Cavour (TO) : Abbazia di Santa Maria

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Storia del sito:
In un documento del 1037 il vescovo Landolfo dichiara di aver ritenuto giustissimo istituire «in villa que Caburro dicitur» un monastero, all’interno del quale siano innalzate preghiere «omni tempore die noctuque», nella forma cioè della laus perennis e al mantenimento e al decoro dei monaci il vescovo provvede attraverso la concessione generosa di beni e diritti. Segue poi la designazione e la nomina dell’abate: Landolfo chiama a reggere la nuova comunità benedettina il monaco Giovanni, «prudentia et sanctitate celeberrimum», al quale raccomanda cura e impegno nella guida del monastero. La carta del 1037 costituisce il riconoscimento formale del cenobio di Cavour e del suo patrimonio fondiario, ma non è da escludersi che a quella data l’abbazia esistesse da qualche tempo. Il sito prescelto si colloca in un’area di forte romanizzazione e Cavour è attestata con dignità municipale come Forum Vibii Caburrum. All’età di Landolfo però lo stato di abbandono dell’abitato doveva essere quasi definitivo e la località viene semplicemente definita come villa; soltanto la grande quantità di ruderi antichi doveva ricordare l’importanza del passato.

Descrizione del sito:
I resti della chiesa landolfiana sono inglobati in una serie di consistenti stratificazioni, intervenute già in epoca medievale. La chiesa antica è costruita per buona parte con laterizi romani, mentre frammenti scultorei sono reimpiegati per integrare l’apparato decorativo. Del cenobio originario di Santa Maria si conservano oggi parti della chiesa superiore e in ottimo stato la struttura della cripta. Un intervento di fine Settecento ha radicalmente ristrutturato l’edificio fuori terra, realizzando un impianto ridotto rispetto all’estensione romanica, di aspetto cruciforme, con un transetto alto quanto le navate e un portico d’ingresso su pilastri. In realtà il portico è un frammento della chiesa precedente, in quanto la facciata barocca venne notevolmente arretrata. La lunghezza complessiva dell’edificio romanico doveva essere di 10,1 trabucchi, corrispondenti a circa 31,1 metri.
La struttura del presbiterio romanico rimane ancora perfettamente leggibile: uno spazio esteso a tutte le navate, sopraelevato e poggiante su una cripta che si allarga fino a comprendere i muri d’ambito longitudinali. Compaiono anche nella cripta di Cavour le due sale ai fianchi di quella mediana, suddivisa a sua volta in tre navatelle, secondo lo schema già constatato a Testona. A Cavour la piattaforma presbiteriale si è conservata in tutta la sua estensione e consente di cogliere l’intenzione dei costruttori: realizzare un edificio nettamente distinto in due livelli, dove di fronte al corpo longitudinale s’innalzava un podio unitario aperto verso le navate, probabile sede del coro monastico, mentre le cripte inferiori su cui tale blocco poggiava erano visibili ai fedeli tramite un sistema di finestre. Sul piano del presbiterio si aprivano l’abside mediana e due cappelle minori ai lati.

La sala mediana della cripta si estende per sette campate e presenta un perimetro interno trapezoidale. Il pavimento è a lastre lapidee in buona parte di reimpiego. Dalla forma dei capitelli (semplici dadi scantonati, lisci o scolpiti a profonde e dure incisioni verticali, a nodi e a stelle) e dai fusti lapidei appena sbozzati che li sostengono, alcuni autori ipotizzano che siano stati realizzati con un’approssimativa lavorazione dopo la posa e che quindi siano coevi alla fabbrica landolfiana, mentre altri ritengono che possano essere elementi risalenti ad un più antico centro di culto presente nel territorio. Al centro dell’abside maggiore della cripta si conserva un imponente altare costruito con tre frammenti di reimpiego romano di marmo bianco sovrapposti in modo da formare una mensa larga m 1,20 e alta m 1,06. Entro questo altare smontato nel 1905 venne trovata una teca definita ‘rozza’ in piombo con reliquie che su base esclusivamente ipotetica si vollero di San Proietto, diacono di Sant’Evasio, martirizzato il 1 dicembre 362 o omonimo vescovo alverniate martirizzato nel 670. Inattendibile l’identificazione e perduta la teca non esistono elementi per risalire alla costruzione di quest’altare, anche se un’opera così formata rivela anni poveri di mezzi e di materiali. Non è certo che i pilastri ottagonali della chiesa superiore, riemersi all’interno dopo la scrostatura del rivestimento barocco e ben conservati nel tratto esterno del portico, appartengano alla chiesa originaria Con ogni probabilità la fabbrica era iniziata in età landolfiana dalla cripta ed era avanzata nei decenni successivi, sperimentando sempre maggior affinamento delle tecniche costruttive.

Informazioni:
Pro Loco tel. 0121 68194 oppure  0121 69057;  email: procavour@cavour.info

Links:
http://www.comune.cavour.to.it/viewobj.asp?id=3594

http://www.cavour.info/viewobj.asp?id=48

Bibliografia:
TOSCO C., 1997, Architettura e scultura landolfiana in Il rifugio del vescovo, a cura di G. CASIRAGHI G., Torino, Scriptorium
ROMANO G. (a cura di), 1994, Piemonte romanico, Torino

Fonti:
Fotografie dal sito www.cavour.info

Data compilazione scheda:
29 marzo 2004 – aggiorn. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – Gruppo Archeologico Torinese

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