Provincia di Alessandria

Serralunga di Crea (AL) : Santuario Madonna di Crea

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Storia del sito:
Probabilmente a Sant’Eusebio si deve l’origine della località: secondo la tradizione fu Arduino re d’Italia che volle che il luogo, agli inizi dell’XI secolo, avesse una chiesa, che probabilmente fu realizzata di dimensioni piuttosto ridotte, completata da un convento in cui si stabilirono i canonici agostiniani di Vezzolano (Asti). A loro successero, nel 1483, dopo una breve parentesi dei Serviti, i Monaci Lateranensi. È alla presenza di questi uomini di grande cultura e sensibilità artistica, oltreché di solida formazione religiosa, che si deve lo sviluppo di Crea, favorito anche dai Signori del Monferrato, i Paleologi. Scomparsa la dinastia dei Paleologi, il Monferrato passò nel 1536 ai Gonzaga e si arrivò alla ristrutturazione più massiccia che dette al complesso monumentale la definitiva impronta architettonica barocca. Il “Sacro Monte”, voluto da Costantino Massimo nel 1589, fu costruito nei pressi del santuario. In origine doveva avere quarantatre cappelle e diciassette romitori: il tutto fu ridotto a ventitre cappelle e cinque romitori, decorate con affreschi ed opere di artisti dell’epoca, tra cui il Moncalvo. La cappella dedicata alla Incoronazione di Maria Vergine, o del Paradiso, ha forma circolare e sorge sulla vetta del monte, sul luogo di un castello trecentesco chiamato “Castrum Cretae” da cui il nome di Crea.
Dopo aver subito saccheggi durante le scorrerie militari, nel 1801 il santuario fu devastato, nel 1809 chiesa e convento furono venduti all’incanto. Nel 1820 il santuario venne affidato ai Frati Minori Francescani che lo custodirono per 170 anni riportandolo, gradatamente, al suo primitivo splendore. Dal 1992 è affidato ai sacerdoti della diocesi di Casale Monferrato.
La CHIESA fu eretta in tre periodi diversi: la struttura eusebiana (IV secolo) era situata nella zona in cui ora c’è l’altare della Madonna di Crea, solo parzialmente rifatto nell’XI secolo; quella rinascimentale, realizzata su committenza di Guglielmo VIII Paleologo, mantiene il maggior numero di testimonianze, tra le quali spicca la CAPPELLA DI SANTA MARGHERITA, con affreschi narranti la storia della santa e rifiniti dai ritratti dei committenti, databili tra il 1474 e il 1484, anno della morte del marchese Guglielmo (gli affreschi furono restaurati nel 1968); infine l’ampliamento barocco, dal 1608 al 1612 con l’aggiunta dell’ultima campata e la costruzione della grandiosa facciata.
Un interessante affresco del 1470 circa è rimasto celato per oltre tre secoli dietro una grande tela seicentesca posta al di sopra dell’altare maggiore e rappresenta l’Ascensione della Vergine con ai lati Apostoli e i Donatori. È la più antica rappresentazione del marchese Guglielmo VIII, rappresentato inginocchiato e di profilo con il fratello cardinale Teodoro.
Il Campanile della chiesa fu rimaneggiato e soprelevato nel 1929.
Il CONVENTO con il suo chiostro risale al secolo XIII. Dopo aver subito molte trasformazioni edilizie è stato soppresso tre volte: nel 1798 ad istanza del re Carlo Emanuele IV, poi nel 1801 dal governo francese al tempo di Napoleone e infine nel 1866 dal governo italiano. Nel corso di queste vicende fu in parte demolito e andarono disperse opere d’arte, suppellettili, arredi, biblioteca e archivio. Riacquistato e restaurato più volte da laici e vescovi di Casale, ritornò definitivamente in possesso della diocesi. Il convento sorge a est della Chiesa, in prosecuzione del suo asse longitudinale. Il complesso è stato restaurato nel 1995.

Descrizione del sito:
La CHIESA ha una grandiosa facciata a portico dall’aspetto barocco, con un mosaico che rappresenta l’Assunta del 1953. L’interno, a tre navate con archi ogivali e volte a crociera cordonate, conserva reperti romanici venuti alla luce recentemente e posizionati nei primi pilastri della navata.
La CAPPELLA DI SANTA MARGHERITA, a destra dell’altare maggiore, monumento nazionale per gli splendidi AFFRESCHI del ‘400, ha una volta con gli affreschi dei quattro dottori della chiesa; sopra l’altare un trittico con la Madonna col Bambino in grembo, angeli musicanti e i santi Margherita, Pietro, Paolo e Agostino. A sinistra i ritratti di Guglielmo VIII e di tre suoi consiglieri; a destra i ritratti della sua terza consorte, Bernarda di Brosse e delle figlie Giovanna e Bianca. Nelle pareti laterali della cappella le scene affrescate rappresentano la vita e il martirio di santa Margherita d’Alessandria. Dopo varie incertezze attributive, il cosiddetto “Maestro di Crea” è probabilmente identificabile con un pittore della cerchia del periodo iniziale di Giovanni Martino Spanzotti, il padre Pietro o il fratello Francesco.
Nella suggestiva e antichissima cappella della Madonna, a sinistra dell’altare maggiore, costruita secondo la tradizione sul luogo di preghiera di sant’Eusebio, all’interno della nicchia centrale, è collocata una piccola statua in legno di cedro che il tempo ha inscurito, da cui il nome di Madonna Bruna di Crea. La Vergine é seduta e tiene il Bambino, seduto sulle sue ginocchia. Un ricco manto ricopre il gruppo scultoreo. Probabilmente risale al XIV secolo ed è stata restaurata nel 1981.
A Macrino D’Alba è attribuita con certezza la pittura su TAVOLA raffigurante la Madonna in Trono col bambino in grembo e i santi Giovanni Battista, Giacomo apostolo, Agostino e Gerolamo, datata 1503.
Il CHIOSTRO dell’antico convento mostra eleganza ritmica nelle arcate sostenute da colonne con capitelli rinascimentali e per altri lati da pilastri. La recente chiusura degli archi con vetrate ha trasformato il chiostro in uno spazio funzionale.

Descrizione del materiale non esposto:
Nel Tesoro del santuario sono conservate, le piccole tavole (cm 15 x 19) eseguite da Macrino d’Alba raffiguranti Guglielmo IX Paleologo e il bellissimo ritratto della moglie Anna d’Alençon, recentemente restaurati, non esposte a causa della loro fragilità.

Informazioni:
Santuario tel.  0142 940109 / 0142 940202

Links:
http://www.santuari.it/crea/crea.htm

http://www.parcocrea.it

http://it.wikipedia.org/wiki/Maestro_della_Cappella_di_Santa_Margherita_a_Crea

Bibliografia:
A. CASTELLI, D. ROGGERO, Un santuario mariano, il Sacro Monte di Crea, Edizione Sant’Evasio, Casale Monferrato AL, 2000

Fonti:
Immagini dai siti citati e dall’archivio GAT.

Data compilazione scheda:
17/2/2007 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Rosignano Monferrato (AL) : Chiesa di Sant’Antonio Abate

Storia del sito:
Attestata già nel 1295 col titolo di san Giovanni Battista, poi san Giovanni Evangelista, assunse l’attuale intestazione soltanto all’inizio del XIX secolo. È la chiesa più antica di Rosignano, dopo che la pieve di san Vittore, risalente all’XI, secolo cadde in rovina anche a causa delle guerre del XVI secolo.
Citata in vari documenti, fu parrocchiale dal 1555 al 1653. Dal XIII secolo chiesa cimiteriale e sede della confraternita dei disciplinanti di Sant’Antonio Abate.

Descrizione del sito:
La chiesa presenta la particolarità di avere una doppia facciata. Esternamente vi è la facciata più recente (forse anteriore al 1660), più povera e semplice, con quattro lesene poco aggettanti che scandiscono il piano e sostengono un alto e imponente frontone. All’interno, a circa 4 m dall’ingresso, ci si trova di fronte a un’altra facciata, un piccolo gioiello in stile romanico, in cotto e arenaria.
Nelle pareti laterali gli estremi est e ovest sono più recenti. Sul fianco sinistro vi sono avanzi della costruzione romanica, datata al 1140: una monofora tamponata, con stipiti e archivolto monolitici di arenaria e una mensola che probabilmente reggeva archetti pensili. La parete presenta muratura policroma, che evidenzia varie fasi di edificazione: zoccolo in mattoni, parte mediana in conci di pietra da cantoni di buon taglio, parte superiore in pietra da cantoni e mattoni disposti irregolarmente.
Nello spazio compreso tra le due facciate, sulla destra, si trovava l’ossario, limitato da una parete traforata a mattoni ricurvi, ora tamponata.
L’ingresso nell’aula avviene attraverso la base dell’antico campanile emergente al centro della prima facciata, databile tra il XII e il XIII secolo.
L’interno è a navata unica con pianta longitudinale irregolare. La copertura è tarda, costituita da volte a spigoli eccetto la campata est, più recente, a costoloni. E’ stato rinvenuto un unico elemento scultoreo: un grosso blocco di pietra da cantoni, al centro del quale sporgono due volti umani grotteschi e rozzi. Il pavimento è in cotto, con botole di accesso ai sepolcri sotterranei.
Sulla parete destra vi sono frammenti di AFFRESCHI, probabilmente del XII e XVI secolo: i santi Pietro e Giacomo identificati da scritte; un santo vescovo e un santo togato di epoca più tarda; nell’intradosso di un arco un santo incoronato; all’esterno dell’arco, su un pilastro, un Cristo di Passione. All’esterno di un arco appartenente alla vecchia facciata, vi è un tondo con testa di Cristo molto consunta. Sulla parete c’è un altro dipinto murale più recente, raffigurante un giovane santo (Giovanni?) entro un arco classico con sfondo vegetale e scene di caccia.

Informazioni:
La chiesa è in Piazza Sant’Antonio vicino alla Parrocchiale.
Comune tel. 0142 489009 ; email:  info@comune.rosignanomonferrato.al.it

Links:
http://www.comune.rosignanomonferrato.al.it/ComSchedaTem.asp?Id=6085

http://www.Marchesi del Monferrato.com

Bibliografia:
Cappellaro C., Rosignano Monferrato. Delle cose sulla storia , Ediz. dell’Orso, 1984

Fonti:
Notizie in parte ricavate dai siti sopra citati.  Immagine da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Rosignano_Monferrato-chiesa_sant%27antonio.jpg

Data compilazione scheda:
12 luglio 2012 – aggiornamento febbraio 2014 – maggio 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Tortona – Rivalta Scrivia (AL) : Abbazia

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Storia del sito:
Esisteva già in quella località una chiesa dedicata a S. Giovanni, con una piccola comunità monastica documentata fin dal 1151. In quell’anno il vescovo di Tortona Guglielmo faceva dono a Guido, priore della chiesa di Rivalta, del luogo di Goide dove l’anno precedente si era insediata una piccola comunità di tre frates guidati da un sacerdote chiamato Bartolomeo, su un terreno donato da Guglielmo de Sala e dalla moglie Zusiana, per costruirvi un oratorio.
Fu il dominus Ascherio, un laico datosi alla vita comunitaria, a far crescere la piccola comunità monastica composta in questa fase iniziale sia da laici sia da religiosi. Nel 1153 compare nei documenti come agente della chiesa di San Giovanni, mentre dal 1155 acquisisce il titolo di abbas.
Negli anni tra il 1155 e il 1165, approfittando della crisi politico-sociale provocata a Tortona dalle vicende legate alla lotta del comune contro l’imperatore Federico I Barbarossa e i suoi alleati, la comunità rivaltese rafforzò la base fondiaria della comunità acquisendo molti terreni intorno al monastero. Lo sviluppo notevole della comunità impose ad Ascherio di aggregare il monastero rivaltese al potente ordine cistercense.
Le origini dell’abbazia di Rivalta Scrivia risalgono quindi al 16 gennaio 1180, quando Folco, abate dell’abbazia cistercense di Lucedio, nel vercellese, promise ad Oberto, vescovo di Tortona, di facere ecclesiam de Ripa alta abbatiam del proprio ordine e di rispettare i diritti della chiesa tortonese.
L’inizio dei lavori di questo cantiere cistercense di Rivalta Scrivia è circoscrivibile tra gli anni 1180 e 1183 per volere dell’abate Ascherio: è infatti in quest’ultimo anno che è indicata per la prima volta la dedicazione a Maria per il monastero. Oratorium e ambiente monastico crescevano attorno al chiostro con uno sviluppo “ad quadratum, con una giustapposizione progressiva di diversi blocchi di lavori.
L’abbazia cistercense di Rivalta Scrivia è stato il fulcro di uno di quei centri definiti “grange”, vocabolo francese di derivazione latina “granico o granea” con riferimento specifico a un edificio in cui si conserva il raccolto. Nell’estensione della parola, “grange” assume il significato di complesso di costruzioni di un’azienda rurale con terreni annessi.
Nel XIV secolo il cenobio rivaltese iniziò un lento declino morale ed economico dovuto soprattutto alle difficili condizioni economiche generali (carestie, pestilenze), alle lotte politiche che coinvolsero il tortonese e al cambio frequente degli abati.
L’abbazia fu concessa in commenda nel 1478 da papa Sisto IV a Guidone de Torelli, chierico di Parma e notaio apostolico, a cui succedette nel 1494 Antonio Galeazzo Bentivoglio e nel 1504 Bernardino Bottigelli. Nel 1523 ne era abate commendatario Ottobono Fieschi. I primi anni del XVI secolo furono caratterizzati dal continuo passaggio di eserciti e da diverse pestilenze che impoverirono drammaticamente tutto il tortonese e il monastero rivaltese.
Con bolla del 12 novembre 1538 papa Paolo III unì l’abbazia di Rivalta alla Congregazione cassinese di S. Giustina, consegnando il monastero ai monaci di S. Nicolò del Boschetto di Genova. Il 30 gennaio 1546 i monaci benedettini del Boschetto, succeduti ai cistercensi nella proprietà del monastero rivaltese, vendettero la maggior parte dei terreni di Rivalta al marchese genovese Adamo Centurione. L’abbazia divenne chiesa parrocchiale alla metà del XVI secolo e i monaci benedettini abbandonarono il monastero alla fine del XVII secolo, lasciando un parroco secolare a mantenere la cura delle anime, sempre nominato dall’abate dei S. Nicolò di Genova fino ai primi anni del XIX secolo, quando le leggi napoleoniche soppressero tutti i monasteri piemontesi e liguri.
Gli antichi beni del monastero passarono da Adamo Centurione ad Antonio Carcassola di Milano nel 1558. Nel 1651 Ottavio Carcassola vendette Rivalta al senatore Casnedi di Como, che a sua volta la rivendette nel 1653 al genovese Agostino Airoli. Il nuovo proprietario nel 1654 fu investito del feudo di Rivalta con il titolo di marchese e iniziò la costruzione di una residenza nobiliare utilizzando anche parte del monastero medievale (l’ala dei conversi). Inoltre, dato che la chiesa abbaziale era addossata a detta residenza, l’Airoli propose ai monaci e al Vescovo di Tortona di potersi scostare dalla chiesa “che soffoca una parte del Palazzo”, demolendone alcune campate e “farci piazza, con rimodernare la restante”, per adibirla ad oratorio parrocchiale. Come risulta da una pianta di Rivalta del 1687, la facciata fu così abbattuta e la chiesa fu ridotta da quattro a tre campate. In seguito furono feudatari di Rivalta Giovanni Battista Airoli dal 1682 al 1684 e Camillo Spinola dal 1693 al 1695. Dal 1707 la vasta tenuta fu acquisita nuovamente dai Carcassola e a partire dal 1734 divenne proprietà dei Castellani-Varzi di Alessandria. A partire dal 1879 la vasta tenuta iniziò ad essere frazionata in diverse cascine, mentre lungo la nuova strada sabauda (edificata intorno al 1820) sorgeva l’attuale centro abitato di Rivalta Scrivia.

Descrizione del sito:
La chiesa presenta all’esterno una certa uniformità, nonostante sia mancante l’intera prima campata; la zona absidale, con l’abside affiancata da due cappelle per lato, è coperta con volte a botte ad arco acuto, sul cui transetto poggiano sostegni per la ricca decorazione dei capitelli; la sacrestia, già menzionata nel 1203, rappresenta un primo esempio di cella bi-modulare del corpo di fabbrica dedicato ai monaci: è un vano rettangolare diviso da due campate quadrate coperte da volte a crociera, segnate da costoloni con il calpestio in cotto ed una monofora aperta sul lato est del monastero.
Dalla stessa parte sono stati realizzati due vani sotterranei. coperti da volte a botte e che ricevono luce e aria da due bocche di lupo aperte sugli orti: dove erano probabilmente conservati “vinum, caseos bonos, sive formagias e zuncatas (ricotta)” prodotti in quegli anni dal monastero. Il campanile, a forma di torre a pianta quadrilatera, s’innalza all’intersezione del transetto. Le tre campate, che in origine erano quattro, sono divise tra loro da un alternarsi di pilastri forti e pilastri deboli, questi ultimi di forma circolare in mattoni con semplici capitelli in pietra che fanno da contraltare ai primi, costituiti da varie forme di pilastri ottagoni che dividono la prima dalla seconda campata e che oggi sono inglobati nella facciata della chiesa.
A pianta rigidamente rettilinea, che rispecchia il lucidus ordo mentale di san Bernardo di Clairvaux, la chiesa misura 40 metri di lunghezza e 16 di larghezza: ha tre navate di tipo basilicale. Nel braccio destro del transetto sale ancora un’antica scala a due rampe secondo uno schema piuttosto raro. L’abside ha forma rettangolare che conferma come tutto l’edificio si ispiri ad uno spirito di austerità. L’interno è caratterizzato da un’alternanza di mattone e pietra, di sostegni forti e di snelle colonne cilindriche: nell’insieme presenta una commistione tra elementi costruttivi locali (i tipici cornicioni in cotto lombardi), la concezione stilistica cistercense (la pianta ispirata ad una ferrea logica di tipo matematico) ed elementi propri della cultura borgognona (le cadenze decorative e strutturali). Questi dati, che la rendono straordinariamente simile all’abbazia di Santa Maria di Casanova presso Carmagnola, fanno di Rivalta anche uno dei più interessanti esempi del cosiddetto “Stile di Transizione”, che prepara per alcuni motivi lo stile gotico, ma che offre anche un notevole impiego di caratteri romanici. A fianco della chiesa è da notare anche un edificio risalente alla metà del Seicento, con impianto a loggiati sovrapposti: è il palazzo voluto dal patrizio genovese Agostino Airoli, uno dei molti proprietari succedutisi dopo la crisi economica del convento.
Già alla fine del XII secolo doveva aver preso forma l’ala dei conversi, parallela a quella dei monaci sul lato opposto del chiostro, e collegata alla chiesa con un accesso posto nella prima campata della chiesa. In quest’ala si sviluppavano il cellier (farmacia, magazzino, ecc.), il dormitorio, il refettorio e gli altri locali di servizio. Oggi sopravvive solo il cellier, sala divisa da cinque serie di campate, coperta da volte in mattone ad anelli concentrici, forse seicentesche. Intorno al nucleo del monastero furono costruiti i laboratori dei conversi, gli edifici dell’economato e gli ambienti per la ricezione dei “forestieri” e per l’assistenza dei poveri e dei malati. Del monastero oggi sopravvive solo la sala capitolare, che prendeva luce dal chiostro per mezzo di due trifore a colonnette binate con capitelli a fogliame. La sala è suddivisa in nove campate coperte da volte a crociera archiacute munite di ogive poggianti su quattro snelle colonne lapidee.
Seguendo la rigida regola di S. Bernardo, che rifiutava il superfluo dell’arte pittorica e scultorea, momenti di distrazione dalla meditazione e dalla preghiera, l’edificio in origine non presentava nessun inserimento pittorico. Solo a partire dalla seconda metà del XV secolo, quando ormai le vicende del monastero avevano determinato un declino delle risorse e dei rigori spirituali del passato, il manufatto architettonico accoglie un ricco apparato pittorico ad affresco che si sviluppa sui pilastri, lungo le pareti, ad ornamento di alcuni altari. Gli interventi pittorici, intrapresi alla metà del Quattrocento, proseguirono per tutto il secolo sino a giungere probabilmente agli inizi di quello successivo. Uno straordinario corpus di pitture che comprende ben 34 raffigurazioni di santi e viene prodotto nell’arco di pochi decenni, dal 1460 circa fino alla fine del secolo: un patrimonio che solo un restauro degli anni 1942-43 ha riportato alla luce e che riveste un grande interesse sotto il profilo della storia artistica di questo territorio.
Una matrice ancora tardo-gotica, rivolta al valore decorativo, è presente negli affreschi più antichi (quelli visibili sulla parete di fondo dell’abside ed alcuni sul primo pilastro destro), mentre una volontà improntata ad un più preciso realismo di forme si osserva nelle figurazioni con santi distribuite sui pilastri della chiesa e nelle cappelle del transetto di destra. Accanto all’operare di frescanti anonimi, emerge certa la presenza di Franceschino Boxilio.
Franceschino (documentato dal 1481 al 1513) firma due affreschi nell’abbazia di Rivalta: il “san Cristoforo”, datato 1497, sul quarto pilastro destro della navata centrale e la “Madonna con Bambino e donatore certosino” (circa 1490) sul pilastro della seconda cappella a destra del presbiterio. A lui sono attribuiti da parte della critica anche gli “affreschi con santi” delle due cappelle a destra del transetto, e la “Lactatio Virginia” . La Vergine, sotto gli occhi di Sant’Apollonia, fissa uno sguardo trasognato negli occhi di chi guarda la scena da fuori del quadro; il bambino appoggiato sul braccio materno ha una rondine sulla mano sinistra. E il getto di latte sprizza diritto dal petto della donna fino a raggiungere le labbra di un san Bernardo inginocchiato e per nulla sorpreso dall’evento.
Il rifacimento delle coperture della chiesa abbaziale si è concluso nel dicembre 2000, mentre nel 1999 con il contributo dei fondi messi a disposizione dallo Stato in occasione del Giubileo 2000 è stato recuperato tutto il monastero, compresa la sala capitolare e la vasta galleria posta al primo piano, risalente al periodo Benedettino.

Informazioni:
Parrocchia 0131817150 – 339.9172442  Dal 1996 è operante il Comitato di “Amici dell’abbazia di Santa Maria”. L’Abbazia  è sita nella frazione Rivalta Scrivia.

Links:
http://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Maria_di_Rivalta

www.comun.tortona.al.it

 Bibliografia:
AA.VV., Scripta manent. Le pagine della memoria, Biblioteca Civica di Tortona, 2001.
Dal 1996 è operante il Comitato di “Amici dell’abbazia di Santa Maria”, presieduto dallo storico locale Fausto Miotti, autore dei pannelli esposti all’interno dell’abbazia, che ripercorrono le vicende storiche ed edilizie degli ambienti monastici. La scheda riassume questi studi.
Miotti F., Denegri P., L’Abbazia cistercense di Santa Maria di Rivalta Scrivia, Tortona, 2006

Fonti:
Fotografie tratte dai siti sopra indicati e dall’archivio GAT.

Data compilazione scheda:
10/11/2005 – aggiornamento febbraio 2014 – maggio 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – G. A. Torinese

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Prasco (AL) : Chiesa cimiteriale/pieve dei “SS. Nazario e Celso” e Castello

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Storia e descrizione dei siti:
L’attuale CHIESA CIMITERIALE, INTITOLATA AI SANTI NAZARIO E CELSO, ha una storia, millenaria. Non è, al momento, storicamente comprovabile che fosse una pieve, però sussistono numerosi documenti che rendono l’ipotesi verosimile. In questo caso essa potrebbe identificarsi con la pieve di Caramagna, che viene citata molte volte dalle fonti medievali. La chiesa ebbe vita fiorente per circa cinque secoli, dal 1000 al 1500, quando pare fosse intitolata al solo san Nazario. In seguito, la costruzione della chiesa parrocchiale nelle vicinanze del castello e le tremende pestilenze dell’epoca la ridussero all’esclusiva funzione di chiesa cimiteriale e di lazzaretto. È in questo periodo, probabilmente, che alla dedicazione originaria si aggiunse il nome di san Celso e la doppia intitolazione venne poi assunta anche dalla nuova parrocchiale.
In origine l’edificio era a campata unica, con transetto a tre absidi. Divenuta, nell’800, proprietà comunale, la chiesa è stata oggetto durante il ‘900 di numerose operazioni di restauro, tra le quali l’eliminazione dell’abside destra. Il tetto è stato più volte ripristinato e quindi interamente rifatto in castagno con cassonatura a vista di abete. L’originaria pavimentazione in pietra di vena locale è stata sostituita da un pavimento in cotto. Nel 1958 venne deturpata all’esterno dalla costruzione di alcuni colombari e, in facciata, dall’aggiunta di due cappelle simmetriche.
L’abside di sinistra rimane integro e conserva ancora la luce romanica. La facciata a capanna è sormontata da un piccolo campanile a vela (rifatto nel ‘700). La struttura muraria è estremamente povera e priva di elementi decorativi. Solo il portale, le monofore e le absidi sono in pietra lavorata a scalpello.

Il CASTELLO risale al XII secolo, sede dei feudatari del luogo, è documentato a partire dal 1192, anno in cui risulta già costruito e luogo di esercizio di funzione pubblica.
Nel 1827 il conte Ferdinando Piuma intraprese il restauro ed il rifacimento della parte del castello destinata ad uso abitativo padronale.
Il complesso edilizio consente di identificare gli spazi un tempo riservati all’abitazione dei feudatari e quelli destinati invece alla funzione pubblica di governo, di esercizio della giurisdizione e di difesa, come la sala d’armi, la soprastante sala delle udienze e la sovrapposta loggia della guardia. Questi ambienti sono dotati di autonomi accessi costituiti da un portone esterno con affaccio sulla piazza della Chiesa e da una autonoma scala. Il castello consta di un corpo centrale con tre torrioni addossati. La costruzione principale si erge su un ampio terrapieno, è dotata di tre cortili oggi tenuti a prato e si eleva sulla strada con una cinta muraria alta dagli otto ai dodici metri circa.

Descrizione dei ritrovamenti:
Presso il cimitero è stato scoperto un insediamento abitativo di età romana, afferente al territorio di Aquae Statiellae. L’edificio comprende due corpi di fabbrica collegati da un passaggio e suddivisi all’interno da vani allineati, in parte destinati ad attività artigianali, rivelate dalla presenza di scorie, e affacciati su un cortile con pozzo coperto. La prima fase costruttiva è del I sec d.C., la seconda del IV-V secolo.

Informazioni:
La  pieve dei SS. Nazario e Celso,  è sita nel cimitero, a nord dell’abitato, sulla Strada Provinciale 206 (non è da confondere con la Parrocchiale dal medesimo titolo, nel centro storico.)

Il castello si trova nel centro storico.  Comune tel. 0144 375703 /0144 375628

Links:
http://www.comune.prasco.al.it/

http://www.marchesimonferrato.com

Bibliografia:
FERRARO C., Prasco e il suo castello: memorie storiche, cronache e documenti inediti, Dell’Orso, Alessandria 1996

Fonti:
Notizie e fotografie dai siti sopra citati.

Data compilazione scheda:
22 novembre 2011 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Pontecurone (AL) : Torre Civica

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Storia del sito:
Pontecurone si trova sulla sponda sinistra del torrente Curone (da cui il nome), ai confini con la provincia di Pavia. Le prime popolazioni che iniziarono a stabilirsi nella zona furono alcuni gruppi di liguri e gallo-boi. Alla fine del II sec. Roma estese su tutto il territorio il proprio dominio: il primo nucleo abitato di Pontecurone si può dare per certo già in epoca augustea con il rifiorire della Via Postumia (collegava Piacenza a Genova passando per Voghera, Tortona e Libarna), nelle vicinanze dell’importante guado sul Curone, grazie al ritrovamento di numerose monete di quell’epoca nel territorio.
La romanità del borgo è inoltre confermata dal suo stesso impianto urbano tracciato con grande regolarità quasi a scacchiera con il cardo massimo che si interseca con il decumano nel punto in cui poi si formò la piazza principale che fronteggia la TORRE CIVICA.

Pontecurone_impianto_quadratoPochi anni prima del Mille (nel 962) Ottone I donò al monastero pavese di San Pietro in Ciel d’Oro alcuni possedimenti tra i quali anche la località Ponte Coironum: è questa la prima testimonianza scritta dell’esistenza di Pontecurone. Nel 1155 Federico Barbarossa discese in Italia, assediò Tortona e, sapendo che la città si sarebbe dovuta arrendere per la sete, si ritirò, in attesa, a Pontecurone che in quel tempo faceva parte del comitato di Tortona. Tortona prima, e Pontecurone poi, furono distrutte e il Barbarossa prima di lasciare queste terre ordinò – secondo una tradizione locale – che in Pontecurone fosse costruito un palazzo imperiale in memoria sua e delle sue vittorie: a questo palazzo apparterrebbe una finestra gotica ancora superstite. Pontecurone è nell’elenco delle località sottratte a Tortona dal Barbarossa e poi restituiti alla città nel 1164. Nel corso del Trecento il borgo venne fortificato dai Visconti e nel 1482 entrò a far parte dei territori degli Sforza per poi passare sotto il controllo di Giacomo Medici. Gli ultimi feudatari furono gli Spinola di Los Balsassos; il feudo di Pontecurone fu quindi venduto nel 1668. Da questo momento in poi la storia di Pontecurone seguì quella del territorio circostante.

Descrizione dei sitio:
TORRE CIVICA. A pianta quadrata in mattoni a vista, è di origine non del tutto accertata: secondo alcuni avanzo del duecentesco castello, per altri fatta costruire da Gian Galeazzo Visconti nel 1392 insieme ad altre fortificazioni per meglio difendere Voghera. Venne modificata nella copertura e con l’inserimento dell’orologio.

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 Altri resti medievali in Pontecurone sono i seguenti.
FINESTRA GOTICA. Si trova in Via Emilia al n° 21. Presenta ricche decorazioni in cotto simili a quelle del portale della chiesa di Santa Maria. È conosciuta come finestra del Barbarossa.

CROCE DELL’ORDINE MALTESE. Si trova in Via Emilia al n° 132 e indica il luogo dove, grazie ad un lascito del 1210, fu costruito un ricovero per pellegrini e malati. La presenza di un ospizio per viandanti a Pontecurone conferma il passaggio dal paese di pellegrini che si recavano a Roma.

Informazioni:
La Torre è in Piazza Matteotti, gli altri resti medievali in Via Emilia.  Comune, tel. 0131 8852

Link:
http://www.comune.pontecurone.al.it/

Bibliografia:
F. BERNINI, Pontecurone dal borgo al paese, Ediz. Oltrepò, Voghera PV, 1993

Fonti:
Notizie tratte dal sito del Comune di Pontecurone.

Data compilazione scheda:
6/5/2007 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Pontecurone (AL) : Chiesa di Santa Maria Assunta

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Storia del sito:
Il primo documento che attesta l’esistenza di una pieve in Pontecurone è un catalogo delle Pievi della diocesi Tortonese del 1175, ma l’esistenza del paese di Pontecurone, citato in un documento del 958, può ragionevolmente far pensare alla presenza di una pieve anche in epoca precedente. Edificata probabilmente nel X secolo, trovandosi nei pressi della Via Postumia, divenne una delle tappe dei pellegrinaggi verso Roma, la Terra Santa e San Giacomo di Compostela. L’ospedale gerosolimitano di S. Pietro, a partire dal 1210, fungeva da luogo di ricovero per gli infermi e da albergo per i viandanti.
L’edificio attuale della chiesa di Santa Maria, di stile romano-gotico, in mattoni a vista, risale al XIII-XIV sec. Sono di epoca diversa il campanile costruito nel 1600 ed alcune parti interne della chiesa in stile Barocco. In origine il tetto era in legno a capriate: le volte furono costruite in un periodo successivo e con il loro peso fecero crollare i muri che dovettero essere rifatti. Importanti restauri interni furono realizzati tra il 1929 e il 1938; tra il 1968 e il 1981 fu attuato anche il restauro della decorazione ad affresco.
Le pitture all’interno sono numerose. Ci sono molti affreschi sulle pareti e sui pilastri, tre affreschi trasferiti su pannello, alcune tele e le vetrate. Nella parete destra del presbiterio si apre una porta che conduce ad un’antica Cappella (su cui poi, alla fine del Cinquecento, è stato edificato il campanile) nella quale si trova lo strato più antico della decorazione ad affresco di tutta la chiesa risalente con ogni probabilità alla metà del Quattrocento.

Descrizione del sito:
I numerosi interventi subiti nel corso del tempo sono testimoniati dall’uso di mattoni di colore diverso. L’edificio presenta una facciata a capanna scandita da quattro contrafforti salienti sulla quale si apre un portale gotico cuspidato e contornato da ricchi elementi decorativi in cotto con motivi geometrici e floreali. Il portale è sormontato da un rosone attorno al quale ruota il simbolo cristiano della vite (entrambi aggiunti nel XV secolo) mentre ai lati si aprono due finestre monofore.
Oggi l’interno della chiesa si presenta a tre navate divise da cinque pilastri cruciformi: quelle laterali sono chiuse da due pareti rettilinee mentre quella centrale termina in un presbiterio quadrangolare voltato a crociera.
I numerosi AFFRESCHI risentono della cultura lombarda, dato che Pontecurone fu per tutto il XV secolo sotto il diretto controllo politico del Ducato di Milano. La controfacciata presenta una serie di scene tratte dalla vita dei Santi: I Miracoli di San Pietro Martire (1460 circa), opera di un anonimo pittore lombardo, si trovano sulla sinistra. Sempre di area lombarda sono gli affreschi dipinti sulla parete individuata dalla prima crociera della navata sinistra dov’è rappresentata una grande Crocifissione sormontata da una lunetta con l’Annunciazione mentre al di sotto è raffigurato San Francesco che riceve le stimmate.
Riferibili ad un ambito locale sono i numerosi affreschi attribuibili a Manfredino Boxilio e agli altri due esponenti della scuola pittorica tortonese il fratello più giovane Franceschino e Quirico da Tortona che operarono certamente a più riprese sulle pareti di S. Maria Assunta nell’ultimo quarto del XV e anche agli inizi del XVI secolo. Il primo intervento di Manfredino Boxilio (1470 circa) va individuato nel trittico Madonna col Bambino e i Santi Biagio e Apollonia nella terza campata di destra; è autore anche di un Sant’Agostino nell’abside.
Sulla destra della parete d’ingresso si trova il dittico raffigurante a mezzo busto La Vergine con il Bambino e San Biagio che è stato attribuito dalla critica più recente a Quirico da Tortona mettendo in relazione il dittico di Pontecurone anche con l’affresco Madonna e Santi della Pieve di Volpedo.
Agli inizi del XVII secolo la chiesa fu arricchita da altari e decorazioni manieristiche e barocche come la Resurrezione; i Misteri del Rosario e un’Annunciazione (1610), una Crocifissione con la Vergine, Maddalena e San Giovanni.

Informazioni:
Parrocchia di S. Maria Assunta, V. Roma, 22 . tel. 0131 887044.

Links:
http://www.comune.pontecurone.al.it/ComSchedaTem.asp?Id=6029

Bibliografia:
M. GALLI, P. DENEGRI, F. MIOTTI, La pittura a Pontecurone tra XV e XVIII secolo, Ediz. Oltrepò, Voghera PV, 1996

Fonti:
Notizie tratte dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
6/5/2007 – aggiornata febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Pecetto di Valenza (AL) : resti romani e medievali

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Storia e descrizione del sito:
Pecetto è l’antica Pecetum Valentinum di origine romana. Gli scavi archeologici ne hanno confermato l’importanza. In località Pellizzari anni or sono è stato ritrovato a discreta profondità il selciato di una strada romana, diramazione forse della via Giulia che da Asti portava a Valenza. Scavi recenti hanno accertato la presenza di un insediamento rurale di notevoli dimensioni risalente al I – II secolo, di cui rimangono le fondazioni e frammenti di intonaci dipinti. A sud-ovest di questo impianto è emerso un sepolcreto tardoantico, databile tra il V e il VII secolo.
Dei secoli successivi all’età romana ben poco si conosce con certezza e per quanto si riferisce al periodo precedente il Mille, vi sono documentate testimonianze di insediamenti longobardi. Di grande interesse storico sono le tombe rinvenute durante lavori agricoli: si tratta di sepolture in laterizio di recupero da precedenti strutture romane, raggruppate in necropoli e disposte secondo uno schema ben preciso. Verso il Mille, quando gli Aleramici fondarono la marca del Monferrato, fu compreso anche Pecetto nel feudo del potente marchesato.
Si sa per che l’Imperatore Enrico IV nel 1063 lo donò al vescovo di Vercelli, che lo cedette in feudo ai marchesi di Occimiano. Nel 1064 Pecetto era una cittadella circondata da una corona di mura, che raddoppiava all’altezza della rocca, punto più elevato, adibito a fortezza e osservatorio. Il castello viene citato in una bolla dell’aprile 1223 con la quale Federico II, imperatore e re di Sicilia, concede privilegi a Guglielmo di Monferrato. Nella seconda metà del XIII secolo le lotte violente tra guelfi e ghibellini sconvolgevano l’Italia, le rappresaglie si susseguivano e i passaggi da signoria a signoria si successero improvvisi. Il marchese del Monferrato nel 1289 si era impadronito di Alessandria e Tortona, i Visconti, patroni dei ghibellini, cercarono di paralizzarne il potere ma egli riuscì a occupare nuovamente Pecetto, Valenza e poi Casale.
Durante la guerra franco-spagnola, nel giorno del Corpus Domini del 1557, il castello venne distrutto, come risulta da documenti conservati nell’archivio parrocchiale. Oggi rimangono solo le fondazioni di una torre di guardia che, dopo un pregevole lavoro di consolidamento e di messa in sicurezza, sono ridiventate fruibili. Vi si accede da una scala che parte sul retro del Municipio e lassù si può godere del piccolo orto botanico di specie vegetali autoctone e piante officinali, oppure della base per astrofili che vi è stata allestita.

Luogo di custodia dei materiali:
Alcuni reperti sono esposti al Museo di Antichità (Archeologico) di Torino.

Informazioni:
Nella parte alta dell’abitato, nei pressi del Municipio e delle scuole.  Comune tel. 0131 940121

Link:
http://www.comune.pecettodivalenza.al.it/

Fonti:
Notizie e fotografia dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
29/11/2011 – revisione febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Pasturana (AL) : Pieve di San Martino

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Storia e descrizione del sito:
La primitiva chiesa plebana, dedicata a S. Martino, vescovo di Tours, fu costruita in età longobarda; subì, nel tempo, sostanziali modifiche funzionali ed architettoniche. In età carolina divenne sede di insediamento monastico benedettino: l’estensione dei fabbricati e l’ampiezza dei possedimenti agrari fanno ipotizzare la presenza di circa 200 monaci. Tutto il territorio di Pasturana, unitamente a Novi L., Fresonara ed altri, fu donato dall’imperatore Ottone I e da sua moglie Adelaide al monastero di S. Salvatore di Pavia, intorno al 970. Con la decadenza e l’abbattimento del convento, avvenuti dopo il X secolo, il centro urbano e di culto si spostarono a ovest dove vennero erette nuove chiese. Nell’antica area conventuale rimase unicamente la piccola chiesa: si trattava probabilmente del battistero, come indicherebbero le arcate laterali attraverso le quali si accedeva ad una struttura più ampia.
La chiesa plebana di Pasturana, che aveva giurisdizione su Tassarolo ed altri centri, rimase sottoposta alla diocesi di Tortona fino alla metà del XIII sec., quando papa Innocenzo IV, con la bolla del 3 giugno 1248, ne autorizzò il passaggio alla diocesi di Genova. Il XIV sec. segnò l’inesorabile declino dell’istituzione plebana che, ridotta poi a semplice parrocchia, passò sotto la giurisdizione della pieve di Gavi. I nuovi feudatari di Pasturana, i Trotti di Milano, vollero lasciare un segno tangibile sul posto e per questo promossero la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale: nella seconda metà del Quattrocento, furono avviati i lavori che terminarono intorno al 1498 e il nuovo edificio fu edificato, come testimonia l’allora arciprete Guasconi, con il concorso di materiale edilizio recuperato in seguito all’abbattimento del monastero benedettino e del complesso plebano.
Dalle visite parrocchiali dei sec. XVII-XVIII, l’edificio appare in completa rovina e abbandono. L’antica chiesa, ancor oggi denominata “la pieve”, è stata recentemente sottoposta a lavori di restauro e consolidamento.
L’edificio, frutto di numerose modifiche e rifacimenti, presenta, dopo i restauri, quattro pilastri in mattoni per ogni lato ai quali corrispondono quattro capriate lignee. Le pareti, che racchiudono lo spazio compreso tra i pilastri, sono realizzate in parte con mattoni e pietre di fiume, in parte con la tecnica del “pisè”. Il retro si contraddistingue per la presenza dei tre archi realizzati in mattoni crudi. L’interno, scarno ed essenziale, è ad una navata.

Informazioni:
circa km 1 a nord dell’abitato. Parrocchia, tel. 0143/58369 ; Comune tel. 014358171

Link:
http://www.comune.pasturana.al.it/index.php?id_testi=6

Fonti:
Notizie tratte dal sito del comune. Fotografia da http://it.wikipedia.org/wiki/Pasturana

Data compilazione scheda:
22 novembre 2011 – aggiornam. maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta -G.A.Torinese

Ottiglio (AL) : Chiesa di San Michele a Moleto

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Storia del sito:
La prima documentazione riguardante il Comune di Ottiglio risale ad un documento del 1164, dove il paese viene citato tra le terre che l’Imperatore Federico I° concede al Marchese del Monferrato. L’insediamento di MOLETO è molto antico, come testimoniano i due edifici religiosi probabilmente anteriori all’anni Mille, le chiese di San Michele e San Germano, quest’ultima scomparsa. La chiesetta romanica di San Michele sorgeva in regione S. Michele tra Moleto e la Prera presso la cascina Cressano; l’area fu utilizzata per l’estrazione di marna cementifera. E’ stata ipotizzata una fondazione da parte dell’abbazia di S. Michele di Lucedio [RICALDONE 1999, p. 533]. Elencata nel 1298-99 come Ecclesia de Crexano nelle decime della diocesi di Vercelli, pieve di Rosignano, in unione con S. Germano [ARMO, p. 37]. La chiesa e parte del borghetto appartennero almeno dal sec. XV e fino al sec. XIX a monache di Trino, non residenti [RICALDONE 1999, p. 533].[notizie da: http://www.artestoria.net]
L’edificio venne smontato nel 1968 e trasportato nel suo luogo attuale dal luogo a causa dell’avanzare dell’attività estrattiva del tempo.
La ricostruzione non ha rispettato l’orientamento originario: ora la facciata è rivolta a est.

Descrizione del sito:
CHIESA DI SAN MICHELE. Edificio del XII secolo. Muratura in pietra da cantoni locale. Facciata a capanna. Piccola aula rettangolare con abside semicircolare più bassa e coperta da una semicupola in pietra, forata da una monofora a doppia strombatura e coronata esternamente da archetti pensili monolitici, poggianti su mensoline; analoga decorazione corre sui fianchi laterali della chiesa. Campaniletto a vela. Interno spoglio. Una lapide ricorda lo spostamento della chiesa dal sito originario. Sia sulle pareti esterne che all’interno si trovano graffiti sulla pietra da cantoni di varia epoca (uno è datato 1559) [ALETTO 2004, pp. 28-73].

Informazioni:
Comune tel. 0142 921129

Fonti:
Fotografie della chiesa di San Michele da: http://www.provincia.alessandria.it

Data compilazione scheda:
6 luglio 2012 – aggiornamento maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Ottiglio (AL) : Chiese di Madonna dei Monti e di San Gottardo

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Storia e descrizione dei sitio:
MADONNA DEI MONTI
Ricordata sin dal XIII secolo come “ecclesia Sanctae Mariae de montibus”, appartiene per ragioni storiche alla parrocchia di Grazzano Badoglio e fu a lungo contesa tra la comunità di Ottiglio e l’abate di Grazzano.
L’origine del santuario si fa risalire all’epoca degli Aleramici, fondatori e protettori dell’abbazia di Grazzano. Anche questa piccola chiesa campestre venne affidata alle cure dei Benedettini.
Dell’antico impianto romanico resta solamente la bellissima abside in conci di tufo, preservata dalle ingiurie del tempo mediante una copertura che univa la chiesa con l’adiacente fabbricato rurale destinato dapprima ad accogliere un eremita e successivamente, dal 1797, una piccola comunità di monaci dell’abbazia trappista di Tamiè, sfuggiti dalla rivoluzione; in seguito vi abitò un mezzadro che coltivava ciò che restava delle 26 moggia di terreno locale, un tempo di pertinenza dell’abbazia.
Nel XVI secolo, per far fronte al grande popolamento della zona, la chiesa fu ricostruita in stile gotico. Nel 1944 un incendio distrusse il campanile, ricostruito negli anni ’60 del Novecento con il contributo del cementiere Luigi Buzzi. Nel 1965 la chiesa fu completamente restaurata a spese dell’industriale Pininfarina: i lavori, compiuti sotto la supervisione del professor Umberto Clerici sovrintendente ai monumenti per il Piemonte, terminarono nel 1966, conferendo all’edificio un aspetto neogotico. [notizie dal sito del Comune di Grazzano Badoglio indicato sotto al n°2 ]
L’ABSIDE è divisa in tre parti da agili colonne che terminano con capitelli scolpiti a forma di foglia ed illuminata grazie a tre monofore dallo stile molto raffinato.
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CHIESA DI  SAN GOTTARDO.
Si trova in aperta campagna, nei pressi della cascina Prosio, a nord di Ottiglio. La chiesetta, di incerta origine, è formata da un’aula rettangolare con abside; l’intonaco, ormai scrostato, ha messo in risalto la muratura prevalentemente in pietra di cantoni.

Informazioni:
Chiesa Madonna dei Monti. Sorge sul colle denominato “Madonna dei Monti”, uno dei più elevati del Monferrato (379 m).  Comune di Ottiglio tel. 0142 921129 ; Parrocchia di Grazzano Badoglio tel. 0141 925123

Links:
http://www.comune.ottiglio.al.it/Cennistorici.php

http://www.comune.grazzanobadoglio.at.it

Fonti:
Fotografie della chiesa di Madonna dei Monti tratte dal sito del Comune di Grazzano Badoglio.
Foto della chiesa di San Gottardo, le ultime due in basso, di Cristina Bargero.

Data compilazione scheda:
6 luglio 2012 – aggiornam. maggio 2014 – giugno 2020

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Ottiglio Monti esterno

Ottiglio – S. Gottardo 1

 

 

 

 

 

 

 

 

Ottiglio – S.Gottardo 2