Pinerolese

Vigone (TO) : Edifici medievali

Storia e descrizione dei siti:
Tutta la zona del pinerolese apparteneva nel 1300 ad un ramo collaterale dei Savoia, i Savoia-Acaja, la cui capitale era Pinerolo e che possedevano anche il titolo di Signori di Vigone. Il ramo Acaja si estinse dopo circa 120 anni e territori e titoli tornarono al ramo principale dei Savoia.
Vigone conserva un impianto medioevale con numerose case decorate in cotto, i portici che costeggiano tutta la via centrale, palazzi a torre degli Acaja.

1) Casa dei Principi d’Acaja e del Fidlè; secolo XIII-XIV, Piazza Palazzo Civico, 32.
Il bel palazzo medievale era la residenza vigonese degli Acaja; ha subito purtroppo delle modifiche nel corso dei secoli, che lo hanno parzialmente snaturato.
Di proprietà privata, non accessibile all’interno. L’esterno presenta muratura a vista con cornici marcapiano in cotto. Originariamente terminava con merlatura ghibellina o a “coda di rondine”, in seguito tamponata per formare un loggiato all’ultimo piano del palazzo.
Conserva finestre archiacute con bifore.

2) Torre Acaja di Casa Cimossa, Via Umberto I, 23 (ang. Via Oggero Bessone)
Risale al XIV secolo e fu edificata come sede amministrativa dei beni dei principi d’Acaja.
Subì successive modifiche a partire dal XVII secolo.
Portico a pianterreno; primo piano con finestre originali tamponate parzialmente. Il secondo piano conserva larghe finestre archiacute (in origine forse con bifore) ed è concluso da cornice marcapiano in cotto. L’ultimo piano è un loggiato.

3) Casa Torre. Palazzo Famiglia Della Riva, secolo XV, Via Umberto I, 35
L’edificio è in muratura a vista con buche pontaie. Rimangono lacerti di cornici in cotto di finestre.
Purtroppo molto rimaneggiato e alterato: scomparse le finestre a bifora che sono state tamponate o nelle quali sono state inseriti infissi moderni.

4) Palazzo in Via Umberto I, 1. Conserva tracce delle cornici medievali in cotto del portico e della finestre al primo piano.


Informazioni:

Nel centro storico di Vigone.

Links:
https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g1055371-d19313717-Reviews-Palazzo_dei_Principi_d_Acaja-Vigone_Province_of_Turin_Piedmont.html

https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g1055371-d19393357-Reviews-Casa_torre-Vigone_Province_of_Turin_Piedmont.html

https://www.parallelo45.com/p45gallery_display.asp?Foto=150&Cat=5001

Fonti:
Fotografie dai siti sopra indicati

Data compilazione scheda:
23 ottobre 2022

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.T.

 

Vigone, Torre di Casa Cimossa

Vigone. Palazzo di V. Umberto I, 1

Vigone (TO): chiesa di Santa Caterina

Storia e descrizione del sito:
La chiesa, talora definita oratorio, fu fatta costruire intorno agli anni 1460 in stile gotico lombardo da G. Fasoli utilizzando anche materiali provenienti dalla chiesa di Santa Maria de Hortis, di cui era pievano, ormai diroccata a causa del trasferimento degli abitanti dal primitivo borgo di Santa Maria a quello attuale di Santa Caterina.
Circa 50 anni dopo la costruzione la chiesa era ormai cadente: grazie all’abate Scaglia, in visita pastorale, fu ordinato il restauro.
Agli inizi dell’800 ebbero luogo ristrutturazioni e modifiche: i fratelli Gautiero di Saluzzo eseguirono gli affreschi, mentre nel 1836 furono preparati dall’architetto Luigi Formento i progetti per il restauro della facciata e per il campanile.

La facciata presenta belle decorazioni in cotto, ma non tutte originali. L’interno ha tre navate rette da pilastri cruciformi. L’abside è rettangolare con volta a raggiera, interessante soluzione architettonica.
La chiesa contiene una raccolta di dipinti del XVII e XVIII secolo.

Informazioni:
Via Fiocchetto. Sempre visibile esternamente.

Links:
https://www.comune.vigone.to.it/ita/pagine.asp?id=144&idindice=5&title=Chiese

Fonti:
Notizie e foto in alto in libero dominio da Wikipedia.
Fotografa in basso di M.Actis Grosso dal sito www.chieseromaniche.it

Data compilazione scheda:
3 maggio 2019

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Volvera (TO) : Chiesa di San Giovanni

volvera esternocimitero1

Storia del sito:
La Chiesa di San Giovanni o “del cimitero”, costruita intorno all’anno 1000, per influenza del monastero di San Giusto di Susa, fu la prima chiesa parrocchiale. La costruzione in origine era probabilmente a navata unica; successivamente venne ampliata nella parte anteriore con l’aggiunta di due navate laterali, assumendo una struttura di base con pianta a croce latina.
Utilizzata come parrocchia fino al 1617, la chiesa subì nel tempo un lento, progressivo ed inesorabile degrado che portò alla demolizione delle navate laterali ed a discutibili interventi di restauro conservativo. L’edificio, già in stato di precaria conservazione, patì ulteriori danni sul finire del secolo XVII, allorché nell’ottobre del 1693, le operazioni di guerra condotte dal Maresciallo Catinat devastarono il paese e, sebbene avessero risparmiato in linea di massima gli edifici di culto, danneggiarono gravemente la torre campanaria, che venne poi ricostruita nel 1868. A questo periodo risalgono opere di restauro sulla chiesa con l’aggiunta di due altari laterali e la costruzione del muro che separa l’antico nucleo della chiesa con la parte restante dell’edificio.
La chiesa conserva pregevoli AFFRESCHI realizzati dal cosiddetto “maestro di Volvera” nel XV secolo (per volere del prevosto della cattedrale di Chieri, Antonio Piossasco de Rubeis) ed altri affreschi del XVI secolo e del XX secolo, eseguiti in occasione dei restauri prima ricordati. Recentemente la cappella è stata restaurata.

Descrizione del sito:
La costruzione è semplice, in tema con il carattere rurale del contesto ambientale; si presenta con un disegno architettonico dalle linee gotiche molto pacate in perfetta coerenza con il persistere della tipologia romanica. Tracce di archetti romanici binati sull’esterno della navata centrale.
Sulla facciata esterna sono affrescate immagini che richiamano la fragilità della vita umana. Sempre esternamente alla chiesa, sulle due pareti laterali della navata principale, sono dipinte le immagini di sant’Apollonia, san Giobbe, santa Lucia e san Michele.
All’interno della cappella, a navata unica, si possono osservare, sulle pareti del piccolo presbiterio poligonale, le figure dei dodici apostoli sopra i quali campeggiano, nel catino absidale, al centro l’immagine del Cristo Pantocratore inserita in una mandorla con ai lati la Madonna in preghiera, san Grato e san Giovanni Battista.
Il soffitto a crociera, scandito da costoloni in muratura di mattoni intonacati e affrescati con motivi floreali e geometrici, è diviso in quattro vele che conservano gli affreschi raffiguranti i quattro Evangelisti mentre, seduti su scranni, scrivono il loro Vangelo. Nella cappella laterale di destra è conservato un affresco isolato che raffigura i santi Cosma e Damiano, i due fratelli medici che praticavano questa scienza senza alcun compenso.
La pittura parietale, oltre gli archi che delimitano il transetto, rappresenta nelle lunette il Compianto sul Cristo morto sulla parete di destra e l’Assunta su quella di sinistra. Questi ultimi affreschi denunciano nella rappresentazione pittorica l’uso della prospettiva e quindi sono da ritenersi opere del tardo periodo rinascimentale. Infatti la composizione pittorica del paesaggio è molto dettagliata e vi compaiono città, castelli e gruppi di figure con abiti dal disegno cinquecentesco. Su un arco è rappresentato lo stemma dei Conti di Piossasco, feudatari di Volvera: uno scudo con nove merli sormontato da un cappello vescovile con cordoni e fiocchi. L’antico stemma del Comune, che è costituito da uno scudo raffigurante una pianta di lauro su campo azzurro, si staglia sull’arco di fronte.
Nella cappella di destra sono visibili alcune tracce dell’affresco ottocentesco che raffigura l’immagine dell’Immacolata; nella cappella di sinistra la parete principale sopra l’altare è interamente occupata da una crocifissione e da un insieme di altre figure che rappresentano come il sacrificio di Cristo purifichi e salvi le anime del purgatorio e nella parete laterale è affrescata la figura di san Filippo Neri. L’intero ciclo di questi ultimi affreschi è stato realizzato nel corso dei restauri del 1859.
Gli affreschi sono stati tutti resttaurati recentemente.

Informazioni:
Nel Cimitero. Ufficio Tecnico del Comune, tel. 011 9857200 ; email: info@comune.volvera.to.it

Links:
http://www.battagliadellamarsaglia.it/visitavol.htm

http://www.comune.volvera.to.it/turismo-e-sport/cosa-visitare/la-chiesa-di-s-giovanni-o-del-cimitero/

https://www.chieseromaniche.it/Schede/283-Volvera-San-Giovanni-Battista.htm (foto affreschi)

www.prolocovolvera.it
www.centrostudisilviopellico.it

Bibliografia:
Gonella L., La chiesa di San Giovanni Battista in Volvera: problemi di architettura e di decorazione, tesi di laurea, relatore: Giovanni Romano, s.n. Università Studi Torino, Facoltà di Magistero, a.a. 1987-88
Altre info in: volvera.pdf

Fonti:
Notizie e fotografie dai siti sopra indicati.

Data compilazione scheda:
21/01/2008 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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volvera evangelisti

Villafranca Piemonte (TO) : Chiesa parrocchiale di Santo Stefano e torre di Cantogno

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Storia del sito:
Il primo accenno storico ad una chiesa dedicata a Santo Stefano risale al 1037, quando Landolfo, Vescovo di Torino, fondando la vicina Abbazia di Santa Maria a Cavour, donava a questa, tra l’altro, la Chiesa e le tre Cappelle esistenti nel Borgo Soave. Nella seconda metà del XII secolo, gli abitanti di Borgo Soave vennero in gran numero a stabilirsi nell’attuale Villafranca e prima loro cura fu di far sorgere una nuova Chiesa, che vollero dedicata al Protomartire. Gli abitanti che invece rimasero nel Borgo Soave si ricostruirono in seguito anch’essi una chiesa, che dedicarono a San Giovanni, dalla quale deriva l’attuale nell’omonima frazione.
La nuova Chiesa di Santo Stefano di Villafranca venne affidata ai monaci di San Benedetto dell’Abbazia di Cavour col titolo di “Priorato” e fu da tali monaci officiata fino al 1315, quando il priore don Ruffino di Bagnolo, sentendosi ormai vecchio e privo di monaci officianti, chiedeva di rinunziare alla Chiesa che rimetteva nelle mani del Vescovo di Torino. In tale modo si chiudeva il periodo Benedettino della Chiesa e incominciava il secondo periodo, nel quale la Parrocchia regolare (cioè tenuta da monaci) diveniva secolare (cioè tenuta da preti), alla diretta dipendenza del Vescovo di Torino. A questo secondo periodo, che durerà dal 1315 al 1530, fa riferimento il grande restauro e notevole ingrandimento della Chiesa stessa. Successivamente la parrocchia fu retta dai Padri Agostiniani (chiamati per un’epidemia di pestilenza) dal 1529 al 1802. Dal 1801, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi decisa da Napoleone, la parrocchia di S. Stefano ritornò secolare.

Descrizione dei siti:
Della PARROCCHIALE DI SANTO STEFANO è rimasto originale il bel CAMPANILE in cotto risalente al XIV secolo, con quattro ordini di bifore, pinnacoli ed una slanciata cuspide. Sulla facciata gotica, rimaneggiata successivamente, è inserito un bassorilievo, presumibilmente del XI secolo, che rappresenta l’ Agnello con la Croce. La chiesa conserva all’interno frammenti di affreschi gotici.

TORRE DEL CASTELLO IN FRAZIONE CANTOGNO.
Del Castello, una delle costruzioni più antiche di Villafranca risalente all’XI secolo, restano soltanto rovine. Sono ancora visibili l’arco del vecchio ponte levatoio e alcuni affreschi interni risalenti ai primi decenni del 1200, in precario stato di conservazione: le tre figure rappresentano il Crocifisso, San Pietro e San Paolo.

Informazioni:
La chiesa parrocchiale, attualment eintotolata a “Santa Maria Maddalena e Santo Stefano” si trova nel centro storico di Villafranca. La torre è nella frazione di Cantogno.  Comune, tel. 011 9807107

Link:
http://www.comune.villafrancapiemonte.to.it

Bibliografia:
BORLA G., Memorie storiche di Chiesa e Convento di S. Stefano in Villafranca Piemonte, Ed. a cura di Pietro Sandrino, s.d.
GRANDE S., Gli 800 anni della storia di Villafranca Piemonte, Paravia, Torino, 1995 (ristampa anastatica della 1° ed. Moretta, 1953)
AA.VV., Pittura a Villafranca Piemonte attraverso i secoli, Gribaudo Editore, Cavallermaggiore CN, 1992

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
20/01/2008 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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villafranca s stefano affresco

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villafranca cantogno affresco

Villafranca Piemonte (TO) : Castello di Marchierù o Marcerù

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Storia del sito:
Marchierù viene indifferentemente indicato come Castello o Casaforte probabilmente perché in origine era una fortezza militare; le prime notizie risalgono al 1220, quando l’Abbazia Benedettina di S.ta Maria di Cavour ricevette una donazione intestata a Marzerutum o Marzarutum. L’etimologia del nome Marchierù potrebbe avere varie origini: la prima dal francese “macheron” (mucchio), oppure dal provenzale – piemontese “macaroun”, riferito ad un mucchio di macerie derivante da una distruzione barbara; oppure da “marca di confine”, considerando che si trovava proprio sul confine tra i possedimenti del Marchesato di Saluzzo e quelli dei Savoia – Acaia; oppure, più probabilmente, è riferito alla “marcita”, cioè i luoghi, qui una volta numerosissimi, dove veniva messa a macerare la canapa.
I primi signori di Marchierù dovrebbero essere stati i Signori di Barge, divisi in diverse famiglie, la più importante delle quali era quella degli Aicardi i cui discendenti nel 1251 vendettero diversi terreni a Tommaso II di Savoia; fra questi terreni c’erano anche quelli di Marchierù, ceduti per 700 libbre e 500 buoni segusini. Nel 1384 Marchierù passò dai Savoia alla famiglia Petitti attraverso Francesco Petitti, figlio di Beatricina, figlia di Filippo d’Acaia e rimase a tale famiglia fino al 1482. Nel 1583 Marchierù ritornò agli Acaia – Savoia nella persona di Filiberto Signore di Racconigi ed a sua sorella Claudia sposata Besso – Ferrero, Marchese di Masserano. Nel 1640 passò ai Conti Solaro di Macello e, più tardi e per successione, per metà ai Cacherano di Osasco, sotto i quali venne costituito in Commenda dal Sovrano Militare dell’Ordine di Malta, e per metà ai Filippi di Baldissero. Così rimase fino al 1800 quando Vittorio Ignazio Filippi di Baldissero riscattò anche l’altra metà dal cugino Cacherano di Osasco e ne diventò l’unico proprietario. Carlo Alberto Filippi di Baldissero, membro della Regia Accademia di Agricoltura di Torino, scrisse anche alcuni manuali sul lavoro agricolo e dette inizio ai lavori per la rete di irrigazione delle campagne circostanti; il figlio Enrico fece eseguire notevoli migliorie sotto il profilo architettonico. Il castello passò poi ad una delle sue figlie, sposata al Conte Vittorio Prunas Tola, ai cui discendenti ancora appartiene.
Sono noti gli ultimi interventi che hanno portato l’immagine del castello da una probabile architettura trecentesca all’odierna villa di campagna. Le opere di consolidamento (i contrafforti sulle pareti est e ovest) e i numerosi tiranti ben visibili sulle facciate risalirebbero al 1808 quando, in seguito ad un forte terremoto che interessò il territorio villafranchese, s’intervenne, probabilmente, anche abbattendo un ulteriore piano delle torri poste sul lato Nord. Le arcate, presenti sulla parete est del sottotetto, risalgono al 1933 quando, il cambiamento delle destinazioni d’uso delle camere adiacenti, richiese la trasformazione della parete priva di finestre poiché il locale limitrofo era utilizzato come deposito. Un altro intervento eseguito nel 1972 fu l’installazione di un ascensore inserito in un ampliamento mimetico della torre situata sul lato Ovest. In questo modo, l’accesso all’ascensore, è stato garantito tramite il garage presente nel cascinale ovviando ai problemi di livello con un innesto che salvaguarda le facciate.
Per quanto riguarda il cascinale, non vi sono tracce sui documenti; le tipologie presenti assicurano una certa continuità del complesso architettonico del quale, nel 1958, venne prolungata la manica Ovest. Un’aggiunta più recente è il garage situato sul lato destro del fronte Nord.

Descrizione del sito:
L’edificio, in ottimo stato di conservazione, è in mattoni; la parte più bassa sulla facciata anteriore è un’aggiunta successiva al nucleo antico, il cui coronamento con merli a coda di rondine e archetti si nota sulle parete dell’ultimo piano, una soprelevazione più tarda. Alcune finestre, in parte tamponate, con apertura a tutto sesto e decorazione a fasce bicolori ornano le facciate.

Informazioni:
In frazione San Giovanni, a poca distanza dalla Cappella di Missione, di proprietà privata. Comune, tel. 011 9807107

Link:
http://www.comune.villafrancapiemonte.to.it/

Fonti:
Notizie e fotografie tratte nel 2008 dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
20/01/2008 – aggiorn. febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Villafranca Piemonte (TO) : Cappella di Missione

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Storia del sito:
La cappella di Missione è la chiesa più antica di Villafranca Piemonte, sorge sul luogo di una cappella già esistente nel 1037, quando venne donata dal vescovo di Torino Landolfo all’abbazia di Santa Maria di Cavour che la restituì nel 1315 e da allora rimase alla comunità. Il nome di Missione compare in documenti del XIII secolo come toponimo, forse preromano, ma di oscuro significato. Di essa si hanno infatti notizie già in un documento del 1037, ma alla fine del Trecento è stata ricostruita ex novo e arricchita di pregevoli AFFRESCHI, sia all’interno che all’esterno Gli affreschi interni, databili intorno al 1430, sono in gran parte attribuiti all’opera di Aimone Duce (Dux Aymo).
Nel 1702 la cappella è stata nuovamente modificata, senza rispettarne i caratteri originari, ed è stato aggiunto un campanile. Notevoli lavori di risanamento delle murature e poi di restauro degli affreschi sono stati eseguiti dal 1998 al 2001.

Descrizione del sito:
La costruzione ha una facciata triangolare piuttosto rustica. All’esterno la facciata è interamente intonacata. È possibile che in origine la superficie fosse a mattoni a vista come le pareti laterali e infatti l’intonaco si va a sovrapporre all’affresco. Si tratta di una scena raffigurante l’Annunciazione, che sovrasta la porta d’ingresso, e di due Santi (ormai scomparsi) di cui uno è probabilmente San Rocco collocati a sinistra e destra della porta. Per questo dipinto si è ipotizzata la data del 1530 e l’attribuzione a Jacobino (Giacobino) Long. Una gigantesca figura di San Cristoforo (ormai appena visibile) si trova sulla parete sud dell’edificio e frammenti di decorazione a motivi geometrici sono attorno alla finestra e sotto lo spiovente del tetto.
La chiesa all’interno è a navata unica, divisa in due campate: nella prima le pareti e la volta, in origine, non erano decorate ma rifinite con un intonaco bianco, nella seconda invece tutte le superfici sono state dipinte.
Il ciclo di affreschi di Aimone Duce occupa la parete di fondo ed è composto da due scene: una annunciazione sovrastante ed una deposizione, o meglio un compianto sul Cristo morto, nella scena inferiore.
La lunetta della parete di sinistra è occupata dalla raffinata rappresentazione della processione delle virtù e dei vizi impersonati da figure femminili che sono intente all’attività che le caratterizza e sono (i vizi) diretti alla bocca dell’inferno (rappresentato da un grande pesce nella bocca del quale si intravedono i dannati) cavalcando animali che sono essi stessi simboli del peccato descritto e sospinte e accompagnate da demoni mostruosi.
Tutta la fascia bassa dell’affresco è occupato da una serie di dodici santi che sono (da destra a sinistra): san Michele Arcangelo, sant’Andrea Apostolo, san Bernardo, sant’Antonio Abate, san Costanzo, la Beata Margherita di Lovanio (?), san Chiaffredo, san Claudio Vescovo di Besançon, il Martirio di san Sebastiano, santa Caterina, san Valeriano, san Giovanni Battista.
La lunetta di destra è occupata dalla scena in cui il committente è presentato alla vergine (con il Bambino in braccio) da San Giulio Vescovo suo protettore. A destra della Vergine vi è una figura di Santo militare non identificabile.
La restante parte dell’opera, della quale non si conosce l’autore ma solo il committente che ha lasciato il suo nome nel cartiglio (Giulio de Giuli), occupa la volta con la raffigurazione dei VILLAFR MISSIONE PIANTINA

Descrizione dei ritrovamenti:
Durante i lavori di risanamento, nella seconda campata, ad una profondità di circa cm 70 sono venuti alla luce i resti di un’ abside semicircolare che potrebbe essere dell’edifico menzionato nel 1037; frammenti di materiali da costruzione di epoca romana e sepolture terragne medievali.

Informazioni:
In frazione San Giovanni, località Graneri, in aperta campagna, vicino a un corso d’acqua.  Comune di Villafranca Piemonte, telefono 011.9807107, e-mail: info@comune.villafrancapiemonte.to.it
Visitabile installando l’app: https://play.google.com/store/apps/details?id=it.cittaecattedrali.chieseaporteaperte&hl=it

Link:
http://www.comune.villafrancapiemonte.to.it

http://it.wikipedia.org/wiki/Cappella_di_Missione

Fonti:
Le notizie sono state tratte dal sito del Comune sopra citato. Immagini dal sito del Comune e da wikimedia. Piantina da scheda reperita in loco.
aymo dux e giacomo jaquerio_2.pdf
«Magister Dux Aymo pictor de Papia»

 

Data compilazione scheda:
01/09/2006 – aggiornamenti 2008 e  febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Vigone (TO) : Chiesa di Santa Maria De Hortis

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Storia del sito:
La cappella risale all’anno Mille e poi verosimilmente fu ricostruita e affrescata nel XIV secolo grazie all’interessamento di molte famiglie legate al ramo dei Savoia-Acaia. Gli affreschi sono rimasti occultati almeno dall’Ottocento, ma quasi certamente prima vennero imbiancati e maldestramente ricoperti di calce, usata come disinfettante durante la peste del Seicento. Recentemente sono stati scoperti grazie all’intervento di un’associazione di volontari e accuratamente restaurati a cura della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici del Piemonte

Descrizione del sito:
L’edificio è una cappella a navata unica. Ogni affresco ha uno o più stemmi della famiglia che lo ha commissionato. Sono stati individuate due famiglie e due pittori. Sulla parete destra del presbiterio sono emersi due cicli di affreschi. Il primo dei quali si estende anche sulla volta e rappresenta la morte e la glorificazione della Vergine; a sinistra di questo dipinto è invece raffigurata una crocifissione, in cui figurano, da sinistra, un santo monaco, la Vergine, Gesù e san Giovanni Evangelista. Alla sinistra del presbiterio è raffigurato san Bartolomeo scuoiato, che porta la sua pelle su un bastone; sulla volta, infine, appaiono i quattro evangelisti rappresentati come nell’iconografia canonica, seduti sui troni e con i loro simboli: san Matteo con l’angelo, san Luca con il bue, san Marco con il leone e san Giovanni con l’aquila. Per la sua datazione, il gruppo che raffigura la morte e la glorificazione della Vergine è senz’altro il più interessante. Si vede l’angelo che porta in cielo l’anima della Madonna, raffigurata come una bambina ravvolta in un lenzuolo, poi Gesù che la benedice e l’angelo che le porge la corona. In basso a destra i due committenti protetti da una santa, che potrebbe essere santa Caterina d’Alessandria. A sinistra nella cornice troviamo lo stemma dello sposo (forse la famiglia Opezzi, tra i più importanti feudatari di Vigone). I caratteri stilistici, come il sorriso stereotipato delle figure, tipico del gotico d’Oltralpe, identificano l’artista come un pittore di cultura transalpina, mentre alcuni dettagli di moda, come il taglio delle vesti, fanno collocare l’affresco nell’ultimo quarto del Trecento. L’altro pittore individuato (autore del san Bartolomeo e della Crocefissione risalenti alla fine del XIV secolo) è di area lombarda, probabilmente un artista che lavorava alla corte viscontea. A lato del san Bartolomeo si individua lo stemma (due sbarre oblique su fondo oro) della nobile famiglia dei Della Riva. Gli affreschi sono di altissima qualità come attestano molti dettagli tecnici, quali la ricchezza cromatica e le aureole punzonate, nelle quali venivano incastonate delle foglie d’oro e d’argento, andate purtroppo perse.

Informazioni:
Raggiungibile da V. Santa Maria, 35  .  Comune di Vigone 011 9804269 ; Associazione “Amici della Biblioteca Luisia” tel. 011 9801243 – email: biblioteca.@comune.vigone.to.it

Link:
http://www.comune.vigone.to.it
https://www.chieseromaniche.it/Schede/531_SANTA_MARIA_DE_ORTIS_VIGONE.htm#home  (foto degli affreschi)

Bibliografia:
B.DOLZA, Tornano gli angeli nel cielo di Vigone, in Pagine del Piemonte n.12, dicembre 2000, pp.25-27
— Vigone – Affreschi in Santa Maria de Hortis, 2003

Fonti:
Immagini dal sito del Comune e dall’archivio GAT.

Data compilazione scheda:
17 luglio 2004 – aggiorn. febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – Gruppo Archeologico Torinese

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Torre Pellice (TO) : Museo storico Valdese

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Storia del Museo:
Il museo di Torre Pellice è il capofila dell’intero Sistema museale eco-storico delle Valli valdesi che comprende una decina di musei e alcuni luoghi simbolo della storia valdese. Nel 1889, in occasione delle celebrazioni del bicentenario del “Glorioso Rimpatrio” dei valdesi dall’esilio svizzero, fu inaugurato il Musée Vaudoise, destinato alla conservazione del patrimonio e della memoria culturale valdese, sistemato originariamente negli ampi locali al secondo piano della Casa Valdese che ospita l’aula sinodale e gli uffici della Tavola Valdese. Quattro anni più tardi la gestione del Museo fu affidata alla Société d’Histoire Vaudoise. Nel 1939 in occasione del 250° anniversario del Rimpatrio il Museo venne trasferito in uno stabile di proprietà della Tavola valdese. Seguono nel corso degli anni numerosi ampliamenti e ristrutturazioni, fino al 1989, quando, nel III centenario del “Rimpatrio” la Società di Studi Valdesi e la Tavola valdese diedero vita alla Fondazione Centro Culturale Valdese con lo scopo di conservare e gestire in modo unitario il patrimonio bibliotecario, archivistico e museale valdese.
Il Museo fu trasferito nell’attuale sede dell’ex convitto valdese costruito nel 1922 e che alla fine degli anni Settanta aveva cessato la sua attività.

Descrizione delle collezioni:
Il museo è suddiviso in una parte storica, che presenta la storia dei valdesi a partire dalle origini (1170 circa) ai giorni nostri, e una etnografica, in cui sono ricostruiti ambienti tipici della vita quotidiana della fine del 1800 nelle valli valdesi.
Il Museo conserva alcuni reperti archeologici ritrovati nella zona dalla fine dell’Ottocento: una lama in selce, tre asce neolitiche in pietra, un ciottolo-pendaglio, una collana, una piccola stele da Miandassa di Villar Perosa con una figura antropomorfa dalla testa semicircolare e il corpo romboidale, di probabile età neolitica.
Nel Museo è esposta la collezione, donata nel 1995 dal marchese Ippolito, di oltre 200 reperti archeologici provenienti dall’area mediterranea: ceramiche greche a figure rose e nere (VI-III sec a. C.); vasi dipinti di produzione romana e italica, bronzi e oreficerie, statuette e scarabei dell’antico Egitto e reperti del Vicino Oriente; un piccolo numero di reperti precolombiani e oggetti di epoca medievale.

Informazioni:
Tel. 0121 932179; e-mail: il.barba@fondazionevaldese.org

Links:
http://www.fondazionevaldese.org

Bibliografia:
MANDOLESI A, Paesaggi archeologici del Piemonte e della Valle d’Aosta, Antichità e arti Subalpine e Fondazione CRT, Torino, 2007

Fonti:
Notizie e fotografia tratte dal sito sopra indicato.

Data compilazione scheda:
27/06/2007 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A. Torinese

San Germano Chisone (TO) : “Peira Eicrita”

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Storia del sito:
Il nome significa “pietra scheggiata” e fu scoperta intorno al 1920.

Descrizione del sito:
La roccia è un gneiss con delle inclusioni di quarzite ed ha una superficie istoriata di circa 130 x 75 cm.
Le incisioni sono organizzate come una composizione. Al centro vi è un reticolo quadrato circondato da simboli solari (cerchio con un punto centrale) legati a segni oculiformi e, lateralmente, un antropomorfo con le braccia alzate. Un simbolo a svastica è perfettamente orientato secondo i punti cardinali e molte piccole coppelle completano l’opera.
Studi del 1998 hanno accertato un allineamento di alcuni segni con il sorgere del sole nel solstizio invernale; si è così ipotizzato che la pietra fosse un osservatorio astronomico, databile all’Età del Bronzo finale.

Informazioni:
Sul versante della Comba Farina. Superata la Scuola Elementare si imbocca sulla destra una strada comunale e si segue l’indicazione Sibourna. Oltrepassate le borgate Verdura e Sibourna si continua in direzione Campasso dove termina la carrozzabile e si prosegue per la mulattiera per altri 500 metri. Comune, tel. 0121 58601

Links:
http://www.cesmap.it/cesmap/scavi_pinerolesi/peira.htm

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dal sito sopra indicato.

Data compilazione scheda:
26/06/2007 – aggiorn. maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Roure (TO) : Riparo di Balm’ Chanto

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Storia del sito:
Nel territorio del comune di Roure, chiamato dal 1939 al 1975 Roreto Chisone, si trova il riparo di Balm’ Chanto che risulta frequentato in tre epoche ben distinte: nell’Epigravettiano finale, nell’Età del Rame finale ed in epoca Protostorica. Veniva evidentemente utilizzato nella bella stagione per attività di pastorizia e di caccia e doveva servire anche come punto d’appoggio per lo sfruttamento delle fasce montane superiori. L’agricoltura, che non doveva peraltro essere praticata in situ, è provata dal ritrovamento di chicchi carbonizzati di orzo e frumento; ma l’attività prevalentemente documentata è quella pastorale, attestata dai resti faunistici caprovini; i resti di fauna selvatica testimoniano l’importanza ancora notevole della caccia. Per quanto riguarda l’attività pastorale è probabile che si trattasse di una transumanza estiva su scala ridotta, fra valle versante e pascoli elevati.

Descrizione del sito:
Scoperto nel 1978 da Franco Bronzat, collaboratore del CeSMAP. Gli scavi iniziarono nel 1981 e proseguirono per i due anni successivi. Situato a quota 1.400 metri, il riparo sotto roccia di Balm’ Chanto ha fornito indizi di frequentazione umana sin dall’epoca glaciale (14.000 anni fa), ma il periodo di più intensa frequentazione preistorica è collocabile nell’Eneolitico (2100 a.C. secondo i dati della datazione al radiocarbonio C14).

Descrizione dei ritrovamenti:
Il complesso dei materiali venuti alla luce nel corso degli scavi comprende ceramica, utensili di selce scheggiata, pietra verde levigata, ossa e corno. Oltre ai più di 3.000 reperti in ceramica, una particolare importanza rivestono gli utensili litici, in selce e non.

Informazioni:
Dall’abitato di Villaretto si sale verso la borgata Seleiraut, superate le case di Champ dâ Fill si prosegue fino al secondo tornante, si lascia l’auto e si prosegue lungo una traccia di sentiero sulla sinistra che percorre una cengia rocciosa fino a raggiungere il sito, a quota 1400 m. Oppure appena sotto l’abitato di Seleiraut, dal vero e proprio terrazzo morfologico denominato Belregard si scende verso il riparo che costituisce il sito.

Links:
http://www.cesmap.it/cesmap/scavi_pinerolesi/balm.htm

Bibliografia:
NISBET R.; SEGLIE D., Balm Chanto, archeologia in Val Chisone, Centro studi d’arte preistorica, Pinerolo 1983
NISBET R.; BIAGI P., Balm’ Chanto: un riparo sottoroccia dell’età del rame nelle Alpi Cozie, New Press, 1987
MERCANDO L. (a cura di), Archeologia in Piemonte, Allemandi Editore, 1998

Fonti:
Fotografia dal sito del CesMap.

Data compilazione scheda:
25 settembre 2003 – aggiornamento maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Federico Vigo – Gruppo Archeologico Torinese