Torinese e valli di Lanzo

Rivoli (TO) : Casa del Conte Verde

Rivoli Conte Verde

Storia del sito:
La CASA DEL CONTE VERDE prese questo nome dalla fine del 1300, secolo in cui il Conte Amedeo VI di Savoia, detto Conte Verde perché amava indossare abiti di questo colore, fece di Rivoli la sua dimora. In realtà non è certo che il Conte abbia avuto un legame con l’edificio.
La Casa comunque rivela una qualità architettonica elevata ed è situata nella parte più antica del centro storico, sulla via principale. L’edificio aveva funzione residenziale ai piani superiori e, al piano terreno, commerciale.
Il Comune di Rivoli dal 1980-82 è proprietario dell’edificio e ne ha curato il restauro dal 1982 al 1987 e ancora nel 1996 per la messa a norma come sede espositiva.

Descrizione del sito:
La facciata della Casa del Conte Verde si innalza su tre livelli sottolineati da cornici orizzontali.
Il piano terreno presenta un portico con volte a crociera e archi a tutto sesto sostenuti da pilastri con capitelli in cotto, in gran parte mutilati, e da botteghe con soffitto a cassettoni.
Al piano nobile l’abitazione padronale presenta un ampio salone con finestre centrali ad arco acuto affiancate da due finestre quadrate trasformate in porte e dotate di balconi in epoca imprecisata.
All’ultimo piano l’altana o loggia di servizio aperta su pilastrini circolari.
Sulla facciata formelle in cotto ornano gli archi del portico e le fasce marcapiano, alcune con elementi floreali tipicamente piemontesi, altre in stile prettamente gotico che indicano influenze d’oltralpe.

Informazioni:
Tel. 011.9563020; 011.9536809 ; email: cultura@comune.rivoli.to.it

Links:
http://www.casadelconteverde.it

http://www.comune.rivoli.to.it/interna.asp?idArea=210

http://www.comune.torino.it/museiscuola/propostemusei/toeprov/casa-del-conte-verde.shtml

Bibliografia:
Gioielli del Piemonte. Sette secoli di Palazzi e Dimore, a cura di Europiemonte, Alpi editrice, Torino, 2003

Fonti:
Fotografia da www.comune.torino.it

Data compilazione scheda:
30/05/2005 – aggiornam. maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A.Torinese

Rivoli (TO) : Antico Campanile di Santa Maria della Stella

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Storia e descrizione del sito:
L’antico campanile di Santa Maria della Stella è ciò che resta della “Antica Collegiata di Santa Maria della Stella” consacrata nel 1307 ed eretta in seguito al ritrovamento di un simulacro in legno raffigurante la Madonna con il Bambino.
Nel 1998 il massiccio campanile romanico, con monofore e bifore, è stato completamente restaurato, insieme con l’orologio settecentesco e la cuspide piramidale rifatta.

Il precedente campanile non va confuso con quello della “Collegiata di Santa Maria della Stella” che è un edificio del sec. XIII-XIV fortemente rimaneggiato nei sec. XVIII e XIX.
Era l’originaria chiesa del convento dei Domenicani e dal 1797 divenne la principale chiesa cittadina in sostituzione dell’Antica Collegiata, ormai in rovina.
Di essa è rimasto il bel campanile gotico (vedi foto in basso)

Informazioni:

 

Links:
http://www.comune.rivoli.to.it/interna.asp?idArea=184&idNews=143

http://www.borgonuovo-rivoli.it/il-quartiere-borgo-nuovo-di-rivoli

Fonti:
Fotografia in alto dal sito del Comune; fotografia in basso da www.borgonuovo-rivoli.it

Data compilazione scheda:
30/05/2005 – aggiornam. maggio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A.Torinese

campanile collegiata

Rivoli – Perosa (TO) : Strada romana e necropoli

Cartello Rivoli-Avigliana

Storia del sito:
Durante i lavori di costruzione della superstrada del Frejus, nel 1990, fu individuata una vasta area archeologica. Lo scavo ha riportato alla luce varie strutture tra loro connesse che evidenziano una complessa successione insediativa.
La prima fase fu un insediamento rustico caratterizzato da una serie di piccoli edifici tra i quali un singolare vano absidato, ascrivibile al periodo compreso tra il I secolo a.C. e la seconda metà del I secolo d.C. Alla distanza di circa 100 metri dall’abitato è stata esplorata una ricca sepoltura ad incinerazione, deposta all’interno di una piccola camera funeraria.
Successivamente, tra la fine del II e III secolo d.C., venne costruito un tratto di variante della via pubblica per le Alpi Cozie che interferì con le strutture insediative preesistenti, determinandone la demolizione per una parte consistente, senza tuttavia causarne la totale distruzione, ma piuttosto il mutamento della destinazione d’uso.
In una fase successiva, in età tardo antica, probabilmente nel V-VI secolo, si verificò una definitiva caduta in disuso di questo tratto di strada. All’abbandono fece seguito la formazione naturale di uno strato di sabbia e limo.
In seguito, intorno al VII secolo, vi fu l’impianto di un’area cimiteriale, proprio in corrispondenza del precedente sedime stradale, che comprendeva 36 sepolture, probabilmente appartenenti ad una piccola comunità, in cui si distingueva un nucleo famigliare gentilizio. Si è ipotizzato che si trattasse di un gruppo di origine germanica, probabilmente longobarda.

Descrizione del sito e dei ritrovamenti:
E’ stata trovata una notevole porzione di STRADA BASOLATA di cui si sono riconosciuti oltre 100 m di tracciato con ampie porzioni di sottofondo preparato, secondo la tecnica romana, a “rudus”, attribuibile alla metà del I secolo d.C. Le dimensioni della carreggiata (m 6,40 di larghezza) e l’accurata esecuzione dell’opera con statumen in grossi ciottoli, regolarizzato in superficie da una spessa coltre di sabbia e ghiaia, confermano l’appartenenza di questo tratto alla “strada delle Gallie”, di cui già si ipotizzava il passaggio in base al ritrovamento ottocentesco di un miliario.

La NECROPOLI si articola in due gruppi di sepolture. Il primo è costituito da sette tombe a cassa in muratura di pietre, talvolta miste a frammenti laterizi, legate da malta o anche soltanto disposte a secco. Il fondo risulta variamente realizzato con frammenti di laterizi e lastre di pietra e, in un caso, con la stesura di cocciopesto. La t. 1 conservava ancora le lastre di pietra di copertura, mentre elementi analoghi, ritrovati dislocati, possono essere anch’essi riferiti alle originarie chiusure delle altre tombe in muratura, poiché il fenomeno di erosione del deposito archeologico verificatosi in questo sito ha portato a quota affiorante dal piano di campagna non solo le strutture, ma quasi i resti scheletrici stessi. A questo fenomeno va certamente imputato in buona parte l’esiguo numero di sepolture infantili rinvenute. Una fossa terragna (t. 25) e resti molto disturbati di altre simili inumazioni (tt. 19, 21, 22), appartengono ancora a questo settore del cimitero, che appare organizzato per file in direzione nord-sud; l’orientamento delle singole sepolture è costante: ovest-est con capo a ovest. Le tombe in muratura furono tutte violate, ad eccezione della t. 3, dove forse non a caso l’ultima deposizione è risultata priva di corredo, mentre nelle t. 1 e t. 2 pochi oggetti residui indicano l’originaria presenza di ben più ricchi corredi trafugati.
Lo studio dei resti scheletrici, ha permesso di stabilire che al centro dell’allineamento principale si collocano tre tombe di individui maschili adulti. Di queste la t. 1 conteneva un coltellino in ferro, decorato presso l’impugnatura da due fili ad agemina, una piccola fibbia in bronzo riferibile alle stringhe di fissaggio delle calze ed un elemento in ferro ricurvo, per ora di incerta interpretazione.
Nel riempimento sconvolto della t. 2 si sono rinvenuti: una fibbia in bronzo di piccole dimensioni con ardiglione a scudetto e placca mobile, un puntalino di cintura a becco d’anatra in ferro con abbondanti tracce di tessuto mineralizzato, tre borchie di bronzo a testa circolare appiattita e decorata, di tipologia generalmente riferita al fodero del sax, ed infine una placchetta, che poteva far parte delle guarnizioni della cintura per la spatha, in ferro, rettangolare con bordo inferiore sagomato, quattro borchie in bronzo e occhielli di fissaggio sul retro. La decorazione, in agemina con fili di argento e di ottone su psendo-placcatura in argento, forma semplici riquadrature geometriche che incorniciano un piccolo almandino incastonato al centro. Un secondo almandino è inserito nel lobo mediano del bordo inferiore, mentre i due laterali sono decorati ad agemina a cerchio quadripartito. Si può proporre una datazione intorno alla fine del VII secolo.
La struttura delle tombe 1 e 2, a cassa rettangolare abbastanza ampia e accuratamente costruita, e i reperti avvalorano l’ipotesi che vi fossero stati inumati i personaggi eminenti della comunità. A sud si allineano una terza tomba (t. 13), meno conservata, che conteneva i resti sconvolti ma abbastanza completi di altri due individui maschili di età compresa fra i 40-45 e i 45-50 anni, ed una quarta (t. 3), più stretta, lievemente trapezoidale e meno accuratamente rifinita, destinata invece ad una sepoltura femminile e successivamente ad un individuo maschile di circa 25 anni. A pochi metri di distanza verso est si collocano due tombe femminili affiancate: t. 20, a cassa in muratura con resti molto incompleti e sconvolti di una donna di circa 25 anni, e t. 25, terragna, con scheletro in connessione di un individuo femminile di età matura. Vi sono altre poche inumazioni frammentarie in piena terra individuate nelle vicinanze del gruppo delle tombe in muratura.
Il secondo e più numeroso nucleo cimiteriale è situato ad ovest a breve distanza, ma ben separato e caratterizzato rispetto al primo. Esso comprende soltanto sepolture terragne del tutto prive di oggetti di corredo o di complemento del vestiario. Le fosse erano distinguibili in pochi casi ed avendo esse raggiunto e tagliato gli strati di crollo e abbandono degli edifici e della strada precedenti, è assai difficile stabilire se il contorno incompleto di elementi lapidei e laterizi, talvolta rilevato, sia stato intenzionale, in funzione di qualche sistemazione della fossa, oppure sia il risultato casuale dell’affioramento degli strati sottostanti, o dell’operazione di scavo della fossa stessa. L’unica sistemazione certamente intenzionale pare essere quella della t. 9, mentre la t. 29, più profonda delle altre, ha consentito di leggere con maggior precisione la forma della fossa, scavata a stretta misura dell’inumato. L’orientamento è analogo a quello delle tombe in muratura, ma con deviazioni anche marcate nelle sepolture periferiche, verosimilmente più recenti, fino all’unico caso della t. 29, quasi disposta in direzione sud-nord. Nell’organizzazione planimetrica si coglie una minore regolarità, ma è pur sempre individuabile una suddivisione interna per piccoli gruppi composti da due a quattro-cinque sepolture in fila, che a loro volta hanno rivelato la disposizione degli individui maschili affiancati al centro e a sud, mentre quelli femminili occupano prevalentemente le posizioni nord delle “file”. Anche nel settore delle sepolture terragne si può quindi osservare la tendenza a raggruppare separatamente gli individui maschili e femminili, pur all’interno di piccoli nuclei, verosimilmente familiari.

Luogo di custodia dei materiali:
Soprintendenza per i  Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie

Informazioni:
Nella zona detta La Perosa; sul pianoro sommitale del rilievo del Truc Perosa, estrema propaggine dell’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, a circa un chilometro dall’attuale alveo della Dora Riparia.
Il sito è stato ricoperto.

Links:
http://www.vallesusa-tesori.it/media/attachment/11_Archeologia_VdS_11_StradaRomana_Rivoli.pdf

http://www.vallesusa-tesori.it/media/attachment/10_Archeologia_VdS_10_EtaRomana_BassaValle.pdf

Bibliografia:
MICHELETTO E.-PEJRANI BARICCO L.1997. Archeologia funeraria e insediativi in Piemonte tra V e VII secolo, in PAROLI L., a cura di, Italia Centro settentrionale in età longobarda, Atti del Convegno (Ascoli Piceno, 6-7 Ottobre 1995), Firenze, e relativa bibliografia

Fonti:
Fotografie 1 e 2 da www.vallesusa-tesori.it.

Data compilazione scheda:
28/06/2007 – aggiornam. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Piobesi (TO) : San Giovanni ai Campi

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Storia del sito:
Una sua possibile menzione nel documento del vescovo di Torino Landolfo del 1037 appare problematica, perché le due chiese ricordate nell’atto sono dedicate a Santa Maria e a San Lorenzo. Non più condivisa l’attribuzione anteriore al X secolo, gli studi più recenti assegnano la chiesa comunque all’epoca landolfiana (1010-1037); soprattutto la morfologia delle nicchie che compaiono sugli absidi contribuisce a confermare la datazione. Condivide quindi i caratteri comuni del romanico lombardo del secondo quarto del secolo XI.

Descrizione del sito:
L’edificio è ancora ben conservato nel suo aspetto primitivo a poca distanza dall’abitato attuale all’interno del cimitero. La chiesa si innalza su tre navate rette da pilastri rettangolari che sostengono archi longitudinali a tutto sesto: le tre absidi presentano un interessantissimo coronamento a fornici che, a terne o a coppie, sono inquadrati da lesene e sovrastati da archetti. I volumi delle absidi presentano una conformazione perfettamente semicilindrica, senza quindi quella riduzione per sovrapposizione che riscontriamo alla Novalesa e nella maggior parte degli edifici triabsidati. Nelle murature è utilizzato abbondante materiale di reimpiego romano. Rispetto a Santa Maria di Testona l’impianto appare più accorciato e soprattutto la mancanza della cripta interviene a distinguere San Giovanni dal gruppo delle chiese landolfiane del documento del 1037.
Sulla facciata affreschi – Al centro: Madonna con Bambino tra angeli musicanti e committenti – Lato sinistro: San Giovanni Battista, San Bernardo d’Aosta (frammentario) – Lato destro: San Cristoforo, santo monaco (tracce). Accanto a San Cristoforo formula taumaturgica: “Christofori s(an)c(t)i speciem q(ui)cu(m)q(ue) tuet(ur) illo nam[q]ue die nullo langore tenetur” – “Chiunque fisserà l’immagine di san Cristoforo certamente in quel giorno non sarà colto da alcun male”. Datazione: 3 ottobre 1359. Autore: Maestro della lunetta di Piobesi (identificabile con il Maestro di Tommaso d’Acaia detto anche Maestro di San Pietro ad Avigliana. Committenti: Frater Iohannes Pivart de Camuseto (da Chamousset in Savoia) e sua moglie “Willermina”. L’affresco venne restaurato già nel 1713 (come recita la scritta in alto all’estrema sinistra dell’impianto pittorico) e poi recentemente (1997-1998). Sempre sulla facciata a sinistra vi è un’iscrizione di epoca romana su lastra di pietra grigia, ritrovata nei pressi della chiesa: VENNONIUS CLEM[E]NS VERI(?) F(ILIUS) VICTOR(IAE) V(OTUM) S(OLVIT) [L(IBENS)] M(ERITO) Vennonio Clemente figlio di Vero, giustamente con animo lieto sciolse il voto per la vittoria (secondo l’interpretazione riportata in loco)-

Nell’abside maggiore è conservato un ampio ciclo di affreschi, assai deteriorato, risalente all’Alto Medioevo; mentre il ciclo dell’arco trionfale (quasi del tutto scomparso) potrebbe essere stato dipinto nel XII-XIII secolo, quello del catino absidale rimanda alla pittura ottoniana del tardo X-XI secolo, con evidenti influssi bizantini.
Nel 1970 furono staccati da una delle navate cinque grandi affreschi datati e firmati dal pittore Giovanni Beltrami di Pinerolo. Tali opere furono riportate su tela ed sono oggi conservate presso la Galleria Sabauda di Torino. Nella navata sinistra, il Comune di Piobesi ha fatto porre una riproduzione fotografica a grandezza naturale delle opere. La data apposta sull’affresco è scarsamente leggibile. Alcuni critici vi leggono un 1414, mentre la storica dell’arte Andreina Griseri propose di posticipare il riquadro con “La Predica di S. Bernardino” al 1444, anno della morte del santo. Alcuni critici riconducono gli affreschi all’ambito di Jacopo Jacquerio.
Nella chiesa vi sono anche alcuni cicli pittorici databili
al XV e XVI secolo, di mano ignota. Per approfondimenti si rimanda al sito sottoindicato.

Informazioni:
Chiesa cimiteriale.  Comune di Piobesi: 011 9657083 – 011 9657846

Link:
http://www.pievedipiobesi.it/la_pieve_di_san_giovanni.html  (e le successive pagine)

Bibliografia:
TOSCO C., 1997, Architettura e scultura landolfiana in “Il rifugio del vescovo”, a cura di CASIRAGHI G., Torino, Scriptorium
ROMANO G. (a cura di), 1994, Piemonte romanico, Torino

Fonti:
Fotografie dal sito www.pievedipiobesi.it

Data compilazione scheda:
29 marzo 2004

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – Gruppo Archeologico Torinese

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Pino Torinese (TO) : Castello di Montosòlo

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Storia del sito:
Nei pressi di Montosòlo (Loc. Torre Pino) già in epoca romana doveva trovarsi uno dei passaggi collinari che da Chieri (Carreum Potentia) portava a Torino (Augusta Taurinorum), scendendo per le località di Reaglie e di Mongreno fino all’attuale zona della Madonna del Pilone, già in città. Prima ancora dell’anno Mille, sulle colline fra Chieri e Torino, sorgevano castelli i cui toponimi di derivazione romana testimoniavano un’antica origine. Tra questi era Mons Sardus o Montosòlo, il più antico nucleo dell’attuale Pino Torinese. Montosòlo comprendeva anche alcune ville o zone sottostanti come Pinariano, Montolino e Moncairasco. Il presidio di questa postazione strategica, sia per Chieri che per Torino, fu causa di secolari battaglie e dispute fra le due località che si contendevano anche il prestigio e la supremazia sui territori circostanti. Sulla collina avevano cospicui possedimenti i canonici di San Salvatore di Torino. Con i due diplomi imperiali del 981 e del 998 Ottone II ed Ottone III confermarono alla Chiesa di Torino il possesso di Chieri e di altre terre vicine. Montosòlo invece apparteneva all’abbazia di Nonantola, per provenienza risalente all’epoca longobarda. Nel 1034, Montosòlo venne ceduto ai conti di Biandrate e successivamente (1075) all’Abbazia di Cavour. Nel 1098 il vescovo di Torino, ben comprendendo l’importanza militare, commerciale e politica di Montosòlo, si assicurò il possesso dell’Abbazia. Nel 1168 fra il vescovo di Torino ed i Chieresi si stabiliva che il castello fosse consegnato al vescovo, il quale poteva avere in Montosòlo una casa alta con solaio e torri, fortificata come avrebbe ritenuto più opportuno; inoltre, che agli uomini di Chieri fosse riconosciuta la facoltà di possedervi una casa ad un solo piano dove i consoli o i loro delegati potessero abitarvi (da: “Il libro rosso”, doc. 2 del 24-8-1168, pp. 4-5). Nel 1248-49 il castello venne riconquistato dai Chieresi che però furono scacciati da Tommaso II di Savoia; egli ne prese possesso sotto la protezione dell’imperatore Federico II e lo fece riedificare nel 1249-50. Il 22 luglio 1252, Tommaso II concludeva una convenzione secondo la quale il vescovo di Torino Giovanni Arborio gli dava in pegno il castello di Montosòlo e le sue pertinenze con la facoltà di costruirvi nuove fortificazioni e quant’altro ritenesse necessario, ma col divieto di cedere ai Chieresi o agli Astigiani, qualsiasi diritto spettante al castello. Nel 1253 scoppiò una nuova guerra tra Asti e Torino. Tommaso II venne sconfitto e catturato dai Torinesi in rivolta. Fra i Savoia e gli Astigiani si sottoscrisse una convenzione che prevedeva, fra l’altro, il passaggio agli Astigiani del castello di Montosòlo, con le pertinenze, i diritti, le razioni e le azioni. Nel 1256 invece Montosòlo venne ceduto dal Conte Tommaso II ai Torinesi. Nel 1257 i Torinesi lo cedettero ad Uberto di Cavaglià, in pegno di debiti contratti. I figli di questi cedettero al Comune di Chieri il castello nel 1280. I Chieresi, prendendone possesso, redassero un documento di occupazione inventariando tutto quanto vi si trovava.

Descrizione del sito:
Il castello si trovava su di una rocca quadrata e massiccia, dominata da una solida torre (“bene axata”) a tre piani, circondata da una duplice cintura di bastioni, guarnita di belfredi e rinforzata da barbacani. La torre era direttamente collegata con la torre d’angolo: quest’ultima è l’unica costruzione tuttora esistente. Intorno al cortiletto centrale esistevano alcune costruzioni addossate alle mura sulle quali girava il corridoio di ronda.
Verso Serralunga (nord) era collocata una torricella d’angolo (“turris cantoni”) con garitta, la porticina di soccorso, una tettoia ed il mulino con due mole e relativi “ferramentis”. Dal lato ovest, rivolto a Torino, si trovava una “casa” nella torre del custode (“turris custodiens”), ed il forno. Lungo il fronte di mezzodì (“versus Carpenedam”), il pozzo “cum turno et bono soastro” e, sopra il pozzo, una “casa” di due camere coperta da ventiquattro campate di tegole. Vi si giungeva per una scala; un’altra più piccola portava sulle mura. La cucina era situata a sinistra della porta maestra presso la cantina. Per accedere al castello ci si trovava di fronte a due ponti levatoi: uno grande, manovrato da un paio di catene, ed uno minore per il quale bastava una sola catena. Essi comandavano l’ingresso di una porta carraia accoppiata ad una piccola porta pedonale. Successivamente s’incontrava la “prima porta in introytus castri”. Dopo di essa veniva “un’altra porta con sportello che segue la prima” e quindi, attraverso un ponte di assi, si accedeva alla “porta castri magistri”. (da “Il libro rosso”, doc. 115 del 18-9-1280, pp. 196-197, citato dal Settia). Con il passaggio ai Chieresi, si chiuse il periodo più travagliato e burrascoso della storia di Montosòlo, ma la decadenza del castello proseguì inesorabile, tanto che nel 1452 “essendo per antichità distrutto” Chieri lo vendette con il patto che lo si potesse ricostruire, ma non alienare pena la nullità. Dalle rovine più non risorse. La situazione attuale del sito è questa:
– lungo la strada di accesso alla sommità del colle si nota un affioramento di frammenti ceramici antichi (periodo tardo romano e medievale);
– nella zona è stato ritrovato materiale sporadico di superficie, poco significativo, ma di evidente antica fabbricazione;
– la torre, oggi adibita a civile abitazione, è in buono stato di conservazione: la parte inferiore, fino all’altezza di circa 1,5 metri, risulta costruita con blocchi di pietra; il resto con mattoni di grosse dimensioni; la torre è fiancheggiata da un’abitazione moderna;
– resti di sostruzioni in pietra e mattoni circondano la torre ad una distanza di circa 10 metri (possibile resto del secondo ordine di mura); ad un dislivello di circa 5 metri più in basso, a circa 50 metri di distanza sono state individuate altre sostruzioni (possibile resto del primo ordine di mura);
– al di fuori del primo ordine di mura, s’intravedono, in alcuni punti, i resti di un vallo, simile a quello individuato al Bric San Vito, sopra Pecetto.

Informazioni:
Via Montosolo, nei pressi dello stabilimento della Ferrero s.p.a.

Link:
http://www.archeogat.it/zindex/Mostra%20Collina/collina%20torinese/pag_html/montosol.htm

Bibliografia:
GHIVARELLO R., Pino nel cuore : il castello di Montosólo e Pino Torinese, C. M. Composer, Pino T. (Torino) 1993
GHIVARELLO R., Il castello di Montosolo e Pino Torinese: con documenti inediti e illustrazioni, Edizioni Rattero, Torino 1954
— “La Collina Torinese. Quattro passi tra storia, arte e archeologia” ,ediz. GAT, Torino 1998-2003

Fonti:
Immagine GAT

Data compilazione scheda:
10 febbraio 2001 – agg. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Feliciano Della Mora – Gruppo Archeologico Torinese

Pianezza (TO) : Ricetto e Torre

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Storia del sito:
Pianezza conserva tracce di presenze romane, quando fu tappa delle legioni sulla via delle Gallie (scavi di tombe vennero eseguiti da Assandria e Bertea del 1910). Fu centro di diffusione del cristianesimo verso le vallate alpine ancora pagane; dopo l’anno Mille fu punto di forza del potere vescovile con la popolazione raccolta attorno alla Pieve di San Pietro (vedi scheda), al Castello e al Borgo fortificato, altrove chiamato più specificatamente ricetto.

CASTELLO
Il Castello di Pianezza sorgeva a sud dell’odierno Parco di Villa Lascaris, quasi a picco sull’incrocio tra Via Maria Bricca e la Discesa al Filatoio. Costruito attorno all’anno 1000 dai Vescovi di Torino, servì, con quello di Rivoli, a controllare la strada proveniente dalla Francia e a regolare le attività del vasto territorio a lui soggetto. Nel 1159, l’imperatore Federico I Barbarossa, che svernava in Piemonte ad Occimiano, confermò al Vescovo Guido di Torino tutti i diritti pubblici imperiali che già esercitava su una cerchia di 10 miglia attorno a Torino; in particolare per Pianezza cita la concessione della corte, del castello, della giurisdizione militare e giudiziaria e della Pieve. Sul castello di Pianezza vantarono diritti i Savoia, che nel 1228 lo assegnarono in dote a Margherita, sposa di Bonifacio di Monferrato. Nel 1290 i Savoia lo tolsero con la forza al Monferrato, infeudandolo poi ai Provana nel 1360. Quando, nel 1365, i Provana si ribellarono agli Acaja, il Castello fu assediato ed espugnato dopo tre giorni di combattimento. Ebbe il suo massimo splendore quando Emanuele Filiberto lo comperò per donarlo a Beatrice Langosco, sua favorita, erigendo per lei il Marchesato di Pianezza.
Pianezza_castelloIl sistema difensivo del Castello contava sul dislivello naturale verso la Dora e su bastioni fortificati verso Lusinera e il paese; l’ingresso al Castello doveva trovarsi probabilmente a Lusinera dove, fino a pochi decenni fa, esisteva “l’arco del Castello”, cioè la porta ove era sistemato il pesante portone. Non si è sicuri se il ponte levatoio, di cui si hanno testimonianze certe, fosse davanti a questo portone oppure appartenesse ad una difesa più interna del castello. La difesa esterna era completata dal “fossato” che correva nell’attuale Via Pellegrino e terminava nella “Crosa”, un ampio stagno che occupava la parte centrale di Piazza Cavour.
Nel corso del 1600 e del 1700 i discendenti di Beatrice lo trasformarono da opera militare in residenza nobiliare: si ricordano le cento camere del Castello, l’immenso salone centrale retto da dodici colonne e gli splendidi giardini. Nel 1706 i Francesi che assediavano Torino lo occuparono: servì da ospedale e da cantiere per la preparazione di graticci da usare nelle trincee. Nella notte del 5 settembre 1706 gli uomini di Vittorio Amedeo II e di Eugenio di Savoia lo presero d’assalto, con l’aiuto dell’eroina di Pianezza, Maria Bricca, che fece entrare nel castello, attraverso una galleria, i Granatieri del reggimento Brandeburghese del Principe d’Anhalt.
Nel 1808 il Governo Francese che occupava il Piemonte lo dichiarò “bene nazionale” e lo vendette ad una società di demolizione che ne recuperò i materiali. Il Conte Agostino Lascaris in seguito acquistò il sito e vi costruì l’edificio oggi detto VILLA LASCARIS, che donò poi all’Arcivescovo di Torino.

BORGO e TORRE DEL RICETTO
Accanto al Castello, su un rialzo di 8 metri, intorno alla metà del 1200 gli uomini di Pianezza costruirono un nucleo difensivo fortificato, circondato da un muro con torri, ove rifugiarsi in caso di pericolo. Nacque così il Borgo (la cui esistenza è documentata con certezza nel 1291), ove ogni famiglia possedeva una piccolissima unità abitativa che permetteva di mettere al sicuro la vita, le cose più preziose e le provviste alimentari. Nei due secoli successivi si perfezionarono le difese, si fecero prescrizioni per la manutenzione del muro, si assoldarono guardie professionali nelle occasioni di maggior rischio. Quando i pericoli cessarono e la difesa passiva divenne inutile, il Borgo diventò luogo di abitazione stabile si costruì la seconda Parrocchia di San Paolo.
L’unica testimonianza rimasta è la Torre campanaria. Accanto alla torre si trovava la Casa del Comune di cui si hanno notizie a partire dal 1360. Da secoli la torre ospita le campane usate un tempo indistintamente dal comune e dalla parrocchia. Vi fu anche installato un orologio che, fino a prima dei restauri, funzionava con un movimento meccanico. La Torre è stata recentemente restaurata e consolidata.

CAPPELLA DI SAN ROCCO
Il 30 Novembre 1360, il Consiglio Generale dei Capifamiglia di Pianezza si riunì per approvare una modifica agli Statuti della Bialera, “nella Cappella del luogo suddetto”. Il documento non precisa di quale cappella si trattasse, ma è noto che le riunioni del Comune di Pianezza si tenevano sulla piazza antistante la Cappella di San Rocco, o all’interno di essa ove, in una credenza, erano conservati i libri del Comune: anzi, dal mobile prese nome lo stesso Consiglio, che per secoli sarà chiamato la “Credenza” di Pianezza. È difficile che nel 1360 la Cappella, posta sull’unica piazza del paese, fosse già dedicata a San Rocco, morto poco più che un decennio avanti, ma è certo che attorno alla Cappella nacque e si sviluppò l’attività del libero Comune della Pianezza medievale. Le lacune documentarie non permettono di sapere quando la Cappella fu dedicata al Santo. Alla metà del 1500 la Cappella di San Rocco è frequentemente citata, sia negli atti pubblici sia nelle denunce al Catasto delle proprietà limitrofe. Restaurata alla fine del 1500 e ancor nel 1653, fu ricostruita nel XVIII secolo. Recentemente restaurata, è adibita a usi profani.

Descrizione del sito:
Dell’antico castello e della cappella di san Rocco originaria non è rimasto nulla.
Delle mura oggi non rimane che qualche piccola traccia. Il disegno delle unità abitative è a tratti ancora visibile.
Ben conservata è invece la TORRE, che risale al XIV secolo; di forma poligonale, costruita in mattoni, è ornata da una cornice a dentelli all’ultimo piano. In origine era merlata con merli guelfi e senza copertura, completamente aperta sul lato verso l’interno del borgo. Oggi la torre è coperta da un tetto ed è stata chiusa sul lato interno che, in basso, é confinante con edifici più recenti.

Informazioni:
la Torre si trova nella parte più alta dell’abitato.  Comune Pianezza, tel. 011 9670000

Link:
http://www.comune.pianezza.to.it/ComSchedaTem.asp?Id=4917

Bibliografia:
ASSANDRIA G., BERTEA C., Rinvenimento di tombe romane a Pianezza, Atti Soc. Archeologia e belle arti prov. di Torino, vol. VIII, Torino, 1910
BOLLEA L.C., I Bollea: signori di Losa, Altaretto, Meana e Gravere e consignori di Pianezza, Tipog. F. Vissio, Bene Vagienna CN, 1923, (Edito in Boll. Stor. Bibl. Subalpino, a. XXV, n° I-II, Torino, 1923 con il titolo Manfredingi, signori di Pianezza e visconti di Baratonia)
CAPELLO C.F., Pianezza e le sue vicende, La tipografica torinese, Torino, 1965
MAZZOLA D., La storia del Castello di Pianezza, FB , Alpignano (TO), 2001

Fonti:
Le notizie e le fotografie 1 e 2 sono state tratte dal sito del Comune nel 2006. Foto 3 e 4, in basso, GAT.

Data compilazione scheda:
26/08/2006 – aggiornam. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – Gruppo Archeologico Torinese

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Pianezza (TO) : Pieve di San Pietro

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Storia del sito:
La tradizione locale colloca le origini della pieve alla nascita del cristianesimo, ritenendola costruita sul sito già occupato da un precedente tempio pagano. Nessuna traccia conforta questa ipotesi. Recenti studi hanno riconosciuto nella pieve almeno quattro grandi momenti costruttivi: le pareti portanti dell’aula centrale di possibile datazione carolingia, la facciata di primitivo stile romanico, le navate laterali di probabile datazione duecentesca, la facciata laterale e la parte absidale di costruzione trecentesca in stile gotico. In capo alla navata destra i Provana realizzarono la cappella gentilizia e il tumulo di famiglia. La decadenza iniziò quando il marchese di Pianezza Giacinto Simiana tolse alla pieve ogni giurisdizione, attribuendo la funzione di chiesa parrocchiale alla chiesa di San Paolo esistente nel paese.

Descrizione del sito:
La facciata della navata centrale fu costruita quando le navate laterali non esistevano ancora. L’arretramento della parte terminale della navata destra fu determinato dal crollo dello spigolo in prossimità del fiume.
La facciata sinistra gotica è chiusa sotto la navata del tetto da una fascia di archetti trilobati in laterizio ornati da rilievi fitomorfi. La ristrutturazione gotica della parte absidale interessò tutta l’ampiezza della chiesa. Nella muratura si trovano inseriti due frammenti marmorei di evidente fattura romana classica, ornati in bassorilievo, e un terzo di origine già cristiana.
GLI AFFRESCHI – In origine la chiesa era completamente affrescata. Ora molta parte della decorazione è andata perduta.

PRESBITERIO – L’arco trionfale che introduce al presbiterio (foto 2) ha l’intradosso dipinto con le immagini dei dodici apostoli ritratti a mezzo busto in tondi. L’Annunciazione, sulla parete in alto, richiama le analoghe scene coeve. La Crocifissione (foto 3 – 4) sulla parete centrale è attribuita a Giacomo Jaquerio e alla sua scuola (primi decenni del Quattrocento), come anche negli sguinci delle finestre immediatamente a destra e a sinistra la figura di Maria dolorosa e piangente e di san Giovanni, assorto nel suo indicibile dolore.
A lato della Crocifissione sono raffigurate a destra Maria Maddalena con il vaso dei profumi e santa Margherita, protettrice delle partorienti, che esce indenne dal drago-demonio. A sinistra santa Lucia e santa Caterina, con la ruota dentata simbolo del suo martirio.
Sulla PARETE DESTRA DELL’ABSIDE della navata centrale vi sono quattro scene della vita di san Pietro: la disputa con Simon Mago, la pesca miracolosa, Pietro che cammina sull’acqua e la consegna delle chiavi. Sotto, racchiuse in cornici ad arco acuto trilobato, sono due figure di santi: san Sebastiano in ricco abito borghese con in mano un fascio di frecce a destra e san Massimo, vescovo di Torino a sinistra. Sul pilastro probabile raffigurazione di san Rocco, rappresentato come un giovane biondo, con il corpo piagato dalla peste avvolto in un mantello rosso.
Sul piedritto dell’arco absidale un’immagine di ben maggiore qualità databile al tardo Quattrocento di un solenne sant’Antonio dalla barba fluente con due campanelle e il bastone a tau.
Sulla PARETE SINISTRA DELL’ABSIDE della navata centrale si trovano quattro scene della vita del Battista, protettore della famiglia Provana. In posizione simmetrica ai santi che si trovano sulla parete destra si trovano san Lorenzo con in mano la grata su cui fu martirizzato e nell’altro angolo san Leonardo con le manette ed i ceppi, patrono dei prigionieri. Sul pilastro una santa martire sconosciuta dal bellissimo volto incorniciato da una elegante pettinatura.
Le VELE DELLA VOLTA contengono le figure dei quattro evangelisti.

NAVATA CENTRALE – Nella PARETE LATERALE SINISTRA IN ALTO resti di un ciclo di affreschi raffigurante le Virtù ed i Vizi, del quale sopravvivono soltanto la “Allegoria dell’Umiltà e della Superbia”.
Sul terzo pilastro sinistro il Beato Amedeo di Savoia. Al ciclo jaqueriano si deve aggiungere l’isolata e incompiuta figura dell’arcangelo Michele intento a pesare le anime sul secondo pilastro verso la navata destra con santi nella parte inferiore.
Sulla controfacciata un Santo guerriero presso una città in fiamme, quasi certamente san Floriano.
Nella PARETE LATERALE DESTRA IN ALTO è presente una scena con ampie cadute d’intonaco, raffigurante il martirio di san Sebastiano (foto 06). Il dipinto è attribuito ad Aimone Dux. Dipinto di acceso cromatismo.
In basso, di altra mano, San Gottardo con il committente inginocchiato. È interessante notare la presenza di due santi estranei alla tradizione piemontese e venerati nei paesi tedeschi, come San Floriano e lo stesso San Gottardo, protettore dei mercanti che attraversavano i valichi alpini.

LA CAPPELLA DI SAN BIAGIO – La cappella si presenta come corpo autonomo, all’inizio della navata sinistra.
La decorazione pittorica eseguita intorno alla metà del XV secolo è opera di un artista, formatosi alla scuola jaqueriana. Il contorno fortemente segnato delle figure richiama alla mente le opere del pittore chierese Guglielmetto Fantini, autore di cicli di affreschi nel Duomo di Chieri, nelle chiesa di San Sebastiano di Pecetto e nella cappella del cimitero di Marentino.
Il maestro della cappella di San Biagio affrescò due miracoli del santo, santa Caterina e sant’Agata (ora perduta) i dottori della chiesa sulla volta, il trigramma cristologico di san Bernardino sorretto da angeli e sulla parete interna della facciata gotica, sotto il rosone luminoso una delicata Annuciazione, con influssi fiamminghi ravvisabili nell’angelo dalle vesti geometrizzate e nella Vergine dai capelli sciolti con il «Libro d’Ore» rimasto aperto.
I motivi a rametti di foglie o a rosette, che completano la decorazione delle pareti e della volta dell’ambulacro, sono prodotti con stampini e si ripetono come disegni di tappezzeria operata.

LA CAPPELLA PROVANA – Al fondo della navata destra troviamo la cappella dedicata a San Giovanni Battista, di patronato dei Provana, il cui stemma è dipinto alla base delle vele della volta, interamente decorata con affreschi appartenenti a due fasi differenti.
Un primo maestro (seconda metà del Quattrocento) eseguì le storie del Santo sulla parete destra (restano i frammenti di due episodi), nella lunetta a sinistra, sulla parete di fondo ai lati della finestra e sulla volta.
A un secondo maestro più tardo (inizio Cinquecento) si attribuiscono le scene della vita del Battista tratte dal Vangelo. La predicazione nel deserto rivolta non a uomini ma ad animali reali o fantastici, che lo circondano. Il Battesimo di Gesù nel Giordano, collocato in un paesaggio toscaneggiante, La predicazione davanti ad Erode, il cui tema è scritto sulla cornice – Non ti è lecito avere la moglie di tuo fratello – si svolge alla presenza di una raffinata corte rinascimentale. La scena del martirio è risolta con la consegna della testa del profeta ad Erodiade, che la riceve porgendo il vassoio. Al centro la Madonna Provana con Gesù Bambino sulle ginocchia, fortunosamente integra e non priva di finezza esecutiva. In secondo piano due angeli, uno intento a suonare il flauto e l’altro nell’atto di deporre nelle mani del Bambino il vassoio vuoto su cui era stata deposta le testa del Battista.

Informazioni:
Fuori dell’abitato, a picco sulla Dora (Via M. Bricca). Comune tel. 011 967000 oppure 320 0393197


Link:

http://www.comune.pianezza.to.it/ComSchedaTem.asp?Id=4922

Bibliografia:
MONTI L., La Pieve di San Pietro di Pianezza, Tesi di Laurea in Archeologia Cristiana, Relatore G. Wataghin Cantino, Facoltà di Lettere Università di Torino, AA 1980-81
ADORNO G., BERTOLOTTO C., NICOLA A.R., PARODI V., La pieve di San Pietro: scoprire Pianezza, 2003

Fonti:
Fotografie GAT.

Data compilazione scheda:
20/12/2005 – aggiorn. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – G. A. Torinese

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Pianezza (TO) : Cappella di San Sebastiano

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Storia del sito:
La Cappella, dedicata alla Madonna delle Grazie e a San Sebastiano, era posta appena fuori dell’abitato del paese, dove forse sorgeva una porta. Fungeva da sentinella a difesa dai frequenti morbi endemici, in special modo a baluardo contro la peste, terrore del medioevo. Non si possono escludere, nella scelta del luogo di costruzione, delle ragioni igieniche: la Cappella era frequentata da devoti sospetti o colpiti dal male per cui non potevano entrare nell’abitato. Non si può fissare l’anno esatto di costruzione nel corso del XV secolo, travagliato dalle pestilenze. Si pensa che sia stata edificata dopo la peste del 1428 o dopo il 1460 quando la peste colpì le valli di Lanzo e anche Pianezza.
La cappella contiene AFFRESCHI che necessitano di un efficace restauro, già programmato. Il degrado è di data antica: le prime visite pastorali del 1500 segnalavano già allora la necessità degli interventi sui dipinti.
La Cappella divenne famosa (“La Domenica del Corriere” le dedicò una tavola di copertina) quando negli anni 1931-32 fu trasferita tutta intera dal luogo più a monte, ove si trovava, fino al sito attuale, distante 140 metri. Opportunamente ingabbiata in una struttura di legno, fu fatta scorrere di pochi metri al giorno su rulli posti su rotaie.
In quella occasione si eliminò la parete che chiudeva la facciata, sostituita poi da una cancellata di legno: soluzione più consona alla tipologia originaria.

Descrizione del sito:
La cappella è decorata internamente da AFFRESCHI eseguiti in tempi diversi. Il ciclo più sviluppato è quello della volta dedicato alla vita di san Sebastiano. Sulle pareti gli affreschi superstiti raffigurano i devoti sotto il manto della Vergine, san Sebastiano affiancato da san Rocco e le tentazioni di sant’Antonio abate.
Gli artisti sono rimasti anonimi: oggi si pensa alla numerosa famiglia dei Jaquerio ed ai pinerolesi Bartolomeo e Sebastiano Serra.

Informazioni:
Comune, tel. 011 9670000

Link:
http://www.comune.pianezza.to.it/ComSchedaTem.asp?Id=4923

Bibliografia:
MESTURINO V., L’antica chiesetta votiva di San Sebastiano in Pianezza, Tip. C. Cebrario, Pianezza (TO) 1933

Fonti:
Le notizie e le fotografie sono state tratte dal sito del Comune.

Data compilazione scheda:
26/01/2006 – aggiornam. luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A. Torinese

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Pianezza (TO) : Cappella della Madonna della Stella

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Storia del sito:
La località ha una denominazione antica: Lessano, già testimoniata nel 1025. Nostra Signora di Lessano era il nome antico della Cappella. È presumibile che fosse la chiesa di un insediamento altomedievale, abbandonato quando, per necessità di difesa, gli abitanti si aggregarono alla vicina Pianezza. Nella circostante area cimiteriale sono stati ritrovati laterizi di epoca romano-altomedievale.
Posta su una diramazione della Via Francigena, quella che dalle vallate alpine e dalla Lombardia permetteva di evitare la sosta a Torino, assunse l’attuale denominazione nel XVII secolo. Un’ipotesi, ma molto incerta, è che si riferisca ai pellegrinaggi diretti al Campo della Stella (Compostella) ove è la tomba di San Giacomo Apostolo. Come Druento, Rivoli, Celle, anche Pianezza ebbe luogo di sosta e di preghiera dedicato alla Madonna della Stella.
L’attuale costruzione fu elevata, forse in due tempi, nel corso del 1400. Prima il Presbiterio a volta, poi il corpo della chiesa, di maggiore larghezza, con il soffitto a capriate, ora coperto da cassettoni.
Il campanile fu elevato nel corso del 1700. Per un voto, a partire dal 1714 la festa viene celebrata il 12 Settembre.
Il presbiterio è ricoperto da AFFRESCHI della seconda metà del Quattrocento, di un ignoto pittore di scuola jaqueriana, ma che risente di influenze rinascimentali. L’opera è stata restaurata nel 1997.
Nel 2014 nuovi restauri che hanno rivelato altri affreschi.

Descrizione del sito:
All’estero, sul lato destro, rimangono archetti sotto il tetto in corrispondenza del presbiterio. Un grande affresco raffigura san Cristoforo che porta sulle spalle Gesù Bambino che regge in mano una sfera che rappresenta il mondo e su cui è dipinto un paesaggio marino. A lato, verso l’ingresso, la figura di un altro santo protettore: sant’Antonio Abate.
Gli AFFRESCHI all’interno della cappella sono di autori ignoti e di scuola non più completamente gotica: i fondi neutri sono ravvivati da paesaggi. Le pitture sono tutte nella parte più antica dell’edificio, il presbiterio, ad eccezione della figura di san Lorenzo sulla parete destra, datato 1480.
Le scene rappresentano episodi della vita della Vergine. Sull’arco trionfale l’Annunciazione; nel sottarco 10 busti di profeti, ma essendo i cartigli illeggibili, non identificabili, tranne Esra.
La parete sinistra del presbiterio è divisa in quattro scene da una decorazione, purtroppo mutilata nella parte inferiore dalla apertura di una porta. Rappresenta l’annuncio dell’angelo a san Gioacchino, l’incontro tra sant’Anna e san Gioacchino; in basso la nascita della Vergine con sant’Anna in un letto dipinto con precisi particolari, manca il resto della scena con la neonata, a destra Maria che viene condotta al Tempio. La parete dell’altare fu ridipinta con un un decoro a graticcio di gusto barocco, coprendo gli affreschi antichi, forse la nascita di Gesù. Sulla parete destra, in quattro scene, l’episodio di Gesù con i dottori nel tempio. In alto a sinistra Maria, Giuseppe e Gesù che vanno a Gerusalemme con un asino e il Bambino è raffigurato sullo spigolo, solo con una gamba. Curiosamente nello strombo della finestra è dipinto Gesù come un ragazzino che attraversa un ponticello, solo nella campagna. A destra vi sono solo i due genitori e l’asino. In basso Maria e Giuseppe cercano il figlio tra architetture elaborate che rappresentano la città; a destra Maria e Giuseppe trovano Gesù che sta discutendo con i dottori nel Tempio.
Le quattro vele della volta raffigurano ciascuna due episodi della vita di Maria, tratte dai Vangeli apocrifi. Di fronte all’altare, sopra lo stemma dei Provana, un scena probabilmente simbolica: Gesù, con al seguito gli Apostoli, annuncia a Maria che è la Mater ecclesiae, un angelo annuncia a Maria che è in procinto di morire; a sinistra Maria riunisce gli Apostoli per comunicare la notizia; Maria morta distesa su un letto; nella vela sopra l’altare il catafalco di Maria e destra mentre lo stanno ponendo nel sepolcro: un soldato vorrebbe rovesciarlo, ma gli si seccano le mani; nella vela a destra l’apostolo Tommaso vede l’assunzione di Maria e Le dice che nessuno gli crederà, allora la Vergine gli consegna come prova la sua cintura, a destra gli altri apostoli guardano il sepolcro vuoto e Tommaso con la cintura in mano.

Informazioni:
Fino a pochi decenni fa era in piena campagna, ben visibile a distanza, ora è circondata da edifici. Comune tel. 011 9670000

Links:
http://www.comune.pianezza.to.it/ComSchedaTem.asp?Id=4924

Fonti:
Le notizie e le fotografie 2 e 3 sono state tratte dal sito del Comune. Foto in alto da www.paliodipianezza.org. Foto 4, 5, 6 GAT

Data compilazione scheda:
26/01/2006 – aggiornam. 7 aprile 2013 e  luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Angela Crosta – G. A. Torinese

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Pecetto Torinese (TO) : Chiesa di San Sebastiano

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Storia del sito:
Nel più antico documento che ne testimonia l’esistenza (1584) è definita “ecclesiam campestrem”, ma viene anche riportato che un tempo era stata la chiesa parrocchiale del luogo, costruita presumibilmente nei primi anni del Quattrocento.
Il Comune di Pecetto, quale proprietario della chiesa, ha finanziato tra il 2003 e il 2009 un accurato intervento di restauro conservativo degli affreschi.

Descrizione del sito:
La facciata principale della chiesa è in semplici mattoni a vista, come tutto l’edificio.
La struttura interna è a pianta basilicale con tre navate lunghe una quindicina di metri coperte da volte a crociera sorretti da pilastri e un presbiterio che costituisce il prolungamento della navata centrale oltre l’arco santo. Il portale principale è a sesto acuto con cornice in cotto. La parete di fondo della navata sinistra presenta un’apertura tonda segnata da una cornice in cotto a foglie di cardo selvatico. Sulla parete sud un’apertura rettangolare con serramento in legno a due battenti immette nel cimitero. Al centro della navata maggiore due botole in pietra introducono nel sottostante ossario.
Tra il XV e il XVI secolo l’interno fu interamente affrescato, grazie all’intervento di ricche famiglie locali, i Bosio e i Vaudano, i cui stemmi sono ancora dipinti sui capitelli di due colonne all’interno. La molteplicità disorganica degli interventi, evidente nel ripetersi di alcuni temi, evidenzia che in essa operarono pittori di umile formazione accanto a maestri esperti.
L’AFFRESCO della volta del presbiterio, realizzato tra il 1440 e il 1450, è stato attribuito a Guglielmetto Fantini, pittore di origine chierese, formatosi sugli esempi di Giacomo Jaquerio. Nelle quattro vele della volta del presbiterio sono raffigurati l’incoronazione della Vergine, gli Evangelisti e i due più popolari santi guaritori, sant’Antonio Abate e san Sebastiano. La Crocifissione affrescata sulla parete di fondo del presbiterio e le scene della Passione in parte sopravvissute sulle pareti, databili al terzo quarto del Quattrocento sono opera di un grande pittore per certi versi ancora misterioso, partecipe di una cultura gotico-internazionale di matrice lombarda. Il nome che compare ai piedi del Cristo crocifisso “Antonius de Manzaniis” viene interpretato come la firma dell’artista, del quale tuttavia non possediamo altre notizie.
Nelle prime tre campate della navata sinistra sono affrescati gli apostoli con il Cristo risorto (con san Tommaso che verifica la piaga del costato di Cristo e vari santi e sante (san Dario Vescovo, san Michele Arcangelo, san Giacomo maggiore, santa Scolastica e santa Pudenziana).
Sulla volta della terza cappella della navata sinistra si narra l’affascinante leggenda medievale di San Domingo de la Calzada, o “miracolo dell’impiccato”, legata al celeberrimo pellegrinaggio verso Santiago di Compostela in Galizia. Gli affreschi sono opera di un raffinato pittore convenzionalmente definito “pseudo Jacopino Longo” per l’affinità della sua arte con quella di Jacopino, dal quale però si differenzia per lo stile ormai pienamente rinascimentale. Suoi sono anche gli affreschi della sottarco della seconda destra e l’Assunta della navata centrale.
La quarta cappella della navata sinistra è dedicata ai santi Stefano e Lorenzo, i due primi martiri del cristianesimo. Il pittore, attivo a Pecetto, pur operando anch’egli fra il sesto e il settimo decennio del ‘400, mostra una cultura ancora medievale, con forti accentuazioni espressive (particolarmente evidente nel realismo con cui rappresenta l’accanimento dei persecutori). La scena sulla parete di fondo (san Lorenzo che guarisce un cieco) allude forse ad una grazia ricevuta o invocata dal committente degli affreschi, dal momento che il viso del miracolato è un vero ritratto, di grande finezza psicologica.
Di grande bellezza e importanza l’affresco posto sulla controfacciata di destra, realizzato con intensa carica emotiva nel 1508 da Jacopino Longo e raffigurante la Natività, prima opera datata pervenutaci dall’artista.

Informazioni:
La chiesa è presso il cimitero, a sud dell’abitato.  Comune tel. 011 8609218 oppure e-mail: info@comune.pecetto.to.it

Links:
http://www.comune.pecetto.to.it/galleria.php?id_galleria=79&id_album=17

Bibliografia:
Testo tratto da scheda reperibile in loco realizzata a cura di Silvia Gazzola e Claudio Bertolotto.
Benedetto V., La chiesa di San Sebastiano. Pecetto Torinese, Asti 1965
Montanari Pesando M., Villaggi nel Piemonte medievale, Due fondazioni chieresi nel XIII secolo. Villastellone e Pecetto (BSSS, 208) Torino 1991
— La collina torinese. Quattro passi tra storia, arte e archeologia. Catalogo della mostra a cura del Gruppo Archeologico Torinese
Capello C.F., Pecetto torinese, Chieri 1962

Fonti:
Fotografie GAT.

Data compilazione scheda:
11 /8/2000 – aggiorn. 15/10/2012 e luglio 2014

Nome del rilevatore e associazione di appartenenza:
Mauro Marnetto – Gruppo Archeologico Torinese

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