre dal 1155 acquisisce il titolo di abbas.
Negli anni tra il 1155 e il 1165, approfittando della crisi politico-sociale provocata a Tortona dalle vicende legate alla lotta del comune contro l’imperatore Federico I Barbarossa e i suoi alleati, la comunità rivaltese rafforzò la base fondiaria della comunità acquisendo molti terreni intorno al monastero. Lo sviluppo notevole della comunità impose ad Ascherio di aggregare il monastero rivaltese al potente ordine cistercense.
Le origini dell’abbazia di Rivalta Scrivia risalgono quindi al 16 gennaio 1180, quando Folco, abate dell’abbazia cistercense di Lucedio, nel vercellese, promise ad Oberto, vescovo di Tortona, di facere ecclesiam de Ripa alta abbatiam del proprio ordine e di rispettare i diritti della chiesa tortonese.
L’inizio dei lavori di questo cantiere cistercense di Rivalta Scrivia è circoscrivibile tra gli anni 1180 e 1183 per volere dell’abate Ascherio: è infatti in quest’ultimo anno che è indicata per la prima volta la dedicazione a Maria per il monastero. Oratorium e ambiente monastico crescevano attorno al chiostro con uno sviluppo “ad quadratum, con una giustapposizione progressiva di diversi blocchi di lavori.
L’abbazia cistercense di Rivalta Scrivia è stato il fulcro di uno di quei centri definiti “grange”, vocabolo francese di derivazione latina “granico o granea” con riferimento specifico a un edificio in cui si conserva il raccolto. Nell’estensione della parola, “grange” assume il significato di complesso di costruzioni di un’azienda rurale con terreni annessi.
Nel XIV secolo il cenobio rivaltese iniziò un lento declino morale ed economico dovuto soprattutto alle difficili condizioni economiche generali (carestie, pestilenze), alle lotte politiche che coinvolsero il tortonese e al cambio frequente degli abati.
L’abbazia fu concessa in commenda nel 1478 da papa Sisto IV a Guidone de Torelli, chierico di Parma e notaio apostolico, a cui succedette nel 1494 Antonio Galeazzo Bentivoglio e nel 1504 Bernardino Bottigelli. Nel 1523 ne era abate commendatario Ottobono Fieschi. I primi anni del XVI secolo furono caratterizzati dal continuo passaggio di eserciti e da diverse pestilenze che impoverirono drammaticamente tutto il tortonese e il monastero rivaltese.
Con bolla del 12 novembre 1538 papa Paolo III unì l’abbazia di Rivalta alla Congregazione cassinese di S. Giustina, consegnando il monastero ai monaci di S. Nicolò del Boschetto di Genova. Il 30 gennaio 1546 i monaci benedettini del Boschetto, succeduti ai cistercensi nella proprietà del monastero rivaltese, vendettero la maggior parte dei terreni di Rivalta al marchese genovese Adamo Centurione. L’abbazia divenne chiesa parrocchiale alla metà del XVI secolo e i monaci benedettini abbandonarono il monastero alla fine del XVII secolo, lasciando un parroco secolare a mantenere la cura delle anime, sempre nominato dall’abate dei S. Nicolò di Genova fino ai primi anni del XIX secolo, quando le leggi napoleoniche soppressero tutti i monasteri piemontesi e liguri.
Gli antichi beni del monastero passarono da Adamo Centurione ad Antonio Carcassola di Milano nel 1558. Nel 1651 Ottavio Carcassola vendette Rivalta al senatore Casnedi di Como, che a sua volta la rivendette nel 1653 al genovese Agostino Airoli. Il nuovo proprietario nel 1654 fu investito del feudo di Rivalta con il titolo di marchese e iniziò la costruzione di una residenza nobiliare utilizzando anche parte del monastero medievale (l’ala dei conversi). Inoltre, dato che la chiesa abbaziale era addossata a detta residenza, l’Airoli propose ai monaci e al Vescovo di Tortona di potersi scostare dalla chiesa “che soffoca una parte del Palazzo”, demolendone alcune campate e “farci piazza, con rimodernare la restante”, per adibirla ad oratorio parrocchiale. Come risulta da una pianta di Rivalta del 1687, la facciata fu così abbattuta e la chiesa fu ridotta da quattro a tre campate. In seguito furono feudatari di Rivalta Giovanni Battista Airoli dal 1682 al 1684 e Camillo Spinola dal 1693 al 1695. Dal 1707 la vasta tenuta fu acquisita nuovamente dai Carcassola e a partire dal 1734 divenne proprietà dei Castellani-Varzi di Alessandria. A partire dal 1879 la vasta tenuta iniziò ad essere frazionata in diverse cascine, mentre lungo la nuova strada sabauda (edificata intorno al 1820) sorgeva l’attuale centro abitato di Rivalta Scrivia.
Descrizione del sito:
La chiesa presenta all’esterno una certa uniformità, nonostante sia mancante l’intera prima campata; la zona absidale, con l’abside affiancata da due cappelle per lato, è coperta con volte a botte ad arco acuto, sul cui transetto poggiano sostegni per la ricca decorazione dei capitelli; la sacrestia, già menzionata nel 1203, rappresenta un primo esempio di cella bi-modulare del corpo di fabbrica dedicato ai monaci: è un vano rettangolare diviso da due campate quadrate coperte da volte a crociera, segnate da costoloni con il calpestio in cotto ed una monofora aperta sul lato est del monastero.
Dalla stessa parte sono stati realizzati due vani sotterranei. coperti da volte a botte e che ricevono luce e aria da due bocche di lupo aperte sugli orti: dove erano probabilmente conservati “vinum, caseos bonos, sive formagias e zuncatas (ricotta)” prodotti in quegli anni dal monastero. Il campanile, a forma di torre a pianta quadrilatera, s’innalza all’intersezione del transetto. Le tre campate, che in origine erano quattro, sono divise tra loro da un alternarsi di pilastri forti e pilastri deboli, questi ultimi di forma circolare in mattoni con semplici capitelli in pietra che fanno da contraltare ai primi, costituiti da varie forme di pilastri ottagoni che dividono la prima dalla seconda campata e che oggi sono inglobati nella facciata della chiesa.
A pianta rigidamente rettilinea, che rispecchia il lucidus ordo mentale di san Bernardo di Clairvaux, la chiesa misura 40 metri di lunghezza e 16 di larghezza: ha tre navate di tipo basilicale. Nel braccio destro del transetto sale ancora un’antica scala a due rampe secondo uno schema piuttosto raro. L’abside ha forma rettangolare che conferma come tutto l’edificio si ispiri ad uno spirito di austerità. L’interno è caratterizzato da un’alternanza di mattone e pietra, di sostegni forti e di snelle colonne cilindriche: nell’insieme presenta una commistione tra elementi costruttivi locali (i tipici cornicioni in cotto lombardi), la concezione stilistica cistercense (la pianta ispirata ad una ferrea logica di tipo matematico) ed elementi propri della cultura borgognona (le cadenze decorative e strutturali). Questi dati, che la rendono straordinariamente simile all’abbazia di Santa Maria di Casanova presso Carmagnola, fanno di Rivalta anche uno dei più interessanti esempi del cosiddetto “Stile di Transizione”, che prepara per alcuni motivi lo stile gotico, ma che offre anche un notevole impiego di caratteri romanici. A fianco della chiesa è da notare anche un edificio risalente alla metà del Seicento, con impianto a loggiati sovrapposti: è il palazzo voluto dal patrizio genovese Agostino Airoli, uno dei molti proprietari succedutisi dopo la crisi economica del convento.
Già alla fine del XII secolo doveva aver preso forma l’ala dei conversi, parallela a quella dei monaci sul lato opposto del chiostro, e collegata alla chiesa con un accesso posto nella prima campata della chiesa. In quest’ala si sviluppavano il cellier (farmacia, magazzino, ecc.), il dormitorio, il refettorio e gli altri locali di servizio. Oggi sopravvive solo il cellier, sala divisa da cinque serie di campate, coperta da volte in mattone ad anelli concentrici, forse seicentesche. Intorno al nucleo del monastero furono costruiti i laboratori dei conversi, gli edifici dell’economato e gli ambienti per la ricezione dei “forestieri” e per l’assistenza dei poveri e dei malati. Del monastero oggi sopravvive solo la sala capitolare, che prendeva luce dal chiostro per mezzo di due trifore a colonnette binate con capitelli a fogliame. La sala è suddivisa in nove campate coperte da volte a crociera archiacute munite di ogive poggianti su quattro snelle colonne lapidee.
Seguendo la rigida regola di S. Bernardo, che rifiutava il superfluo dell’arte pittorica e scultorea, momenti di distrazione dalla meditazione e dalla preghiera, l’edificio in origine non presentava nessun inserimento pittorico. Solo a partire dalla seconda metà del XV secolo, quando ormai le vicende del monastero avevano determinato un declino delle risorse e dei rigori spirituali del passato, il manufatto architettonico accoglie un ricco apparato pittorico ad affresco che si sviluppa sui pilastri, lungo le pareti, ad ornamento di alcuni altari. Gli interventi pittorici, intrapresi alla metà del Quattrocento, proseguirono per tutto il secolo sino a giungere probabilmente agli inizi di quello successivo. Uno straordinario corpus di pitture che comprende ben 34 raffigurazioni di santi e viene prodotto nell’arco di pochi decenni, dal 1460 circa fino alla fine del secolo: un patrimonio che solo un restauro degli anni 1942-43 ha riportato alla luce e che riveste un grande interesse sotto il profilo della storia artistica di questo territorio.
Una matrice ancora tardo-gotica, rivolta al valore decorativo, è presente negli affreschi più antichi (quelli visibili sulla parete di fondo dell’abside ed alcuni sul primo pilastro destro), mentre una volontà improntata ad un più preciso realismo di forme si osserva nelle figurazioni con santi distribuite sui pilastri della chiesa e nelle cappelle del transetto di destra. Accanto all’operare di frescanti anonimi, emerge certa la presenza di Franceschino Boxilio.
Franceschino (documentato dal 1481 al 1513) firma due affreschi nell’abbazia di Rivalta: il “san Cristoforo”, datato 1497, sul quarto pilastro destro della navata centrale e la “Madonna con Bambino e donatore certosino” (circa 1490) sul pilastro della seconda cappella a destra del presbiterio. A lui sono attribuiti da parte della critica anche gli “affreschi con santi” delle due cappelle a destra del transetto, e la “Lactatio Virginia” . La Vergine, sotto gli occhi di Sant’Apollonia, fissa uno sguardo trasognato negli occhi di chi guarda la scena da fuori del quadro; il bambino appoggiato sul braccio materno ha una rondine sulla mano sinistra. E il getto di latte sprizza diritto dal petto della donna fino a raggiungere le labbra di un san Bernardo inginocchiato e per nulla sorpreso dall’evento.
Il rifacimento delle coperture della chiesa abbaziale si è concluso nel dicembre 2000, mentre nel 1999 con il contributo dei fondi messi a disposizione dallo Stato in occasione del Giubileo 2000 è stato recuperato tutto il monastero, compresa la sala capitolare e la vasta galleria posta al primo piano, risalente al periodo Benedettino.
Informazioni:
Parrocchia 0131817150 – 339.9172442 Dal 1996 è operante il Comitato di “Amici dell’abbazia di Santa Maria”. L’Abbazia è sita nella frazione Rivalta Scrivia.
Links:
http://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Maria_di_Rivalta
www.comun.tortona.al.it
https://webthesis.biblio.polito.it/14220/
Bibliografia:
AA.VV., Scripta manent. Le pagine della memoria, Biblioteca Civica di Tortona, 2001.
Dal 1996 è operante il Comitato di “Amici dell’abbazia di Santa Maria”, presieduto dallo storico locale Fausto Miotti, autore dei pannelli esposti all’interno dell’abbazia, che ripercorrono le vicende storiche ed edilizie degli ambienti monastici. La scheda riassume questi studi.
Miotti F., Denegri P., L’Abbazia cistercense di Santa Maria di Rivalta Scrivia, Tortona, 2006
Fonti:
Fotografie tratte dai siti sopra indicati e dall’archivio GAT.
Data compilazione scheda:
10/11/2005 – aggiornamento febbraio 2014 – maggio 2020
Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – G. A. Torinese
Prasco (AL) : Chiesa cimiteriale/pieve dei “SS. Nazario e Celso”
Storia e descrizione del sito:
L’attuale CHIESA CIMITERIALE, INTITOLATA AI SANTI NAZARIO E CELSO, ha una storia, millenaria. Non è, al momento, storicamente comprovabile che fosse una pieve, però sussistono numerosi documenti che rendono l’ipotesi verosimile. In questo caso essa potrebbe identificarsi con la pieve di Caramagna, che viene citata molte volte dalle fonti medievali. La chiesa ebbe vita fiorente per circa cinque secoli, dal 1000 al 1500, quando pare fosse intitolata al solo san Nazario. In seguito, la costruzione della chiesa parrocchiale nelle vicinanze del castello e le tremende pestilenze dell’epoca la ridussero all’esclusiva funzione di chiesa cimiteriale e di lazzaretto. È in questo periodo, probabilmente, che alla dedicazione originaria si aggiunse il nome di san Celso e la doppia intitolazione venne poi assunta anche dalla nuova parrocchiale.
In origine l’edificio era a campata unica, con transetto a tre absidi. Divenuta, nell’800, proprietà comunale, la chiesa è stata oggetto durante il ‘900 di numerose operazioni di restauro, tra le quali l’eliminazione dell’abside destra. Il tetto è stato più volte ripristinato e quindi interamente rifatto in castagno con cassonatura a vista di abete. L’originaria pavimentazione in pietra di vena locale è stata sostituita da un pavimento in cotto. Nel 1958 venne deturpata all’esterno dalla costruzione di alcuni colombari e, in facciata, dall’aggiunta di due cappelle simmetriche.
L’abside di sinistra rimane integro e conserva ancora la luce romanica. La facciata a capanna è sormontata da un piccolo campanile a vela (rifatto nel ‘700). La struttura muraria è estremamente povera e priva di elementi decorativi. Solo il portale, le monofore e le absidi sono in pietra lavorata a scalpello.
Descrizione dei ritrovamenti:
Presso il cimitero è stato scoperto un insediamento abitativo di età romana, afferente al territorio di Aquae Statiellae. L’edificio comprende due corpi di fabbrica collegati da un passaggio e suddivisi all’interno da vani allineati, in parte destinati ad attività artigianali, rivelate dalla presenza di scorie, e affacciati su un cortile con pozzo coperto. La prima fase costruttiva è del I sec d.C., la seconda del IV-V secolo.
Informazioni:
La pieve dei SS. Nazario e Celso, è sita nel cimitero, a nord dell’abitato, sulla Strada Provinciale 206 (non è da confondere con la Parrocchiale dal medesimo titolo, nel centro storico.)
Links:
https://www.chieseromaniche.it/Schede/181-Prasco-Santi-Nazario-e-Celso.htm
Bibliografia:
FERRARO C., Prasco e il suo castello: memorie storiche, cronache e documenti inediti, Dell’Orso, Alessandria 1996
Fonti:
Fotografie dai siti sopra citati.
Data compilazione scheda:
22 novembre 2011 – aggiornamento febbraio 2014 e marzo 2023
Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese
Pontecurone (AL) : Torre Civica
Storia del sito:
Pontecurone si trova sulla sponda sinistra del torrente Curone (da cui il nome), ai confini con la provincia di Pavia. Le prime popolazioni che iniziarono a stabilirsi nella zona furono alcuni gruppi di liguri e gallo-boi. Alla fine del II sec. Roma estese su tutto il territorio il proprio dominio: il primo nucleo abitato di Pontecurone si può dare per certo già in epoca augustea con il rifiorire della Via Postumia (collegava Piacenza a Genova passando per Voghera, Tortona e Libarna), nelle vicinanze dell’importante guado sul Curone, grazie al ritrovamento di numerose monete di quell’epoca nel territorio.
La romanità del borgo è inoltre confermata dal suo stesso impianto urbano tracciato con grande regolarità quasi a scacchiera con il cardo massimo che si interseca con il decumano nel punto in cui poi si formò la piazza principale che fronteggia la TORRE CIVICA.
Pochi anni prima del Mille (nel 962) Ottone I donò al monastero pavese di San Pietro in Ciel d’Oro alcuni possedimenti tra i quali anche la località Ponte Coironum: è questa la prima testimonianza scritta dell’esistenza di Pontecurone. Nel 1155 Federico Barbarossa discese in Italia, assediò Tortona e, sapendo che la città si sarebbe dovuta arrendere per la sete, si ritirò, in attesa, a Pontecurone che in quel tempo faceva parte del comitato di Tortona. Tortona prima, e Pontecurone poi, furono distrutte e il Barbarossa prima di lasciare queste terre ordinò – secondo una tradizione locale – che in Pontecurone fosse costruito un palazzo imperiale in memoria sua e delle sue vittorie: a questo palazzo apparterrebbe una finestra gotica ancora superstite. Pontecurone è nell’elenco delle località sottratte a Tortona dal Barbarossa e poi restituiti alla città nel 1164. Nel corso del Trecento il borgo venne fortificato dai Visconti e nel 1482 entrò a far parte dei territori degli Sforza per poi passare sotto il controllo di Giacomo Medici. Gli ultimi feudatari furono gli Spinola di Los Balsassos; il feudo di Pontecurone fu quindi venduto nel 1668. Da questo momento in poi la storia di Pontecurone seguì quella del territorio circostante.
Descrizione dei sitio:
TORRE CIVICA. A pianta quadrata in mattoni a vista, è di origine non del tutto accertata: secondo alcuni avanzo del duecentesco castello, per altri fatta costruire da Gian Galeazzo Visconti nel 1392 insieme ad altre fortificazioni per meglio difendere Voghera. Venne modificata nella copertura e con l’inserimento dell’orologio.
__________
Altri resti medievali in Pontecurone sono i seguenti.
FINESTRA GOTICA. Si trova in Via Emilia al n° 21. Presenta ricche decorazioni in cotto simili a quelle del portale della chiesa di Santa Maria. È conosciuta come finestra del Barbarossa.
CROCE DELL’ORDINE MALTESE. Si trova in Via Emilia al n° 132 e indica il luogo dove, grazie ad un lascito del 1210, fu costruito un ricovero per pellegrini e malati. La presenza di un ospizio per viandanti a Pontecurone conferma il passaggio dal paese di pellegrini che si recavano a Roma.
Informazioni:
La Torre è in Piazza Matteotti / Via Roma 47, gli altri resti medievali in Via Emilia. Comune, tel. 0131 8852
Link:
https://www.comune.pontecurone.al.it/it/page/67013
https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/0100116222
Bibliografia:
F. BERNINI, Pontecurone dal borgo al paese, Ediz. Oltrepò, Voghera PV, 1993
Fonti:
Notizie tratte dal sito del Comune di Pontecurone.
Data compilazione scheda:
6/5/2007 – aggiornamento febbraio 2014, marzo 2026
Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese
Pontecurone (AL) : Chiesa di Santa Maria Assunta
Storia del sito:
Il primo documento che attesta l’esistenza di una pieve in Pontecurone è un catalogo delle Pievi della diocesi Tortonese del 1175, ma l’esistenza del paese di Pontecurone, citato in un documento del 958, può ragionevolmente far pensare alla presenza di una pieve anche in epoca precedente. Edificata probabilmente nel X secolo, trovandosi nei pressi della Via Postumia, divenne una delle tappe dei pellegrinaggi verso Roma, la Terra Santa e San Giacomo di Compostela. L’ospedale gerosolimitano di S. Pietro, a partire dal 1210, fungeva da luogo di ricovero per gli infermi e da albergo per i viandanti.
L’edificio attuale della chiesa di Santa Maria, di stile romanico-gotico, in mattoni a vista, risale al XIII-XIV sec. Sono di epoca diversa il campanile costruito nel 1600 ed alcune parti interne della chiesa in stile Barocco. In origine il tetto era in legno a capriate: le volte furono costruite in un periodo successivo e con il loro peso fecero crollare i muri che dovettero essere rifatti. Importanti restauri interni furono realizzati tra il 1929 e il 1938; tra il 1968 e il 1981 fu attuato anche il restauro della decorazione ad affresco.
Le pitture all’interno sono numerose. Ci sono molti affreschi sulle pareti e sui pilastri (tre trasferiti su pannello), alcune tele e vetrate. Nella parete destra del presbiterio si apre una porta che conduce ad un’antica Cappella (su cui poi, alla fine del Cinquecento, è stato edificato il campanile) nella quale si trova lo strato più antico della decorazione ad affresco di tutta la chiesa risalente con ogni probabilità alla metà del Quattrocento.
Descrizione del sito:
I numerosi interventi subiti nel corso del tempo sono testimoniati dall’uso di mattoni di colore diverso. L’edificio presenta una facciata a capanna scandita da quattro contrafforti salienti sulla quale si apre un portale gotico cuspidato e contornato da ricchi elementi decorativi in cotto con motivi geometrici e floreali. Il portale è sormontato da un rosone attorno al quale ruota il simbolo cristiano della vite (entrambi aggiunti nel XV secolo) mentre ai lati si aprono due finestre monofore.
Oggi l’interno della chiesa si presenta a tre navate divise da cinque pilastri cruciformi: quelle laterali sono chiuse da due pareti rettilinee mentre quella centrale termina in un presbiterio quadrangolare voltato a crociera.
I numerosi AFFRESCHI risentono della cultura lombarda, dato che Pontecurone fu per tutto il XV secolo sotto il diretto controllo politico del Ducato di Milano. La controfacciata presenta una serie di scene tratte dalla vita dei Santi: I Miracoli di San Pietro Martire (1460 circa), opera di un anonimo pittore lombardo, si trovano sulla sinistra. Sempre di area lombarda sono gli affreschi dipinti sulla parete individuata dalla prima crociera della navata sinistra dov’è rappresentata una grande Crocifissione sormontata da una lunetta con l’Annunciazione mentre al di sotto è raffigurato San Francesco che riceve le stimmate.
Riferibili ad un ambito locale sono i numerosi affreschi attribuibili a Manfredino Boxilio e agli altri due esponenti della scuola pittorica tortonese il fratello più giovane Franceschino e Quirico da Tortona che operarono certamente a più riprese sulle pareti di S. Maria Assunta nell’ultimo quarto del XV e agli inizi del XVI secolo. Di Manfredino Boxilio (1470 circa) è il trittico Madonna col Bambino e i Santi Biagio e Apollonia nella terza campata di destra; e anche un Sant’Agostino nell’abside.
Sulla destra della parete d’ingresso si trova il dittico raffigurante a mezzobusto La Vergine con il Bambino e San Biagio che è stato attribuito dalla critica più recente a Quirico da Tortona mettendo in relazione il dittico di Pontecurone anche con l’affresco Madonna e Santi della Pieve di Volpedo.
Agli inizi del XVII secolo la chiesa fu arricchita da altari e decorazioni manieristiche e barocche come la cappella del Rosario, al termine della navata destra, con affreschi del 1610 circa di Giovan Mauro della Rovere detto il Fiamminghino.
Informazioni:
Parrocchia di S. Maria Assunta, V. Roma. tel. 0131 887044.
Links:
https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Santa_Maria_Assunta_(Pontecurone)?uselang=it
https://www.chieseromaniche.it/Schede/177-Pontecurone-Santa-Maria-Assunta.htm
Bibliografia:
M. GALLI, P. DENEGRI, F. MIOTTI, La pittura a Pontecurone tra XV e XVIII secolo, Ediz. Oltrepò, Voghera PV, 1996
Fonti:
Notizie tratte nel 2007 dal sito del Comune.
Data compilazione scheda:
6/5/2007 – aggiornata febbraio 2014, marzo 2026
Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese


























