Sezzadio (AL) : Abbazia di Santa Giustina

sezzadio-abbazia santa giustina

Storia del sito:
Una leggenda riporta la narrazione della fondazione della primitiva chiesa di Santa Giustina in epoca longobarda e più precisamente la attribuisce al re Liutprando nel 722. Nei primi decenni dell’XI secolo il marchese aleramico Oberto ricostruì quasi completamente l’edificio sacro e diede vita ad una fondazione monastica affidata ai benedettini. La testimonianza di questo intervento edilizio ricostruttivo è contenuta non in un documento, ma nel pavimento a mosaico all’interno della cripta. “Otbertus marchio huius domus domini reparator et ornator” è scritto sul pavimento in tessere nere su fondo bianco. Affermazione riduttiva in quanto il marchese ricostruì sostanzialmente l’edificio dalle fondamenta.
Otberto morì nel 1047 e venne sepolto nella chiesa, che quindi venne eretta sicuramente prima di quella data. Dotata di molti beni dagli aleramici raggiunse il suo massimo splendore tra il XII e il XIII secolo. Nel XIV iniziò un lento declino. Nel 1434 l’abate Antonio Lanzavecchia chiedeva ed otteneva dalla S. Sede di affidare l’abbazia alla congregazione benedettina di S. Girolamo della Corvara.
Esperienza di breve durata, terminò infatti nel 1460, ma che fu causa di deturpanti interventi che alterarono gli originari caratteri altomedievali ottoniani dell’abbazia. L’ultimo abate regolare morì nel 1478 e da quell’anno fu affidata in commenda. Un secolo più tardi morì l’ultimo abate commendatario e passò agli abati di Sant’Ambrogio di Milano, che vi installarono una comunità di oblati.
Nel 1810 un decreto napoleonico pose fine alla fondazione monastica che, con le sue terre, venne ceduta gratuitamente ai veterani napoleonici.
In meno di cinque anni, fino alla restaurazione dei Savoia, che abolirono il provvedimento, gli edifici dell’abbazia subirono colpi durissimi. La chiesa fu tramezzata a metà della sua altezza e trasformata in stalla e granaio.
Nel 1863 fu acquistata dal senatore Angelo Frascara in un’asta dell’Economato Regio e i suoi discendenti si impegnarono in una vasta opera di restauro, con l’abbattimento di tutte le divisioni e le tramezzature interne.

Descrizione del sito:
Dell’originario complesso è rimasta la chiesa severa e semplice che conserva le linee romaniche del secolo XI, con il massiccio paramento in cotto dalle poche interruzioni in conci di pietra; pochissime le aperture sui lati, che sono tuttavia alleggerite come la facciata da una serie continua di archi binati, posti a coronamento delle pareti, i quali poggiano su lunghe lesene sottili che scendono fino a terra. Il marcato verticalismo riesce così a mitigare la notevole massa dell’edificio.
La facciata tripartita, originariamente a salienti, presenta nella zona centrale una torre, aggiunta nel primo trentennio del XV secolo, che occupa lo spazio corrispondente alla prima campata interna della navata centrale. Semplicissimo il portale, senza alcun ornamento in pietre e marmi. La pianta della chiesa è più a croce commissa, cioè nella forma di una T, che non a croce latina. Il transetto infatti sporge parecchio e direttamente sul suo lato orientale si innestano le tre absidi, che appaiono quasi come torri che emergono, cilindriche, dalla superficie piana della parete di fondo.
Anche la superficie delle absidi è caratterizzata dagli archetti ciechi e binati su lunghe lesene. L’abside centrale, sopra la serie degli archetti, è terminata da un doppio fregio in mattoni a dente di sega, mentre un fregio più semplice corre lungo gli absidi minori.
Nel XV secolo l’originaria copertura a capriate fu sostituita in parte da volte gotiche, provocando il rifacimento del coronamento della parete settentrionale che, in luogo di una cornice di mattoni a frangia, presenta tre grossi contrafforti quadrati, coronati da pinnacoli gotici in corrispondenza degli archi trasversali interni.
L’interno porta i segni della travagliata storia dell’abbazia. Sono infatti visibili le tracce delle tramezzature e più in generale la volumetria interna appare molto diversa da quella che doveva essere in origine.
PiantaLa chiesa è divisa in tre navate, le prime due campate conservano la copertura a capriate, le tre successive presentano volte a crociera con grossi costoloni gotici, impostati su semicolonne che si aggiungono ai preesistenti pilastri rettangolari. La differenza si spiega con il fatto che quando si eressero le volte si accorciò la chiesa, divenuta troppo grande per le esigenze di una comunità in declino numerico, isolando le prime due campate con un muro che attraversava tutta la lunghezza dell’edificio.
Il presbiterio dell’abside centrale risulta notevolmente rialzato e ad esso si accede mediante una scalinata dalla navata maggiore. Sulla volta dell’abside centrale affreschi del primo Quattrocento frammentari (Passione, Giudizio Universale, Cristo in mandorla).
Sui bracci del transetto nel corso di restauri furono demolite volte ottocentesche e ciò consentì il ritrovamento nel braccio settentrionale di una cornice di affreschi molto deteriorati subito sotto l’imposta delle capriate; è quanto rimane di una decorazione che si presume molto più vasta.
Compresa fra due fasce di greca prospettica, si snoda una serie di medaglioni contenenti alternativamente busti di santi e corone, separati da una serie di archi che poggiano su mensole, secondo un motivo iconografico paleocristiano.
La decorazione è eseguita con molta cura e con una non comune ricerca di pastosità e rilievo nella stesura dei colori bianchi, rossi e bruni.
Sotto al presbiterio si stende la cripta, alla quale si accede mediante una scala che dà sul braccio meridionale del transetto. Si tratta di un ambiente quadrangolare di sette metri per lato absidato, coperto da una serie di voltine a crociera che poggiano su sei colonnine – una poligonale, le altre cilindriche – senza base e con capitelli smussati semplicissimi e su semicolonne addossate alle pareti. Queste sono di particolare interesse perché si presentano scandite da una serie di archi ciechi su lesene che non giungono fino a terra, ma si impostano su un alto zoccolo. Il motivo ripete quello visto in uno degli ambienti della cripta della Sacra di san Michele.
Due monofore strombate si aprono nella curva absidale, mentre altre due si aprono sul lato opposto e danno sulla navata centrale ai lati della scala che sale al presbiterio. Il tipo di muratura della cripta, caratterizzato dall’impiego del cotto disposto a spinapesce, alternato a pietrame irregolare, sottolinea l’arcaicità di questa parte rispetto al corpo della chiesa, forse una parte della chiesa anteriore al Mille ricostruita da Otberto.

Il pavimento della cripta ospita un vasto mosaico, che si stende su quasi tutta l’area del locale, fatta eccezione per la zona absidale; al mosaico appartiene la scritta che indica in Otberto il “reparator et ornator” dell’antico edificio. Non vi sono raffigurazioni di figure antropomorfe o zoomorfe, ma solo disegni geometrici a tessere bianche e nere (primi decenni del XII secolo).

Informazioni:
Complesso di Villa Badia, tel.  0131 70.36.59 ; email: info@villabadia.com oppure  Comune tel. 0131 703 759

Links:
http://www.comune.sezzadio.al.gov.it/da_visitare

http://www.villabadia.com/Italia/Abbazia.asp

Bibliografia:
SCOLARI C.A., La chiesa abbaziale di S. Giustina di Sezzadio, Alessandria, 1983; AA.VV., Italia Romanica. La Val d’Aosta, la Liguria, il Piemonte, Milano, 1978; ROMANO G. (a cura di), Piemonte romanico, Torino, 1994

Fonti:
Immagini dai siti sopra indicati e dall’archivio GAT.

Data compilazione scheda:
30/11/2004 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – G. A. Torinese

sezzadio-abbazia santa giustina2

Mosaico

Cripta