Provincia di Alessandria

Casale Monferrato (AL) : Museo Civico

Storia del museo:
L’istituzione del Museo risale al 1854, quando la collezione etnografica formata da Carlo Vidua fu donata alla città da Clara Leardi.
Il Museo ha sede nell’antico convento agostiniano di Santa Croce, affrescato all’inizio del Seicento da Guglielmo Caccia detto il Moncalvo.
Nelle ventiquattro sale sono ordinate oltre quattrocento opere suddivise nei settori Pinacoteca e Gipsoteca Bistolfi. Di recente è stata aperta la Sala Archeologica, allestita con i reperti risalenti all’età del Bronzo Finale (X secolo a.C.) rinvenuti a Morano Po (loc. Pobbieto). (vedi scheda su Archeocarta).

Esposizioni temporanee:
Sino al 2007 fu allestita la mostra: “In riva al fiume Eridano”. Nel periodo 2007-2014 il Museo Civico ha poi ospitato la mostra archeologica “Longobardi in Monferrato”, che è stata disallestita nell’estate 2014 per decorrenza dei termini del deposito.

Informazioni:
tel 0142 444309 oppure 0142 444249 email: cultura@comune.casale-monferrato.al.it

Link:
http://www.comune.casale-monferrato.al.it/Museo Civico

Bibliografia:
VENTURINO GAMBARI M. (a cura di), “In riva al fiume Eridano”, catalogo della mostra allestita sino al 2007 al Museo Civico di Casale Monferrato

Data compilazione scheda:
10 settembre 2004 – aggiornamento giugno 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Carlo Vigo – Gruppo Archeologico Torinese

Casale Monferrato (AL) : Duomo di Sant’ Evasio

Casale Monferrato - Duomo San Evasio (facciata)

Storia del sito:
Il duomo di Casale è stato oggetto nei secoli di pesanti ristrutturazioni che ne hanno alterato la struttura romanica ma, all’interno, sono custoditi capolavori assoluti dell’arte romanica piemontese come il nartece, i mosaici e una statua lignea raffigurante il Cristo realizzata nella seconda metà del XII secolo. 

Al momento della sua consacrazione nelle forme romaniche, ad opera di papa Pasquale II, il 4 gennaio 1107, la chiesa di S. Evasio aveva già alle spalle una lunga storia, che ne faceva uno dei luoghi più rappresentativi della regione; il mo­tivo stava forse nella figura stessa del santo cui era dedicata, un santo locale del quale si conservavano già allora le reliquie, una personalità il cui culto era radicato da secoli nella tradizione del popolo della regione. 
La particolare importanza e vivacità del culto di sant’Evasio e della comunità cristiana locale è confermata anche dalla presenza di documenti che riguardano la chiesa ben prima del 1000: una donazione di Igone, vescovo di Vercelli, del maggio 974, parla di una chiesa nella quale è sepolto il corpo veneratissimo dello stesso Evasio confessore; un’ulteriore donazione del 988 testimonia che la chiesa è già capopieve e ci informa che il luogo ove sorge è detto Casalis S. Evasii. Un dato che sembra contrastare con quanto sopra emerge dalla bolla diInnocenzo III del 1212, che elenca i diversi papi che prima di lui confermarono i beni del capitolo di S. Evasio: il primo di questa lista è Pasquale II, papa dal 1099 al 1118, lo stesso che consacrò nel 1107 la chiesa ricostruita in forme romaniche. Resta però attestato che già prima del 1000 la chiesa era officiata da un clero stabilmente residente; con tutta probabilità la ricostruzione romanica portò a una semplice riforma del capitolo stesso. 
Alla fine del XII secolo è testimoniata la costruzione del chiostro, voluta dall’imperatore Federico I. 
La chiesa fu poi gravemente danneggiata agli inizi del se­colo seguente, allorché una coalizione di vercellesi, astigiani e alessandrini distrusse Casale; in quest’occasione furono trafugate ad opera degli alessandrini le reliquie di sant’Evasio. La chiesa fu immediatamente ricostruita aumentandone l’altezza e allargandone il transetto. Nel 1403 vi furono solennemente traslate le reliquie dei santi Evasio, Natale e Proietto, riprese agli alessandrini, e nel 1474 Casale fu elevata a sede vescovile. 
Al secolo seguente risale probabilmente il crollo parziale del campanile, colpito da un fulmine.
Agli inizi del Settecento la chiesa subì un ammodernamento in stile barocco, che comportò il rivestimento di molte parti in stucco e l’intonacatura di quasi tutto l’interno, con la sola eccezione del nartece. Verso la metà del secolo seguente l’edi­ficio cominciò a mostrare segni di cedimento, e comparvero larghe crepe; fu nominata una commissione e fu consultato il più famoso architetto dell’epoca, l’Antonelli, il quale propose di abbattere la chiesa e di costruirne una nuova! 
Fu l’intervento del Rosmini, il grande filosofo, che evitò lo scempio, dissuadendo il vescovo; fu allora interpellato il Canina, altro noto ar­chitetto dell’epoca, che propose di riportare alla luce l’antica muratura. Alla sua morte, giunta dopo breve tempo, l’incarico di condurre in porto il restauro fu affi­dato al conte Edoardo Mella. Il suo restauro, grandemente criticato, non si di­staccava molto dalle linee della scuola ottocentesca, e comportava la ricostruzione dell’edificio nelle sue supposte linee originali, con alcuni interventi di “aggiusta­mento” che oggi appaiono inaccettabili ma che allora rappresentavano la norma. Così furono modificati i sostegni (colonne e pilastri) che in origine erano di tipi diversi e a volte asimmetrici, riducendoli a perfetta uguaglianza e simmetria; su di essi fu poi steso un intonaco grigio. Il Mella fece anche ricostruire le volte e le decorò con affreschi, smussandone poi i costoloni perché davano ombra alla decorazione; ricostruì infine la cupola e aprì alcune finestre sul lato settentrionale. Il danno forse maggiore fu la sostituzione dei capitelli scolpiti in pietra con esem­plari nuovi in stucco. La facciata asimmetrica — il versante destro è più stretto — è divisa in cinque parti, trasferendo così all’ester­no la suddivisione interna in cinque navate. È fiancheggiata da due alti campanili, anch’essi completati in fase di restauro; entrambi facevano parte della primitiva chiesa dell’XI secolo; abbattuti nell’assedio del 1218, furono ricostruiti subito do­po, e presentano ancora parti originali: quello di sinistra, detto di S. Evasio, fino all’altezza della galleria, quello di destra, detto del SS. Sacramento, fino all’altezza del loggiato. La cuspide di quest’ultimo fu aggiunta dal Mella, che li tinteggiò entrambi nell’attuale tinta bruno-rossastra.Il fianco settentrionale è interamente rifatto, almeno per le parti più visibili, mentre la parete laterale dell’atrio, in pietra tufacea, è ancora quella originale. 
A destra dell’abside si innalza una terza torre campanaria, che rivela anch’essa diverse epoche costruttive: i due ordini inferiori presentano la caratteristica spar­tizione romanica ottenuta tramite una lesena centrale che separa due riquadri en­tro i quali si apre una stretta feritoia; ciascun piano termina con il tipico motivo ad archetti ricchi. Gli ordini intermedi sono gotici, gli ultimi due ottocenteschi. La muratura della parte bassa, di fattura più grezza rispetto a quella della chiesa, testimonia l’anteriorità dell’epoca di costruzione del campanile. In origine la torre, che non è in asse con l’edificio, era da questo separata, e tale rimase fino alla ricostruzione del 1218, allorché la parte orientale della chiesa fu ampliata.
Un’altra torre si ergeva in origine sopra l’incrocio delle navate con il transetto; crollò parzialmente nel 1544 e fu sostituita un secolo più tardi dall’attuale cupola, impostata, come detto, sull’originale tamburo. Infine accanto alla chiesa, sul lato sinistro, sorgeva il già citato chiostro fatto costruire dal Barbarossa, che venne distrutto nel secolo scorso per consentire l’apertura della via Liutprando. 
Accanto alle parti più direttamente visibili risalenti ancora all’edificio consa­crato nel 1107 c’è tutta una serie di elementi accessibili solo agli stu­diosi, nascosti nei sottotetti dell’edificio. 
L’originaria chiesa di S. Evasio viene così ad evidenziarsi come una costruzione per molti aspetti diversa dall’attuale, sia nella pianta, che era a croce latina e priva di cappelle laterali, che nell’alzato, che soprattutto nella parte superiore presentava un aspetto lontano dall’attuale: il tetto esterno non era a due versanti continui come l’attuale, ma a salienti interrotti, la copertura interna era in legno a vista e non a volte, e la navata centrale riceveva luce da una serie di finestre — clerestory —poste in alto, sotto l’imposta del tetto. Con l’incendio questa parte alta della chiesa andò distrutta e fu ricostruita elevando le volte costolonate. All’esterno, la facciata principale è totalmente ri­fatta. 
Fortunatamente più rispettoso dell’antico si dimostrò il restauro del nartece, la cui struttura è ancor oggi pressoché integra.

Descrizione del sito:
Vasto ambiente rettangolare, coperto da una volta originalissima, percorsa da enormi archi a tutto sesto — due trasversali e due longitudinali — che si incrociano determinando una sorta di scacchiera di nove riquadri rettango­lari, coperti con volte a crociera con o senza costoloni, o a botte. Una simile rea­lizzazione non ha paragone nell’architettura romanica italiana; la sua origine è schiettamente orientale e richiama alcuni edifici armeni e, in ambiente più vicino, le moschee di Cordoba e di Tolosa (La Mezquita de Bib-Al-Mardum) datate al X secolo. Le sue pareti sono percorse, su tre lati, da una galleria con ampi finestroni che si affaccia sull’atrio stesso, con eleganti bifore e trifore; la parete che separa l’atrio dalla vera e propria chiesa è percorsa da un doppio ordine di aperture, cinque grandi arcate nell’ordine inferio­re e cinque in quello superiore, di altezza decrescente secondo il profilo della pa­rete. Fra queste ultime, solo la bifora all’estrema sinistra è originale, le altre sono tutte rifatte.

La muratura dell’atrio è in grossi conci di tufo ben squadrati e uniti con poca malta.
La critica è divisa riguardo alla datazione di questa parte dell’edificio; il Porter sosteneva che esso fosse posteriore alla primitiva chiesa, attribuendolo alla metà del XII secolo sulla base della presenza, sotto il tetto della chiesa stessa, di parti scolpite appartenenti alla originale facciata, sulle quali si nota l’interruzione causata dall’imposta degli archi dell’atrio. La Gabrielli al contrario sostiene che esso sia contemporaneo alla chiesa, perché nei travi del sottotetto sono ancora visibili tracce delle bruciature presumibilmente dovute al già datato incendio, e perché la decorazione scultorea presente nell’atrio è dello stesso tipo di quella che doveva comparire all’interno della chiesa, secondo i resti che ne rimangono visibili sempre nel sottotetto. 

Il duomo presentava in origine un vasto corpus di sculture, purtroppo in gran parte oggi scomparse o quasi illeggibili, localizzate tanto all’interno della chiesa quanto nell’atrio. La perdita più grave riguarda senza dubbio i capitelli dei pila­stri che separano le navate; appesantiti da aggiunte settecentesche, furono integral­mente sostituiti dal Mella. Tracce dell’originaria scultura sono rimaste nelle fine­stre del transetto primitivo, visibili nel sottotetto. Il motivo decorativo degli archi di tali finestre, a ovuli e festoni su colonnette sottili, con capitelli a fogliami — solo uno presenta un volto d’uomo — si ritrova tal quale nelle sculture dell’atrio. È proprio quest’ultima la zona ove è visibile in maggior quantità la decorazione originaria, nelle ghiere degli archi e nei capitelli delle colonnine che li reggono. Impressionante è la varietà dei temi decorativi impiegati, di­versi per ciascuno degli archi: girali, festoni, fogliami, figure umane ed animali. Particolarmente interessante la figurazione sugli archi della galleria del lato sini­stro dell’atrio, ove si trovano scene di lotta fra animali — un cavallo che ne calpe­sta un altro, un cervo che lotta contro un cane — e raffigurazioni simboliche — un girasole fra due pavoni e due colombi.
Nei capitelli dell’atrio è frequente l’impiego della tecnica a traforo nelle figurazioni umane ed animali: guerrieri, sirene, teste di gatto e cane, ecc. I lapicidi che realizzarono queste sculture, molto probabilmente, si trasferirono a Casale quando volsero al termine i lavori nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Vercelli. Non va dimenticato che all’epoca la chiesa dedicata a sant’Evasio, retta da un capitolo di canonici che seguiva la regola di sant’Agostino, dipendeva dalla diocesi di Vercelli e che “la comunità casalese con­quistò una definitiva consapevolezza della propria identità politica nella seconda metà del XII secolo, lottando per l’erosione di spazi di autonomia all’interno della do­minazione vercellese”. L’accresciuta potenza del borgo di Casale, la volontà di au­tonomia, i privilegi accordati alla chiesa dall’imperatore e dai marchesi del Monferrato sono stati più volte portati a sostegno di una datazione nella seconda metà del XII secolo per la costruzione di un corpo architettonico di eccezionale complessità come l’atrio di sant’Evasio. 
Le sculture del portale di Santa Maria Maggiore fanno pensare che proprio la città di Vercelli possa essere stata il centro propulsore ideale di repertori all’antica, poiché in tale sito non fu difficile agli scultori reperire esempi da imitare ancora visibili nei ru­deri degli edifici romani, oltre che nella stessa Basilica di Santa Maria Maggiore risa­lente al IV secolo, i cui materiali di spoglio servirono senza dubbio da modello per il nuovo edificio romanico. 
Il Crocefisso: stupenda statua lignea rivestita di lamine d’argento, è visibile sopra l’arcone est del presbiterio di sant’Evasio, benché questa non fosse la destinazione originaria. Sappiamo infatti che la croce fu sottratta dai casalesi alla Cattedrale di Alessandria, durante l’assedio del 1404. Dopo circa due secoli era vendicato il furto delle reliquie dei santi patroni di Casale, compiuto dagli alessandrini nel 1215. De Francovich, pur non essendo a conoscenza di quest’avvenimento, aveva proposto una datazione alla seconda metà del XII secolo che, tenuto conto della provenienza dell’opera, è possibile precisare intorno al 1170, anno in cui ha inizio la costruzione della Cattedrale di Alessandria, divenuta sede di diocesi a partire dal 1175. Di dimensioni leggermente inferiori rispetto alla croce di Vercelli, ne ricorda l’immagine per la monumentalità. 
I mosaici della Cattedrale di Casale Monferrato, scoperti sotto il presbiterio durante i lavori di restauro condotti tra il 1858 e il 1860, sono ora murati nelle pareti del deambu­latorio prossimo al presbiterio. A Casale il tessuto musivo si arricchisce di tessere colorate (rosse, gialle, azzurre, grigie e marroni) che macchiano vivacemente l’insieme della composizione; il mosaicista, per la prima volta, tenta di restituire il modellato delle figure servendosi delle diverse gamme della policromia. I contorni delle immagini sono segnati da una sottile linea di confine nera e poi ammorbiditi con una striscia di colore che si differenzia secondo i soggetti: azzurro o grigio per gli abiti, rosato per i volti e gli in­carnati, marrone per i cavalli. Lo spazio è riempito dai protagonisti, linee eleganti suggeriscono il movimento e l’agilità delle figure; i motivi ornamentali di matrice classica, che fanno da cornice alle scene, sono eseguiti con grande cura. I soggetti rap­presentati sono in parte relativi a storie bibliche (Giona ingoiato dalla balena, la lotta di Abramo contro i re cananei, Nicanore sconfitto da Giuda Maccabeo), in parte si rifanno alle interpretazioni dei testi di Plinio, fondamentali nel Medioevo, per le nozioni relative agli abitanti, reali e di fantasia, delle zone più remote della terra (il pigmeo e la gru, l’acefalus, l’antipodes); numerose sono anche le figure e le scene simboliche (la sfinge, il mostro dalle sette teste). Episodio isolato sembra quello del duello, facilmente acco­stabile al frammento, analogo per soggetto, presente a Vercelli. Sulla base di tale con­fronto Kingsiey Porter afferma che il mosaico di Casale, meno avanzato dal punto di vista stilistico rispetto a quello di Vercelli, può essere datato intorno al 1140.

Informazioni:
Tel. 0142 452219

Link:
http://www.comune.casale-monferrato.al.it – Cattedrale di Sant’Evasio

http://it.wikipedia.org/wiki/Duomo_di_Casale_Monferrato

http://it.wikipedia.org/wiki/Mosaici_del_duomo_di_Casale_Monferrato

http://www.medioevo.org/artemedievale/Pages/Piemonte/Casale.html

Bibliografia:
CHIERICI S., Piemonte, la Val d’Aosta, la Liguria, Jaca Book, 1979 AA.VV., Piemonte romanico, Banca CRT, 1994.

Fonti:
Foto tratte dalla pagina Wikipedia: Duomo di Casale Monferrato

Data compilazione scheda:
15 settembre 2004 – aggiornamento giugno 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Casale Monferrato - Duomo San Evasio (interno)

 

 

 

 

Brignano-Frascata (AL) : Polo museale

Brignano Frascata (AL) - Polo museale

Storia del museo:
Il museo sorse per esporre una selezione dei numerosi reperti, databili tra l’epoca neolitica e l’Età del Bronzo, venuti alla luce nell’area della comunità montana delle Valli Curone, Grua e Ossona, dove sorgevano alcuni dei più antichi insediamenti neolitici conosciuti della pianura padana.

Il polo museale sorse per iniziativa della Comunità Montana, della Regione Piemonte, della Provincia di Alessandria e del GAL Giarolo, che finanziarono la ristrutturazione dell’edificio del Comune di Brignano Frascata, che lo mise a disposizione per realizzare mostre temporanee e permanenti e attività di indirizzo didattico e divulgativo.
Attualmente il museo risulta chiuso e vuoto.

Descrizione dei ritrovamenti:
Nel comune di Momperone sono stati trovati resti di un villaggio abitato nell’Età del Bronzo, in varie località sono stati rinvenuti reperti dall’età del ferro all’età romana.

In frazione Frascata sono stati trovati i resti di un edificio rurale della prima età imperiale romana (I-II sec. d.C.). Nelle vicinanze si trovava una fornace per la produzione di anfore. Dal IV secolo il complesso venne sostituito da un abitato con strutture in materiale vario e abbandonato nel corso del VI secolo.
In frazione San Giorgio vi era un altro insediamento rurale della prima età imperiale, che ebbe un notevole sviluppo tra il IV ed il V secolo con strutture abitative con base in pietra ed elevato in argilla su scheletro ligneo.

Descrizione delle collezioni:
Nel museo erano conservati anelloni, asce, accette e scalpelli in pietra verde collegati alla presenza di centri di lavorazione attivi in loco tra il VI e d il V millennio a. C. 
L’Età del Rame era meno documentata, con alcuni reperti della cultura del “Vaso campaniforme”. Sul versante destro della Val Curone si trovano i resti del villaggio del Neolitico antico di Brignano Frascata, che ha restituito anche reperti del Neolitico più avanzato e dell’Eneolitico.
Nel vicino comune di Casalnoceto è stata rinvenuta una struttura risalente al Neolitico antico-medio, con un pozzetto in cui sono stati accumulati strati con ceramiche e strumenti in selce e quarzo.

Informazioni:
Il museo è chiuso. 
Piazza IV Novembre – Email: mgmilani@tor.it, tel.  0131 784 003

Link:
http://archeo.piemonte.beniculturali.it -Archeologia nella Valle del Curone
archeologia media valle del Curone.pdf

Bibliografia:
Mandolesi A., Paesaggi archeologici del Piemonte e della Valle di Aosta, Editurist, Torino, 2007.
Pantò G. (a cura di), Archeologia nella valle del Curone; Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1993.
Venturino Gambari M. (a cura di), Archeologia in provincia di Alessandria, Ed. De Ferrari, Genova, 2006.

Fonti:
Fotografia d’archivio

Data compilazione scheda:
27 ottobre 2008 – aggiornamento giugno 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Bosco Marengo (AL) : Tesoro di Marengo

Bosco Marengo (AL) - Tesoro di Marengo - Lucio Vero

Descrizione del sito e dei ritrovamenti:
Si tratta di un composito ed eccezionale complesso costituito da numerosi oggetti, di varia natura e riccamente decorati, in lamina d’argento decorata a sbalzo e a cesello e talora con notevoli resti di doratura. 

In epoca tardo-romana venne probabilmente occultato in un “ripostiglio”, per essere poi scoperto nel 1928 fortuitamente, durante lavori agricoli lungo l’odierna strada Alessandria-Tortona nei pressi di Marengo (località Cascina Perbona) e non lontano dal Bormida. 
Tutti i pezzi, salvo un vaso a foglie di acanto, presentavano schiacciamenti e deformazioni, tagli intenzionali e, in qualche caso, resti di bruciature; sottoposto a due restauri, nel 1936 e nel 1989, è oggi conservato nel Museo Archeologico di Torino. 
L’oggetto più noto è rappresentato dal busto a grandezza naturale in cui, sin dai primi studi sul tesoro, si è riconosciuto l’imperatore Lucio Vero (161-169 d.C.), raffigurato nelle sue sembianze giovanili e in atteggiamento eroico, secondo schemi ritrattistici propri dell’epoca. 
Gli elementi del volto, che presenta notevole vivacità espressiva, sono trattati a martellina; capelli e barba sono resi con incisioni a bulino e a cesello, “in modo da ottenere un raffinato effetto coloristico” (Sena Chiesa). Ulteriore prerogativa del personaggio è l’abbigliamento militare, evidenziato da una corazza ornata da una testa di Medusa stilizzata tra un ampio intrico di squame a foglie. Tale prerogativa potrebbe rappresentare la specifica caratteristica di un tipo particolare di ritratto imperiale destinatario di atti di omaggio o di devozione resi all’imperatore nell’ambito del mondo militare. 
Pertanto il busto potrebbe essere considerata una di quelle immagini di imperatori in metallo prezioso, oro o argento, che venivano esposte in cerimonie ufficiali o luoghi pubblici. Spesso si trattava di oggetti che potevano essere montati su anime o piedistalli di legno o fissati su supporti (nel busto di Marengo sono visibili fori per chiodi) e facilmente trasportati grazie alla leggerezza della lamina metallica. 
Un altro busto maschile è inserito, a rilievo, in un medaglione: si tratta di un’opera di grande qualità, di forte influenza ellenistica e dall’accentuato realismo; anche qui il personaggio potrebbe rappresentare un sovrano raffigurato in atteggiamento eroico, identificato, seppure con riserva, con Alessandro Magno. 
Anche una testa femminile in origine forse faceva parte di una statuetta o di un busto, come suggerito dalla lamina strappata alla base del collo, dove hanno inizio le pieghe della tunica; potrebbe trattarsi di una Vittoria, alla quale verrebbe ad appartenere un frammento di braccio che regge una corona. 
Vi sono, inoltre, vari esempi di decorazione vegetale derivati dal naturalismo plastico di età ellenistica, ma trasformati da un’interpretazione essenzialmente disegnativa (Carducci): un elegante vaso a forma di capitello corinzio, decorato da foglie di acanto e di loto e, di fattura più modesta, un frammento di oggetto anch’esso decorato con acanto e loto, un probabile frammento di coppa con foglie di quercia e di ghiande, una ghirlanda di spighe ornata di nastri. 
Un’altra particolarità del tesoro è l’abbondanza degli elementi di rivestimento, con o senza decorazione, di cui parecchi appartenenti a mobili, mentre alcuni altri forse ornavano zoccoli o supporti, sebbene lo stato frammentario non consenta di ricostruirne l’aspetto originario. Alcuni sono decorati con rilievi eseguiti a sbalzo, come la striscia ornata di spighe o come il frammento con trofei d’armi su cui compaiono elmi, scudi, lance, una clava ed una corazza. Di particolare interesse la lunga fascia argentea ornata da una serie di tredici figure, che, almeno in parte, sono identificabili con divinità grazie a specifici attributi ed atteggiamenti: oltre a Giove con lo scettro, si riconoscono Minerva, Giunone, Nettuno, Anfitrite (con un drago marino), Marte, Mercurio, Venere, i Dioscuri ed un gruppo forse costituito da Proserpina, Cerere e la Fortuna accanto ad una colonna ionica. L’atteggiamento monumentale delle figure presuppone l’utilizzo di modelli tratti dalla grande scultura seppure reinterpretati con una certa pesantezza visibile nei dettagli, nei volti, nelle mani e nelle vesti dalle pieghe spesse, meccaniche e rigide cui si aggiungono alcune sproporzioni tra i personaggi e incongruità o distorsioni nelle posizioni (Baratte). 
Altre due probabili raffigurazioni di divinità compaiono in un’applique, dove due giovani di sembianze identiche, posti di fronte, si tengono per le spalle, uno appoggiato ad una clava, il secondo ad una lira, classici attributi di Ercole e Apollo. 
Di rilievo anche il fulcrum, elemento di mobilio pertinente ad un letto, attribuito alla metà del I sec. a.C., decorato da eleganti motivi floreali, tra i quali è inserita una donna sdraiata, una Menade o forse Arianna, presentata di dorso nell’atto di bere da una coppa; probabile la derivazione di questa figura femminile da una delle tante scene di banchetto riprodotte sul coperchio di sarcofagi. 
Una serie di elementi di aspetto disparato, tra cui due protomi caprine, la parte anteriore di una testa d’aquila, un pesce, sono stati ipoteticamente accostati ai frammenti di un grande disco raggiato presente nel tesoro, facendo supporre un’originaria composizione con motivi zodiacali, simile, ad esempio, a quella dell’altare di Gabi al Louvre. 
Quanto alla datazione del complesso, la cronologia relativa è specificamente suggerita da una tabula ansata (tabella) recante l’iscrizione dedicatoria alla Fortuna Melior da parte di Marco Vindio Veriano, che per motivi storici ed epigrafici si colloca agli inizi del III sec. d.C., e dal busto di Lucio Vero, attribuibile per motivi iconografici ai primi anni di regno dell’imperatore. 
Più in generale, a fronte del prevalere di oggetti situabili nel II sec., si riscontra una datazione non omogenea che induce a ritenere il complesso una raccolta di pezzi collezionati nel tempo, mentre sulle circostanze che hanno portato al seppellimento del tesoro sono state elaborate varie ipotesi. 
L’occultamento in un momento difficile da parte di un legittimo proprietario, in attesa di poter recuperare gli oggetti in tempi più favorevoli, sembra poco attendibile per lo stato in cui sono stati rinvenuti. Più verosimilmente si tratta di refurtiva, raccolta alla rinfusa e quindi abbandonata in seguito ad azioni di guerra o saccheggio e, comunque, per un pericolo incombente: il danneggiamento intenzionale presuppone l’esigenza di un più agevole trasporto di un carico che interessava probabilmente più per il valore intrinseco del metallo, in vista di una rifusione, che per quello artistico dei pezzi. 
Del resto la datazione del complesso sembra rimandare ad un periodo di instabilità politica ed economica, in cui si collocano le prime incursioni barbariche che avrebbero causato il seppellimento anche di altri tesori monetali e di argenterie emersi sia in Gallia che in Italia settentrionale. 
Ipotesi piuttosto controversa è quella che vede nel tesoro parte dell’arredo di un santuario o di un sacello, oppure della sede di un collegio addetto al culto imperiale, per la presenza della dedica alla Fortuna Melior e per la possibile identificazione dei vari pezzi con doni votivi; tuttavia in proposito lo studioso Baratte sostiene che nessun oggetto possiede un carattere votivo palese. 
È stato anche ipotizzato che la sede del sacello depredato fosse la città di Pavia (l’antica Ticinum), non lontana dal luogo di ritrovamento del tesoro, nella quale è attestata la presenza della gens Vindia, cui poteva appartenere il Marco Vindio Veriano ricordato nella tabula ansata. 
Di certo rimane l’eterogeneità cronologica, di qualità, di stile e di funzione dei diversi manufatti, attribuiti all’opera di fabri argentarii operanti in officine dell’Italia settentrionale.

Informazioni:
I reperti sono custoditi nel Museo di Antichità (Archeologico) di Torino (vedi scheda). Un nuovo allestimento fu fatto nel 2013.

Link:
https://www.archeomedia.net/torino-nuovo-allestimento-del-tesoro-di-marengo-al-museo-di-antichita/

Bibliografia:
MERCANDO L., Museo di Antichità, Le Collezioni, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, pp. 17-21 .

in “Archeologia in Piemonte” – Torino, 1998 – vol. II – “L’età romana” :
SENA CHIESA G., Un pezzo eccezionale del tesoro di Marengo: il ritratto di Lucio Vero – pp. 359-368.
BARATTE F., Il Tesoro di Marengo, pp. 369-379.
CARDUCCI C., 1968, Arte Romana in Piemonte, Torino, p. 72.

Fonti:
Foto tratte dalla pagina internet sopra indicata.

Data compilazione scheda:
10 novembre 2004 – aggiornamento agosto 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Marina Luongo – G. A. Torinese

Bosco Marengo (AL) - Tesoro di Marengo - Capitello

Bergamasco (AL) : Ritrovamenti e Chiesa di San Pietro

Bergamasco (AL) - Ritrovamenti e Chiesa San Pietro

Storia e descrizione del sito:
La chiesa dedicata a San Pietro, il più antico edificio di culto del territorio, è situata all’esterno del perimetro della cinta muraria del nucleo fortificato medievale, su una collinetta oggi quasi del tutto scomparsa; è stata chiesa cimiteriale sino alla prima metà del XIX secolo. La presenza di un santuario dedicato a san Pietro è attestata da una carta topografica del 1596, nei secoli successivi e ancora nel XIX secolo la chiesa fu un luogo di culto di particolare rilievo per la comunità dei fedeli, che vi si recavano per impetrare l’aiuto della Madonna delle Grazie, in occasione di carestie, epidemie, o guerre. Non casualmente, con il passare degli anni le pareti interne dell’edificio furono interamente occupate dagli ex voto dei postulanti. 

L’attuale edificio, fortemente danneggiato dal trascorrere del tempo e dall’instabilità causata dal terreno friabile su cui si erge e reso inagibile dal sisma che ha colpito il paese nel 2000 (attualmente è in fase di restauro), presenta una facciata intonacata, con un affresco in cui predominano i toni dell’azzurro e che raffigura san Pietro sulla barca. La facciata termina con un timpano, al cui centro è dipinta una seconda immagine dell’apostolo. Due finestrelle quadrate e una porta rettangolare in legno completano la modesta struttura. L’interno è a una sola navata, con volta a botte decorata in stucco e presbiterio sopraelevato, con pluteo ora distrutto dalle scosse telluriche.

Descrizione dei ritrovamenti:
Gli scavi archeologici attuati nella chiesa nel 2003 dalla Soprintendenza per i Beni archeologici del Piemonte hanno mostrato che l’attuale costruzione sorge sul sito di una chiesa romanica preesistente, presumibilmente databile intorno all’XI secolo, che presentava una struttura a navata unica, completata da un’abside semicircolare ed era costruita in blocchi di pietra arenaria squadrata. A ridosso delle pareti settentrionale e meridionale di tale chiesa sono state rinvenute numerose inumazioni, che testimoniano dell’importanza che essa ebbe in età medievale. Vedi allegato per approfondire. Il sarcofago romano di “CALVENTIUS”, vedi allegato-sarcofago, dal 2003 si trova collocato nell’atrio del palazzo municipale.

Informazioni:
Comune tel. 0131 777101

Link:
http://www.comune.bergamasco.al.it/Home/Guida-al-paese?IDCat=3627

Bibliografia:
VEGGI, La storia di Bergamasco, Edizioni SO.G.ED., Alessandria 1981(2° ediz. Comune di Bergamasco 2003).

VEGGI, Bergamasco e le sue Chiese, Lit. Suore Domenicane, Alba 1987.

Fonti:
Foto tratta dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
10 novembre 2011 – aggiornamento agosto 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Bassignana (AL) : Resti del castello e pieve di San Giovanni Battista

Bassignana (AL) - Resti del castello e pieve di San Giovanni Battista

Storia e descrizione del sito:
Rimangono i resti resti di un “Castello Sforzesco“, che fu forse preceduto da più antichi impianti di fortificazione, forse relativi ad un castrum di epoca longobarda. Una lapide marmorea rappresentante il “biscione” del ducato di Milano fu qui ritrovata e conservata in un cortile del Municipio. Il castello era completato da una serie di fortificazioni, che circondavano il paese e che furono inizialmente smantellate nel 1691 e poi completamente demolite nel 1745. Restano parte di un torrione e alcuni brandelli di mura in mattoni cotti a vista.


La pieve (plebs) dedicata a San Giovanni Battista risale al X secolo, ma presenta alcuni resti databili all’epoca romana. L’impianto, tipicamente romanico, è in mattoni rossi a vista e all’interno sono visibili le fasi costruttive successive fino al XVIII secolo. Una lapide dedicatoria in cotto all’interno dell’edificio riporta la data del 1286, presumibilmente l’anno in cui la costruzione fu definita nei suoi elementi fondamentali. 
Nell’abside, recentemente restaurata, sono visibili eleganti AFFRESCHI, nello stile della pittura lombarda in provincia di Alessandria dell’ultimo quarto del XIII secolo. Lo stato di conservazione dell’opera è piuttosto limitato e frammentario, a tal punto che nella calotta non sono più visibili gli affreschi originari, mentre sulla parte cel cilindro absidale è possibile osservare alcuni dei dodici apostoli. Gli ultimi tre, sulla destra, mostrano una scelta raffinata di colori dalle tonalità delicate, estrema attenzione nella raffigurazione dei drappeggi degli abiti e nella rappresentazione dei gesti, di gusto classicheggiante. Gli ultimi due personaggi sulla sinistra, invece, sono un san Giovanni e una santa non identificabile, presumibilmente dipinti in età posteriore rispetto al resto degli affreschi e databili con buona probabilità intorno al XIV secolo.
Al di sotto delle figure corre un fregio rosso e azzurro, con alcuni elementi bianchi, costituito da una fascia a fisarmonica di stile arcaico, con interessanti effetti prospettici. Lo zoccolo conserva frammenti che inducono a ritenere vi fosse un velario.

Informazioni:
Comune tel. 0131 92611

Link:
http://www.marchesimonferrato.com

antica_ pieve_ s.Giovanni Battista-Bassignana.pdf

Fonti:
Fotografie tratte dalla pagina Wikipedia: Bassignana

Bibliografia:
M. Antico Gallina and Alessandro Rovetta,  La pieve di S. Giovanni Battista a Bassignana: Storia, documenti, architettura,  in: Arte Lombarda Nuova serie, No. 92/93 (1-2) (1990), pp. 131-147

Data compilazione scheda:
10 novembre 2011 – aggiornamento giugno 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Bassignana (AL) - Il castello

Acqui Terme (AL) : Siti archeologici romani

Acqui Terme (AL) - Sito archeologico della Piscina Romana

Storia e descrizione dei siti:

AREA RCHEOLOGICA DI VIA CASSINO, 28
A maggio 2014 è stato inaugurato il recupero e il nuovo allestimento di uno dei più importantisiti archeologici di epoca romana della città, la casa-bottega di via Cassino.
Nell’antico edificio, rinvenuto nei primi anni ’80 del secolo scorso e di cui si conservano importanti resti, è possibile riconoscere un impianto artigianale destinato alla produzione di vasellame ceramico, risalente al I-II secolo d.C., ma rimasto in uso fino alle soglie dell’età medievale.

Composto da sei ambienti (in uno dei quali sono stati rinvenuti i resti di un forno), distribuiti attorno ad un cortile centrale dove si trova un pozzo dotato di una vera in pietra, l’edificio si affacciava con un porticato sul marciapiede di una strada acciottolata conservata per un lungo tratto. Ubicato lungo l’antica via per Hasta (Asti), ai margini del perimetro urbano antico.

SITO ARCHEOLOGICO DELLA PISCINA ROMANA (CALIDARIUM) – CORSO BAGNI
Resti facenti parte di un vasto complesso termale risalente all’età imperiale, ritrovati nel 1913, durante la costruzione di un edificio. Si tratta di una vasta piscina per acqua calda (calidarium) in origine interamente rivestita di lastre marmoree e affiancata da alcuni ambienti riscaldati attraverso un sistema ad ipocausto. L’acqua per il funzionamento dell’impianto era portata attraverso un canale direttamente dalla sorgente della Bollente.

L’edificio termale, insieme con il vicino anfiteatro individuato negli anni ’60 del secolo scorso, occupava un quartiere periferico dell’antica Aquae Statiellae romana, esterno al centro abitato ma comodo da raggiungere tramite il percorso della Via Aemilia Scauri.

TEATRO ROMANO – VIA SCATILAZZI
Posto nelle immediate vicinanze di piazza della Bollente, l’antico teatro di Aquae Statiellae, risalente all’epoca imperiale e riportato alla luce alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, sfruttava il pendio naturale del colle per la cavea, rivolta verso la sottostante piazza, dove si doveva trovare la scena, i cui resti sono oggi nascosti sotto alcuni palazzi moderni. Nel banco roccioso della collina erano direttamente tagliate parte delle gradinate destinate agli spettatori, collegate da scalinate di accesso di cui ancora si conservano alcuni resti. L’edificio doveva creare una monumentale scenografia urbana con l’antica fontana della Bollente e con l’impianto termale che sorgeva accanto ad essa e che ne sfruttava le acque.

Informazioni:

Link:
https://turismo.comuneacqui.it/

Fonti:
Fotografie tratte nel 2014 dal sito sopra indicato.

Data compilazione scheda:
7 giugno 2014 – aggiornamento agosto 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Acqui Terme (AL) - Sito archeologico del Teatro romano

Acqui Terme (AL) : Museo Archeologico

AcquiTerme (AL) - Museo Archeologico (La necropoli lungo la via Aemilia Scauri)

Storia del Museo:
Acqui Terme occupa oggi quello che fu il sito della città romana diAquae Statiellae, centro sorto nella prima metà del II secolo a.C., in luogo di Carystum, antica capitale dei Liguri Statielli, difficile da localizzare con precisione vista la scarsità di tracce archeologiche di età protostorica. 
I reperti archeologici finora ritrovati permettono di avviare una ricostruzione dell’iniziale popolamento del territorio acquese durante il Paleolitico e il Neolitico, intensificatosi poi nel corso dell’età del Bronzo e del Ferro. La presenza in età preromana di un insediamento su questo territorio e la formazione di una città, vitale per lunghi secoli a partire dall’età romana, è senz’altro riconducibile all’esistenza delle ricche acque termali, elemento peculiare della città. Ancora oggi il paesaggio acquese è caratterizzato dalle rovine del grandioso acquedotto romano e dalla monumentale fonte detta La Bollente, posta al centro della città. 
I numerosi e significativi reperti archeologici acquesi, frutto di varie campagne di scavo o di ritrovamenti fortuiti, sono stati raccolti all’interno del Museo Archeologico ricavato negli ambienti del vecchio Castello dei Paleologi. 
Dopo alcuni tentativi di raccogliere i reperti acquesi, malamente conclusi tra Ottocento e Novecento, una sommaria esposizione fu allestita alla fine degli anni Settanta, trascurando tuttavia di approfondire la conoscenza dei contesti perduti. 
L’odierno allestimento del museo, inaugurato nel 2002, mira a colmare questa lacuna e rappresenta il primo lotto di un progetto che mira al recupero completo del castello. Un secondo lotto è’ stato completato nel 2013.

Descrizione delle collezioni:
Le sei sale del museo sono organizzate per temi e periodi cronologici, in modo da spaziare dalla preistoria all’età romana e al Medioevo. 
Le prime due sale,riservate al periodo preistorico, affrontano le tematiche del popolamento del territorio dal Paleolitico alla seconda età del Ferro. 
Una scheggia in selce rinvenuta a Toleto di Ponzone e un raschiatoio proveniente dai terreni della vecchia fornace acquese collocata sulla strada per Savona sembrano confermare una frequentazione dell’Appennino ligure-piemontese a partire dal Paleolitico inferiore. Altri reperti testimoniano la presenza di gruppi di cacciatori nomadi che probabilmente si spostavano seguendo i branchi di selvaggina e raccogliendo i vegetali nati spontaneamente. 
Più nutrita la documentazione riferibile al Neolitico (fine VI-metà IV millennio a.C.), lungo arco di tempo in cui l’uomo passa dalla sopravvivenza basata sulla caccia e sulla raccolta a un’economia produttiva imperniata sull’agricoltura e sull’allevamento. Gli insediamenti si fanno stabili e inizia la produzione di recipienti in ceramica e di utensili levigati come asce, accette e scalpelli. Il reperto più antico riferibile all’età del Bronzo (2200-900 a.C.) è un frammento di un grande vaso biconico recuperato ad Acqui Terme durante i lavori di estrazione nella cava di argilla collocata sulla destra della strada per Savona, nell’area della necropoli romana. 
A partire dalla media età del Bronzo gli insediamenti si concentrano nei bassi terrazzi fluviali del Bormida. È in questo periodo che si attua il graduale passaggio dal rito funerario dell’inumazione a quello della cremazione, con la deposizione dei resti dapprima all’interno di fosse scavate nel terreno e forse ricoperte da un basso tumulo, poi in un’urna fìttile, insieme agli oggetti di abbigliamento e di corredo raccolti dal rogo funebre. In riferimento all’età del Bronzo finale (XII-X secolo a.C.) è particolarmente interessante l’area del Sassello, assai sfruttata per l’approvvigionamento del rame necessario alla nascente metallurgia. Numerosi i materiali qui rintracciati: punte di lancia, rasoi, lingotti, frammenti di spada e di vasi. 
La seconda sala illustra l’età del Ferro (IX-II secolo a.C.) e soprattutto il momento di passaggio dall’abitato dei liguri statielli alla formazione della città romana. 
La prima età del Ferro è condizionata dallo sviluppo del commercio etrusco, fino al crollo del macrosistema dell’Etruria Padana a seguito delle invasioni galliche, iniziate sul finire del V secolo a.C. Appartiene a questo periodo una fibula con lunga staffa a globetto rinvenuta nel 1961 ad Acqui. La seconda età del Ferro termina con l’avvio del processo di romanizzazione (II secolo a.C.) ed è caratterizzata dall’arroccamento delle popolazioni nelle vallate appenniniche e dalla prevalenza di un’economia basata sulla pastorizia e sull’impiego come mercenari negli eserciti.

Le tre sale seguenti affrontano l’età romana, con l’obiettivo di raccogliere in maniera sistematica l’insieme dei dati acquisiti nel centro urbano in tempi differenti, dagli scavi più recenti e meglio documentati alla rilettura delle conoscenze più datate. Si è potuta così abbozzare una prima ricostruzione dell’impianto urbano di età romana. 
Aquae Statiellae è stata costruita intorno alla sorgente termale, urbanizzando la piana, terrazzando l’altura del castello e cercando di ovviare con opere di drenaggio agli allagamenti cui era soggetta la valle del Medrio. 
La terza sala espone i corredi delle necropoli urbane, testimonianza dell’alto tenore di vita degli antichi abitanti del centro. Lungo il tracciato della strada consolare, l’antica via Aemilia Scauri, ad est e a ovest, sono state individuate due grandi necropoli sviluppatesi in gran parte tra l’inizio dell’età augustea e la fine del I secolo d.C. 
I corredi più antichi – come quelli dei settori di piazza San Guido e via De Gasperi – sono caratterizzati da ceramiche da mensa, bottiglie, lucerne e unguentari. Merita di essere ricordato un anello in ambra con una gemma intagliata a forma di piccola scimmia. Si distingue inoltre una sepoltura raccolta dentro un’anfora, con un ricco corredo di coppe, bicchieri e vasi fittili, oltre a uno specchio, una lucerna, alcuni unguentari e un prezioso piatto in vetro verde scuro. 
Le tombe ritrovate in via Alessandria sono caratterizzate da una maggiore monumentalità. Si tratta più spesso di pozzetti quadrati in muratura con nicchie in cui era deposto il corredo, con una certa prevalenza di urne cinerarie e oggetti in vetro. Si segnalano strigili in bronzo argentato lavorati a bulino con la raffigurazione di opliti, recipienti vitrei di vari tipi, tra i quali spicca un rhyton, la cui funzione riporta direttamente all’ambiente termale. 
È ipotizzabile che l’asse stradale che costeggiava l’impianto cittadino a sud dell’abitato abbia acquistato maggior importanza a partire dalla seconda metà del I secolo, forse in concomitanza con la costruzione dell’anfiteatro e del vicino centro termale. 
Alla piazza della Bollente, sin dall’antichità centro dell’impianto urbano, è dedicata la sala principale del museo. Sono qui collocati resti dei sedili marmorei della grande fontana romana pertinente all’impianto termale romano, di cui si conserva, sotto i portici di via Saracco, la dedica a mosaico voluta dai magistrati responsabili di una delle ricostruzioni o dei restauri, forse collocabile tra la tarda età repubblicana e la prima età imperiale. 
Si può immaginare che alla fine del I secolo a.C. lo spazio oggi costituito dalla piazza e dal tribunale fosse occupato dalla monumentale fontana, ubicata nella parte più alta, nel punto in cui sgorga la sorgente. I dati degli scopritori raccontano di gradini in marmo e di una vasca di forma circolare con un diametro di quattro metri e mezzo, circondata lungo tutto il perimetro interno da un sedile con schienale sempre in marmo. Il pavimento era in calcestruzzo rivestito di lastre marmoree, con un pozzo quadrato centrale da cui sgorgava la sorgente. La parte bassa, invece, doveva essere destinata al complesso termale. Questo doveva essere assai articolato con una serie di vani strutturati secondo funzioni diverse. 
I pochi tratti, individuati durante recenti campagne di scavo, mettono in evidenza alcuni muri che dovevano delimitare una nicchia rettangolare, al centro della quale sorgeva una struttura circolare. La pavimentazione, posta su un solido vespaio, era costituita da un mosaico in tessere bianche, mentre l’andamento delle pareti era sottolineato da un largo bordo a fascia in tessere nere. La parete occidentale doveva ospitare un alveus, una vasca per il bagno a immersione, mentre in quella settentrionale era invece posto un labrum, un largo bacino su basamento in muratura, destinato a contenere acqua fredda per rinfrescarsi dai bagni caldi. Mancano le tracce del consueto impianto di riscaldamento a ipocausto, ma è ipotizzabile che gli ambienti venissero scaldati sfruttando il calore delle acque termali. Accanto al calidarium si aprivano altri ambienti con funzioni differenti, come il laconìcum (sauna), il tepidarium e il frigidarium (destinati ai bagni tiepidi e freddi), la natatio (la piscina che solitamente concludeva il percorso termale). 
La stessa sala conserva numerosi reperti provenienti dagli scavi di edifici pubblici e privati: ricchi materiali architettonici in marmo e in terracotta, frammenti di sculture, arredi domestici marmorei e un frammento di mosaico con iscrizione. Pochissime le notizie relative ai frammenti di sculture ritrovati in territorio acquese. Si distingue per pregio la mano femminile rinvenuta nell’edificio di via Aureliano Galeazzo. Si tratta dell’unico esempio di grande scultura reperito in città. Le dimensioni notevolmente superiori alla grandezza naturale e la qualità del pezzo, insieme alla destinazione pubblica del luogo del ritrovamento, fanno pensare a una statua, forse rappresentante una divinità. 
Interessanti le testimonianze relative ai pavimenti romani della città, che permettono la ricostruzione di quattro tipi differenti di pavimentazione. I sectilia pavimenta erano i più pregiati e costosi. Se ne sono rinvenuti quattro esemplari, tutti di età imperiale, a disegno geometrico, giocato sul contrasto cromatico delle mattonelle nere e bianche, I pavimenti a mosaico sono il tipo più rappresentato, con oltre una ventina di attestazioni. Si tratta soprattutto di esemplari in tessere bianche, talvolta arricchiti da cornici nere. Pochi i casi di decoro geometrico, come quello a stelle e quadrati di via Carducci, databile al I secolo d.C., o quello decorato da cornici a onde correnti di tradizione tardoellenistica, ritrovato nei pressi della Bollente. A un altro edificio pubblico deve essere assegnato il mosaico che reca un’iscrizione, quella di M. Octavius Optatus, che fece costruire il pavimento stesso, o l’intero edificio, a sue spese. 
Un altro tipo di pavimentazione piuttosto diffuso è rappresentato dai cocciopesti, apprezzati per la loro resistenza e impermeabilità. Di essi si registrano una decina di esemplari, alcuni semplici, altri con decorazioni in scaglie o tessere o piastrelle in marmo e pietra. Il più interessante appartiene a una domus rinvenuta in corso Roma e presenta piastrelle romboidali e triangolari disposte in modo regolare. Infine esistono testimonianze di pavimenti in elementi di laterizio o cotto, in particolare piastrelle rettangolari disposte a spina di pesce. Nel 2013 è stato riportato nel museo il frammento di pavimento musivo di epoca romana recentemente rinvenuto in via Mariscotti, nella zona occidentale della città, nel corso degli scavi per la posa delle tubazioni per il teleriscaldamento cittadino. 
Centro termale con una intensa vita commerciale Segue una sala dedicata agli aspetti della vita commerciale e produttiva della città antica: una selezione delle centinaia di anfore, rinvenute nella bonifica antica di via Gramsci, testimonia l’intensità dei traffici commerciali che interessarono Aquae Statiellae e che ebbero come fulcro il porto di Savona, tramite con la penisola iberica. Alle importazioni di materiali dalla Spagna si affianca la produzione locale di oggetti di immediata necessità. Dalla fornace suburbana di via Cassino proviene un consistente nucleo di materiali ceramici di uso comune, come pentole, tegami, coppe e brocche prodotti in serie e sicuramente destinati ad un commercio locale. Altri oggetti, come le matrici per la produzione di lucerne, informano di una produzione più specializzata che doveva avvenire anch’essa in loco.

La presenza della sede episcopale, in epoca paleocristiana, si inserisce in una serie di elementi che confermano la continuità abitativa della città. La prima testimonianza certa dell’episcopato acquese risale alla seconda metà del V secolo. La sua collocazione sul colle attesta il progressivo abbandono della maggior parte dell’abitato antico posto nella piana e l’accentramento nella parte più alta e protetta. Non si conoscono ancora nel dettaglio le dinamiche storiche vissute da Acqui nel corso dell’alto medioevo, tuttavia, nella pur lacunosa documentazione, in città sono evidenti tre aree cimiteriali altomedievali di notevole consistenza: la zona di San Pietro, l’area di corso Roma e quella di piazza della Conciliazione. Tra le chiese assume infatti una particolare rilevanza quella dedicata all’apostolo Pietro, a cui è appunto connessa l’ampia area cimiteriale, collocata in quello che era stato il centro della città romana. Si conosce purtroppo poco delle vicende costruttive di questa chiesa, ma la presenza di un variegato campionario scultoreo alto-medievale fa pensare a diverse fasi di rifacimento dell’arredo liturgico. Purtroppo gran parte di queste decorazioni è conservata soltanto in fotografia, poiché molti dei pezzi rinvenuti nel cantiere degli anni Trenta sono andati perduti. Le immagini consentono in ogni caso di datare i decori in un’epoca compresa tra la fine del VII secolo e l’età carolingia. 
Poco distanti sorgono le tombe attribuibili al cimitero della chiesa di San Giovanni, attestata almeno dal X secolo. La chiesa, poi donata ai francescani e completamente ricostruita, è giunta a noi con la dedica a san Francesco. Il cimitero è comunque più antico: nel corso di indagini archeologiche in corso Roma sono state portate alla luce 31 tombe a inumazione prive di corredo e databili tra VII e X secolo d.C. Dai dintorni del centro urbano provengono invece corredi funebri che attestano la presenza dei longobardi: pettini, orecchini, fibbie di cinture, lame di coltello, resti di casse funebri.

Un’ultima vetrina è infine dedicata a un gruppo di materiali ceramici del XVI secolo rinvenuti nei terreni che andarono a colmare la vecchia piscina medievale della fonte termale, in piazza della Bollente. Testimoniano la diffusione di tipologie decorative e di produzioni tipiche del primo rinascimento.

Informazioni:
Tel.  0144 57555

Link:
http://www.acquimusei.it -Museo archeologico di Acqui Terme

Bibliografia:
SAPELLI RAGNI M. (a cura di), 2004, Tesori del Piemonte. Il Piemonte degli scavi. Siti e musei di antichità.

Fonti:
Fotografie tratte dal sito del Museo archeologico di Acqui Terme

Data compilazione scheda:
08 gennaio 2005 – aggiornamento giugno 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – G. A. Torinese

AcquiTerme (AL) - Museo Archeologico (L'abitato di Aquae Statiellae)

Acqui Terme (AL) : Duomo di Santa Maria Assunta

AcquiTerme (AL) - Duomo di Santa Maria Assunta

Storia del Sito:
Fu consacrato nel 1067 dal Vescovo San Guido, ma la costruzione era iniziata una quarantina di anni prima. 

Dopo essere stata rimaneggiata nel secolo XVII, della fabbrica romanica oggi si conservano il transetto, il campanile e le tre belle absidi semicircolari liberate dal restauro del 1971/72. Durante questi lavori è stato scoperto un sarcofago in pietra del sec. XI.

Descrizione del Sito:
Il campanile in cotto a bifore e trifore del sec. XIII, posto in facciata, venne completato nel 1479. 

Le tre absidi (vedi fotografia) sono tripartite da lesene rettangolari e da una serie di archetti pensili a coronamento delle monofore. Costruite con conci di pietra arenaria locale non perfettamente squadrati, alternati lunghi e medi, disposti a corsi orizzontali abbastanza regolari. 
La facciata è preceduta da un atrio del 1600, ma conserva il portale marmoreo che Giovanni Antonio Pilacorte scolpì nel 1481: la lunetta a bassorilievo rappresenta l’Assunta e gli Apostoli; negli stipiti vi sono statue di Santi. 
L’interno è a cinque navate divise da pilastri con rilievi rinascimentali, con un ampio transetto. 
Sotto il presbiterio si trova la cripta dell’XI sec., con un corpo longitudinale triabsidato e uno trasversale monoabsidato ciascuno suddiviso in tre navatelle da una selva di colonnine. Nel braccio destro il sarcofago del Vescovo Guido morto nel 1070. 
Dalla parte destra del presbiterio si accede al chiostro della canonica, ultimato nel 1495, ma con resti romanici, cinto su tre lati da un portico, e su due da una loggia. Dal coro proviene un mosaico che un’iscrizione data al 1067, nel quale, tra animali che sembrano ispirati ai repertori favolistici dell’antichità, compare la storia del volo di Icaro. Formato da tessere nere su fondo bianco, ora è conservato nel Museo d’Arte Antica di Torino.

Informazioni:

Link:

https://it.wikipedia.org/wiki/Cattedrale_di_Santa_Maria_Assunta_(Acqui_Terme)

Bibliografia:
FRANZONI C., PAGELLA E., Arte in Piemonte. Antichità e Medioevo, Priuli e Verlucca ed., Ivrea, 2002.

Fonti:
Fotografia tratta dall’articolo Wikipedia Acqui Terme

Data compilazione scheda:
10 giugno 2005 – aggiornamento giugno 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

Acqui Terme (AL) : Chiesa dell’Addolorata (già Abbazia o Basilica di San Pietro)

AcquiTerme (AL) - Chiesa dell'Addolorata

 Storia del Sito:
Tra il 989 e il 1018 il Vescovo Primo fece radicalmente rinnovare una precedente chiesa cimiteriale paleocristiana, edificando una chiesa a tre navate in stile romanico, che fu la cattedrale di Acqui sino alla consacrazione della nuova chiesa di Santa Maria Assunta.
Negli anni immediatamente seguenti l’edificio divenne la chiesa del convento dei Benedettini. La vita monastica proseguì sino agli ultimi decenni del secolo XV: poi iniziò la decadenza dell’edificio. Nel 1720 venne divisa la navata centrale e si eresse la chiesa dedicata alla Vergine Addolorata, trasformandola in stile barocco. 
Tra il 1927 e il 1930 furono eseguiti forti interventi di restauro per riportare l’edificio alle presunte antiche linee romaniche, tra cui la rimozione di stucchi e affreschi all’interno. 
La Chiesa che oggi vediamo è frutto di un restauro integrale del 1960.

Descrizione del Sito:
Originale romanico resta il bel CAMPANILE ottagonale, raro esempio in Piemonte, dell’inizio del secolo XI appoggiato sull’abside sud, aperto in alto da un giro di bifore. 

L’interno della Chiesa contiene un affresco, staccato, della metà del XV secolo con una “Deposizione” di scuola lombarda; tele seicentesche e una statua lignea dell’Addolorata del 1720. 
La parte absidale, originale, rivela una tecnica costruttiva più antica e meno raffinata di quella delle absidi del duomo, con ciottoli di fiume, mattoni di recupero e blocchi di pietra rozzamente spaccati in corsi orizzontali molto irregolari. 
La decorazione consta di semplici lesene ritmicamente ripetute.

Informazioni:

Link:

https://www.cittaecattedrali.it/it/bces/165-chiesa-dell-addolorata-acqui-terme-al
http://www.medioevo.org/ – La cattedrale e San Pietro ad Acqui Terme

Bibliografia:
FRANZONI C., PAGELLA E., Arte in Piemonte. Antichità e Medioevo, Priuli e Verlucca ed., Ivrea, 2002.

Fonti:
Foto tratte dall’articolo Wikipedia: Acqui Terme

Data compilazione scheda:
10 giugno 2005 – aggiornamento giugno 2014

Nome del Rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese