Provincia di Cuneo

Bagnolo Piemonte (CN): Campanile di S. Pietro e Chiesa di S. Giovanni Battista a Villar

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Storia del sito:
Dell’antica Parrocchiale di San Pietro in Vincoli resta solo il CAMPANILE, che si innalza imponente nella piazza del comune. Il campanile è una torre campanaria romanica riadattata, di stile romanico-gotico risalente al XIII – XIV secolo. La nuova Parrocchiale, di stile neo-gotico, risale alla fine dell’Ottocento

La FRAZIONE VILLAR prima del ‘400 costituiva l’abitato principale del comune: qui sorgeva il castello dei signori del luogo (vedi scheda). È tuttora la frazione più popolosa.
La chiesa di San Giovanni Battista, parrocchiale della frazione, risale al XII secolo e venne fondata dai Canonici d’Oulx a titolo di prevostura. Monumento nazionale, la chiesa è stata rimaneggiata nei secoli successivi, mentre originale resta il campanile.

Descrizione del sito:
Il CAMPANILE DI SAN PIETRO in Bagnolo è alto 42 metri e conta sette piani. La torre a pianta quadrata misura m 6,75 di lato. Dal suo profilo si staccano leggermente agli angoli quattro lesene in blocchi di pietra squadrati rispetto al resto della muratura L’impiego dei mattoni è limitato alle cinque fasce marcapiano di cui la prima con motivo a greche di mattoni sfalsati, le seguenti con decorazioni in cotto sempre diverse al cornicione, alle finestre e ai pinnacoli. Le finestre si aprono a partire dal quarto piano a metà campanile e sono nell’ordine: una monofora con arco ribassato, una bifora minore e una maggiore, con arco a sesto acuto sottolineato da una doppia fila di mattoni messi di testa. I pinnacoli elegantemente foggiati in mattoni, e costruiti quando fu realizzata la guglia, seguono il perfetto orientamento del campanile con i lati disposti secondo i punti cardinali.

La Chiesa di SAN GIOVANNI in frazione VILLAR è in stile romanico. Vi si accede mediante una gradinata di circa sette metri ed è caratterizzata dal campanile stranamente collegato davanti alla facciata. Il campanile, realizzato in pietra su pianta quadrata, con lesene sugli angoli, ha cinque piani divisi da fasce e cornicioni tutti con la semplice decorazione a fregi in mattoni sfalsati. Le finestre partono solo dal quarto piano. La copertura della chiesa è tipicamente di gusto romanico probabilmente ancora originale, con basso tetto a quattro falde in lose.
La chiesa è a tre navate con la centrale più ampia e le due laterali di minor grandezza; al suo interno si trovano numerose opere d’arte tra cui un affresco del tardo ‘400, uno splendido altare ligneo e la predella dell’altare del Carmelo, restaurata nel 1991; il dipinto su di essa, del 1539, è stato attribuito a Pascale Oddone, pittore e scultore piemontese, e rappresenta la comunità di Bagnolo.

Informazioni:
Parrocchia tel. 0175 391290

Nella frazione Villar, a circa 3 km da Bagnolo, sorge la chiesa dedicata a San Giovanni Battista.

Links:
http://www.comune.bagnolo.cn.it/index.php/la-storia/chiese-e-cappelle

http://bagnolopiemonte.com/concentrico/index.php?option=com_content&view=article&id=2&Itemid=119
https://villar.bagnolopiemonte.com/index.php/la-predella-dell-altare-madonna-del-carmelo

Fonti:
Notizie tratte dai siti sopra citati.  Fotografie tratte dal sito www.legart.it

Data compilazione scheda:
27/09/2007 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Bagnolo Piemonte (CN) : Palazzo Malingri e cappella di San Sebastiano

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Storia del sito:
Per la storia di Bagnolo e del complesso feudale si rimanda alla scheda sul “Castello” di Bagnolo.
Il PALAZZO o “Castello Piano”, che non ebbe funzioni di difesa come il Castello, ma venne usato come abitazione e residenza dei conti Malingri e fino al 1400 era integrato nel Borgo. L’edificio fu ampliato e modificato più volte, soprattutto nel XVII e XVIII secolo, , completando la primitiva struttura trecentesca. Attualmente conserva la facciata settecentesca con alcune strutture antiche d’epoca diversa.

La CAPPELLA DI SAN SEBASTIANO. Nella parte est del Palazzo, inglobata nella struttura settecentesca, rimane l’abside della cappella quattrocentesca che, anche a causa del sollevamento del terreno, era ridotta ad umido seminterrato. L’apertura di un accesso lato cortile interno del palazzo e la costruzione di muri di sostituzione, comportanti la chiusura del vecchio accesso, avevano inoltre occultato o distrutto parte degli affreschi. Altre perdite furono causate dall’umidità e dalle conseguenti cadute di intonaco. L’attuale proprietario ha provveduto nel 1992 sia al restauro degli affreschi, sia al ripristino dell’antico orientamento, riaprendo l’accesso dal giardino; dando possibilità di aerazione, ha arrestato il degrado e riportato alla luce parte degli affreschi.

Descrizione del sito:
Il “PALAZZO” si sviluppa a quadrato chiuso attorno a una corte centrale. Due lati sono occupati da edifici rurali ancora in uso, gli altri due ospitano le stanze della famiglia Malingri.
La bianca facciata è settecentesca, affiancata da due logge a tre archi per lato. Le scalinate ed il giardino sono gli elementi che immediatamente si impongono all’attenzione, si possono però osservare particolari architettonici ed iconografici rilevanti che testimoniano strutture ed interventi molto lontani nel tempo. La fronte a sud rivela gli archi di un porticato che, un tempo (fino al Seicento), seguiva l’andamento del terreno in declivio, porticato poi parzialmente interrato nel livellamento eseguito per far posto al giardino pianeggiante; queste fronti sono decorate da affreschi in “grisailles”, oggi riportati in luce: sono ancora ben visibili sulla facciata verso il cortile i guerrieri con la corazza detti “Lanzichenecchi” (quattro-cinquecenteschi) che un tempo incorniciavano le finestre di cotto a crociera; due fasce orizzontali riportano fregi e medaglioni che rappresentano ritratti di personaggi reali e simbolici.
Al centro della corte si trova quella che un tempo era probabilmente la chiesa del borgo, di cui rimangono il campanile con la meridiana e l’orologio a pendolo in pietra e sul portale laterale l’affresco ben conservato che rappresenta l’Annunciazione; il pozzo, le scuderie con le carrozze, i loggiati lignei, i fienili e le stalle sono alcuni degli elementi architettonici che ancora oggi legano la parte agricola a quella residenziale e le uniscono in un rapporto di dipendenza storica e compositiva.
Sulla facciata sud si trova un affresco raffigurante una Madonna con Bambino (1470 circa) attribuita a Jacopino Longo, di colori e di disegno delicatissimo, incastonata in una cornice di chiaro stile gotico.

La CAPPELLA DI SAN SEBASTIANO. La cappella ha pianta rettangolare ed è coperta da volta a sesto acuto. Il ciclo di affreschi, recentemente restaurato, importante documento del Gotico internazionale, è dedicato alla Passione; le scene rappresentano, a sinistra: 1) Ultima Cena, 2) Cattura, 3) Orazione nell’Orto, 4) Lavanda dei Piedi. A destra: 5) Cristo davanti a Caifa, 6) Flagellazione, 7) Pilato che si lava le mani, 8) Salita al Calvario, 9) Crocifissione, 10) Deposizione.
Sul muro di testa (al quale forse era addossato l’altare), in centro: san Sebastiano affiancato da due figure non nimbate (uomo leggente un libro, giovane armato di spada); a destra, san Bernardino da Siena (quindi l’affresco dovrebbe essere stato realizzato dopo il 1450, anno della beatificazione) e sSanta Chiara. Al di sopra (nella lunetta): in centro, stemma non più leggibile; a destra, resti di una probabile Deposizione nel Sepolcro. Interessante notare, al di sopra del giovane armato, la scritta “B Berna(rdus)” che potrebbe riferirsi al Beato Bernardo del Baden, protettore di Moncalieri, ivi morto nel 1458 e subito venerato, per fama di miracoli, dalla Duchessa Jolanda che ne promosse la beatificazione poco prima di morire (1478). (La Collegiata di Santa Maria di Moncalieri conserva una tavoletta che rappresenta, in analogia all’affresco di Bagnolo, il Santo come giovane guerriero in armatura; il periodo di esecuzione non ne dovrebbe differire molto).
L’autore degli affreschi è ignoto, ma mostra una mano abile, non schiava della maniera, pur rimanendo nel solco della tradizione. L’alto livello qualitativo degli affreschi renderebbe urgente uno studio che li inserisca nel contesto della pittura di secondo quattrocento nel Piemonte Centrale e Occidentale.

Informazioni:
Ai piedi del Castello di Bagnolo (vedi scheda), in frazione Villar,  si trova il cosiddetto PALAZZO che conserva l’antica cappella di San Sebastiano. L’edificio è di proprietà privata; e-mail:  mail@castellodibagnolo.it, tel. 0175.391394, 335.5244080

Links:
https://www.castellodibagnolo.it/il-parco/ Cappella e affreschi.

http://www.comune.bagnolo.cn.it

Bibliografia:
SANTANERA O., Gli affreschi della cappella di San Sebastiano nel palazzo Malingri di Villar Bagnolo, in: Bollettino della Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della prov. di Cuneo, n. 111, CN, 2 -sett. 1994

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dalle pagine web sopra indicate, che riportano anche altre immagini.

Data compilazione scheda:
29/09/2007 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Bagnolo cappella destra

Bagnolo cappella sinistra

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Bagnolo Piemonte (CN) : Castello Malingri

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Storia del sito.
Le prime notizie storiche su Bagnolo compaiono a partire dal secolo XI.
La costruzione del Castello è probabilmente anteriore al mille. I più antichi Signori di Bagnolo furono gli Albertini o Albertenghi che nel 1200 vendettero il Castello di Racconigi alla Marchesa Adelaide di Susa. Nel 1219 il borgo di Bagnolo fu distrutto, per vendetta dai vercellesi; allora era popoloso e sorgeva, da antica data, alle falde del Castello che lo proteggeva e si estendeva nei prati sottostanti ed era fortemente difeso dal torrente e da palizzate, là dove tuttora sorge il Palazzo Malingri. Invece nella località dove si trova l’attuale concentrico di Bagnolo esisteva un potente convento con giurisdizione ecclesiastica e sovranità feudale dei Canonici di Oulx. Il 17 luglio 1496 i Canonici vendettero, con il consenso ducale, i loro diritti feudali ad Antonio Malingri, Signore di Saint Genix e di Bagnolo, che investì suo fratello Giovanni del benefizio ecclesiastico, nominandolo Priore della Chiesa parrocchiale di S. Pietro.
La storia del Palazzo e del Castello è legata in buona parte a quella del borgo. Nel 1293 si stabilì di trasferire il borgo dalle falde del Castello verso il piano, presso il convento di S. Pietro, ma tale trasferimento non si eseguì perché questo luogo era reputato insicuro e non protetto dal Castello. Nel 1338 Giacomo d’Acaja intimò di nuovo la discesa a S. Pietro, ma neppure allora i Bagnolesi obbedirono, cosicché nel 1400 Amedeo d’Acaja, proibì ogni attività lavorativa nell’antica borgata ai piedi del Castello. La discesa al piano ebbe inizio solo nel XVI secolo, sotto l’energica ingiunzione del Duca Emanuele Filiberto e del suo feudatario Malingri, che acquistò i territori dell’antico borgo. Bagnolo, che rappresentava una importante postazione di controllo della strada tra Saluzzo e Pinerolo, nei secoli seguenti seguì le fortune della Casa Savoia. Nella guerra per la signoria del marchesato di Saluzzo, nel secolo XVI, il Castello venne in parte demolito dai Francesi. Mentre il Castello-forte e le mura conservano ancora i caratteri alto-medioevali, quali apparivano nell’iconografia sette-ottocentesca, sono invece scomparse quasi del tutto le tracce dell’Antico Borgo, e il “Castello Piano” (fino al 1400 integrato nel Borgo) ha subito trasformazioni nel sei-settecento fino ad assumere l’attuale aspetto e prendendo la denominazione di “Palazzo” (vedi scheda). Il castello era costituito in principio da un corpo principale a un piano e dalla torre, legati fra loro da un passaggio aereo in legno. Alla fine del ‘300 fu costruita la torre delle scale ed eseguito l’affresco della Dama sul portale d’ingresso. Nei secoli successivi, forse intorno al 1500, fu sopraelevato fino all’attuale ultimo piano e ornato di merlature ghibelline (di cui si vedono ancora tracce all’interno della sala centrale) e del cammino di ronda in pietra, e al piano terra fu rinforzato con imponenti “barbacani” (mura in pietra che si allargano verso il basso). Il castello, cessata la funzione militare e difensiva, fu usato come edificio rurale. Non si sa esattamente in quale epoca fu coperto da tetto in lose di pietra e furono aggiunti i fabbricati rurali (cascine e mulini idraulici). Tutti questi edifici in pietra sono stati recuperati e restaurati dall’attuale proprietario, mantenendone le caratteristiche e ove possibile le destinazioni. Oggi questa è una delle poche fortezze medievali del Piemonte ad avere conservato le sue originali caratteristiche. Le prime notizie storiche su Bagnolo compaiono a partire dal secolo XI. La costruzione del Castello é probabilmente anteriore al mille. I più antichi Signori di Bagnolo furono gli Albertini o Albertenghi che nel 1200 vendettero il Castello di Racconigi alla Marchesa Adelaide di Susa. Nel 1219 il borgo di Bagnolo fu distrutto, per vendetta dai vercellesi; allora era popoloso e sorgeva, da antica data, alle falde del Castello che lo proteggeva e si estendeva nei prati sottostanti detti “Pradoni” e “Prati Cesarèi” ed era fortemente difeso dal torrente e da palizzate, là dove tuttora sorge la casa di abitazione (Palazzo) dei Malingri. Invece nella località dove si trova l’attuale concentrico di Bagnolo esisteva un potente convento con giurisdizione ecclesiastica e sovranità feudale dei Canonici di Oulx.
Il 17 luglio 1496 i Canonici vendettero, con il consenso ducale, i loro diritti feudali ad Antonio Malingri, Signore di Saint Genix e di Bagnolo, che investì suo fratello Giovanni del benefizio ecclesiastico, nominandolo Priore della Chiesa parrocchiale di S. Pietro, patronato confermato poi da Papa Giulio II nel 1512.
Nel 1293 si stabilì di trasferire il borgo dalle falde del Castello verso il piano, presso il convento di S. Pietro, ma tale trasferimento non si eseguì perché questo luogo era infatti reputato insicuro e non protetto dal Castello. Il 29 ottobre 1338 Giacomo d’Acaja intimò di nuovo la discesa a S. Pietro, ma neppure allora i Bagnolesi obbedirono, cosicchè nel 1400 Amedeo d’Acaja, proibì ogni attività lavorativa nell’antica borgata ai piedi del Castello. La discesa al piano ebbe inizio solo nel XVI secolo, sotto l’energica ingiunzione del Duca Emanuele Filiberto e del suo feudatario Malingri che acquistò i territori dell’antico borgo.
Bagnolo, che rappresentava una importante postazione di controllo della strada tra Saluzzo e Pinerolo, nei secoli seguenti seguì le fortune della Casa Savoia.
Nella guerra per la signoria del marchesato di Saluzzo, nel secolo XVI, il Castello venne demolito in parte dai Francesi.
Mentre il Castello-forte e le mura conservano ancora i caratteri alto-medioevali, quali apparivano nell’iconografia sette-ottocentesca, sono invece scomparse quasi del tutto le tracce dell’Antico Borgo, il “Castello Piano”, (fino al 1400 integrato nel Borgo) ha subito trasformazioni nel sei-settecento fino ad assumere l’attuale aspetto e prendendo la denominazione di “Palazzo”.
Il castello, luogo di difesa sin dai primi secoli degli anni mille era costituito in principio da un corpo principale ad un piano e dalla torre legate fra loro da un passaggio aereo in legno Alla fine del ‘300 fu costruita la torre delle scale ed eseguito l’affresco della Dama sul portale d’ingresso. Nei secoli successivi, forse intorno al 1500, fu sopraelevato fino all’attuale ultimo piano ed ornato di merlature ghibelline (di cui si vedono ancora tracce all’interno della sala centrale), del cammino di ronda in pietra e al piano terra rinforzato con imponenti “barbacani” (mura in pietra che si allargano verso il basso). Il castello, cessata la funzione militare e difensiva, fu usato come edificio rurale. Non si sa esattamente in quale epoca il castello fu coperto da tetto in lose di pietra e furono aggiunti i fabbricati rurali. Solo recentemente gli attuali proprietari discendenti dei Malingri hanno iniziato un restauro ripristinando il tetto, i pavimenti e i serramenti. Oggi una delle poche fortezze medievali del Piemonte ad avere conservato le sue originali caratteristiche.

Descrizione del sito:
Tre ordini di mura di difesa circondavano il Castello: il primo al piano della corte interna; il secondo, di cui restano vestigia a nord verso il bosco; il terzo di cui rimane un tratto che termina con un portone ad arco a fianco della Cappella dell’Immacolata (1700) e che si pensa arrivasse a racchiudere con una torre di guardia l’attuale cascina Castellino, molto più in basso.
Notevole la torre cilindrica che contiene la scala, opera di grande maestria costruttiva: edificata in pietra, sale a spirale attorno ad un pilastro centrale di mattoni sistemati a formare una colonna dal diametro di circa 90 cm. In origine la torre era staccata dal corpo principale merlato: sono ancora visibili all’ultimo piano i merli ghibellini ora integrati nella muratura.
Il piccolo portale d’ingresso della torre è di legno ed è sormontato da un affresco, recentemente restaurato, di non certa identificazione, realizzato probabilmente alla fine del 1300. Si notano in alto, a destra e a sinistra, i due stemmi Savoia e Acaja che la dama tiene sollevati con le mani aperte; lo è stile simile a quello degli affreschi del Castello di Manta e simboleggia probabilmente una unione matrimoniale od una alleanza fra le due casate. Lo stemma dei Malingri e dei Costa della Trinità e decorazioni simboliche (come il nodo Savoia e rami di alloro) fanno da cornice. La dama è seduta su un grande cuscino, ha un abito semplice con manto e un cappello con velo.

Informazioni:
Sulla cima del colle, Via Palazzi. L’edificio è di proprietà privata;  e-mail:  mail@castellodibagnolo.it,  tel. 0175.391394,  335.5244080

Links:
https://www.castellodibagnolo.it/castello-malingri-bagnolo/

http://www.comune.bagnolo.cn.it/index.php/la-storia

Fonti:
Fotografie tratte dai siti indicati.

Data compilazione scheda:
28/09/2007 – revisione febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Alba (CN) : Museo Civico Archeologico e di Scienze Naturali Federico Eusebio

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Storia del Museo:
Fondato nel 1897 per iniziativa di Federico Eusebio, lo studioso locale al quale è intitolato, alla sua nascita si configura esclusivamente come raccolta storico-archeologica, le cui collezioni sono in buona parte costituite da donazioni sollecitate dallo stesso Eusebio. Nel 1976 viene trasferito nell’attuale sede ed arricchito con l’aggiunta di sezioni che illustrano la storia naturale del territorio. Con il nuovo allestimento il patrimonio del vecchio museo archeologico viene integrato con i reperti provenienti dagli scavi effettuati negli ultimi 25 anni, che hanno permesso di sviluppare le conoscenze sulla preistoria e sulla città romana.

Descrizione del materiale esposto:
Nella sua attuale sistemazione il Museo offre un quadro ampio dell’ambiente locale sia sotto il profilo naturalistico sia sotto il profilo storico. Si articola in 3 sezioni:
– Preistoria e Protostoria
La sezione preistorica prende l’avvio con l’illustrazione della storia geologica e geomorfologica dell’Albese. L’importanza della stazione neolitica di Alba (fine VII-inizio IV millennio a.C.) è documentata dai reperti ceramici e litici in selce e pietra verde. Di particolare interesse didattico è l’ipotesi ricostruttiva a grandezza naturale di parte di una capanna neolitica, il cui fondo con la presenza di un focolare è stato ritrovato in borgo Moretta. All’età del Rame–inizi dell’antica età del Bronzo (seconda metà del IV-fine III millennio a.C.) appartengono la tomba collettiva monumentale e alcuni corredi funebri, in cui si distingue un pugnale in rame, recante ancora le tracce del fodero in cuoio. Gli aspetti caratterizzanti l’età del Bronzo (II millennio a.C.) emergono dallo studio delle necropoli che hanno restituito urne, vasi, accessori, elementi di ornamento e di abbigliamento personale. È da segnalare la sepoltura ad inumazione di un individuo adulto con corredo costituito da uno spillone in bronzo ed una ciotola. Il quadro cronologico è completato dall’esposizione delle tipologie ceramiche provenienti dai contesti insediativi e da una spada in bronzo deposta nel letto del Tanaro. L’età del Ferro (V-II sec. a.C.) è documentata da reperti ceramici e metallici, riferibili a gruppi liguri prevalentemente dediti ad attività di sussistenza e al mercenariato.
– Età romana
Nelle sale dedicate all’archeologia romana sono conservate le testimonianze relative ad Alba Pompeia, municipium romano a partire dall’89 a.C., e al suo territorio. Il percorso, introdotto a piano terra dal cippo di Caio Cornelio Germano e dalla tomba a camera (due dei più significativi reperti del Museo), prende avvio al primo piano con un esauriente excursus che illustra gli aspetti storici della romanizzazione, la fondazione della città, le modalità di popolamento dell’Albese. I primi secoli dell’età imperiale sono documentati dai reperti esposti nella sale dedicate all’edilizia pubblica, tra cui i pavimenti in opus sectile, gli elementi architettonici in marmo e, in particolare, la copia della testa colossale raffigurante una divinità femminile. Strettamente connesse alla vita pubblica sono le sculture e le statue in marmo legate ai culti attestati in città, come quello di Mercurio, di Ercole e del Genius Loci. Per quanto concerne l’edilizia privata, si evidenzia la ricostruzione di alcuni ambienti appartenenti a domus, resa possibile grazie all’eccezionale recupero di intonaci parietali che, per la raffinata qualità pittorica, rimandano agli affreschi pompeiani. È inoltre presente una vasta produzione in terracotta comprendente lucerne e ceramica da mensa e da cucina, come anche quella in vetro e in bronzo che include balsamari, specilli, specchi ed oggetti per la cura e l’ornamento del corpo. L’economia e la fiorente attività commerciale sono testimoniate dalle diverse tipologie di macine e di anfore. Ampio spazio è dedicato alla necropoli che ha restituito copiose testimonianze sui riti funerari e sul culto dei defunti. Il gran numero delle sepolture trova visibilità nell’esposizione dei ricchi corredi, composti da manufatti di uso quotidiano ed in alcuni casi da oggetti come il calamaio, lo strigile, lo strumento di misura e il cofanetto per la cosmesi femminile. La consuetudine di porre nel corredo una moneta ha consentito di raccogliere un’importante collezione numismatica. Il percorso si conclude con la galleria delle epigrafi funerarie, una delle più ricche raccolte nel panorama archeologico del Piemonte, tra cui spicca la stele di Caius Cornelius e quella a cassetta con due ritratti virili.
– Scienze naturali
Nella prima sala, dedicata alla geologia, si trova una vetrina didattica sulla scienza dei fossili ed è inoltre presentata la struttura geomorfologica delle Langhe e del Roero. Seguono le vetrine che espongono parte delle ricche collezioni di fossili raccolti nelle varie formazioni geologiche affioranti nell’Albese, da quelle oligoceniche fino all’inizio del Quaternario, quando i sedimenti accumulati sui fondali del Golfo Padano tra i 30 ed i 2 milioni di anni fa emersero definitivamente. In centro è una notevole collezione di minerali delle Alpi cuneesi. Le sala di zoologia inizia con l’illustrazione dell’evoluzione del regno animale. Seguono poi alcune vetrine dedicate agli invertebrati, una con pesci, anfibi e rettili, una per i mammiferi ed una per gli uccelli. L’itinerario si conclude con la sala di botanica.

Informazioni:
Attuale ingresso nella mappa. Tel. 0173 292473
Nuovo depliant del Museo Museo-F-Eusebio

Links:
http://www.comune.alba.cn.it/index.php?option=com_content&view=article&id=467%3Asezione-archeologica-del-museo&catid=37%3Amuseo&Itemid=97

http://ambientecultura.it/museo-eusebio-alba/

Fonti:
Le notizie contenute in questa scheda sono tratte pressoché integralmente dal depliant illustrativo realizzato nel 2004 a cura della Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte, dal Comune di Alba e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo.
Foto in alto da http://www.cuneoannunci.it/old/news_vis.php?idNews=5226

Data compilazione scheda:
27 gennaio 2004 – aggiornam. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Marina Luongo – Gruppo Archeologico Torinese

Alba (CN) : Città romana di Alba Pompeia

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Descrizione del sito e dei ritrovamenti:
I principali riferimenti storici alla nascita di Alba sono contenuti nella stessa denominazione della città romana, Alba Pompeia.
Innanzitutto in relazione ai Bagienni, popolazione celto-ligure insediata nell’albese prima dell’arrivo dei Romani, in quanto “alba” nel mondo ligure indica il centro principale di una tribù, facendo pertanto presupporre il ruolo di capoluogo, forse di un sottogruppo dei Bagienni, assunto dalla città.
In secondo luogo per il collegamento con la figura di Gneo Pompeo Stradone, uomo politico e generale romano, che nell’89 a.C., tramite la Lex Pompeia, concede il diritto latino alle comunità transpadane.
È probabile che allo status giuridico di colonia di diritto latino non corrisponda l’immediata creazione di una struttura urbana quanto piuttosto un luogo di raccolta della comunità preurbana, di “mercato” e di approdo alla confluenza tra il fiume Tanaro ed il torrente Cherasca.
In effetti, Alba conosce il periodo di maggiore sviluppo economico ed urbano nel I sec. d.C., nel corso del quale si definisce l’impianto monumentale cittadino, a seguito della romanizzazione della Valle del Tanaro, cruciale punto di collegamento tra la pianura padana, i valichi alpini ed i centri della Liguria.
L’insediamento si inserisce rapidamente nei flussi commerciali favoriti sia dal sistema di comunicazione fluviale dell’area sia da una fitta rete stradale terrestre, come testimoniato dalla dislocazione del suo porto nella zona nord-ovest/nord della città, in collegamento con l’asse viario che conduceva alla costa ligure e, in particolare, a Vada Sabatia-Vado Ligure attraverso il valico di Cadibona.
Inoltre forma, insieme alle altre due città del bacino del Tanaro, Pollenzo e Benevagienna, il c.d. “triangolo produttivo” che occupa una posizione economica primaria nel Piemonte romano; viticoltura, allevamento ovino e suino, agricoltura e sfruttamento del legname delle aree boschive si configurano come le sue principali attività.

Per quanto concerne l’assetto urbanistico del periodo romano, risultano fondamentali gli studi e le opere di Federico Eusebio, al quale è oggi intitolato il Museo Archeologico e che per la prima volta, nel 1906, si occupa della cinta difensiva, e di Silvana Finocchi, alla quale si deve la prima planimetria dell’impianto urbanistico, pubblicata nel 1975. Altri importanti tasselli si sono aggiunti negli ultimi decenni a seguito degli scavi archeologici condotti dalla Soprintendenza Archeologica del Piemonte.
Un primo elemento di particolare interesse è rappresentato dalla forma ottagonale della CINTA MURARIA (che si può osservare seguendo corso Bixio-piazza Grassi-via Cuneo-piazza Savona-via Ospedale-piazza Garibaldi-piazza Marconi). Tale soluzione, seppure rispondente ai canoni vitruviani, appare dettata soprattutto da esigenze pratiche ed ambientali, in quanto “si lega ottimamente al raccordo con il territorio rurale circostante, messo in relazione da una fitta rete stradale radiale che converge nel nucleo cittadino”; inoltre “permetteva… un’accentuata difendibilità militare del sito e una maggiore protezione dalle frequenti esondazioni dei limitrofi corsi d’acqua” (Mandolesi).
Del circuito murario sono archeologicamente documentati cinque lati: possedeva fondazioni in opus caementicium ed elevato in opus vittatum mixtum (struttura mista di pietra e laterizio con elementi disposti secondo piani orizzontali) a doppi ricorsi di mattoni e originario rivestimento laterizio sia sul fronte esterno che su quello interno.
Era inoltre dotata di torri quadrangolari, di cui restano tracce sul lato nord, collocate in corrispondenza dei principali percorsi viari interni.

Alla città, la cui superficie era di circa 33 ettari, si accedeva mediante tre principali vie di ingresso, in corrispondenza delle tre porte urbiche situate una all’estremità del cardine massimo sul lato meridionale delle mura (probabilmente all’incrocio tra le attuali via Mazzini e via Vittorio Emanuele II) e le altre due alle estremità del decumano massimo sui lati occidentale ed orientale (di difficile identificazione).
Il lato settentrionale, invece, probabilmente non ospitava nessuna via di accesso se non un’apertura di secondaria importanza, a causa dello spazio ridotto che intercorreva tra le mura ed il Tanaro.

All’interno della cinta muraria l’intersezione tra cardine massimo (asse principale nord-sud, lungo l’odierna via Vittorio Emanuele II) e decumano massimo (asse principale est-ovest, oggi via Vida-piazza Risorgimento-piazza Pertinace) generava una serie di strade ortogonali che articolavano lo spazio urbano in 52 isolati, dei quali 34 quadrati con lato di m 71; 10 rettangolari (m 71 x 58) nel settore occidentale, 8 grosso modo triangolari in corrispondenza dei lati diagonali delle mura.
La minor estensione del settore occidentale, in cui si trovavano le insulae di minor ampiezza, era causata dalle limitazioni imposte dal Tanaro, che lambiva le mura ad ovest, e dall’esigenza di collegare il cardine massimo con la strada suburbana principale.
Il ritrovamento di tratti di selciato e di condotti della rete fognaria ha consentito di ricomporre archeologicamente tutti gli assi viari.
Tutte le strade rinvenute sono risultate larghe m 5,50 e dotate di ampi marciapiedi in terra battuta, di circa m 3, per un totale di 11,50 m di sede stradale. L’ampiezza dei marciapiedi presuppone l’esistenza di portici, probabilmente costituiti da spioventi su pilastri in laterizi o in legno, di cui vi sono tracce in basi quadrangolari disposte ad intervalli regolari di 3 metri ritrovate in vari punti.

Una delle prime infrastrutture di cui Alba si dotò fu l’ACQUEDOTTO: lo testimonierebbero le analogie costruttive dei suoi resti con i 29 tratti di condotti fognari emersi, risalenti alla prima metà del I sec. d.C.
Si tratterebbe di un impianto posteriore al primo sistema idrico, di età repubblicana, nato in relazione all’espansione della città e, pertanto, ad un accresciuto fabbisogno idrico.
Si ritiene che fosse basato su più direttrici idriche, o almeno di un condotto primario correlato con bracci secondari; prevalentemente interrato, avrebbe tuttavia presentato alcuni tratti impostati su arcate, come attestato da alcuni basamenti di piloni rinvenuti, ad esempio, tra piazza Savona e via Vittorio Emanuele II e in corso Italia.

Si hanno inoltre indizi di altre strutture a carattere pubblico, il foro, il teatro e un complesso monumentale, forse a carattere religioso, mentre ad oggi mancano dati su altri edifici (basilica, curia…) e sull’anfiteatro.
Nel 1839, in occasione degli scavi per la costruzione di due case alle spalle del duomo, in piazza Rossetti angolo via Vida, area corrispondente all’antica insula XXI e a nord del decumano massimo, si registra il ritrovamento di quello che è considerato uno dei più importanti documenti artistici romani dell’Italia settentrionale. Si tratta di una grande testa femminile in marmo, ed oggi custodita nel Museo Archeologico di Torino, internamente cava ed appartenente ad una statua cultuale della fine del II sec. a.C., realizzata in materiali diversi e posta all’interno di un tempio di cui si ignora la localizzazione. Tale ritrovamento costituirebbe anche un indizio dell’ubicazione dell’area forense proprio in quanto proveniente da una zona connessa alla presunta area del foro, di circa 71 m, identificata nell’ambito delle insulae XVII-XVIII-XIX (attuale area di via Cavour e di piazza Risorgimento), dove peraltro è affiorato un piano in mattoni forse pertinente alla pavimentazione della piazza pubblica.
L’ipotesi sarebbe avvalorata, oltre che da elementi della cartografia antica, anche dalla presenza, in epoca medievale, del mercato cittadino proprio in un’area adiacente a questa.

Testimonianze architettoniche provenienti dall’insula XI (strutture ritrovate al di sotto di via Manzoni che proseguono in muri individuati in coincidenza della chiesa di S. Giuseppe) appartengono ad un complesso pubblico riferibile al teatro, come testimoniato, in particolare, dalla presenza di due pilastri in mattoni collegati ad un muro curvilineo che disegna uno spazio semicircolare con una fronte di circa 45 m.
In effetti, il suo andamento radiale sembrerebbe ancora riflesso in alcuni allineamenti dei fabbricati esistenti; risulta inoltre che proprio in questa zona, tra via Manzoni e via sen. Como, a fianco della chiesa di S. Giuseppe, si trovasse il teatro settecentesco di Alba, poi divenuto teatro Perucca, facendo ipotizzare una suggestiva continuità d’uso della zona. Altri indizi di rilievo sono rappresentati da resti di pavimentazione in opus sectile con impiego di marmi diversi, lastre di rivestimento in marmo, cornici, fregi, frammenti di capitelli e di una statua, bassorilievi, un’erma.
La presenza nel limitrofo isolato a sud (insula XIX) di strutture presumibilmente attinenti alla porticus post scaenam (l’area porticata retrostante la scena) suggerisce una stretta connessione tra area forense e area per gli spettacoli, che trova confronti in molti progetti urbanistici della prima età imperiale, quali Augusta Bagiennorum (Benevagienna) e, ancora in area cisalpina, Brixia (Brescia).
Alla fine del I sec. d.C. lo spazio pubblico viene ampliato con l’inserimento nei pressi di via Cerrato di un nuovo complesso forense-religioso che, prendendo il posto di una dimora privata, testimonia una successiva fase di monumentalizzazione della città.
Tale complesso avrebbe occupato pressoché tutta l’insula X in collegamento con la zona del foro e con quella del teatro dalla quale è separato dal cardine massimo.
Si articola in un’area quadrangolare di 49 X 50 m ca. delimitata da un porticato e caratterizzata da una sequenza di esedre quadrangolari e semicircolari. Si è supposta in proposito l’identificazione con un templum Pacis, forse ispirato a quello voluto da Vespasiano per Roma a celebrazione della fine delle guerre civili e della guerra giudaica (71 d.C.) che presentava su un lato un tempio rettangolare affacciato su un giardino circondato da portici.

Per quanto concerne l’edilizia privata, a fronte delle scarse attestazioni, la presenza nelle domus indagate di ambienti riscaldati (in qualche caso forse riferibili a terme private), di numerosi frammenti di pavimentazioni musive o in opus signinum e di intonaci parietali riconducibili ai cosiddetti III e IV Stile Pompeiano, testimoniano il tenore di vita raggiunto dalla città nei primi secoli dell’impero. Di particolare interesse la decorazione parietale dell’ “ambiente B” pertinente alla domus di via Acqui, dove compare una scena figurata con un cervide marino tra due delfini.
Il riconoscimento di botteghe sulla fronte di una casa indagata in via Gioberti induce ad ipotizzare che nel settore meridionale della città prevalessero le attività commerciali ed artigianali, in contrasto con la zona settentrionale dove sembra fossero concentrate le residenze di maggior pregio. La motivazione è stata individuata nello stretto collegamento della zona meridionale con le aree agricole e le colline delle Langhe, mentre la situazione della zona settentrionale, che costituisce una sorta di “spalto sulla valle del Tanaro” potrebbe aver favorito “l’insediamento dei ceti più ricchi per le caratteristiche di maggior tranquillità, ma anche di un’agevole collegamento con i servizi della zona pubblica” (Filippi).
Altri importanti ritrovamenti consistono nei corredi funerari provenienti dalle necropoli suburbane, fra cui quelle di via Rossini e S. Cassiano, poste in corrispondenza degli accessi principali alla città.

Luogo di custodia dei materiali:
I reperti rinvenuti nel territorio albese sono custoditi nel Civico Museo Archeologico e di Scienze Naturali Federico Eusebio di Alba (CN), nel Museo Civico di Archeologia, Storia e Arte di Bra (CN) e nel Museo Archeologico di Torino.

Informazioni:
nel centro storico.  Per il percorso vedi:http://ambientecultura.it/territorio/alba/musei/eusebio/alba-sotterranea-viaggio-al-centro-della-citta

Link:
http://archeo.piemonte.beniculturali.it/index.php/it/musei/aree-archeologiche/68-aree-arch-prov-di-cuneo/341-percorso-archeologico-di-alba
www.comune.alba.cn.it

Bibliografia:
AA.VV., Alba Pompeia. Archeologia della città dalla fondazione alla tarda antichità, Alba (CN), 1997
in “Archeologia in Piemonte”, Torino, 1998, vol. II, “L’età romana”:
MERCANDO L., I pavimenti decorati, pp. 137-154
DELPLACE C., Pitture romane in Piemonte, pp. 155-166
MANDOLESI A., Tesori del Piemonte. Piemonte romano, Regione Piemonte, pp.54-56
PANERO E., La città romana in Piemonte. Realtà e simbologia della Forma Urbis nella Cisalpina Occidentale, Cavallermaggiore (CN), 2000, pp. 25-38

Fonti:
Fotografia dal sito http://www.newspettacolo.com

Data compilazione scheda:
02/12/2004 – aggiornam. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Marina Luongo – G. A. Torinese

Alba (CN) : Chiesa di San Domenico

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Storia del sito:
La Chiesa di San Domenico venne fondata il 22 novembre 1292, secondo i documenti di donazione del terreno, e affidata ai frati predicatori Domenicani. Il lato est appoggia sui resti di un edificio romano di carattere residenziale. La costruzione durò molti anni perché, in un documento del 1440, il Papa Eugenio IV concesse indulgenze per raccogliere fondi per i lavori della fabbrica ancora “imperfecta”. Probabilmente in tale periodo venne anche rimaneggiata in parte la struttura, completata nel 1474. Vi furono successivamente, tra la seconda metà del 1600 e gli inizi del 1700, pesanti interventi che alterarono la statica della struttura gotica con la costruzione di 10 cappelle laterali. Nel sec. XIX vennero chiuse tre finestre dell’abside, asportate lapidi e iscrizioni, coperti affreschi, modificati altari ecc.
Alla Chiesa era annesso un convento, che venne demolito tra il XIX e il XX secolo.
Una prima fase di restauri avvenne intorno al 1930 con il ripristino dell’abside e la riapertura delle tre finestre; il restauro delle cappelle terminali delle navate laterali; la chiusura delle 10 cappelle perimetrali; il ripristino del pavimento all’antico livello; il recupero di alcuni affreschi, in particolare il Santo e la Madonna della Misericordia nell’abside destra. Vennero abbattute alcune costruzioni recenti addossate all’abside e al campanile.
Dal 1975 a oggi sono stati eseguiti molti e complessi restauri per recuperare le antiche strutture, consolidare la statica dell’edificio con tiranti in acciaio alle arcate delle navate laterali, rifare il tetto, recuperare alcuni cicli di affreschi nella cappella terminale e dell’abside della navata sinistra, ecc.
Lo scavo archeologico permise di scoprire nel 1983 il pavimento in cotto del XIV secolo, tombe di epoca dal XIV al XVIII secolo e, nella navata centrale, la fossa per la fusione di una campana del XV-XVI sec.
Nel 1985 vennero completati i lavori di restauro del pavimento, di posa di impianto elettrico, illuminazione, porte, impianto di amplificazione sonora.
Nel 1996-1998 altri scavi rivelarono i resti di una domus romana, si demolirono 4 cappelle pericolanti, vennero alla luce i resti di un ciclo di affreschi del XIV secolo. Vennero completati altri lavori di restauro della facciata. Ancora da attuare parte del recupero degli affreschi della navata centrale e delle colonne.

Descrizione del sito:
La Chiesa è di stile gotico severo primitivo, ad archi semiacuti. Le cordonature, le travature e le decorazioni testimoniano, nella zona, il passaggio dal romanico al gotico databile alla seconda metà del 1200.
La Chiesa di San Domenico presenta una facciata a due spioventi, divisa in tre campi da paraste; nel mediano sorge il portale a strombo con affresco nella lunetta (rappresentante la Madonna del Rosario con San Domenico e santa Caterina, restaurato nel 1991) con colonnine di arenaria e mattoni a fasce alterne. Il portale é sormontato da arco trilobo entro un arco ogivale e da un occhio.
L’abside è semidecagonale con contrafforti e 5 grandi finestre gotiche strombate di m 9 x 0,95.
L’interno è a forma basilicale lunga m 50, a 3 navate alte circa m 17, tutte in mattoni, divise da colonne con archi ogivali. La navata centrale è larga m 8,70; le navate laterali sono larghe m 4,40 ciascuna. Le volte sono a crociera con cordonature poggianti su colonne cilindriche centrali e su semicolonne incastrate nei muri perimetrali.
Gli scavi hanno portato ad un abbassamento del piano del pavimento fino a 70 cm al di sotto della quota attuale.
L’interno è oggi spoglio degli altari barocchi e di ogni arredo, ed è a disposizione della città per manifestazioni culturali.
Gli affreschi possono essere sinteticamente suddivisi come segue:
– ciclo 1300-1330: decorazione di finestre, lunette, fregi nella settima e ottava campata di sinistra;
– ciclo 1340-1350: completamento delle decorazioni precedenti, decorazione degli archi della volta e stemma troncato sotto gli archetti dell’edicola;
– ciclo 1360-1365: “Storie di sant’Antonio Abate” nella parete destra della navata sinistra. “Madonna della Misericordia” nell’ottava campata della navata destra;
– ciclo 1380-1390: affreschi, recuperati nel 1972, dedicati a Cristo, la Madonna e san Giacomo;
– ciclo 1400-1410: sulla parete di sinistra le “Storie di santa Caterina d’Alessandria; santa Caterina da Siena; beato Pietro di Lussemburgo”;
– ciclo 1450: “Martirio di san Sebastiano” sulla parete sinistra della navata sinistra.
Altri affreschi sono datati tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500 e, nel lato destro dell’abside, vi é il sarcofago di Saracena Morelli del 1491.

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CATTEDRALE DI SAN LORENZO. Tra il 1486 e il 1517 fu ricostruito in stile gotico il Duomo e dell’antico edificio, già esistente nell’XI secolo, furono mantenuti soltanto il campanile, i tre portali, il portico della facciata e la cripta.
CAMPANILE, risalente al XII secolo e modificato nel 1477, a pianta quadrata, con monofore e due ordini di doppie bifore. All’ultimo piano una quadrifora che presenta aperte solo le due centrali. Vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Duomo_di_Alba  da cui è tratta la fotografia n°4.

Informazioni:
Via T. Calissano. Info Famija Albeisa tel. 0173 441742; email: info@famijaalbeisa.it

Links:
http://www.famijaalbeisa.it/getcontent.aspx?nID=38&l=it

http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_1301633770.html

Bibliografia:

MACCARIO L., Per un intervento di restauro del San Domenico, “Alba Pompeia”, 1980, fasc. II
CROSETTO A., MICHELETTO E., Indagine archeologica nella chiesa di San Domenico di Alba (anni 1981-1983), “Alba Pompeia”, 1984, fasc. I
GALANTE GARRONE G., Per il San Domenico di Alba: ricerche e restauri, in “Ricerche sulla pittura del Quattrocento in Piemonte”, Torino 1985, p. 25
TOSCO C., Il gotico ad Alba: l’architettura degli ordini mendicanti, Ediz. Famija Albeisa, Alba, 1999
QUASIMODO F., SEMENZATO A. , Studi per una storia di Alba, una città del Medioevo, Ediz. Famija Albeisa, Alba, 1999
BUCCOLO A. (a cura di), Alba – Chiesa di San Domenico, Ediz. Famija Albeisa, Alba, 2001

Fonti:
Fotografia in alto dal sito indicato al n° 1. Foto 2 particolare, foto 3 da http://provinciadicuneoinfoto.blogspot.it/2012/09/interni-della-chiesa-di-san-domenico.html
Foto n° 4 da Wikipedia

Data compilazione scheda:
22/04/2005 – aggiornam. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A. Torinese

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Aisone (CN) : campanile romanico della Parrocchiale – reperti neolitici

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Storia e descrizione del sito:
La Parrocchiale di Aisone, dedicata alla Natività di Maria Santissima, fu costruita sui resti di una più antica chiesa del XIII secolo eretta dai benedettini e distrutta dalle armate francesi e spagnole nel 1744. Si salvò il bel CAMPANILE, a base quadrata, in pietra in stile romanico del XIII secolo. Presenta cinque piani e cuspide piramidale, monofore e bifore ornate da piccole colonne ed archetti marcapiano.
All’interno della chiesa, un FONTE BATTESIMALE datato 1491 e con inciso il motto dei Savoia: fert.

In località Morra, un raro ACQUEDOTTO con arcate in pietra DI ORIGINE MEDIEVALE, che serviva probabilmente un mulino o attività di lavorazione della canapa.

Descrizione del sito e dei ritrovamenti:
A monte dell’abitato di Aisone si trovano numerose cavità naturali che sono state utilizzate dall’uomo nella preistoria. Le grotte sono osservabili dalla strada statale e effettuando la breve passeggiata nel Vallone di Rio Borbone: dopo la strada per il Piron si imbocca a destra una sterrata che porta ad una suggestiva conca contornata da pareti e torrioni di conglomerato.
Gli scavi archeologici condotti negli anni ’50 e’90 del Novecento hanno messo in luce un INSEDIAMENTO STAGIONALE databile al Neolitico Medio e Finale (V – inizio del IV millennio a.C.). Grazie ai reperti rinvenuti nel corso delle indagini archeologiche e oggi conservati presso il Museo Civico di Cuneo è stato possibile scoprire molte cose sulla vita dei primi abitanti della Valle Stura. La caccia e la pastorizia, documentate dalla presenza di resti ossei di animali selvatici e non (stambecchi, camosci, ovini e caprini), rappresentavano la principale fonte di sostentamento per i frequentatori del sito. Macine e macinelli in pietra, usati per ottenere la farina e probabilmente per lavorare l’ocra, testimoniano la conoscenza e la pratica dell’agricoltura. Gli strumenti in pietra e i manufatti in osso indicano poi un’intensa attività di lavorazione e trasformazione delle materie prime animali e vegetali. Resti di animali documentano la caccia a caprioli, stambecchi e cervi.
I reperti ceramici sono estremamente interessanti e utili a comprendere i rapporti che a partire dal Neolitico cominciano a instaurarsi tra comunità poste talvolta anche a notevole distanza. In particolare, il ritrovamento di vasi dalla peculiare apertura a “bocca quadrata” indica l’appartenenza del sito di Aisone alla cultura detta dei Vasi a Bocca Quadrata (VBQ), formatasi durante la prima metà del V millennio e diffusa in tutta l’Italia settentrionale. Tazze e vasi con i manici forati, attraverso le quali probabilmente venivano fatte passare delle cordicelle per poter sospendere i contenitori indicano, alla fine del V millennio a.C., gli stretti contatti culturali con gruppi transalpini occidentali dell’area franco-elvetica (cultura detta “Chasseana”). Tra gli utensili in pietra, significativa è la presenza di punte di freccia in selce, usate per la caccia. La frequentazione del sito di Aisone doveva essere verosimilmente legata anche all’approvvigionamento di quarzite, reperibile nelle adiacenze del riparo e, più in generale, nell’area del massiccio dell’Argentera.
La successiva frequentazione del sito mostra influenze transalpine e del Piemonte meridionale (seconda metà del V secolo a.C.).

Informazioni:
 Comune tel. 0171 95751 ; e-mail comune.aisone@vallestura.cn.it

Links:
http://www.comune.aisone.cn.it/

http://www.parcoalpimarittime.it

http://www.grottediaisone.areeprotettealpimarittime.it/    (sito  relativo alle grotte)

Bibliografia:
MANDOLESI A., Paesaggi archeologici del Piemonte e della Valle d’Aosta, Editurist, Torino 2007

Fonti:
Fotografie dal sito del Comune.
Foto dell’acquedotto di Giorgio Bernardi.

Data compilazione scheda:
19 dicembre 2011 – revisione febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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