Torinese e valli di Lanzo

Usseglio (TO) : Are Romane

usseglio lapide Ercole

Storia e descrizione del sito:
Il toponimo, presente nella forma Uxeillo in documenti del 1224, Uxello nel 1269, nonché Uxellis nel 1288, viene fatto risalire al celtico uxeilos, col significato di “alto”, “sublime”, L’origine di Usseglio è antica. A testimoniare il fatto che già in epoca imperiale romana esistevano insediamenti nella zona, di nome Ocelum, sono state ritrovate, oltre a numerose monete, due ARE VOTIVE.
La PRIMA ARA, che fu rinvenuta sopra Bellacomba, ai piedi del colle di Arnas, reca scritto : “HERCULI M. VIBIUS MARCELLUS”. La famiglia dei Vibi era illustre, la scritta probabilmente è il ringraziamento per un felice transito alpino. L’ara è databile al II secolo a.C.
La SECONDA ARA fu rinvenuta nel 1850 nei pressi della cappella di San Desiderio e reca inciso “..OVI OP(TIMO) M(AXIMO) CLODIUS CASTUS VECATI F(ILIUS) VETERANUS V(OTUM) S(OLVIT) L(AETUS) L(IBENS) M(ERITO) MIL(ITAVIT) AN(NOS) XXVI” che significa: A Giove Ottimo Massimo da parte di Claudio Casto figlio di Vecato e veterano, che scioglie il voto contento e soddisfatto, avendo servito nell’esercito per 26 anni. L’ara è databile tra la fine del I sec a.C. e l’inizio del I sec. d.C. Oggi è collocata sulla facciata della Cappella di San Vito.

CAPPELLA DI SAN DESIDERIO: situata su un’altura presso la frazione Piazzette, è la più antica della valle di Viù e forse la primitiva parrocchia di Usseglio. La sua presenza è testimoniata da un documento del 1168, quando fu ceduta dal vescovo di Torino Milone di Cardano, che teneva signoria sulle Valli, a Simeone, abate di s. Giacomo di Stura. Rimaneggiata nei secoli, è in corso di restauro.

Informazioni:
Un’ara dedicata a Ercole è murata sulla facciata dell’antica parrocchiale dell’Assunta, la seconda, dedicata a Giove, è oggi collocata davanti alla cappella di San Vito in borgata Piazzette.

Link:
http://www.antropologiaalpina.it/MCA/ARCHEOLOGIA%20RUPESTRE/poster15.htm

Bibliografia:
Usoei, Uxellos, Usseglio, a cura della Pro Loco Usseglio, Neos Edizioni, Usseglio TO, 2003

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dal sito sopra citato.

Data compilazione scheda:
04/10/2007 -aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

usseglio lapide Giove1

Trofarello (TO) : Chiesa di San Pietro di Celle

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Storia del sito:
L’esistenza di un edificio plebano è attestata per la prima volta nel documento con cui Federico I nel 1159 conferma al vescovo Carlo “curtem de Cellas cum castello, districto et plebe”. In questo periodo il vescovo di Torino esercitava la sua giurisdizione sulla corte, il castello e la pieve di San Pietro e probabilmente tali diritti erano già contenuti in un diploma ottoniano del 981, che concedeva alla chiesa torinese tra le altre corti anche quella di Celle. Il titolo dell’edificio plebano viene riportato solo più tardi in un documento dell’inizio del XIII secolo (1218), in cui viene citato un “dominus Saxel, plebanus ecclesie Sancti Petri de Cellis”. Non sembra, a differenza di quanto sostenuto da alcuni autori, che la pieve di San Pietro abbia subito interferenze monastiche. Essa rimase sempre soggetta alla giurisdizione del vescovo di Torino, il quale si limitò a concederla in avvocazia (protezione esercitata dal signore feudale nei confronti dei beni della pieve) ai signori di Trofarello. La facoltà più importante del patrono di una chiesa era quella di presentare all’autorità diocesana il chierico prescelto per ricoprire l’ufficio vacante. San Pietro di Celle era l’antica chiesa parrocchiale del borgo di Celle. Le lotte fra i Comuni di Chieri e Testona provocarono il progressivo abbandono di molti piccoli centri abitati indifesi sulla collina torinese, mentre i conti Vagnone aumentarono il loro potere politico e il loro territorio: così tra il XIII e il XIV secolo attorno al loro castello in Trofarello crebbero le case ed anche la chiesa che con il tempo sostituì la pieve di San Pietro di Celle. San Pietro mantenne il titolo plebano fino alla metà del XIV secolo, quando infatti venne sostituita dalla chiesa dei SS. Quirico e Giulitta di Trofarello. Nel cattedratico (elenco delle chiese che pagavano un tributo al vescovo) del 1386 S. Pietro è ridotta al rango di “ecclesia”, descritta come “antica sede di pieve” ed enumerata fra le chiese dipendenti da S. Maria di Chieri

Descrizione del sito:
L’edificio di San Pietro Celle sorge su un poggio a nord ovest della chiesa di Santa Maria di Celle. Della costruzione originaria restano solo, molto alterate, l’abside e l’absidiola sinistra, mentre la terza abside a sud venne asportata e ricostruita grazie all’interessamento di Alfredo d’Andrade,  ora è esposta a Palazzo Madama. La muratura originale è composta da filari di grossi conci di arenaria, alternati a file di mattoni disposte a spina di pesce. Annesso alla chiesa si trova ora un robusto corpo di fabbrica rettangolare, decorato con formelle gotiche in cotto. In base ai caratteri stilistici e soprattutto per la presenza del loggiato cieco dell’abside maggiore, che precede stilisticamente gli archetti pensili in cotto o in arenaria caratteristici del romanico lombardo, la chiesa, o meglio ciò che ne rimane, è stata datata all’inizio del XII secolo. Nell’alto dell’abside centrale si aprono per ogni campo tre fornici ciechi con piedritti formati da colonnette tozze di arenaria e cotto sormontate da capitelli scolpiti, che purtroppo l’inclemenza del tempo e degli uomini ha ormai irrimediabilmente sfigurato. Nel muro sottostante si aprono strette finestrelle arcate con forte strombatura. Nell’abside laterale di sinistra archetti ciechi sostituiscono i fornici di quella centrale. Del muro di facciata rimane solo un tratto ove è visibile una delle due mezze colonne, che la dividevano in tre parti.

Informazioni:
Sulla collina tra Moriondo (frazione di Moncalieri), Trofarello e Revigliasco – da Moriondo (frazione di Moncalieri) si dovrà percorrere Via San Pietro verso Revigliasco per circa 1,5 chilometri, seguendo la strada asfaltata e ignorando le deviazioni sterrate laterali fino a raggiungere cascina S. Pietro.

Trofarello-SPietro-Celle

Link:
http://www.archeogat.it/archivio/zindex/Mostra%20Collina/collina%20torinese/pag_html/celleSP.htm

Bibliografia:
G. CASIRAGHI, La Diocesi di Torino nel Medioevo, BSS 196, Torino 1979
A. A. SETTIA, Insediamenti abbandonati sulla collina torinese, in “Archeologia Medievale”, II (1975)
G. CASSANO, A proposito di San Pietro di Celle, in “Boll. SPABA” XVI (1930)

Fonti:
Fotografie archivio GAT.

Data compilazione scheda:
10 ottobre 2000 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – Gruppo Archeologico Torinese

Abside San Pietro di Celle

Trofarello (TO) : Chiesa di S. Maria di Celle

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Storia del sito:
Il 5 dicembre 1318 Guglielmo di Revigliasco è nominato “rector ecclesie Sancte Marie de Cellis” dal prevosto del Capitolo della cattedrale di Torino, che aveva su di essa il diritto di collocazione (o collazione – diritto di nomina). Si tratta della più antica attestazione documentaria della chiesa di S. Maria. Non è certa l’epoca della prima costruzione dell’edificio. Dallo stile architettonico del campanile, che però presenta evidenti tracce di rifacimenti, può essere databile alla seconda metà del XII secolo o più verosimilmente al XIII secolo. Da recenti studi sarebbero stati i Vagnone, signori di Trofarello, a promuoverne la ricostruzione nel XIII secolo, dal momento che questa famiglia signorile parrebbe molto legata alla chiesa di Santa Maria. Rimane qualche perplessità a questo proposito poiché il documento citato evidenzia che se vi furono interferenze laiche, queste sono da attribuire ai signori di Revigliasco e non a quelli di Trofarello. Non si puó infatti pensare che i Vagnone di Trofarello avessero fatto erigere la chiesa, se già nella seconda metà del secolo XII i signori di Revigliasco ottennero dai marchesi di Romagnano la giurisdizione sul castello di Celle e se nel 1318 rettore della Chiesa di S. Maria, significativamente definita “prope Ruviglascum”, era Guglielmo “ex dominis de Ruvigliasco”.

Descrizione del sito:
La chiesa, ad una navata, ricoperta da una volta a botte a sesto molto ribassato, ha perso ogni interesse architettonico. Il campanile invece, nonostante evidentissime tracce di rifacimenti e restauri costituisce la parte di maggior interesse dal punto di vista artistico della chiesa. È a tre ordini, di cui i primi due separati fra loro da una fila di archetti di cotto a tutto sesto e da una fascia a denti di sega, mentre verticalmente sono separati da una lesena. L’ordine superiore presenta due aperture a sesto acuto, separate da un pilastrino. Fra il secondo ed il terzo ordine è chiaramente visibile una differenza di spessore nelle murature denunciata da una risega esterna la cui esecuzione deve ritenersi contemporanea al restauro della torre. Santa Maria appare di epoca successiva a San Pietro di Celle, sia dal punto di vista stilistico, sia dal punto di vista dei materiali impiegati per la costruzione, sia per la tecnica muraria (mattoni a spina di pesce alternati a conci di arenaria per la chiesa di San Pietro; filari regolari di mattoni di fattura accurata per quella di Santa Maria). Ad una attenta osservazione il campanile presenta un particolare interessante: una lettera “T”, incisa sul montante di un archetto del lato nord. Il “Tau” era il segno distintivo dei “Canonici regolari (Frati Ospedalieri) di S. Antonio eremita” detti anche semplicemente “Antoniani”. Questa congregazione, fondata in Francia intorno al 1090, si dedicava alla cura dei malati, in particolar modo delle persone colpite da ergotismo, un’affezione cutanea dovuta all’ingestione di sostanze alimentari inquinate da segala cornuta. Gli ospitalieri di Sant’Antonio crearono numerosi luoghi di cura in Piemonte, di cui certamente il più famoso è Sant’Antonio di Ranverso sulla strada di Francia. Alcune chiese dell’alta Val Susa portano scolpito sui capitelli un “tau”, come Santa Maria, e ciò permette di supporre che vi fossero annessi piccoli ospedali antoniani. Numerosi quadretti votivi erano stati appesi nel corso degli anni alle mura della Chiesa, ma di questi ex voto non ne rimane che una piccola parte.

Informazioni:
Da Trofarello dirigersi verso la chiesa parrocchiale SS. Quirico e Giulitta imboccando Viale della Resistenza; seguire quindi le indicazioni: Santuario S. Maria di Celle. Parrocchia tel. 011 6497162


Trofarello-MadonnaCelle

 Links:
http://www.archeogat.it/archivio/zindex/Mostra%20Collina/collina%20torinese/pag_html/celleSM.htm

Bibliografia:
FISSORE, I protocolli di Tedisio, docc. 209 e 210, pp.263-266, 5 dicembre 1318
G. CASIRAGHI, La Diocesi di Torino nel Medioevo, BSS 196, Torino 1979
A. CAVALLARI MURAT, Antologia monumentale di Chieri, Torino 1969, p. 20
A. A. SETTIA, Insediamenti abbandonati sulla collina torinese, in “Archeologia Medievale”, II (1975)
G. CASSANO, A proposito di San Pietro di Celle, in “Boll. SPABA” XVI (1930)

Fonti:
Foto archivio GAT.

Data compilazione scheda:
7 ottobre 2000 – aggiornamento febbraio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – Gruppo Archeologico Torinese

San Mauro Torinese (TO) : Chiesa di S. Maria in Pulcherada

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Storia del sito:
Nel 1420 la denominazione ufficiale della località nota come Pulchra Rada, che significa “bella spiaggia, porto (sul fiume Po)”, divenne “San Mauro”, in onore del Santo abate benedettino che, diretto in Francia, sostò presso l’abbazia nel VI secolo. L’attuale denominazione “San Mauro Torinese” risale al 1862.
L’abbazia benedettina sorse su un preesistente insediamento romano risalente al periodo di fondazione di Augusta Taurinorum (Torino) intorno all’VIII – IX secolo e divenne il nucleo centrale del primo centro abitato che si costituì intorno ad essa: a capo della comunità vi era l’abate che amministrava la vita religiosa e civile locale. ll primo documento che menziona l’Abbazia di Pulcherada è il diploma, in data 4 maggio 991, di fondazione del monastero benedettino di Spigno, ad opera di Anselmo I marchese di Saluzzo, e da esso risulterebbe che l’Abbazia di Pulcherada era stata precedentemente distrutta da “uomini cattivi” (i “Saraceni”), i quali nel 937, nel 951 e nel 954, scendendo dalla Valsusa, fecero incursioni nel Torinese, saccheggiando Susa e Torino e distruggendo l’antico monastero, coi suoi castelli di Pulcherada, Matingo, Albareto e Sambuceto (Sambuy). L’abbazia fu ricostruita in più fasi, sia su impulso del marchese Anselmo, che nel 991 la cita nel diploma ricordato, sia nei secoli undicesimo e dodicesimo. Il complesso subì rimaneggiamenti nei secoli tredicesimo e quattordicesimo. L’antico monastero medievale si estendeva sull’area ora occupata dagli attuali palazzo del municipio, giardino parrocchiale e chiesa di Santa Maria. Il monastero comprendeva nel suo recinto giardini, un mulino, un forno e attività artigianali varie. Intorno alla metà del 1500 la chiesa dell’abbazia si presentava ancora a tre navate. Nelle absidi delle navate laterali vi erano due cappelle, una delle quali dedicata alla Madonna.
A causa della posizione di confine tra Marchesato del Monferrato e Ducato di Savoia, i continui scontri armati tra le due casate provocarono un’inarrestabile decadenza e, nel 1474, l’abbazia venne soppressa e trasformata in “commenda”. Successivamente la chiesa cadde in stato di forte degrado, tanto che nel 1665 l’Abate Commendatario Petrino Aghemio, canonico della chiesa metropolitana di Torino, modificò radicalmente la forma primitiva della chiesa, rimpicciolendola e cancellando l’impianto basilicale della chiesa abbaziale, sopprimendo le due navate laterali. La navata destra fu distrutta per metà, mentre quella sinistra fu ridotta a corridoio. I due absidi terminali, con le loro finestrelle, furono conservati. Una di queste forma la cosiddetta sacrestia vecchia, mentre l’altra costituisce l’attuale sacrestia. Furono aperte grandi finestre rettangolari e fu costruito il voltone attuale, basso e pesante. Furono inoltre costruite le due attuali cappelle, una dedicata alla Madonna e l’altra a San Carlo. L’antica facciata medievale fu coperta dall’attuale facciata, che di pregevole ha soltanto il portale. Il campanile del XIII secolo, già mancante della cuspide terminale, non subì modifiche.
Il 20 giugno 1800 il Piemonte fu annesso da Napoleone alla Francia. Ciò comportò la confisca dei beni dell’Abbazia di Pulcherada: le cascine di Pescarito e della Braida e il palazzo abbaziale (l’attuale municipio) furono venduti. Ormai dipendente dall’Abbazia di S. Quintino di Spigno, l’abbazia di Pulcherada fu soppressa nel 1803 e la chiesa venne declassata a parrocchiale, i suoi beni confiscati e messi in vendita. Nel 1813 il prevosto dell’epoca, Bertoldo, sostituì l’altare di legno con uno in mattoni e marmo. Per far posto al nuovo altare fu abbassato il pavimento del presbiterio di quasi un metro, distruggendo la vecchia cripta medievale, dove si seppellivano i monaci, che fu riempita di macerie. In quella occasione fu anche realizzata l’attuale sacrestia nuova.
Della chiesa abbaziale primitiva, in origine dedicata a San Mauro ed ora a Santa Maria, rimangono pochi ma significativi resti: oltre al campanile protogotico (della prima metà del sec. XIII) e a una porzione della navata sinistra (sec. XI), si conserva l’interessante e antica abside centrale, costruita anche con mattoni romani.

Descrizione del sito:
L’attuale FACCIATA della chiesa è quella che risulta dopo i restauri del 1927, quando venne demolita quella del 1665. Durante i lavori tornò alla luce l’antica facciata romanica in pietre e mattoni, che presentava due finestre ogivali nelle parti laterali e una rotonda nel centro, con due lesene che si innalzavano per tutta la lunghezza della facciata. La vecchia facciata medievale fu tuttavia nuovamente coperta con una nuova e semplice facciata ad intonaco, che conserva tracce dell’antico nelle lesene e nelle finestre.
L’ABSIDE ROMANICA. Si rinvengono due fasi costruttive: la prima, forse carolingia, nella struttura muraria e nelle ampie finestre arcuate, e la seconda, della fine del secolo X, nelle lesene applicate e nella cornice di fornici a nicchie. Il muro esterno curvilineo dell’abside è diviso in sei campi da lesene, che nella loro parte inferiore, mediante risega, presentano maggior spessore. Sotto la cornice, formata da mattoni tagliati di sbieco, si aprono fornici o nicchie, tre per ogni campo limitato dalle lesene. Caratteristiche sono poi le grandi finestre arcate senza strombatura laterale, con armille di mattoni romani, che conferiscono alla parte inferiore dell’abside l’aspetto di una costruzione di epoca imperiale romana.
L’attuale sacrestia occupa ciò che rimane della navatella laterale sinistra, distrutta nel 1665 a seguito della trasformazione della chiesa voluta dall’abate Aghemio. Nel piccolo abside terminale si notano ancora alcune finestre a strombatura ed i muri perimetrali di grande spessore della chiesa.
IL CAMPANILE, alto e possente, è sproporzionato alla facciata della chiesa e alle esigenze di culto. Si ipotizza pertanto che esso sia stato eretto soprattutto con finalità belliche. Osservando la tessitura muraria si nota una fascia in cui il campanile romanico fu innestato sugli antichi ruderi del campanile distrutto dai Saraceni. La vecchia muratura è facilmente individuabile poiché più irregolare e ricca di grosse pietre. Sono particolarmente interessanti le decorazioni in mattoni che ne delimitano i piani ed il cornicione sommitale. L’arco di accesso all’originario monastero sostiene ora, a ridosso del campanile, una parte dell’edificio dell’attuale casa parrocchiale. Ai lati dell’arco, quasi nascosti nell’intonaco, si intravvedono i cardini del portone che un tempo separava il perimetro abbaziale dal centro abitato. Nelle pareti sono aperte alte monofore affiancate. Le cappelle interne sono del XVII secolo, altri arredi del XIX.

Descrizione dei ritrovamenti:
Nel Febbraio 2011, nel corso di restauri e scavi archeologici, sono state identificate diverse tombe con sepolture maschili longobarde; una cripta sotto l’abside; resti dell’antico monastero e, sotto uno stato di ridipinture del 1667 e del 1927, l’AFFRESCO del Cristo Pantocratore risalente a circa 900 anni fa, con una veste porpora entro una mandorla fra schiere di angeli: una scoperta di eccezionale valore.

Per aprofondire vedi allegato: Pulcherda-Storia-e-ciclo-pittorico_comune-sanmauro

Informazioni:
Tra via Municipio e via Matteotti. Parrocchia tel. 011 8221000

Link :
http://www.comune.sanmaurotorinese.to.it

http://www.areeprotettepotorinese.it/pun-dettaglio.php?id=993

http://www.consorziosanluca.eu/il-consorzio/portfolio/item/41-santa-maria-di-pulcherada.html

Bibliografia:
La chiesa di Santa Maria di Pulcherada in San Mauro Torinese / Ricerca storico-bibliografica ed elaborazione testi di Bruno Fattori ; revisione testi e coordinamento grafico di Marisa Gilla ; foto a cura del gruppo fotoamatori AVIS San Mauro : Lorella Bai … [et al.! ; disegni di Lorella Bai e Marisa Gilla, San Mauro : AVIS_Comunale di San Mauro, stampa 1991.
Chiapasco E.; Garelli S., L’Abbazia di Pulcherada in San Mauro Torinese: rilievo e indagini della Cappella della Madonnina. Rel. De Bernardi, Mauro and Chiabrando, Filiberto and Volinia, Monica. Politecnico di Torino, 2. Facoltà di Architettura, Corso di Laurea in Architettura (Restauro e Valorizzazione), 2010
Pantò G.; Bedini E., San Mauro Torinese – chiesa di Santa Maria in Pulcherada – Resti di età altomedievale, Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, 21 , 2006, pp. 280-83

Fonti:
Notizie dal sito al n° 2. Fotografie da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Santa_Maria_di_Pulcherada.jpg. Foto n°3  da http://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/2011/3/107064.html

Data compilazione scheda:
21 dicembre 2011 – aggiornam. giugno 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A.Torinese

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Rivoli (TO) : Incisioni rupestri del Monsagnasco

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Storia e descrizione dei siti:
I più interessanti massi sono:
A) Il primo masso misura 190 x 90 cm, è un micascisto quarzoso, giacente sulla cresta sommitale della collina di Monsagnasco. Le incisioni sono : 61 coppelle, 4 canaletti, 1 vaschetta pediforme.
La superficie incisa è quasi piana, di forma grossolanamente triangolare, cosparsa di coppelle regolari e in molti casi consunte. Spiccano 6 coppelle maggiori (diametro massimo 9 cm). Di queste 6 due sono ovoidali, due unite da un canaletto ansato che sbocca al margine della superficie incisa, e due ultime (di cui una ovoidale) unite alla vaschetta maggiore da altri canaletti ansati. Tale vaschetta presenta una certa somiglianza con l’impronta di un piede, di dimensioni abbondanti. E’ la prima roccia segnalata in valle e in Piemonte, da Piolti nel 1881, nel corso di ricerche geologiche sulla collina morenica di Rivoli; presenta notevoli analogie con le altre rocce a coppelle scoperte in seguito nelle vicinanze.

B) Sulla cresta della collina di Monsagnasco, nei pressi della prima roccia, un masso di 140 x 110 cm, composto prevalentemente di quarzo con 19 coppelle medio-grandi, una in particolare raggiunge i 18 cm di diametro. Non si nota alcuna differenza tra la superficie interna delle incisioni e l’esterno: i margini delle incisioni sono completamente abbattuti, al punto da renderne difficile l’identificazione, e la naturale sfaldatura risulta uniforme in tutta la superficie esposta. Il masso è diviso in due piani da un gradino naturale. E’ stato scoperto da A. Santacroce nel 1968.

C) La roccia è posta quasi sulla sommità della collina morenica, in un pendio boschivo, misura circa 100 x 140 cm, e reca incise 51 coppelle, 4 coppelle grandi, 3 canaletti. Presenta una superficie granulare, con striature lungo l’asse orizzontale, nonostante ciò la fattura delle coppelle appare molto regolare, anche se la superficie interna denota la stessa scabrosità di quella esterna, a causa della consunzione naturale. Le quattro coppelle maggiori sono disposte a trapezio, e unite da canaletti. La disposizione non pare del tutto casuale, con le coppelle sistemate a ventaglio attorno a una delle quattro più grandi e allineate lungo direttrici curve. Scoperta dal GRCM nel 1986.

Informazioni:
ll Truc di Monsagnasco è una delle forme moreniche più antiche nell’Anfiteatro Morenico di Rivoli-Avigliana; in prossimità della sua sommità, seminascosti dalla vegetazione, vi sono vari massi erratici di piccole dimensioni, recanti numerose coppelle.
La mappa dà un’indicazione approssimativa della zona. Per approfondire vedi allegato  monsagnasco-provincia.torino


Links:
http://www.rupestre.net/archiv/ar1.htm

http://www.rupestre.net/archiv/ar2b.htm

http://www.rupestre.net/archiv/ar3.htm

http://www.provincia.torino.gov.it/territorio/file-storage/download/pdf/dif_suolo/geositi/villarbasse.pdf

Fonti:
Notizie e fotografie tratte dalle pagine del sito www.rupestre.net  sopra indicate.

Data compilazione scheda:
11/07/2007 – aggiorn. maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G.A. Torinese

 

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Rivoli (TO) : Casa del Conte Verde

Rivoli Conte Verde

Storia del sito:
La CASA DEL CONTE VERDE prese questo nome dalla fine del 1300, secolo in cui il Conte Amedeo VI di Savoia, detto Conte Verde perché amava indossare abiti di questo colore, fece di Rivoli la sua dimora. In realtà non è certo che il Conte abbia avuto un legame con l’edificio.
La Casa comunque rivela una qualità architettonica elevata ed è situata nella parte più antica del centro storico, sulla via principale. L’edificio aveva funzione residenziale ai piani superiori e, al piano terreno, commerciale.
Il Comune di Rivoli dal 1980-82 è proprietario dell’edificio e ne ha curato il restauro dal 1982 al 1987 e ancora nel 1996 per la messa a norma come sede espositiva.

Descrizione del sito:
La facciata della Casa del Conte Verde si innalza su tre livelli sottolineati da cornici orizzontali.
Il piano terreno presenta un portico con volte a crociera e archi a tutto sesto sostenuti da pilastri con capitelli in cotto, in gran parte mutilati, e da botteghe con soffitto a cassettoni.
Al piano nobile l’abitazione padronale presenta un ampio salone con finestre centrali ad arco acuto affiancate da due finestre quadrate trasformate in porte e dotate di balconi in epoca imprecisata.
All’ultimo piano l’altana o loggia di servizio aperta su pilastrini circolari.
Sulla facciata formelle in cotto ornano gli archi del portico e le fasce marcapiano, alcune con elementi floreali tipicamente piemontesi, altre in stile prettamente gotico che indicano influenze d’oltralpe.

Informazioni:
Tel. 011.9563020; 011.9536809 ; email: cultura@comune.rivoli.to.it

Links:
https://www.comune.rivoli.to.it/vivi-rivoli/casa-del-conte-verde/

http://www.comune.torino.it/museiscuola/propostemusei/toeprov/casa-del-conte-verde.shtml

Bibliografia:
Gioielli del Piemonte. Sette secoli di Palazzi e Dimore, a cura di Europiemonte, Alpi editrice, Torino, 2003

Fonti:
Fotografia da www.comune.torino.it

Data compilazione scheda:
30/05/2005 – aggiornam. maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A.Torinese

Rivoli (TO) : Antico Campanile di Santa Maria della Stella

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Storia e descrizione del sito:
L’antico campanile di Santa Maria della Stella è ciò che resta della “Antica Collegiata di Santa Maria della Stella” consacrata nel 1307 ed eretta in seguito al ritrovamento di un simulacro in legno raffigurante la Madonna con il Bambino.
Nel 1998 il massiccio campanile romanico, con monofore e bifore, è stato completamente restaurato, insieme con l’orologio settecentesco e la cuspide piramidale rifatta.

Il precedente campanile non va confuso con quello della “Collegiata di Santa Maria della Stella” che è un edificio del sec. XIII-XIV fortemente rimaneggiato nei sec. XVIII e XIX.
Era l’originaria chiesa del convento dei Domenicani e dal 1797 divenne la principale chiesa cittadina in sostituzione dell’Antica Collegiata, ormai in rovina.
Di essa è rimasto il bel campanile gotico (vedi foto in basso)

Informazioni:

Links:
http://www.comune.rivoli.to.it

http://www.borgonuovo-rivoli.it/il-quartiere-borgo-nuovo-di-rivoli

Fonti:
Fotografia in alto dal sito del Comune; fotografia in basso da www.borgonuovo-rivoli.it

Data compilazione scheda:
30/05/2005 – aggiornam. maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A.Torinese

campanile collegiata

Rivoli – Perosa (TO) : Strada romana e necropoli

Cartello Rivoli-Avigliana

Storia del sito:
Durante i lavori di costruzione della superstrada del Frejus, nel 1990, fu individuata una vasta area archeologica. Lo scavo ha riportato alla luce varie strutture tra loro connesse che evidenziano una complessa successione insediativa.
La prima fase fu un insediamento rustico caratterizzato da una serie di piccoli edifici tra i quali un singolare vano absidato, ascrivibile al periodo compreso tra il I secolo a.C. e la seconda metà del I secolo d.C. Alla distanza di circa 100 metri dall’abitato è stata esplorata una ricca sepoltura ad incinerazione, deposta all’interno di una piccola camera funeraria.
Successivamente, tra la fine del II e III secolo d.C., venne costruito un tratto di variante della via pubblica per le Alpi Cozie che interferì con le strutture insediative preesistenti, determinandone la demolizione per una parte consistente, senza tuttavia causarne la totale distruzione, ma piuttosto il mutamento della destinazione d’uso.
In una fase successiva, in età tardo antica, probabilmente nel V-VI secolo, si verificò una definitiva caduta in disuso di questo tratto di strada. All’abbandono fece seguito la formazione naturale di uno strato di sabbia e limo.
In seguito, intorno al VII secolo, vi fu l’impianto di un’area cimiteriale, proprio in corrispondenza del precedente sedime stradale, che comprendeva 36 sepolture, probabilmente appartenenti ad una piccola comunità, in cui si distingueva un nucleo famigliare gentilizio. Si è ipotizzato che si trattasse di un gruppo di origine germanica, probabilmente longobarda.

Descrizione del sito e dei ritrovamenti:
E’ stata trovata una notevole porzione di STRADA BASOLATA di cui si sono riconosciuti oltre 100 m di tracciato con ampie porzioni di sottofondo preparato, secondo la tecnica romana, a “rudus”, attribuibile alla metà del I secolo d.C. Le dimensioni della carreggiata (m 6,40 di larghezza) e l’accurata esecuzione dell’opera con statumen in grossi ciottoli, regolarizzato in superficie da una spessa coltre di sabbia e ghiaia, confermano l’appartenenza di questo tratto alla “strada delle Gallie”, di cui già si ipotizzava il passaggio in base al ritrovamento ottocentesco di un miliario.

La NECROPOLI si articola in due gruppi di sepolture. Il primo è costituito da sette tombe a cassa in muratura di pietre, talvolta miste a frammenti laterizi, legate da malta o anche soltanto disposte a secco. Il fondo risulta variamente realizzato con frammenti di laterizi e lastre di pietra e, in un caso, con la stesura di cocciopesto. La t. 1 conservava ancora le lastre di pietra di copertura, mentre elementi analoghi, ritrovati dislocati, possono essere anch’essi riferiti alle originarie chiusure delle altre tombe in muratura, poiché il fenomeno di erosione del deposito archeologico verificatosi in questo sito ha portato a quota affiorante dal piano di campagna non solo le strutture, ma quasi i resti scheletrici stessi. A questo fenomeno va certamente imputato in buona parte l’esiguo numero di sepolture infantili rinvenute. Una fossa terragna (t. 25) e resti molto disturbati di altre simili inumazioni (tt. 19, 21, 22), appartengono ancora a questo settore del cimitero, che appare organizzato per file in direzione nord-sud; l’orientamento delle singole sepolture è costante: ovest-est con capo a ovest. Le tombe in muratura furono tutte violate, ad eccezione della t. 3, dove forse non a caso l’ultima deposizione è risultata priva di corredo, mentre nelle t. 1 e t. 2 pochi oggetti residui indicano l’originaria presenza di ben più ricchi corredi trafugati.
Lo studio dei resti scheletrici, ha permesso di stabilire che al centro dell’allineamento principale si collocano tre tombe di individui maschili adulti. Di queste la t. 1 conteneva un coltellino in ferro, decorato presso l’impugnatura da due fili ad agemina, una piccola fibbia in bronzo riferibile alle stringhe di fissaggio delle calze ed un elemento in ferro ricurvo, per ora di incerta interpretazione.
Nel riempimento sconvolto della t. 2 si sono rinvenuti: una fibbia in bronzo di piccole dimensioni con ardiglione a scudetto e placca mobile, un puntalino di cintura a becco d’anatra in ferro con abbondanti tracce di tessuto mineralizzato, tre borchie di bronzo a testa circolare appiattita e decorata, di tipologia generalmente riferita al fodero del sax, ed infine una placchetta, che poteva far parte delle guarnizioni della cintura per la spatha, in ferro, rettangolare con bordo inferiore sagomato, quattro borchie in bronzo e occhielli di fissaggio sul retro. La decorazione, in agemina con fili di argento e di ottone su psendo-placcatura in argento, forma semplici riquadrature geometriche che incorniciano un piccolo almandino incastonato al centro. Un secondo almandino è inserito nel lobo mediano del bordo inferiore, mentre i due laterali sono decorati ad agemina a cerchio quadripartito. Si può proporre una datazione intorno alla fine del VII secolo.
La struttura delle tombe 1 e 2, a cassa rettangolare abbastanza ampia e accuratamente costruita, e i reperti avvalorano l’ipotesi che vi fossero stati inumati i personaggi eminenti della comunità. A sud si allineano una terza tomba (t. 13), meno conservata, che conteneva i resti sconvolti ma abbastanza completi di altri due individui maschili di età compresa fra i 40-45 e i 45-50 anni, ed una quarta (t. 3), più stretta, lievemente trapezoidale e meno accuratamente rifinita, destinata invece ad una sepoltura femminile e successivamente ad un individuo maschile di circa 25 anni. A pochi metri di distanza verso est si collocano due tombe femminili affiancate: t. 20, a cassa in muratura con resti molto incompleti e sconvolti di una donna di circa 25 anni, e t. 25, terragna, con scheletro in connessione di un individuo femminile di età matura. Vi sono altre poche inumazioni frammentarie in piena terra individuate nelle vicinanze del gruppo delle tombe in muratura.
Il secondo e più numeroso nucleo cimiteriale è situato ad ovest a breve distanza, ma ben separato e caratterizzato rispetto al primo. Esso comprende soltanto sepolture terragne del tutto prive di oggetti di corredo o di complemento del vestiario. Le fosse erano distinguibili in pochi casi ed avendo esse raggiunto e tagliato gli strati di crollo e abbandono degli edifici e della strada precedenti, è assai difficile stabilire se il contorno incompleto di elementi lapidei e laterizi, talvolta rilevato, sia stato intenzionale, in funzione di qualche sistemazione della fossa, oppure sia il risultato casuale dell’affioramento degli strati sottostanti, o dell’operazione di scavo della fossa stessa. L’unica sistemazione certamente intenzionale pare essere quella della t. 9, mentre la t. 29, più profonda delle altre, ha consentito di leggere con maggior precisione la forma della fossa, scavata a stretta misura dell’inumato. L’orientamento è analogo a quello delle tombe in muratura, ma con deviazioni anche marcate nelle sepolture periferiche, verosimilmente più recenti, fino all’unico caso della t. 29, quasi disposta in direzione sud-nord. Nell’organizzazione planimetrica si coglie una minore regolarità, ma è pur sempre individuabile una suddivisione interna per piccoli gruppi composti da due a quattro-cinque sepolture in fila, che a loro volta hanno rivelato la disposizione degli individui maschili affiancati al centro e a sud, mentre quelli femminili occupano prevalentemente le posizioni nord delle “file”. Anche nel settore delle sepolture terragne si può quindi osservare la tendenza a raggruppare separatamente gli individui maschili e femminili, pur all’interno di piccoli nuclei, verosimilmente familiari.

Luogo di custodia dei materiali:
Soprintendenza per i  Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie

Informazioni:
Nella zona detta La Perosa; sul pianoro sommitale del rilievo del Truc Perosa, estrema propaggine dell’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, a circa un chilometro dall’attuale alveo della Dora Riparia.
Il sito è stato ricoperto.

Links:
http://www.vallesusa-tesori.it/media/attachment/11_Archeologia_VdS_11_StradaRomana_Rivoli.pdf

http://www.vallesusa-tesori.it/media/attachment/10_Archeologia_VdS_10_EtaRomana_BassaValle.pdf

Bibliografia:
MICHELETTO E.-PEJRANI BARICCO L.1997. Archeologia funeraria e insediativi in Piemonte tra V e VII secolo, in PAROLI L., a cura di, Italia Centro settentrionale in età longobarda, Atti del Convegno (Ascoli Piceno, 6-7 Ottobre 1995), Firenze, e relativa bibliografia

Fonti:
Fotografie 1 e 2 da www.vallesusa-tesori.it.

Data compilazione scheda:
28/06/2007 – aggiornam. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Piobesi (TO) : San Giovanni ai Campi

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Storia del sito:
Una sua possibile menzione nel documento del vescovo di Torino Landolfo del 1037 appare problematica, perché le due chiese ricordate nell’atto sono dedicate a Santa Maria e a San Lorenzo. Non più condivisa l’attribuzione anteriore al X secolo, gli studi più recenti assegnano la chiesa comunque all’epoca landolfiana (1010-1037); soprattutto la morfologia delle nicchie che compaiono sugli absidi contribuisce a confermare la datazione. Condivide quindi i caratteri comuni del romanico lombardo del secondo quarto del secolo XI.

Descrizione del sito:
L’edificio è ancora ben conservato nel suo aspetto primitivo a poca distanza dall’abitato attuale all’interno del cimitero. La chiesa si innalza su tre navate rette da pilastri rettangolari che sostengono archi longitudinali a tutto sesto: le tre absidi presentano un interessantissimo coronamento a fornici che, a terne o a coppie, sono inquadrati da lesene e sovrastati da archetti. I volumi delle absidi presentano una conformazione perfettamente semicilindrica, senza quindi quella riduzione per sovrapposizione che riscontriamo alla Novalesa e nella maggior parte degli edifici triabsidati. Nelle murature è utilizzato abbondante materiale di reimpiego romano. Rispetto a Santa Maria di Testona l’impianto appare più accorciato e soprattutto la mancanza della cripta interviene a distinguere San Giovanni dal gruppo delle chiese landolfiane del documento del 1037.
Sulla facciata affreschi – Al centro: Madonna con Bambino tra angeli musicanti e committenti – Lato sinistro: San Giovanni Battista, San Bernardo d’Aosta (frammentario) – Lato destro: San Cristoforo, santo monaco (tracce). Accanto a San Cristoforo formula taumaturgica: “Christofori s(an)c(t)i speciem q(ui)cu(m)q(ue) tuet(ur) illo nam[q]ue die nullo langore tenetur” – “Chiunque fisserà l’immagine di san Cristoforo certamente in quel giorno non sarà colto da alcun male”. Datazione: 3 ottobre 1359. Autore: Maestro della lunetta di Piobesi (identificabile con il Maestro di Tommaso d’Acaia detto anche Maestro di San Pietro ad Avigliana. Committenti: Frater Iohannes Pivart de Camuseto (da Chamousset in Savoia) e sua moglie “Willermina”. L’affresco venne restaurato già nel 1713 (come recita la scritta in alto all’estrema sinistra dell’impianto pittorico) e poi recentemente (1997-1998). Sempre sulla facciata a sinistra vi è un’iscrizione di epoca romana su lastra di pietra grigia, ritrovata nei pressi della chiesa: VENNONIUS CLEM[E]NS VERI(?) F(ILIUS) VICTOR(IAE) V(OTUM) S(OLVIT) [L(IBENS)] M(ERITO) Vennonio Clemente figlio di Vero, giustamente con animo lieto sciolse il voto per la vittoria (secondo l’interpretazione riportata in loco)-

Nell’abside maggiore è conservato un ampio ciclo di affreschi, assai deteriorato, risalente all’Alto Medioevo; mentre il ciclo dell’arco trionfale (quasi del tutto scomparso) potrebbe essere stato dipinto nel XII-XIII secolo, quello del catino absidale rimanda alla pittura ottoniana del tardo X-XI secolo, con evidenti influssi bizantini.
Nel 1970 furono staccati da una delle navate cinque grandi affreschi datati e firmati dal pittore Giovanni Beltrami di Pinerolo. Tali opere furono riportate su tela ed sono oggi conservate presso la Galleria Sabauda di Torino. Nella navata sinistra, il Comune di Piobesi ha fatto porre una riproduzione fotografica a grandezza naturale delle opere. La data apposta sull’affresco è scarsamente leggibile. Alcuni critici vi leggono un 1414, mentre la storica dell’arte Andreina Griseri propose di posticipare il riquadro con “La Predica di S. Bernardino” al 1444, anno della morte del santo. Alcuni critici riconducono gli affreschi all’ambito di Jacopo Jacquerio.
Nella chiesa vi sono anche alcuni cicli pittorici databili
al XV e XVI secolo, di mano ignota. Per approfondimenti si rimanda al sito sottoindicato.

Informazioni:
Chiesa cimiteriale.  Comune di Piobesi: 011 9657083 – 011 9657846

Link:
http://www.pievedipiobesi.it/la_pieve_di_san_giovanni.html  (e le successive pagine)

Bibliografia:
TOSCO C., 1997, Architettura e scultura landolfiana in “Il rifugio del vescovo”, a cura di CASIRAGHI G., Torino, Scriptorium
ROMANO G. (a cura di), 1994, Piemonte romanico, Torino

Fonti:
Fotografie dal sito www.pievedipiobesi.it

Data compilazione scheda:
29 marzo 2004

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – Gruppo Archeologico Torinese

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Pino Torinese (TO) : Castello di Montosòlo

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Storia del sito:
Nei pressi di Montosòlo (Loc. Torre Pino) già in epoca romana doveva trovarsi uno dei passaggi collinari che da Chieri (Carreum Potentia) portava a Torino (Augusta Taurinorum), scendendo per le località di Reaglie e di Mongreno fino all’attuale zona della Madonna del Pilone, già in città. Prima ancora dell’anno Mille, sulle colline fra Chieri e Torino, sorgevano castelli i cui toponimi di derivazione romana testimoniavano un’antica origine. Tra questi era Mons Sardus o Montosòlo, il più antico nucleo dell’attuale Pino Torinese. Montosòlo comprendeva anche alcune ville o zone sottostanti come Pinariano, Montolino e Moncairasco. Il presidio di questa postazione strategica, sia per Chieri che per Torino, fu causa di secolari battaglie e dispute fra le due località che si contendevano anche il prestigio e la supremazia sui territori circostanti. Sulla collina avevano cospicui possedimenti i canonici di San Salvatore di Torino. Con i due diplomi imperiali del 981 e del 998 Ottone II ed Ottone III confermarono alla Chiesa di Torino il possesso di Chieri e di altre terre vicine. Montosòlo invece apparteneva all’abbazia di Nonantola, per provenienza risalente all’epoca longobarda. Nel 1034, Montosòlo venne ceduto ai conti di Biandrate e successivamente (1075) all’Abbazia di Cavour. Nel 1098 il vescovo di Torino, ben comprendendo l’importanza militare, commerciale e politica di Montosòlo, si assicurò il possesso dell’Abbazia. Nel 1168 fra il vescovo di Torino ed i Chieresi si stabiliva che il castello fosse consegnato al vescovo, il quale poteva avere in Montosòlo una casa alta con solaio e torri, fortificata come avrebbe ritenuto più opportuno; inoltre, che agli uomini di Chieri fosse riconosciuta la facoltà di possedervi una casa ad un solo piano dove i consoli o i loro delegati potessero abitarvi (da: “Il libro rosso”, doc. 2 del 24-8-1168, pp. 4-5). Nel 1248-49 il castello venne riconquistato dai Chieresi che però furono scacciati da Tommaso II di Savoia; egli ne prese possesso sotto la protezione dell’imperatore Federico II e lo fece riedificare nel 1249-50. Il 22 luglio 1252, Tommaso II concludeva una convenzione secondo la quale il vescovo di Torino Giovanni Arborio gli dava in pegno il castello di Montosòlo e le sue pertinenze con la facoltà di costruirvi nuove fortificazioni e quant’altro ritenesse necessario, ma col divieto di cedere ai Chieresi o agli Astigiani, qualsiasi diritto spettante al castello. Nel 1253 scoppiò una nuova guerra tra Asti e Torino. Tommaso II venne sconfitto e catturato dai Torinesi in rivolta. Fra i Savoia e gli Astigiani si sottoscrisse una convenzione che prevedeva, fra l’altro, il passaggio agli Astigiani del castello di Montosòlo, con le pertinenze, i diritti, le razioni e le azioni. Nel 1256 invece Montosòlo venne ceduto dal Conte Tommaso II ai Torinesi. Nel 1257 i Torinesi lo cedettero ad Uberto di Cavaglià, in pegno di debiti contratti. I figli di questi cedettero al Comune di Chieri il castello nel 1280. I Chieresi, prendendone possesso, redassero un documento di occupazione inventariando tutto quanto vi si trovava.

Descrizione del sito:
Il castello si trovava su di una rocca quadrata e massiccia, dominata da una solida torre (“bene axata”) a tre piani, circondata da una duplice cintura di bastioni, guarnita di belfredi e rinforzata da barbacani. La torre era direttamente collegata con la torre d’angolo: quest’ultima è l’unica costruzione tuttora esistente. Intorno al cortiletto centrale esistevano alcune costruzioni addossate alle mura sulle quali girava il corridoio di ronda.
Verso Serralunga (nord) era collocata una torricella d’angolo (“turris cantoni”) con garitta, la porticina di soccorso, una tettoia ed il mulino con due mole e relativi “ferramentis”. Dal lato ovest, rivolto a Torino, si trovava una “casa” nella torre del custode (“turris custodiens”), ed il forno. Lungo il fronte di mezzodì (“versus Carpenedam”), il pozzo “cum turno et bono soastro” e, sopra il pozzo, una “casa” di due camere coperta da ventiquattro campate di tegole. Vi si giungeva per una scala; un’altra più piccola portava sulle mura. La cucina era situata a sinistra della porta maestra presso la cantina. Per accedere al castello ci si trovava di fronte a due ponti levatoi: uno grande, manovrato da un paio di catene, ed uno minore per il quale bastava una sola catena. Essi comandavano l’ingresso di una porta carraia accoppiata ad una piccola porta pedonale. Successivamente s’incontrava la “prima porta in introytus castri”. Dopo di essa veniva “un’altra porta con sportello che segue la prima” e quindi, attraverso un ponte di assi, si accedeva alla “porta castri magistri”. (da “Il libro rosso”, doc. 115 del 18-9-1280, pp. 196-197, citato dal Settia). Con il passaggio ai Chieresi, si chiuse il periodo più travagliato e burrascoso della storia di Montosòlo, ma la decadenza del castello proseguì inesorabile, tanto che nel 1452 “essendo per antichità distrutto” Chieri lo vendette con il patto che lo si potesse ricostruire, ma non alienare pena la nullità. Dalle rovine più non risorse. La situazione attuale del sito è questa:
– lungo la strada di accesso alla sommità del colle si nota un affioramento di frammenti ceramici antichi (periodo tardo romano e medievale);
– nella zona è stato ritrovato materiale sporadico di superficie, poco significativo, ma di evidente antica fabbricazione;
– la torre, oggi adibita a civile abitazione, è in buono stato di conservazione: la parte inferiore, fino all’altezza di circa 1,5 metri, risulta costruita con blocchi di pietra; il resto con mattoni di grosse dimensioni; la torre è fiancheggiata da un’abitazione moderna;
– resti di sostruzioni in pietra e mattoni circondano la torre ad una distanza di circa 10 metri (possibile resto del secondo ordine di mura); ad un dislivello di circa 5 metri più in basso, a circa 50 metri di distanza sono state individuate altre sostruzioni (possibile resto del primo ordine di mura);
– al di fuori del primo ordine di mura, s’intravedono, in alcuni punti, i resti di un vallo, simile a quello individuato al Bric San Vito, sopra Pecetto.

Informazioni:
Via Montosolo, nei pressi dello stabilimento della Ferrero s.p.a.

Link:
http://www.archeogat.it/archivio/zindex/Mostra%20Collina/collina%20torinese/pag_html/montosol.htm

Bibliografia:
GHIVARELLO R., Pino nel cuore : il castello di Montosólo e Pino Torinese, C. M. Composer, Pino T. (Torino) 1993
GHIVARELLO R., Il castello di Montosolo e Pino Torinese: con documenti inediti e illustrazioni, Edizioni Rattero, Torino 1954
— “La Collina Torinese. Quattro passi tra storia, arte e archeologia” ,ediz. GAT, Torino 1998-2003

Fonti:
Immagine GAT

Data compilazione scheda:
10 febbraio 2001 – agg. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Feliciano Della Mora – Gruppo Archeologico Torinese