Senza categoria

Arignano (TO): La Rocca

Storia del sito:
Il primo documento certo che cita l’esistenza di una rocca ad Arignano è un diploma dell’imperatore Enrico III del 1047 nel quale si dichiara che Arignano è affidata ai Canonici torinesi del Convento di San Salvatore, in quel periodo molto potenti. In questo diploma si cita espressamente il castrum Alegnani ed una cappella dedicata a San Remigio. In questo periodo la rocca è molto probabilmente una torre quadrata addossata ad un piccolo palazzo e difesa da un muro di cinta.
Nel 1158 è assediata e quasi del tutto distrutta dall’esercito dell’imperatore Federico I di Hohenstaufen. In un diploma imperiale del 1159 firmato dallo stesso imperatore viene citata la curtem de aliniano e sappiamo che Anselmo e Oddone di Arignano cedono al vescovo di Torino tutto ciò che possiedono in questo luogo.
Nel 1231 il comune di Chieri dona la somma di quaranta libbre ai Bosio, signori di Arignano, per la costruzione di una torre per la quale hanno un anno di tempo per portare a termine i lavori. I Bosio, famiglia chierese signora di Arignano tra la fine del XII secolo e la prima metà del XIV secolo, ne approfittano per realizzare parallelamente una generale ristrutturazione della rocca stessa. Nel 1341 c’è un atto di infeudazione nei confronti di Milone Gribaudo o Gribaldo. Non sappiamo quando i Gribaldo subentrano ai Bosio, ma Arignano e la rocca rimangono una proprietà di questa famiglia chierese per una sessantina d’anni.
Nel XIV secolo i Visconti di Milano, appoggiati dai marchesi di Saluzzo e dai marchesi di Monferrato, cercano di ampliare il proprio potere e dominio nella pianura del Po, scontrandosi con i Savoia-Acaja fiancheggiati dagli Angiò. Ed è in questo contesto che, nel 1396, la rocca subisce l’assedio del soldato di ventura Facino Cane che conquista Vernone, Vergnano e Tondonico mentre il marchese di Monferrato si impadronisce di Andezeno, Arignano, Marentino, Mombello e Moriondo.
La rocca è seriamente danneggiata tanto che è necessaria un’ampia e profonda ristrutturazione. Nel 1397 la famiglia Gribaldo inizia la realizzazione della ristrutturazione e ricostruzione del castello ma i lavori si interrompono quasi subito e non se ne conosce la ragione.
Il 2 aprile 1400 Giacomo Milone e Giovanni Milone vendono la rocca, per 1100 fiorini d’oro, a Giovanni Broglia dei Gribaldengis. La rocca rimane una proprietà dei Broglia per pochi anni perché nel 1407 è acquistata da Ludovico Costa degli Albussani. Dal momento che la rocca è non solo in pessimo stato manutentivo ma i gusti architettonici stanno cambiando, i Costa decidono di costruire un secondo castello, quello delle “Quattro Torri”, (vedi scheda) e non si preoccupano di risistemare la rocca tanto che in molti documenti dei secoli successivi è chiamato castello vecchio o castellasso. Vedi ultima foto in basso per l’insieme delle due costruzioni.

Descrizione del sito:
La rocca si erge in cima ad una collina e con la sua notevole mole domina la zona circostante. Gli interventi di ampliamento e ristrutturazione della fine del Trecento sono parzialmente leggibili ancora oggi. Il progetto, piuttosto ambizioso e costoso, prevede la costruzione di una cortina di difesa su tutti e quattro i lati con un terrapieno e un fossato pieno d’acquea; l’ampliamento del palazzo signorile di forma rettangolare; la risistemazione del masito posto nell’angolo di sud est; la realizzazione di tre torri quadrate sugli angoli di nord est, nord ovest e sud ovest.
A est del dongione si notato ancora i collegamenti murari fra l’antica struttura della rocca e le nuove strutture del palazzo, utili e necessari a legare l’opera già compiuta con quella ancora da compiere. È in questo punto dell’ampliamento centrale con la costruzione dell’ambiente a sud che è chiara l’ipotesi della ristrutturazione della rocca ipotizzata, ristrutturazione che però non venne terminata. Non si conosce la vera ragione per cui la e sua edificazione si interrompe, molto probabilmente per gli alti costi o probabilmente per la volontà del nuovo signore di Arignano di costruire un nuovo castello, quello delle quattro torri.
Per questo motivo non è possibile sapere come era stato ideato il collegamento del palazzo con il dongione e non è possibile capire quale sia la funzione del vano nel muro.
L’entrata alla rocca oggi come nel XV secolo, si trova nella manica di levante dove vengono realizzati due ponti levatoi. All’interno del palazzo si accede dalla manica di ponente, attraverso una scala, in parte all’esterno e in parte all’interno del basamento, che conduce all’interno del piano semi-interrato. La pianta del palazzo è rettangolare ed in tutti i tre piani è suddivisa in tre ambienti divisi da due muri di spina che hanno l’orientamento da est a ovest.
Interessante è, nel lato di levante del piano semi-interrato, la presenza di una piccola scala coperta da volta a botte rampante che conduce ad una apertura recentemente allargata ma anticamente molto angusta aperta a metà del terrapieno di levante. A metà della scala è stata realizzata una seconda scala anch’essa coperta da volta a botte rampante, che conduce non all’esterno ma ai piedi del lato del basamento orientato a mezzanotte sul quale, nella prima metà del XIX secolo, è stato addossato il lato sud delle scuderie neogotiche.
Una scala ad elica, che all’esterno ha la forma di una torretta rotonda, mette in comunicazione tra loro i tra piani del palazzo e il palazzo con la torre di sud-ovest, l’unica torre ancora oggi esistente.
Nel 2017 la rocca è stata venduta e i nuovi proprietari stanno portando avanti una serie e profonda ristrutturazione della stessa per riportarla al suo splendore originario.

Informazioni:
 via Gino Lisa, 6. (La via è senso unico a salire, da piazza Vittorio Veneto fino all’incrocio con via Garibaldi; la rocca si trova di fronte alla chiesa parrocchiale di Arignano.) Di proprietà privata, non visitabile.

Bibliografia:
Cavallari Murat,  A., Antologia monumentale di Chieri, 1968, Torino
De Bernardi, A., La rocca di Arignano, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura. Edizioni dell’Istituto di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti, 15 ottobre 1968
Fornaca, S., I Castelli della provincia di Torino, Edizioni Gribaudo, 2005
Viglino Davico, M., Bruno, A., Lusso, E., Massara, GG, Novelli, F., (a cura di), Atlante Castellano. Strutture fortificate della provincia di Torino, edizioni Celid, 2007

Fonti:
Fotografie e testi di Vittoria Zucca

Data compilazione scheda:
5 /03/2019

Nome del rilevatore:
Vittoria Zucca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arignano (TO): Castello delle quattro torri

Storia del sito:
Questo castello è stato edificato a nord della rocca, in una posizione defilata e quasi invisibile a chi non ne conosce l’esistenza.  Vedi ultima foto in basso dei due edifici.
Non si conosce la data precisa della sua costruzione né si conosce l’architetto, ma sicuramente è opera di maestri locali. Costruito tra il 1407, anno in cui Arignano diventa feudo di Ludovico Costa degli Albussani, ed il 1430 ha una forma quadrangolare anche se inizialmente realizzato solo su tre lati: sud, ovest e nord. La manica di levante è costruita tra la fine del XVI e i primissimi anni del XVII secolo. Il castello diventa quadrato, con un cortile interno e quattro torri rotonde poste ai quattro angoli.

Descrizione del sito:
Quando, a inizio del XV secolo, il castello è costruito la manica ovest risulta essere la facciata principale perché l’ingresso alle quattro torri avviene attraverso la leja, un viale alberato che dall’attuale strada provinciale per Castelnuovo don Bosco, all’altezza dell’ingresso della rotonda, porta al cancello del “casino” l’ingresso principale alle quattro torri. Qui, verso la metà del XX secolo viene installato il primo telefono arignanese con il quale i dipendenti avvertivano i conti Costa dell’arrivo degli ospiti. Un vialetto interno, tuttora esistente, conduce al portone d’ingresso del castello posto nella manica sud e che è attualmente l’ingresso principale.
La manica est si differenzia dagli altri tre lati innanzitutto perché ha una larghezza inferiore rispetto agli altri tre lati ma anche per la presenza di un cordolo torico e da una serie di fori usati un tempo per la posa delle impalcature in legno necessarie alla costruzione di questo lato del castello.
La manica nord, assai deteriorata, è priva di interesse architettonico. Al piano terreno ci sono piccoli ambienti di servizio, mentre al primo piano vi è un grande salone probabilmente adibito ad uso della servitù. Un secondo portone, più piccolo rispetto a quello sud, apre sulla campagna. Numerosi interventi di adattamento nei secoli scorsi non ci permettono oggi una lettura dell’originaria struttura di questa manica. Gli unici decori presenti sono quelli di una grande finestra a croce vicino alla torre di nord-ovest e sopra il portone d’ingresso alle cantine.Il cortile interno è la parte centrale del castello. Sia il portico a piano terra che la loggia del primo piano sono coperti da volte a crocera non intonacate. Sotto la sporgenza del tetto, le maniche a sud e a ovest sono caratterizzate da una decorazione in cotto mentre quelle a nord e a est hanno una decorazione intonacata e squadrata. Nell’angolo di nord-ovest del cortile una scala piuttosto ampia permette l’accesso alle stanze del primo piano e al loggiato.Per tradizione in questo cortile annualmente, il giorno di Ognissanti e dopo aver celebrato una messa nella Cappella della Madonna della Visitazione a Tetti Chiaffredo, conosciuta in paese come La Capela, veniva consumato un pranzo cui intervenivano i dipendenti ed i mezzadri a servizio della famiglia Costa, cui la contessa serviva personalmente a tutti un piatto di minestra con pasta e fagioli.Tutto il castello è cantinato e i quattro lati sono tutto comunicanti fra loro. L’ingresso alle cantine avviene da due scale all’interno del cortile, una a est e l’altra a ovest, e da un portone situato nella manica di mezzanotte accanto alla torre di nord-ovest da cui era possibile accedere all’interno delle cantine con carri e trattori.Da un inventario legale del 1576 risulta che il castello è ancora abitato dai Costa ed in particolare da Caterina Roero vedova di Bongiovanni Costa conte di Arignano e dai loro figli. Dal consegnamento del 1615 sappiamo che il castello non è più dimora stabile della famiglia e in una sua parte sono state ricavate il fienile, le stalle e le scuderie. A partire dal XVII secolo, quindi, il castello non ha più un uso residenziale ed è trasformato in cascinale ed abitazione dei dipendenti dei Costa perché la famiglia risiede ormai abitualmente a Torino. Nello stesso periodo i conti Costa iniziano la costruzione di una villa barocca sullo stile delle “vigne” molto in uso presso la nobiltà sabauda di Torino.
Gli attuali proprietari hanno provveduto, tra il 1980 ed il 1995, ad una profonda ristrutturazione del castello con la supervisione della Sovrintendenza delle Belle Arti di Torino.

Informazioni:
Via Garibaldi, 4. Proprietà privata, non visitabile.

Bibliografia:
Cavallari Murat, A., Antologia monumentale di Chieri, 1968, Torino
De Bernardi, A., Il castello di Arignano, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura. Edizioni dell’Istituto di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti, 15 ottobre 1968
Fornaca, S., I Castello della provincia di Torino, Edizioni Gribaudo, 2005
Montanaro, M., Il castello delle quattro torri e le costruzioni neogotiche di Arignano, Politecnico di Torino, I Facoltà di Architettura, Corso di Laurea Triennale in Scienze dell’Architettura, Relatore Prof. Luciano Re, A.A. 2008/2009

Fonti:
Fotografie e testi di Vittoria Zucca

Data compilazione scheda:
5 /03/2019

Nome del rilevatore:
Vittoria Zucca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Carlo Canavese (TO) : Cappella di S. Maria di Spinerano

San carlo spinerano abside

Storia del sito:
Costruzione di architettura romanica, edificata all’inizio dell’XI secolo, di probabile origine benedettina. L’edificio, allora a tre navate terminanti due con abside ed una con campanile, è menzionato, col nome di chiesa di “San Solutore in Spinariano” (o Spinairano), per la prima volta nel 1118, tra i beni appartenenti all’abbazia di San Solutore in Torino. L’appartenenza é confermata in un documento del 1289. La chiesa viene ancora citata nel 1444, 1469, 1745.
Successivamente assume il titolo di “Santa Maria di Spinariano” e nel 1349 viene ammessa alla mensa dell’abbazia di San Mauro di Pulcherada, (l’odierna San Mauro Torinese) rimanendovi sino alla fine del Settecento.
Alla fine del Settecento viene ridotta ad una sola navata terminante con abside e campanile incorporato sul fianco destro. La chiesa viene restaurata all’inizio del ‘900 e dichiarata monumento nazionale; oggi appartiene alla Parrocchia di San Carlo Canavese.
L’interno del catino absidale è coperto di AFFRESCHI eseguiti alla metà del Quattrocento dal pittore “magister Dominicus de la marcha d’Ancona” che così firmò le pitture (vedi foto).
Si hanno notizie del pittore e della datazione degli affreschi da due bolle dell’antipapa Felice V (Amedeo VIII di Savoia). Nella prima, del 1444, si viene a conoscenza che Domenico Pago, appartenente al terzo ordine francescano, si era ritirato dodici anni prima a vivere in solitudine come eremita nella chiesa di Santa Maria di Spinerano e a sue spese l’aveva restaurata costruendovi vicino la sua piccola abitazione. Nella seconda bolla, del 1449, si stabilisce la vacanzia del beneficio ecclesiastico, quindi, indirettamente, la morte o la partenza del religioso dal luogo; di conseguenza gli affreschi sono databili anteriormente al 1449.

Descrizione del sito:
La chiesa è recintata, la facciata imbiancata è semplicissima, con copertura a capanna; il paramento murario romanico, in parte deteriorato, è evidente nell’abside e nel campanile. L’abside conserva una decorazione con archetti pensili raccordati da lesene e tre finestrelle.
Il campanile non ha aperture nella parte inferiore, ma solo negli ultimi due piani: il penultimo con monofore, l’ultimo con bifore. I piani sono decorati da una fila di archetti e da una cornice in cotto. Le dimensioni del campanile sono piccole, ma in armonia con quelle della chiesa.
L’interno dell’abside è interamente coperto da dipinti eseguiti dal Magistro Dominicus de la marcha d’Ancona. Al centro della calotta è dipinta una Madonna in trono col Bambino circondata da Sante tra le quali, a destra, si riconoscono sant’Elisabetta e santa Maria incinte, alle loro spalle sant’Anna, sant’Antonio Abate che pone la mano sulla spalla del committente (probabilmente lo stesso pittore) e alla sinistra santa Caterina d’Alessandria, con santa Chiara ed altra Santa sconosciuta.
Al di sotto, nel catino absidale, le figure dei 12 Apostoli, ciascuno con un cartiglio su cui è scritta una frase del Credo, separati da una semplice cornice geometrica.
La composizione ha ancora un impianto medievale e le figure risentono dell’influsso gotico, soprattutto per la bidimensionalità del disegno. Interessante è la decorazione degli abiti e la ricchezza del panneggio decorativo, testimonianza dell’importanza nel luogo dell’arte tessile. Raffinati i visi della Madonna e delle due sante alla sinistra. La figura dell’apostolo san Taddeo è stata ritoccata perché il tratto è più raffinato e i colori differenti. In alto sul timpano centrale è rappresentata la scena dell’Annunciazione, con una rara rappresentazione della Trinità.
Resti di affreschi romanici rappresentanti gli Apostoli affiorano in alcuni punti della chiesa. Sull’arco sovrastante il semicatino vi sono tracce di una fascia affrescata con disegno di mattoni posti a dente di sega, simile a quello nella chiesa di San Martino a Ciriè.
Sul muro interno sono appesi dei laterizi di epoca romana, resti di una tomba ritrovata nelle vicinanze.

Informazioni:
Il borgo di Spinerano (anticamente Spinariano) si trova ai confini del comune di S. Carlo Canavese con quello di Ciriè; la cappella è presso un campo giochi. Proloco, email: presidente@prolocosancarlo.it o al Comune tel. 011 9210193 email: comune.sancarlo@icip.com

Links:
http://www.comune.sancarlocanavese.to.it/ComSchedaTem.asp?Id=4831

http://www.prolocosancarlo.it

Bibliografia:
BIANCOLINI FEA D., Santa Maria di Spinerano, Atti del seminario di studi diretto da P. Sampaolesi, ISAL, 1975
CARESIO F., Romanico in Piemonte, Ed. Di Camillo design & comunicazione, Moncalieri, 1998
CASIRAGHI G., La diocesi di Torino nel Medioevo, Palazzo Carignano, Torino, 1979
DI PIERO A., VASSALLO M., Arte romanica nelle valli di Lanzo e nel basso Canavese, Torino, s.d.
MORETTO, Indagine aperta sugli affreschi del Canavese dal romanico al primo Rinascimento, Saluzzo, 1973
OLIVERO E., Architettura religiosa preromanica e romanica nell’Archidiocesi di Torino, Torino, 1941

Fonti:
Le notizie sono state fornite nel 2005 dal dr. Gianfranco Ballesio, del comune di San Carlo Canavese.
Fotografie archivio GAT.

Data compilazione scheda:
14/12/2005 – aggiornamento maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A. Torinese

Spinerano Apostoli

Spinerano partic

Piossasco (TO) : Castelli e chiesa di San Pietro

9merliderossi

Storia del sito:
Sul colle che, dal Monte San Giorgio, si protende verso sud fino alla pianura,  sorgono tre castelli che, insieme ad altri edifici di epoca moderna, sono all’interno delle MURA di fortificazione di forma ovoidale e ancora in parte leggibili.
Il castello che sorge più in alto, a 457 m s m è anche il più antico e risale al X-XI secolo: viene detto CASTELLACCIO o “Gran Merlone”, con riferimento all’appellativo “Merlo”, frequente nella famiglia Piossasco, attestata dall’XI secolo. Secondo alcuni studiosi la parte più antica (muro ovest) potrebbe avere origini longobarde. Il cas4piossasco schematello fu distrutto nel 1693 dal generale francese Catinat, in lotta contro il Duca di Savoia Vittorio Amedeo II.
Il secondo castello non fu mai terminato e risale al XVII-XVIII secolo, detto castello Piossasco-DeRossi, ed è oggi in rovina.
Il terzo castello, quasi in pianura, è detto “DEI NOVE MERLI”, per ricordare lo stemma dei Conti di Piossasco ed è stato costruito tra il 1300 ed il 1400, rimaneggiato nei secoli seguenti. Fu posseduto indiviso dal consortile della famiglia Piossasco, formata da quattro rami: i de Feys, i de Rubeis (Rossi), i de Federicis e i de Folgore. Nel 1775 uno dei proprietari fu il conte di Bardassano, mentre dal 1834 l’edificio fu di proprietà del conte Luigi Piossasco-None, padre dell’ultima discendente della casata. Nel XX secolo il castello subì delle trasformazioni: fu adibito a ristorante e successivamente a discoteca, piano bar e ancora ristorante.

Nei pressi di quest’ultimo castello sorge la CAPPELLA DI SAN PIETRO, ricordata la prima volta in un documento del 1226, una transazione tra i Signori di Piossasco e la certosa di Monte Benedetto (Val di Susa). Anticamente munita di portico, aveva annesso un piccolo cimitero e conservava un affresco ora perduto dedicato a san Pietro. La cappella fu anche sacello dei signori di Piossasco fino al 1933.
Un recente restauro ha portato alla luce un ciclo di affreschi della seconda metà del XIV secolo.

Descrizione del sito:
Le rovine del CASTELLACCIO si vanno degradando con il passare del tempo. Dagli antichi rilevamenti catastali, annotazioni e uno schizzo del secolo scorso frutto della ricognizione dell’architetto portoghese D’Andrade, si sa che vi era sulla sommità una torre e un fabbricato quadrangolare con in cima delle finestrelle a feritoia strettissime; inoltre esisteva una porta alta, a cui in un secondo tempo era stata appoggiata una scala a due rampe. La porta sopraelevata, secondo l’architetto, doveva condurre all’interno del castello. La parte dell’edificio più vetusta si presentava cinta da mura; all’interno, a sud-est, i resti di una torre-abitazione, mentre a nord, verso il colle della Croce, un campo quadrangolare recintato e poco più sotto in direzione di San Vito, un accesso pedonale, la cui esatta individuazione era impossibile già lo scorso secolo, perché l’antico muro era stato sostituito in epoca più recente da uno a secco. All’interno dell’angusto spazio recintato viene ricordata la presenza di una cisterna per l’acqua di forma rettangolare con volta a sesto acuto.
Il ripido degradare del lato ovest e sud-ovest, le fortificazioni sul versante opposto, l’aspetto impervio e selvatico con presenza di folta vegetazione, la mancanza di strade dalla parte di San Vito erano una buona garanzia contro improvvise aggressioni, mancando fossati e ponti levatoi impossibili da attivare per la scarsa presenza di corsi d’acqua nelle vicinanza. La capacità abitativa, visto lo sviluppo della costruzione, sembra via via essersi adeguata alle mutate esigenze e condizioni storiche. La struttura più elevata, che fa pensare ad una torre-abitazione, non doveva essere molto capiente, mentre l’altra costruzione racchiusa nelle mura doveva avere una discreta ampiezza tale da ospitare, come risulta da documenti, alcuni dei signori di Piossasco con largo seguito di familiari e servi, fino al XVI secolo.

Il CASTELLO DEI NOVE MERLI è l’unico edificio superstite nella sua interezza, anche se evidenti sono i notevoli rimaneggiamenti, gli aggiustamenti tardivi, neomedievali, romantici come nel caso del camino interno e della torre merlata, sopraelevazione della seconda metà del XX secolo di un antico vano scala. La ristrutturazione in chiave moderna può essere fatta risalire intorno al 1847 quando il proprietario, il conte Luigi Piossasco-None, fece eseguire sostanziali lavori di rifacimento in quella che oggi è la facciata della galleria con i suoi archi a sesto acuto. L’edificio può in qualche modo presentare elementi tardomedievali riconducibili al periodo della costruzione, oggi difficilmente individuabili. Alcuni elementi rinascimentali sono evidenti negli aspetti decorativi e altri neogotici sono il frutto dei rifacimenti ottocenteschi.
Nella struttura si individuano diversi piani: seminterrato, terra, primo, secondo e terzo. Il primo presenta il soffitto a botte, forse dell’originaria costruzione medievale, il piano terra conta 14 vani di diversa dimensione, il primo piano ha 9 vani tra cui il vestibolo; il salone del camino e la galleria della vetrata; le sale dei cartigli, delle mensole, verde e azzurra. Sono su questo piano i decori di epoca rinascimentale. Al secondo piano si trova la cosiddetta stanza dei frati, adibita all’accoglienza dei religiosi che venivano al castello. L’arredo antico è andato disperso nel tempo a causa dei saccheggi e delle vendite.

La CAPPELLA DI S. PIETRO, situata all’interno dell’area fortificata, a breve distanza dal castello dei Nove Merli. Gli affreschi, della seconda metà del XIV secolo, raffigurano una Madonna con Bambino e alcuni volti di santi fra cui Cosma, Damiano, Antonio Abate e Caterina.

Dal Castellaccio scendono i RESTI DELLE MURA, ben conservati soprattutto lungo via del Campetto, seguono sul versante sud-ovest il degradare della collina, poi volgono quasi ad angolo verso sud-est disegnando una sacca ovoidale. In passato avevano forse il loro punto di svolta a un livello molto superiore rispetto all’attuale, che invece costeggia la strada panoramica: probabilmente le mura piegavano a est tra l’attuale castello dei Nove Merli e il palazzo detto della contessa Palma, dove si apriva una porta. A rafforzare questa ipotesi, si segnalano le pretese dei rustici che rivendicavano come proprietà comune i terreni su questo pendio, nonché la presenza di nuove aperture, abbattimenti, ricostruzioni e ridotte a sud. Sembra dunque avvalorata l’ipotesi che l’angolo di sud-ovest della cinta muraria abbia subito nel tempo un graduale slittamento verso il basso, quando non era più prevalente l’interesse a consolidare le difese del castello, piuttosto quello di racchiudere e circoscrivere in un unico ambito le vecchie e nuove edificazioni signorili, sorte a scapito di terreni della comunità. Sul versante che guarda San Vito le mura risalivano verso il Castello dei Nove Merli, con un tracciato visibile solo in minima parte. Non è quindi agevole ricostruirne il tracciato, ma si può supporre che non abbiano mai inglobato il villaggio e che solo con alcune ridotte raggiungessero le case del borgo antico.
Il castello che domina il luogo da questo rilievo sembra dunque volgersi più verso ovest e sud ovest piuttosto che verso il borgo di San Vito. Questa considerazione è suggerita anche dal fatto che la più antica porta d’accesso attraverso il ricetto si apriva sul lato ovest: tale porta ora perduta, si chiamava di “Testafer”. Invece la porta situata ad est, attraverso la quale ancor oggi si passa provenendo da San Vito, è detta Porta Nuova o d’Oriente.

Poco più a valle della chiesa di San Pietro esisteva fino alla fine del XVIII sec. una cappella dedicata a Sant’Anna, ricordata nella visita pastorale del 1775. Fu probabilmente sacrificata alle esigenze della costruzione di un giardino all’italiana voluto dal conte Vittorio Piossasco: oggi ne rimane traccia in un’apertura, forse una porta, nel terrapieno del giardino che costeggia la rampa di accesso al castello dei Nove Merli.

Informazioni:
Il castello dei Nove Merli è adibito a ristorante. La cappella di San Pietro è visitabile su prenotazione rivolgendosi al ristorante, tel. 011 9041388

Links:
http://www.comune.piossasco.to.it/storia-arte/beni04.htm

http://www.comune.piossasco.to.it/storia-arte/beni08.htm

http://www.comune.piossasco.to.it/storia-arte/beni07.htm

Bibliografia:
MORELLO G.; MARTINATTO G:, MOTTURA F., Piossasco: storia e beni artistici, Comune Piossasco, Compagnia San Paolo, Pro Loco Piossasco, Piossaco TO, 2001.  Testo scaricabile dal sito del comune

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
30 luglio 2010 – aggiornam. luglio b2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

1piossasco castellaccio

5piossasco affresco s pietro

7 piossasco mura

6piossasco portanuova

Chieri (TO) : Precettoria e Chiesa di San Leonardo

sleonardo

Storia del sito:
Il piccolo fronte gotico della precettoria di san Leonardo è tutto ciò che sopravvive dell’Ospedale Gerosolimitano di S. Croce, appartenente all’Ordine dei Cavalieri di san Giovanni di Gerusalemme. Fu fondato e la sua sede edificata nel 1412 da Tommaso Ulitoto, precettore della chiesa dello stesso ordine, intitolata a San Leonardo. Finalizzato ad accogliere i pellegrini, l’ospedale fu soppresso nel 1553 e l’edificio in seguito utilizzato come dimora del precettore, prima dai cavalieri Gerosolimitani, poi dai Cavalieri di Rodi che ne ricevettero l’eredità, e infine dai cavalieri di Malta, sino alla soppressione dell’Ordine decretata dall’editto di Carlo Emanuele III il 13 ottobre 1798, al quale fece seguito la confisca dei beni ecclesiastici imposta dal governo giacobino. Ceduto a privati l’edificio fu più volte rimaneggiato.

La chiesa, situata nel giardino adiacente, ha origini più antiche. La prima notizia infatti risale al 1141, quando Innocenzo II con una bolla la confermò al capitolo della Collegiata di Santa Maria. Nel 1190 viene invece testimoniata a Chieri per la prima volta la presenza di una mansio dell’Ordine dei Templari, ma non è dato sapere quando l’ordine si stabilì nella chiesa, alla quale però rimase legato per tutto il secolo XIII. Nel 1285 l’edificio fu distrutto da un incendio e dopo la soppressione dell’Ordine del Tempio, nel 1312, la chiesa passò con gli altri beni templari ai cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme. Tommaso Ulitoto nel 1410, due anni prima di costruire l’Ospedale, fece riedificare la chiesa ed in essa volle essere sepolto. Dopo la soppressione dell’Ordine subì le stesse vicende della precettoria, diventando officina di un carradore a metà del XIX secolo. Nel 1934 chiesa e precettoria furono acquistati dai Salesiani e divennero parte integrante dell’Oratorio di san Luigi

Descrizione del sito:
La PRECETTORIA. Della struttura originaria si conserva solo un piccolo locale a pianta quadrata al piano terra, coronato da una volta a crociera costolonata, impostata su capitelli di pietra addossati al muro, e il fronte che si affaccia su via Roma con un portale gotico sormontato da un rosone oggi tamponato. Frammenti di affreschi si scorgono ancora sulle lunette della volta. Del piano superiore dell’edificio, sopra la linea marcapiano, sopravvive una finestra decorata con una semplice cornice in cotto; un’ulteriore cornice in cotto realizzata con un motivo decorativo a catena di rombi, segna la linea del tetto. L’elemento significativo di questa costruzione è la fascia esterna della decorazione del portale, ottenuta con una serie di formelle riproducenti alternativamente la croce greca e la croce di Malta, simboli dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, alla quale si affianca la cornice del rosone caratterizzata da formelle decorate “a palmetta” particolare che permette di collegare il periodo di formazione di quest’edificio a quello di altre costruzioni chieresi, come S. Domenico, dove compare lo stesso tipo di decorazione.

La CHIESA. S. Leonardo si presenta oggi come un unico ambiente adibito a porticato, al quale si accede attraverso tre aperture dal cortile adiacente il lato meridionale. Il pavimento è innalzato di oltre un metro rispetto a quello originario per allinearsi al livello stradale. Sorto come chiesa a tre navate, orientata, oltre al presbiterio l’edificio conserva tracce della primitiva porta d’ingresso alla navata centrale e della porta laterale sinistra, caratterizzata da una cornice gotica. Sulle pareti sono visibili numerosi rimaneggiamenti dovuti all’apertura successiva di porte e finestre. Le volte gotiche a crociera delle navate laterali e la volta barocca a botte lunettata della navata centrale si impostano sui muri perimetrali e su quattro colonne in mattoni arrotondati e sfalsati (a imitare i pinnacoli delle chiese gotiche chieresi), sormontate da capitelli cubici in mattoni non decorati. Lo stesso motivo ritorna nell’imposta degli archi sui muri perimetrali. Irrimediabilmente perduti gli affreschi, ancora osservati e descritti dal Bosio nel 1878. Anche l’originario campanile fu demolito nel 1850.

Informazioni:
Associazione Carreum Potentia tel. 345 4463201 oppure 388 356 25 72 ; email:  info@carreumpotentia.it

Links:
http://www.chieri.info/contents/chiesa-sanleonardo-chieri.php

http://www.carreumpotentia.it/chiesa-e-precettoria-di-san-leonardo/

Bibliografia:
VANETTI G., 2000, Chieri. Dieci itinerari tra Romanico e Liberty, Edizioni Corriere

Data compilazione scheda:
4 maggio 2004 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – Gruppo Archeologico Torinese

s-leonardo01-carreum-potentia

chieri_leonardo1