Revello (CN) : Abbazia di Staffarda

staffarda

Storia del sito:
L’area dove oggi sorge l’abbazia era, nel periodo di occupazione romana, alla confluenza dell’organizzazione territoriale delle località di Pollentia, di Forum Vibii e di Augusta Bagiennorum. In quest’area esterna prevaleva l’economia del bosco, del prato e della palude e quindi della caccia, del pascolo, della pesca, della coltivazione estensiva e di radura e conseguentemente facente parte di un esteso sistema di latifondi. L’occupazione del suolo è attestata dalle tracce delle necropoli, forse non a caso situate non lontane dai luoghi dedicati al culto.
I fondi di età romana sopravvissero attraverso una persistenza toponomastica ed i nuovi insediamenti sorsero sui resti delle ville romane per coltivare le modeste superfici libere e, fra i ruderi, nelle loro aree interne vennero sepolti i morti per risparmiare terreno all’agricoltura.
Nella rottura delle linee di evoluzione dal sistema delle ville romane a quello della colonizzazione del territorio ad opera degli enti ecclesiastici, è da tener conto dell’impatto dell’insediarsi delle nuove genti germaniche, con un stanziamento difficile da valutare. In questa nuova fase compare la serie dei toponimi individuati come germanici. Le direttrici di marcia delle spedizioni delle prime bande longobarde e dei loro alleati sassoni contro la Provenza, verso Nizza e verso Embrun (571), ne presuppongono la presenza precoce nel Piemonte sud-occidentale, che avrebbe permesso quegli spostamenti che essi desideravano effettuare. L’annessione al regno longobardo dovrebbe però essere stata ritardata perlomeno ai primi del VII sec.
Indicativa può essere la menzione degli anni di regno sub rege Adlowa[ldo] (620) di Onorata. L’epigrafe sepolcrale venne dissotterrata nel 1811 a Staffarda alla profondità di tre piedi sotto il pavimento di una stalla e riporta:
[Hi]c requiescit [in] sonno pacis b(onae) m(emoriae) [Ho]norata qui vix[it]
in speculo a[nnos]
pl(us) m(inus) XL defunct[a]
sub rege Adlowa[ldo]
anno XVIII regni e[ius]
indic(tione) VIII VIII idus f[ebruariuas]
die mer si quis hunf[c tu]
molum violare tem[ta]
verit iram D(e)ii incul[rat]
et anathematus [set].

Si tratta di una lastra marmorea di cm. 88 x 58, in cattivo stato di conservazione (ora al Museo di Antichità di Torino). Il testo, puntualmente datato, si presenta nelle forme dell’epigrafia rustica del VII sec. L’iscrizione, originaria del sito, è probabilmente la testimonianza di qualcosa che ha preceduto l’insediamento monastico cistercense, che potrebbe essersi sovrapposto ad una chiesa campestre, attorno alla quale si era già coagulato un nucleo abitativo. A dar corpo all’ipotesi concorre la notizia di avanzi di muri e di cotti romani che si rinvengono nella regione compresa fra il rivo Ghiandole ed il Po a nord di Staffarda, come pure nel sottosuolo dei prati a destra della strada provinciale da Saluzzo a Cavour, presso l’abbazia. Nella stessa, nel 1930, nel demolire un vecchio pilastro, lo si trovò murato di tabelloni romani.
Risulta qui interessante volgere lo sguardo al territorio circostante a Staffarda, delimitato da una poligonale che, sulla distanza di sette-dieci chilometri, tocca una successione di località particolarmente importanti per le testimonianze che offrono: Revello, Scarnafigi, Saluzzo, Cavour. Nella rarefazione del paesaggio urbano tardo antico, la nostra area sembra seguire le sorti di altri centri romani del Piemonte sud-occidentale, in una situazione che perdura per tutto il medioevo sino alle soglie dell’età moderna: perciò il vuoto urbano in corrispondenza di Forum Vibii Caburrum, Forum Germa(—), Augusta Bagiennorum, Pedona, Pollentia forse non è casuale ma riflette un’oggettiva situazione.
All’inizio del secondo Millennio appaiono le novità, i primi segni di un rinnovato interesse e l’esprimersi di nuove energie. Anche nella zona di Staffarda dunque ci fu una ridistribuzione degli insediamenti rurali con la conseguente fondazione di nuove cappelle o la loro usurpazione ai danni della pieve. Nel rinnovamento delle popolazioni si esauriscono i più vecchi schemi insediativi ed hanno fortuna le nuove sedi. Spesso sono le chiese a giocare un ruolo aggregativo nel costituire attorno a sé nuclei abitati. Ed in questo contesto toccherà ai Marchesi di Saluzzo giocare la carta vincente della fondazione del monastero delle fresche energie di Santa Maria del bosco di Staffarda.
Al principio del sec. XII la regione di Staffarda era un’immensa boscaglia: era la grande selva, il nemus Stapharde attorno alla quale nei secoli successivi ruoteranno gli appetiti dei vari poteri locali e regionali. È ormai scomparso il lago, ma ricca doveva essere ancora la presenza delle acque, come ricordano le numerose attestazioni di “fonti” e “fontabili”.
Sul cippo inaugurale che i monaci posero sulla piazza del convento è scolpita la croce e la “M” unciale, ma non vi si legge purtroppo alcuna data.
L’abbazia di Staffarda venne eretta dai monaci cistercensi in un’equilibrata commistione di stile romanico e gotico, con la preoccupazione dominante di costruire un complesso funzionale ai principi delle regole. La data di fondazione viene indicata fra il 1135 ed il 1138: ma la costruzione richiese molto tempo, sia per la sua complessità, quanto per la necessità di aspettare che i redditi sempre crescenti dell’abbazia lo permettessero. Infatti la nostra chiesa presenta ancora forme prettamente romanico-lombarde nella compiutezza dello stile: ma il nartece è già gotico, come pure l’aula capitolare ed il chiostro. Se poi si misura la distanza che corre tra l’ingresso principale al comprensorio dell’abbazia ed il chiostro stesso, la chiesa, gli edifici conventuali, la grandiosa foresteria, ci si può rendere conto della vastità dell’abbazia, della complessità della sua opera bonificatrice, della sua varia attività di grande centro agricolo, che si ampliò gradualmente, con il concorso favorevole di una collaborazione, tipica degli usi cistercensi, fra i monaci e quanti lavoravano con loro sulle loro terre. Ricordiamo anche i locali del noviziato e del parlatorio, forniti di portico, dell’auditorio per i conversi, dell’infermeria, dell’ospizio per i poveri, della foresteria aperta a quanti sostavano a Staffarda, della sartoria quanto mai indispensabile per rinnovare gli abiti presto logorati dai monaci al lavoro, dalla dispensa per tutta la comunità con il suo portico ed il magazzino dei prodotti agricoli. Gli edifici, sebbene improntati a severità monastica, presentavano nella sagoma delle finestre, negli archi dei porticati, nella muratura stessa, di un rosso cupo, interamente in cotto, una piacevole eleganza.
L’età aurea di Staffarda iniziò nella seconda metà del sec. XII, si affermò e risplendette per tutto il ‘200 ed incominciò la sua parabola discendente nei primi decenni del ‘300, corrispondente all’epoca comunale, prima del rafforzarsi delle predominanti signorie locali.

Descrizione del sito:
La chiesa di tipo basilicale (dedicata a Santa Maria) è a tre navate con tre absidi di pianta lombarda, costruita in mattoni a vista. La celebrità della costruzione si deve soprattutto alla grandiosa armonia del chiostro, anche se subì gravi danni nella battaglia del 1690 (contro i francesi di Catinat) con la scomparsa del portico del braccio meridionale e parte di quello orientale. Bellissima la sala capitolare divisa in nove campate da quattro colonne centrali che sostengono le volte a crociera, dotate di due leggiadre trifore ogivali che si aprono ai lati dell’ingresso. Nel lato sud, si trova il refettorio dei monaci, una sala rettangolare divisa longitudinalmente in tre sezioni da colonne; l’ambiente è stato modificato nel tempo anche a causa delle distruzioni del 1690 (sulla parete verso oriente, si trovano resti di un affresco raffigurante l’Ultima Cena, che avrebbe necessità di un intervento di recupero e restauro). Magnifico il vasto ambiente della foresteria, nell’apposita costruzione a sud del convento, pervenutoci integro nelle sue due navate, nelle quattro possenti colonne a conci di pietra. Quasi di fronte si trova l’edificio medievale a portici del mercato, la cui mole ancor oggi ci conferma quale fosse l’importanza produttiva di Staffarda.
Ancora nel 1678, poco prima della distruzione ad opera dei francesi del Catinat, l’abbazia possedeva 34 cascine. Nel 1750 divenne commenda perpetua dell’Ordine Militare dei Santi Maurizio e Lazzaro. Soppresso l’ordine dalla rivoluzione francese, rimase in abbandono fino al 1923 quando l’Ordine Mauriziano, cui era rimasta la proprietà del luogo, iniziava grandi interventi di restauro che dovevano restituire a Staffarda la possibilità di far rivivere un antico modo di vivere.
Recenti opere di ristrutturazione dei locali posti al piano terreno dell’edificio dei Conversi hanno permesso di mettere in evidenza ritrovamenti delle più antiche strutture del Monastero (1200 c.)
Nel 2013 L’Associazione Amici della Fondazione Ordine Mauriziano si è fatta promotrice del restauro dell’acquasantiera della chiesa. 

Informazioni:
Tel. 0175 273215;  email:  staffarda@libero.it

Links:
http://www.ordinemauriziano.it

http://www.amicibbaamauriziano.it/beni.asp?id=6

http://www.medioevo.org  (per altre fotografie)

http://it.wikipedia.org

Bibliografia:
BELTRAMO S.. L’abbazia cistercense di Santa Maria di Staffarda, Editrice L’Artistica Savigliano, Savigliano CN 2010
ROTUNNO E., L’Abbazia di Staffarda (Guida storica illustrata), Editrice L’Artistica Savigliano, Savigliano CN 2011

Fonti:
Fotografie tratte dal sito indicato al n° 2.

Data compilazione scheda:
08/02/2005 – aggiornamento marzo 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Feliciano Della Mora – Amici della Fondazione Ordine Mauriziano

Staffarda, cippo in pietra

736-Saluzzo_AbbaziaStaffarda

interno staffarda