musei p. Novara

Varallo Pombia (NO) : Museo Archeologico.

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Storia del Museo:
Nato negli anni Settanta, il museo raccoglie materiali archeologici reperiti in diverse località della zona al fine di documentare usi e costumi delle popolazioni che per prime hanno colonizzato il territorio, inquadrandole in un contesto storico ed archeologico il più ampio possibile. I materiali esposti nelle vetrine delle tre sale sono stati allestiti secondo un criterio cronologico, che spazia dall’età del ferro all’epoca romana.
Mancano testimonianze relative alle epoche più antiche (quelle incluse nell’età della Pietra), mentre è da imputare ad una documentazione ancora scarsa ed incompleta l’assenza di materiali riconducibili alle prime età dei metalli (quelle del Rame e del Bronzo), ampiamente documentate in zone adiacenti a Varallo Pombia, come Lagozza di Besnate, Mercurago e Varese.

Descrizione del materiale esposto:
I reperti più antichi tra quelli esposti nel museo sono dunque ascrivibili all’età del Ferro, che ha avuto una fioritura straordinaria proprio a sud del Lago Maggiore e lungo il Ticino, dando origine alla cosiddetta cultura di Golasecca, che trae nome dai primi ritrovamenti effettuati qui all’inizio dell’Ottocento, per opera dell’abate Giani.
Gli elementi tipici di questa civiltà sono le urne cinerarie, legate all’uso di cremare i cadaveri, le fibule di bronzo e i corredi funebri, ricchi di vasi dalle varie forme e decorazioni. Nell’arco del I millennio a.C. la tipologia di tali reperti muta sensibilmente, dando luogo ad un’ulteriore suddivisione della storia di tale cultura in alcuni sottoperiodi. Tipica di questo passaggio è la trasformazione dell’urna dalla forma biconica a quella ovoidale: la prima sala del museo ne conserva diversi esemplari messi a confronto.
Forse in concomitanza alle prime invasioni galliche, la documentazione archeologica relativa alla cultura golasecchiana scompare per tutta l’area del basso Verbano, luogo in cui cominciano invece a comparire i primi reperti d’epoca romana, in parte sovrapposti a resti della cultura gallica.
Sala 1 – Nella prima vetrina sono esposti alcuni esemplari di urne biconiche in terracotta con relativa ciotola, con funzione di coperchio. Fra le urne una, in ceramica grigiastra, è divisa orizzontalmente in quattro parti da linea a rilievo: le due strisce superiori sono decorate a stralucido da linee incrociate, le due parti inferiori sono ricoperte di vernice a stralucido.
Sempre in questa vetrina vi è una fibula in bronzo a corpo di drago e una fibula in bronzo con corpo a sanguisuga, vuoto all’interno e decorato da linee incise e lunga staffa.
Nella seconda vetrina vi sono altri reperti dell’età del ferro: due bellissime coppe ad alto piede quasi perfettamente conservate, caratterizzate dai fori tondi sul piede stesso; due vasetti accessori di pasta finissima con segni di bruciatura e frammenti appartenenti ad almeno altri dieci vasi recuperati. Inoltre è visibile il corredo di una tomba di cremato d’epoca romana.
Nella terza vetrina suppellettili di età romana provenienti da Agrate Conturbia, Pombia e Varallo Pombia fra questi una coppa in vetro giallo-verdastro a forma bulbare con ovuli a rilievo collegati da un motivo ondiforme ricomposta da moltissimi frammenti e un applique in bronzo a testa di gorgone mancante della parte superiore dell’appiccagnolo.
Nella sala successiva è possibile ammirare una stele d’epoca romana, rinvenuta nella necropoli di Comignago. Questa stele fu recuperata nell’estate del 1968, dopo che se ne erano perse le tracce dopo il fortuito rinvenimento avvenuto negli anni immediatamente precedenti l’ultimo conflitto mondiale. Il recupero è stato effettuato dal G.A.V. su indicazioni dell’autore del primo ritrovamento, signor Mario Franzosi. Alcuni anni prima della guerra (1937), mentre effettuava lavori di sistemazione in un fondo adibito precedentemente a pascolo, veniva messa in luce casualmente una tomba in cotto, completamente chiusa, costituita da mattoni lisci di cm. 43×29,5×7,5. In testa al loculo fu trovata una lastra di sasso, eretta, che portava inciso in alto un disco, in basso delle lettere molto abrase ed illeggibili. La stele, nel 1948, fu portata dal signor Franzosi stesso presso un ruscello ad un chilometro circa dal luogo del rinvenimento, ed adibita a piano d’appoggio per lavare i panni. Successivamente fu parzialmente interrata da altri per contenere il terreno ai margini di una pozza d’acqua; se ne persero così le tracce. In tale posizione, dopo accurate ricerche, è stata rinvenuta e riportata alla luce. L’esame permette di rilevare, nella parte della stele, un’incisione circolare, a ruota, con sei raggi convergenti al centro. Sulla sinistra è visibile un piccolo cerchio centrato da un punto. L’abbozzo più consunto di un cerchio simile al precedente è riscontrabile anche sul lato destro. Lungo tutto il margine sinistro è praticata un’incisione verticale che è certamente accennata anche a destra, dove purtroppo il deterioramento non permette un esame migliore. Al di sotto del disco non sono chiaramente identificabili incisioni significative, al di fuori del rilievo che delimita in alto il riquadro destinato alla dedica.
Accanto alla stele il museo espone alcune suspensure per pavimenti e tubazioni di un acquedotto, un’urna cineraria in calcare con coperchio in serizzo e i resti di una tomba a cassetta.
La terza e ultima sala conserva un gran numero di reperti: urne cinerarie, olpi, coppette, puntali di lancia, patere, vasi e lame di coltelli. Ma anche ciotole, unguentari, urne e fuseruole. Una delle vetrine espositive della sala, in particolare, conserva i resti di una tomba ad inumazione, l’unica rinvenuta in un campo di sepolture a cremazione, attribuibile – per la cura prestata alla sua costruzione – ad un personaggio di spicco del villaggio, forse un capo. Profonda 80 centimetri, la tomba aveva il pavimento in ciottoli e le pareti in lastre di pietra. Due camere interne più piccole erano destinate alla conservazione del corredo funerario. In funzione di stele era eretta una pietra arrotondata priva di incisioni. Il corredo funebre comprendeva piatti, coppette, urne, un bicchiere e un coltello.

Nel cortile dell’attuale sede comunale è anche presente un sarcofago con iscrizione difficilmente leggibile, che proviene dalla vicina Pombia.

Informazioni:
Il museo è nel Palazzo Comunale di Villa Soranzo.  Tel.0321 95355 :  email: segreteria@comune.varallopombia.no.it

Links:
http://www.comune.varallopombia.no.it

Bibliografia:
DE MARINIS R., 1988, Liguri e Celto-liguri, in “Italia Omnium Terrarum Alunma”, Milano, pp. 157-259.
GALLI L., MANNI C., 1978, Arona preistorica, in “Bollettino Storico per la Provincia di Novara”, LXIX, n. l, Novara.
GAMBARI F.M., COLONNA G., 1986, // bicchiere con iscrizione arcaica da Castelletto Ticino e l’adozione della scrittura nell’Italia nord-occidentale, in “Studi Etruschi”, 54, pp. 119-164.
RITTATORE E, 1975, La civiltà del ferro in Lombardia, Piemonte, Liguria, in “Popoli e Civiltà dell’Italia Antica”, IV, Roma pp. 223-328.
SPAGNOLO G., 1990-91, La necropoli gallica di Dormelletto (NO), in “Sibrium”, XXI, Varese pp. 293-305.
TIZZONI M., 1981, La cultura tardo La Tene in Lombardia, in “Studi Archeologici”, I, Bergamo pp. 5-39.
SAPELLI RAGNI M. (a cura di), 2004, Tesori del Piemonte – Il Piemonte degli scavi- Siti e musei di antichità.
GAMBARI-SPAGNOLO, 1997, Il Civico museo archeologico di Arona, Regione Piemonte

Fonti:
Il testo è tratto da SAPELLI RAGNI M. (a cura di), 2004, Tesori del Piemonte – Il Piemonte degli scavi- Siti e musei di antichità, con modifiche e integrazioni.
Fotografia dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
11/11/2004 – aggiornamento maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Simona Vigo – G. A. Torinese

NOVARA : Musei della Canonica del Duomo

 

Storia del Museo:
Il primo museo ad essere realizzato fu il LAPIDARIO, ad opera del canonico Carlo Francesco Frasconi, che nel 1813 iniziò la raccolta di iscrizioni della città e del territorio. All’epoca, i pezzi vennero incassati sulle pareti del quadriportico del Chiostro. Si espresse così in forma museale un’attenzione antiquaria che aveva permesso, già tra Cinque e Seicento, il recupero di marmi lavorati e figurati dalle demolizioni della basilica extramurana di San Gaudenzio. Nella seconda metà dell’Ottocento, consistenti incrementi del lapidario frasconiano resero necessari riadattamenti espositivi: il museo, costituitisi presso la chiesa di San Michele e poi in locali del municipio, non ebbe grande fortuna finché la Società Storica Novarese, alla fine degli anni Venti del Novecento riuscì a far confluire i materiali a Novara ad arricchire la già prestigiosa raccolta cittadina valorizzata nel chiostro della Canonica di Santa Maria. Per le are di Suno tuttavia divennero sede espositiva i portici est e sud del cortile del Broletto nei cui edifici negli anni Trenta del Novecento, con l’ordinamento proposto da Oreste Scarzello che suggellava in maniera definitiva l’ordinamento delle raccolte epigrafiche, ricche di testimonianze provenienti dalla città e dal territorio novarese, furono allestiti i Civici Musei.
Esigenze di conservazione del materiale lapideo antico hanno determinato l’attuale collocazione dei reperti in un nuovo allestimento al primo piano della manica nord della Canonica, fatta eccezione per i monumentali sarcofagi mantenuti nella loro originaria posizione. Nel 1979, un sopraluogo sullo stato delle stele e delle lapidi aveva suggerito di trasportare il materiale in un luogo più asciutto. Dopo un primo tentativo operato negli anni ’80 del Novecento, si arrivò alla situazione ottimale e definitiva solo nel 1992, quando le Sovrintendenze riunite decisero di collocare l’intera collezione nella manica nord del quadriportico, al primo piano, mantenendo la memoria del primitivo museo con la sostituzione dei pezzi asportati con delle copie in vetroresina. In particolare molti reperti provengono dai resti dell’antica pieve di San Genesio a Suno dove i lavori di demolizione delle strutture romaniche dell’originario edificio ecclesiastico per la realizzazione dell’attuale chiesa di San Genesio permisero il recupero di materiali epigrafici più antichi, d’età romana, inseriti nelle murature come reimpieghi. La distruzione dell’antica pieve pose il problema della valorizzazione della raccolta epigrafica sunese, costituita prevalentemente da are votive la cui concentrazione aveva fatto ipotizzare la presenza nelle vicinanze di un più antico santuario pagano.

Per quanto riguarda il MUSEO DEL TESORO DELLA CATTEDRALE, invece, esso ebbe la sua genesi a partire dagli anni ’60 del ‘900, quando don Angelo Luigi Stoppa cominciò a raccogliere e sistemare opere d’arte sacra disperse nelle varie parrocchie della diocesi, o che prima erano state accolte dai depositi della Cattedrale. Alla morte di don Stoppa, nel 1998, l’Archivista, il dottor Paolo Monticelli, già Direttore della Cappella Strumentale del Duomo di Novara, si adoperò per realizzare un allestimento coerente di tutti questi manufatti, integrandolo con il Museo Lapidario. Dopo un intenso lavoro di ristrutturazione, i Musei della Canonica del Duomo di Novara furono allestiti nell’antico appartamento canonicale, al quale si accede dalla manica nord del Chiostro canonicale, organizzati in un percorso di 11 sale, delle quali l’ultima è costituita dal Lapidario. L’inaugurazione è avvenuta il 14 giugno del 2009

Descrizione del materiale esposto:
MUSEO LAPIDARIO. I materiali sono esposti in sequenze: dalle epigrafi sacre, che costituiscono la parte più consistente della raccolta, alle iscrizioni pubbliche e funerarie. Uno spazio particolare è riservato agli elementi architettonici e ai rilievi frammentari. La cronologia dei materiali si pone tra il I e il VII secolo d.C. con particolari attestazioni nel II secolo.
È da segnalare inoltre la grande stele celtica da San Bernardino di Briona che, nonostante la discussa datazione (fine II o prima metà del I secolo a.C.), fornisce nel testo interessanti indicazioni sull’organizzazione civile e religiosa delle comunità preromane locali. Ancora più antica (III-II secolo a.C.) è la testa da Dulzago, eccezionale esempio di scultura cultuale a tutto tondo derivata da modelli lignei più diffusi presso le popolazioni celtiche. Di un certo interesse anche i pochi rilievi figurati d’età romana, tra cui spicca, per qualità di esecuzione, il famoso rilievo della nave, parte forse di un sarcofago cristiano, e gli esempi di decorazione architettonica del municipio di Novara. Come risultato del lungo dibattito che è stato all’origine delle scelte espositive del nuovo lapidario e nell’intento di non disperdere i segni e l’immagine della prima cultura museale novarese, al trasferimento dei supporti iscritti all’interno della manica nord ha fatto seguito la riproposizione dell’immagine del lapidario ottocentesco attraverso la ricollocazione di calchi distribuiti lungo le pareti nel luogo degli originali. In alcuni casi particolari di lastre incomplete, la realizzazione delle copie si è trasformata in un “restauro del restauro”. La ricollocazione in sito del calco del frammento originale è stata completata con una ripresa della tecnica già adottata dal Fiasconi, riproponendo cioè il testo mancante su un intonaco tinteggiato del colore della pietra originale. Attraverso la duplicazione dei materiali lapidei si è così conservata l’immagine della museografia ottocentesca che conferiva alla disposizione delle evidenze archeologiche anche una finalità di sottolineatura e valorizzazione della componente architettonica del quadriportico della Canonica.

Il MUSEO DEL TESORO DELLA CATTEDRALE propone un percorso che si snoda per 11 sale. Si inizia con i 5 gruppi scultorei in terracotta provenienti dal battistero del duomo, risalenti al XVII secolo; si prosegue con la SALA DELL’AFFRESCO rappresentante il ciclo di Giuditta, attribuito al pittore novarese Bartulonus, circa 1460, che presenta i caratteri del gotico internazionale. Alle pareti della sala sculture di età longobarda, un frammento di ambone e marmi scolpiti della cattedrale romanica. Del XV secolo la statua della Madonna col bambino.
Un prezioso DITTICO EBURNEO del V secolo con due figure a bassorilievo; nella parte interna è scritta la lista dei vescovi sino all’età carolingia e poi la cronotassi dell’episcopato sino alla seconda metà del XII secolo.
Nelle sale successive sono esposti paramenti liturgici, suppellettili, reliquiari e alcune sculture lignee dal XV al XX secolo.
Una collezione numismatica di 217 MONETE dall’età classica a quella moderna. Nel Museo è presente una collezione di REPERTI CERAMICI della Magna Grecia, dei quali non si conosce il contesto di ritrovamento.
I Musei della Canonica del Duomo hanno dedicato un ambiente espositivo anche ad alcuni MANOSCRITTI: codici, miniati secondo lo stile delle varie epoche e scelti tra i più rappresentativi dal punto di vista storico-artistico.

Informazioni:
Chiostro della Canonica del Duomo, Vicolo della Canonica, 9 ; tel. 0321 661635

Links:
http://www.museiduomonovara.it

http://it.wikipedia.org

Bibliografia:
SAPELLI RAGNI M. (a cura di), 2004, Tesori del Piemonte. Il Piemonte degli scavi. Siti e musei di antichità

Fonti:
Per approfondimenti sull’archivio storico diocesano vedi http://www.archiviodiocesanonovara.it
Foto in alto da www.cittaecattedrali.it . Foto in basso da archivio GAT.

Data compilazione scheda:
14/11/2004 –aggiornamento maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Simona Vigo – G. A. Torinese

NOVARA (61)

8--NOVARA (54)

NOVARA : Museo Civico Archeologico

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Storia del Museo:
Il Museo ebbe origine nel 1874 per volontà della “Società Archeologica per il Museo Patrio”; scioltasi questa nel 1890, i documenti e i reperti raccolti divennero proprietà del Comune che ne curò il riallestimento nel Palazzo del Mercato nel 1910. In seguito, 1’ampliamento delle collezioni indusse al restauro del Broletto (1926-1936) come sede più adeguata e rappresentativa. (Vedi scheda Broletto).
Per accogliere il Museo Civico e la Galleria d’Arte Moderna, donata al Comune nel 1930 da A. Giannoni, si eseguì un restauro generale degli edifici che vennero liberati radicalmente da secolari aggiunte architettoniche, e che furono poi reinterpretati “in stile” con sostanziali integrazioni, come lo scalone d’accesso all’Arengo, talune decorazioni in cotto, le colonnine e i capitelli delle trifore. Il museo fu ristrutturato nel 1980.

Dal 2011, in seguito alla ristrutturazione del Broletto, le collezioni non sono visibili; dovrebbero prossimamente essere musealizzate nel castello di Novara al termine dei lavori di restauro attualmente in corso.

Descrizione delle collezioni:
Le collezioni comprendono suppellettili e reperti diversi ritrovati dagli archeologi locali dell’Ottocento e anfore provenienti da scavi della soprintendenza archeologica in via Cavour nel 1970 . Documentano l’età più antica asce in pietra levigata (Neolitico), pugnali e punte di frecce in selce (Eneolitico), pugnaletti e spilloni (Tarda età del Bronzo), mentre alla fine del XIV e XIII secolo a.C. risalgono le urne cinerarie della Cultura di Canegrate la quale è diffusa in tutta l’area dell’Alto Ticino. Il suo nome deriva dalla località di Canegrate, presso Legnano, dove fu scoperta un importante necropoli. Urne decorate a falsa cordicella, vasi decorati a traslucido, fibule, situle, due elmi, oggetti domestici ed ornamenti testimoniano la Cultura di Golasecca (IX- IV sec. a.C.). Essa è testimoniata, nel Novarese, da centri distribuiti soprattutto nella zona dei laghi e lungo il fiume Ticino che, in questo periodo doveva costituire un importante via di comunicazione. Il periodo celtico (V-I sec. a.C.) è rappresentato da vasi sia lavorati al tornio lento e lisciati a stecca ed altri realizzati al tornio veloce, ben cotti e talora verniciati, sono inoltre visibili morsi per cavalli e lame.
L’agiatezza e lo sviluppo tecnico raggiunti dalle popolazioni novaresi in età romana sono riflessi nei balsamari e bottiglie di vetro colorato, nella ceramica fine da mensa e nei levigati specchi.
Introducono al Medioevo corredi funerari di guerrieri longobardi rinvenuti a Borgovercelli. Da antiche fondazioni religiose cittadine provengono invece le rare sculture preromaniche e romaniche. Degno di nota il Cristo benedicente, già murato nel Castello, di scultore padano del primo Duecento, e i due acroteri in forma di testa virile (1210 – 1220), posti in origine sul colmo del tetto dell’antico Palazzo del Comune.

Fonti:
Foto archivio GAT.

Data compilazione scheda:
12 dicembre 2002 – aggiornamento maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Carlo Vigo – Gruppo Archeologico Torinese

Arona (NO) : Museo Civico Archeologico

arona-museo civico archeologico

Storia del Museo:
Inaugurato nel 1996, il museo raduna collezioni donate da privati e reperti rinvenuti durante scavi sul territorio. Si distinguono per importanza i nuclei di materiali del Lagone a Mercurago risalenti all’età del Bronzo, i resti degli abitati di Castelletto Ticino e Arona della fine dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro, i corredi tombali delle necropoli golasecchiane, e quelli del I secolo a.C. della necropoli gallica di Dormelletto, cui si aggiunge il materiale di età romana del basso Verbano.
Nel 2015 è stato realizzato un completo cambiamento dell’esposizione museale.

Descrizione del materiale esposto:
I ritrovamenti attuali non consentono ancora un’approfondita conoscenza della preistoria più antica del basso Verbano. Reperti sporadici rimandano al Paleolitico medio, attestando la presenza di gruppi nomadi di cacciatori neanderthaliani ai piedi del ghiacciaio del Verbano. I primi insediamenti stabili di agricoltori risalgono con probabilità al Neolitico e si concentrano nell’area loessica collinare a nord di Novara.

La documentazione si fa sensibilmente più ricca con l’età dei metalli. L’antica età del Bronzo vede infatti l’occupazione dei terrazzi costieri del basso Verbano, come Meina o Arolo di Leggiuno, sulla sponda lombarda. In particolare, il sistema di piccoli abitati organizzati intorno al Lagone di Mercurago (vedi scheda) documenta per tutta l’età del Bronzo lo sviluppo di un’importante comunità che controllava l’accesso alle vie commerciali di acqua e terra, servendosene per lo scambio ad ampio raggio di beni pregiati come i bottoni in pasta di vetro.
La zona di notevole interesse archeologico, oggi diventata parco, comprende due specchi d’acqua derivanti da torbiere in attività nell’Ottocento. Il lago più piccolo, nel territorio di Oleggio Castello, ha portato alla luce alcuni reperti metallici attualmente conservati nei Musei di Torino e Novara. Ad assumere una certa importanza nel panorama della Paletnologia italiana è però il lago più grande, detto Lagone. È qui, infatti, che dal 1860 si svolsero le prime indagini sulle stazioni palafitticole dell’Italia settentrionale. Fu il geologo torinese Bartolomeo Gastaldi a condurre le ricerche sui resti di una palafitta rinvenuta all’estremità settentrionale della conca, eseguendo calchi di gesso sui reperti lignei deperibili e proseguendo i suoi studi fino al 1866. Una copia di questi calchi è esposta nel museo. I calchi fecero dapprima attribuire le ruote all’antica età del Bronzo, mentre una recente rilettura rimanderebbe a una cronologia più recente, nell’ambito della media-tarda età del Bronzo. La ruota esposta nel museo, la più leggera, farebbe pensare ad un carro a due ruote a traino equino. La presenza sul sito di resti di altre quattro ruote lignee fa supporre l’esistenza in loco di un’officina specializzata nella costruzione di ruote.

Nella tarda età del Bronzo l’occupazione fitta e omogenea del territorio prelude all’età del Ferro, caratterizzata dalla cultura di Golasecca.
È in questa fase che gli insediamenti si spostano dall’area del Lagone, più legata al controllo delle vie di terra dell’alto Verbano, alla zona della Rocca di Arona, raccordo strategico tra navigazione lacustre, vie costiere e vie interne.
Il periodo compreso tra il X e l’VIII secolo a.C. è caratterizzato da una progressiva riorganizzazione del popolamento del basso Verbano, con l’affermarsi definitivo dei centri di Arona e Castelletto Ticino.
L’abitato di Arona si organizza a terrazzi sulle pendici meridionali della Rocca, mantenendo una stretta continuità fino all’età romana, mentre l’abitato di Castelletto Ticino occupa l’intero promontorio proteso sull’ansa del Ticino, raggiungendo le caratteristiche di centro protourbano in età golasecchiana.
Tra VIII e VII secolo a.C. i primi villaggi sparsi di Castelletto si organizzano in un centro sempre più omogeneo articolato tra scali per la navigazione e aree abitative più elevate. Intorno al VI secolo a.C. il centro raccoglie almeno tremila abitanti raggruppati in più nuclei. Tale addensamento demografico, è testimonianza della fortuna legata alla strategia di controllo della via d’acqua.
Sono stati rinvenuti numerosi corredi tombali nel basso Verbano fin dall’VIII secolo a.C. e reperti significativi di questo periodo come vasi biconici, scodelle e fibule sono esposti nelle vetrine.
Le tombe golasecchiane sono sempre a cremazione, inizialmente realizzate con un pozzetto nella nuda terra, con l’urna contenente le ceneri e il bicchiere. Un grosso ciottolo spesso posto sopra il tumulo doveva avere funzione di protezione e di segnacolo. Tra VII e VI secolo a.C., con l’arricchirsi del corredo tombale, si diffonde l’uso di aggiungere protezioni al pozzetto, realizzate con ciottoli, lastre e scaglie di pietra. La cremazione avveniva in un luogo separato da quello della sepoltura, ed è ipotizzabile che il trasporto dell’urna con le ceneri assumesse l’aspetto di una vera e propria processione funebre.
La presenza nelle tombe di Motto Lagone di una probabile inumazione e di una fibula tardo-hallstattiana, sembra suggerire nel V secolo a.C. una situazione transizionale favorita in parte anche dalle prime invasioni galliche. Di questa evoluzione diventa rappresentativa la necropoli di Dormelletto, testimonianza del progressivo assorbimento nelle comunità locali di nuclei gallici transalpini, arrivati forse attraverso le vie dell’Ossola o dell’alto Verbano.
La necropoli fu utilizzata dalle popolazioni locali per circa due secoli, dalla metà del III fino all’inizio del I secolo a.C. Tra le tombe rinvenute 25 sono ad inumazione e 26 ad incinerazione. Tutte le tombe ad inumazione presentano una struttura a fossa rettangolare di circa un metro di profondità con perimetro delimitato da cordoli in ciottoli. Il cadavere era deposto sul fondo e coperto con un leggero strato di terra su cui erano poggiati ciottoli e pietre. Molti dei corredi ritrovati, costituiti da bracciali, anelli, cavigliere e fibule, permettono di riconoscere con certezza alcune deposizioni femminili, mentre in due sole sepolture, databili tra il II e il I secolo a.C., si riscontra un armamento, privo però della spada celtica. L’armamento del guerriero celtico, tra II e I secolo a.C., comprende una lunga e pesante spada, usata solitamente di taglio e portata al fianco. La difesa è affidata ad uno scudo ovale dotato di un umbone metallico centrale e di una maniglia di presa sul retro. Alcune tombe della necropoli di Oleggio hanno restituito la panoplia completa cui si associa un grande coltello per la macellazione e la partizione delle carni nel banchetto.
Residui di tessuto permettono invece una ricostruzione ipotetica dell’abbigliamento femminile tra il III e il II secolo a.C. La disposizione delle fibule al momento del ritrovamento suggerisce la presenza di una sopravveste fissata sul petto e sulle spalle e trattenuta in vita da cinture metalliche, in cuoio e in tessuto. Gli stessi anelli da caviglia, oltre ad una funzione ornamentale, avevano forse anche quella di fissare alla gamba i calzari in cuoio.

Dopo un breve periodo di biritualismo, dal I secolo a.C., si impone nuovamente l’uso di cremare i cadaveri come conseguenza della progressiva romanizzazione delle popolazioni locali. I defunti venivano bruciati su una pira insieme a oggetti frantumati in cerimonie rituali. Le ceneri, accuratamente recuperate, erano poi sepolte in un’altra area della necropoli, in genere custodite in ciotole o piatti.
Le tipologie delle strutture tombali, a cassetta litica, a cassetta laterizia o a semplice fossa, talvolta coperta con ciottoli posti a protezione del cinerario e del corredo, sono quelle ricorrenti in tutte le necropoli galliche rinvenute lungo il corso del Ticino. I corredi si caratterizzano per la presenza di manufatti ceramici, collegati alla mensa e destinati a contenere le offerte di cibo: spiccano numerosi vasi a trottola (vedi scheda museo Verbania) legati alla conservazione del vino e prodotti in abbondanza nel basso Verbano. Non mancano, inoltre, oggetti relativi all’abbigliamento personale del defunto, di cui restano soprattutto numerose fibule in ferro e in bronzo.
I resti di numerose necropoli sembrano richiamare uno sfruttamento non pianificato delle aree sepolcrali, caratterizzate dalla presenza di piccoli raggruppamenti di sepolture da attribuire forse ad affinità sociali o parentali.
Nella fase più antica le tombe erano segnalate da piccoli tumuli di pietre o terra, in seguito da recinti in pietra o da urne in laterizio; rare, invece, le stele funerarie.
Tacito attribuisce il rito incineratorio al costume romano, anche se in area novarese era già praticato dalle genti golasecchiane. Nella cremazione indiretta il defunto era bruciato su ustrinum e le ceneri successivamente raccolte erano deposte in un cinerario o nella nuda terra. Nella cremazione diretta, invece, il corpo adagiato su una barella veniva posto sul rogo in coincidenza della fossa di sepoltura.
In entrambi i casi, il corredo funerario era costituito da oggetti personali del defunto e da vasellame d’uso quotidiano, a volte frantumato per ragioni rituali. Le cerimonie di sepoltura prevedevano spesso la deposizione di cibo e monete, il cosiddetto obolo di Caronte, per assicurare il viaggio nell’aldilà.
Armi e rasoi, arcolai e oggetti d’ornamento permettono spesso di distinguere le tombe maschili da quelle femminili.

Fatta eccezione per i rinvenimenti relativi al municipium di Novaria, le testimonianze archeologiche di età romana riferite ai nuclei abitativi distribuiti sul territorio sono piuttosto sporadiche.
Alcuni resti di edifici sono stati individuati a Gravellona Toce, lungo la strada romana verso l’Ossola. Le strutture murarie testimoniano tecniche costruttive molto semplici con impiego di ciottoli e frammenti di laterizi. Del tutto analoghi a questi sono i due complessi rinvenuti a Gattico, abitati probabilmente dal II al IV secolo d.C., realizzati su terrazzamenti sostenuti da mura di contenimento.
Oggetto di grande interesse per le sue ricchezze, la pianura padana fu attraversata da costanti traffici commerciali che spiegano il ritrovamento in quest’area di produzioni estranee alla cultura locale. La ceramica a vernice nera, per esempio, è di tradizione etrusco-italica: importata da centri padani, dalla fine del I secolo a.C. è sicuramente prodotta anche da officine locali.
La presenza di lucerne, attingitoi e padelle in bronzo di sicura provenienza centroitalica attesta l’apertura dell’area novarese a traffici commerciali con la penisola. Ulteriore conferma di tale ruolo sono i precoci rinvenimenti nei corredi delle necropoli ossolane di alcuni bicchieri ovoidi a pareti sottili, prodotti con ogni probabilità nel II secolo a.C. in Etruria meridionale e in breve esportati in tutta la penisola.
Dalla metà del I secolo d.C. si fa largo una produzione in argilla grigia che sopravvive fino alla seconda metà del II secolo d.C. Una produzione di grande diffusione è quella in terra sigillata (gli artigiani, soprattutto aretini, contrassegnano il vaso con un sigillum recante il nome del vasaio), attestata fino al VI secolo d.C.
Dal I secolo a.C., inoltre, sorgono officine vetrarie, che producono bicchieri, bottiglie, piatti e coppe, tra cui la serie di cestelli in vetro policromo rinvenuti nella necropoli di Gravellona Toce.
Con la fine del II e l’inizio del III secolo d.C., la Cisalpina, da terra di collegamento e scambi con le province settentrionali dell’impero, torna ad essere terra di frontiera, oggetto d’invasioni barbariche provenienti da oriente. L’impero è ormai alle soglie della profonda crisi che lo porterà alla decadenza. Alle produzioni pregiate si sostituiscono quelle colture più povere destinate soprattutto al mercato locale. Benché la documentazione archeologica sia piuttosto scarsa, si può tuttavia supporre che anche il basso Verbano fosse occupato da piccole comunità rurali a prevalente economia agricolo-pastorale di sussistenza, gravitanti attorno ad alcune ville rustiche ancora oggi non documentate appieno.
Note le necropoli di Castelletto Ticino, Comignago, Nebbiuno e Borgomanero, accomunate tutte dal rituale della cremazione indiretta in semplici urne coperte da embrici, senza elementi di corredo. Risultano più ricche le tombe ad inumazione, rito cui si fa ritorno nella prima metà del IV secolo, in concomitanza con la diffusione del cristianesimo.
Nel museo è stata ricostruita una tomba cappuccina.

Diffuso già dalla fine del VII secolo a.C. nelle città greche, l’uso della moneta rimase a lungo estraneo alle popolazioni dell’Italia antica. Realizzata in metallo pregiato, la moneta fu spesso utilizzata per il soldo dei mercenari italici e celti, senza sostituirsi del tutto al baratto commerciale. Le prime emissioni nell’Italia settentrionale furono le dramme padane d’argento, imitazione delle dracme della colonia greca di Massalìa (Marsiglia) del IV-I secolo a.C. È solo dopo l’89 a.C. che, con la conquista romana, l’uso della moneta si diffonde in maniera capillare. Ne sono una testimonianza i numerosi assi romano-repubblicani rinvenuti nei corredi tombali tardo-celtici di Dormelletto (II-I secolo a.C.), qui deposti secondo il rituale romano dell’obolo per Caronte.
Tra i pezzi esposti nel museo sono da notare il sesterzio di Conmodo che celebra la divinizzazione di Marco Aurelio portato in cielo da un’aquila e l’antoniniano di Quitillo con la Fides militare.

Informazioni:
Tel. 0322 48294 – email archeomuseo@comune.arona.no.it

Link:
http://www.archeomuseo.it

Bibliografia:
DE MARINIS R., 1988, Liguri e Celto-liguri, in “Italia Omnium Terrarum Alunma”, Milano pp. 157-259;
GALLI L., MANNI C., 1978, Arona preistorica, in “Bollettino Storico per la Provincia di Novara”, LXIX, n. l, Novara;
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TIZZONI M., 1981, La cultura tardo La Tene in Lombardia, in “Studi Archeologici”, I, Bergamo pp. 5-39;
SAPELLI RAGNI M. (a cura di), 2004, Tesori del Piemonte. Il Piemonte degli scavi – Siti e musei di antichità;
GAMBARI-SPAGNOLO, 1997, Il Civico Museo Archeologico di Arona, Regione Piemonte

Fonti:
Fotografia tratta nel 2005 dal sito sopra indicato.

Data compilazione scheda:
13/02/2005 – aggiornamento marzo 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Carlo Vigo – G. A. Torinese